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domenica 22 novembre 2015

Mata Hari, un'invenzione

Greta Garbo nel ruolo di Mata Hari
Elena Stancanelli 
Mata Hari, principessa e spia
Ma soprattutto un’invenzione

la Repubblica, 21 novembre 2015
















Margaretha Geertruida Zelle era nata nel 1876 in Olanda. Oppure in India, da una famiglia della casta sacra dei bramini. Era figlia di una bajadera morta a quattordici anni nel partorirla, o anche bisnipote del reggente di Madura. Principessa, sacerdotessa, puttana... Qualunque cosa fosse stata in vita, quando morì, fucilata all’alba del 15 ottobre 1917 a Parigi, era ormai per tutti Mata Hari. “Occhio dell’alba”, sole, nella lingua che aveva imparato a Giava.
Mata Hari aveva capelli neri e lunghi, occhi grandi e il seno piccolo. Danzava in modo seducente e si esibiva nei salotti. Dove poteva eludere il giudizio degli esperti e creare quella intimità, quella prossimità nella quale sapeva esprimersi alla perfezione. Femme fatale, ballerina di scarso talento, e infine spia. Un po’ per soldi un po’ per avventura, Mata Hari iniziò a fare il doppio gioco tra i servizi segreti francesi e quelli tedeschi. Probabilmente. Ma se la sua condanna fu opinabile, di certo la sua morte volle essere esemplare. «Il suo processo diventò il palcoscenico su cui il nuovo secolo giudicava e giustiziava la Belle Époque», scrive Giuseppe Scaraffia, scrittore e francesista, nei Gli ultimi giorni di Mata Hari (Utet). Colto e divertente, il libro è costruito intorno a un’intuizione: Mata Hari è un impostore, un sogno, una bugia e non sarebbe mai esistita senza il pubblico specialissimo che la inventò. Intorno a lei, nella Parigi di inizio secolo, pascolano e si pasciono infatti intellettuali e visionari, stupefacenti mentitori e vendidori di leggende. Che importa se Ernest Hemingway arrivò a Parigi solo due anni più tardi la fucilazione di Mata Hari? «Una notte me la sono scopata ben due volte, anche se francamente trovavo che avesse la vita larga e aveva più voglia di farsi fare delle cose che di dare quel che si può dare a un uomo». Anzi meglio: tanti particolari si sanno solo di qualcuno che non si è mai conosciuto.
E Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti la incontrarono davvero? O semplicemente avrebbero potuto, cosa che renderebbe perfetto il loro incontro. E tutte quelle magnifiche donne, Colette, Virginia Wolf, la marchesa Luisa Casati, Misia Sert, Natalie Clifford Barney, Isadora Duncan. Ognuna di loro, come i colleghi maschi, al guinzaglio del proprio talento e dei propri desideri. I più specializzati, e anche un po’ disgustosi, sono senz’altro quelli di Marcel Proust, che frequentava un bordello gay e si eccitava guardando due... Non ve lo dico. Leggetelo.
Biografie e bibliografie precise e fascinose, brevi racconti con uomini straordinari rincorsi dal rancore della Storia. D.H. Lawrence e sua moglie Frieda in fuga dalla Cornovaglia, Lawrence d’Arabia e quel suo strano incidente in motocicletta... Mata Hari ebbe moltissimi uomini, qualche donna e un solo amore. E con quanta meravigliosa crudeltà il raffinato Scaraffia, nelle note finali, spiega che quello, il capitano Klingham, l’uomo che non l’aveva tradita neanche al processo, è l’unico personaggio inventato.



















giovedì 4 settembre 2014

Il fascino dell'inquieta lettrice

Dal 6 settembre al 14 dicembre 2014, Palazzo Zabarella di Padova ospiterà la più completa antologica mai dedicata a Vittorio Corcos (Livorno 1859 – Firenze 1933). L’esposizione, curata da Ilaria Taddei, Fernando Mazzocca e Carlo Sisi, presenterà oltre 100 dipinti, in grado di ripercorrere la vicenda del pittore livornese, attraverso un considerevole nucleo di capolavori, affiancati a numerose opere inedite, provenienti dai maggiori musei e dalle più importanti collezioni pubbliche e private, che attesteranno la crescente fortuna critica dell’artista, documentata anche dalla frequente esibizione di suoi dipinti in recenti iniziative nazionali. Il percorso ruoterà attorno al grande capolavoro Sogni, l’opera più celebre di Corcos, proveniente dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Si tratta del ritratto, davvero particolare per l’epoca, di una ragazza moderna, Elena Vecchi. Grazie alla forza del gesto e dello sguardo, come alla suggestiva ambientazione, è diventato l’immagine più emblematica della cosiddetta Belle Époque di cui ben rappresenta l’atmosfera sospesa tra i sogni dorati e una sottile inquietudine. Esposto per la prima volta alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze 1896, il quadro aveva destato un “chiasso indiavolato” e provocato un acceso dibattito sul significato da attribuire a quell’intenso ritratto di giovane donna, ora definito “spiritualista” ora “realista”, ma infine universalmente ammirato per l’originalità della composizione e l’inquieto carattere della protagonista.



Lea Mattarella
Corcos. I sogni della Belle Epoque nei ritratti del pittore che parlava alle donne
la Repubblica. 4 settembre 2014

... Il quadro era stato acquistato dallo stato per 6000 lire nel 1896 quando era apparso alla Festa dell'Arte e dei Fiori di Firenze, suscitando un "chiasso indiavolato". Tutti parlano di questa giovane donna seduta su una panchina dove ha appoggiato il suo cappello e l'ombrellino. Nessuno resta indifferente di fronte alla sua aria assorta, lo sguardo lontano che raggiunge te, fuori del quadro, inchiodandoti in un vero e proprio dialogo. Che rende così moderna, audace, spudorata e nello stesso tempo inaccessibile questa ragazza un po' spettinata con dei lunghi guanti bianchi in tono con l'abito beige appena ravvivato da un tocco di azzurro? Non c'è dubbio: a fare di lei un personaggio irripetibile non sono tanto "i caldi e torbidi pensieri" di cui parla il critico Vittorio Pica ma è il mucchietto giallo che le sta accanto, quei tre libri che ha appena finito di leggere.