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mercoledì 17 dicembre 2025

Se essere madri non conviene

Simonetta Sciandivasci
Il buon esempio non riempie le culle

La Stampa, 17 dicembre 2025 

Che bel mondo sarebbe senza adulti: mi scopro a pensarlo con una frequenza che mi scandalizza e, insieme, mi elettrizza. La configurazione demografica ha fatto di noi una specie egemone, prevaricante come tutte le specie egemoni, e piuttosto monologante. Lo psicanalista Matteo Lancini ha detto a questo giornale che i genitori contemporanei ascoltano i figli più di qualsiasi altra generazione ma che il loro è un «ascolto selettivo: rabbia, tristezza e paura non fanno parte di questo patto. Ai nostri ragazzi abbiamo chiesto di proteggerci dalle emozioni che ci disturbano». Parliamo e straparliamo di ragazzi che, quindi, conosciamo a metà. Parliamo e straparliamo di come dovrebbero essere, e del loro bene, del loro meglio, e siamo certi di poterglielo insegnare, di poterli e doverli indirizzare, e ce ne crediamo capaci e all’altezza proprio perché li ascoltiamo di più. Dall’altra parte, genitori o no, siamo adulti dilaniati dalla consapevolezza della nostra inadeguatezza, che però non ci sposta dal prendere in considerazione la possibilità di sottrarci dall’universo di riferimento dei ragazzi, di dimettere i panni degli educatori e indossare quelli degli educati. Continuiamo a credere di dover dare il buon esempio, anche se dubitiamo di poterlo incarnare. Non mettiamo mai in discussione il fatto che possa essere sbagliata l’idea stessa di dare un esempio, di segnare il varco, il solco, il perimetro entro cui la generazione che ci segue debba e possa muoversi, specialmente quando quella generazione dà segnali di insofferenza verso di noi (come accade sotto i nostri occhi da diversi anni): un’insofferenza che non vogliamo vedere e meno che mai interrogare.

Nathania Zevi ha scritto su questo giornale che tra le ragioni per le quali si fanno sempre meno figli c’è anche l’esempio che, in questi anni, della maternità hanno dato le donne: un’impresa eroica, spossante, titanica, che toglie più di quanto restituisce. Ha parlato di un esempio che «abbiamo dato o che non siamo riuscite a dare». Non posso darle torto su un punto: la maternità è stata indagata, negli ultimi anni, nei suoi aspetti più complessi e dolorosi (prima, però, e cioè negli ultimi secoli, la maternità non veniva nemmeno indagata ma imposta come un compito: siamo appena all’inizio di un tentativo di riequilibrare le narrazioni). Lucy Jones in Matrescenza ha raccontato tutto quello che, di magnifico e di orrendo, di biologico e psicologico, della maternità e del parto le donne sono all’oscuro non solo perché non viene raccontato ma pure perché non viene studiato: non è esistita, finora, domanda. Perché non sono esistiti, finora, dubbi profondi come quelli che ora ci sono su cosa significhi e comporti diventare madre, su quanto sia naturale e su come, quanto, e per quanto cambi il corpo e la mente e la psiche delle donne. Non possiamo pensare di estromettere tutto questo credendo che sia inibente: per incredibile che possa sembrare, la cultura della maternità è ancora acerba, perché di recente è stato acquisito che essa non è un destino. Questa acquisizione rallenta (non ferma: rallenta) la demografia: complica e affolla il piano della scelta e lo fa collimare con quello della rinuncia. Vero. Affrontiamolo. 

Un figlio è un peso e richiede rinunce: dobbiamo poterlo dire così come abbiamo detto sempre che un figlio è una rivoluzione e porta felicità. La regolazione della frequenza, dell’equilibrio, del tono con cui diciamo tutto questo non può essere improntata al desiderio di dare un esempio: non tocca a nessuno incentivare o disincentivare la maternità. A un Paese civile tocca mettere tutti in condizione di fare o non fare figli, nonostante le conseguenze che farne o non farne ha. La paura di diventare madri va ascoltata, compresa, rispettata: è un valore e, come tutte le paure, è un’allerta che, nella giusta dose, può salvarci la vita. Anziché credere che le donne non fanno figli perché hanno paura di fare le madri, perché non proviamo a immaginare che le donne che non fanno figli abbiano ragioni diverse dal terrore di perdere la propria autonomia, che siano individui nuovi, che rigettano la pienezza e sposano la vuotezza, che sono immuni agli esempi e disinteressate ai consigli perché vogliono scrivere una Storia nuova, inedita. Lasciamole fare, liberiamole dai nostri errori, dal nostro peso, dal nostro senso di colpa, dalle nostre letture. Fidiamoci di loro. Senza la nostra impronta è possibile che facciano meglio. Il Premio Strega Ragazzi è andato qualche settimana fa a un romanzo di una grande scrittrice americana, Jacqueline Woodson: si chiama Proteggimi e parla di un’insegnante che ogni venerdì lascia soli i suoi studenti Bes (bisogni educativi speciali), perché capisce che tra loro possono aiutarsi più di quanto farebbe lei.

In un documentario importante sulla maternità, Tua madre, di Leonardo Malaguti, una suora dice a un certo punto che l’apocalisse arriverà quando sarà realizzata la parità tra uomini e donne, tra padri e madri. Ecco un’altra cosa buona cosa da fare, per far nascere un mondo nuovo: convocare i padri.

venerdì 5 dicembre 2025

L' Europa che cambia

Ferdinando Fasce
Dalle fabbriche all'economia globale. Perché il socialismo europeo è in crisi

Il secolo XIX, 10 novembre 2025

Più di un secolo fa, nel 1906, Werner Sombart, un importante scienziato sociale tedesco di sinistra, metteva a confronto gli indubbi successi conseguiti dal Partito socialdemocratico del suo Paese (Spd), che aveva appena conquistato quasi un terzo dell’elettorato, e le forti, inveterate difficoltà di radicamento socialista negli Stati Uniti. E individuava nella maggiore mobilità sociale statunitense la risposta alla domanda con la quale intitolava il proprio saggio (“Perché non c’è il socialismo negli Stati Uniti?”). Oggi, in un libro appena tradotto (Cambiare la vita? Storia del socialismo europeo dal 1875 a oggi, 2025, Einaudi, pp. 442, euro 28), lo storico francese Gilles Vergnon ripete la domanda, ma rivolgendola all’Europa. Cartina del continente alla mano, Vergnon si chiede perché il socialismo, dopo aver continuato a non sfondare nel Nuovo mondo, nel XXI secolo si è incartato anche in quello Vecchio. Tanto che i paesi dell’Unione Europea con una presenza socialista trainante al governo sono appena tre: la Spagna, Malta e la Slovenia. E per trovare il quarto bisogna lasciare la UE e sbarcare in un’Inghilterra da un anno di nuovo laburista, dopo un digiuno durato quattordici lunghi anni. Ma con un governo Labour di Keith Starmer che è comunque già in forte difficoltà, incalzato dalla destra estrema e nostalgica di Nigel Farage.

Come si spiega la crisi attuale del socialismo europeo? Vergnon lo chiarisce dopo una lunga e nitida carrellata storica, che parte dal 1875, anno di fondazione della Spd, e arriva sino ai nostri giorni e alla disfatta di quello stesso partito, uscito malconcio dalle elezioni di febbraio che lo hanno relegato al terzo posto (16,4%), dietro i cristiano-democratici di CDU/CSU (28,5%) e l’estrema destra di AfD, per la prima volta attestata su un quinto dei suffragi.

La crisi della socialdemocrazia, scrive Vergnon, si spiega con l’obsolescenza dell’ecosistema economico, sociale, politico e culturale attorno al quale quel modello politico era costruito. A partire dalla struttura del capitalismo che nel trentennio successivo alla fine della Seconda guerra mondiale ha fornito la base delle fortune socialdemocratiche. Vi campeggiavano gli operai-massa dell’apparato industriale di impronta fordista, con grandi imprese e produzioni e consumi allargati, grazie a un’ampia presenza sindacale e a salari relativamente sicuri e in crescita. Questo capitalismo operava entro la cornice di Stati nazionali forti, in grado di contenere gli “spiriti animali” dell’economia di mercato, garantendo la cittadinanza sociale in forma di contrattazione collettiva e welfare (sanità, pensioni). Nell’ultimo quarantennio questo modello ha lasciato il campo a un capitalismo finanziario e globalizzato, sempre più soggetto al controllo di forze legate alla finanza, situate a migliaia di chilometri di distanza dalle fabbriche e dagli uffici, e, grazie all’informatica, pronte a muovere capitali su una scala inaudita e senza confini. Le vecchie fabbriche integrate del fordismo hanno così passato la mano a siti produttivi multipli, sparsi per il pianeta, in una nebulosa di piccoli subappaltatori, a comando centralizzato. E con conseguente poco spazio per il compromesso sociale e la rappresentanza sindacale. Decisivo, poi, è l’indebolimento degli stati nazionali, sempre meno attrezzati a regolare forze economiche di natura transnazionale e globale, e reggere alle sfide della privatizzazione e del trionfo del mercato. Come non bastasse, la scoperta della questione climatica e del persistere di forme strutturali di razzismo ha minato la fiducia nel fatto che una qualche forma di gestione pubblica delle risorse economiche potesse risolvere tutti i problemi, fiducia su cui il socialismo europeo aveva costruito i propri successi.

Una vicenda chiusa? “Il resto lo si vedrà in futuro”, conclude Vergnon, sottraendosi giustamente, da storico, all’inutile esercizio di sfogliare la margherita di quello che sarà di una lunga storia che, se non è riuscita a “cambiare la vita”, ha comunque “cercato a lungo di cambiarla e contribuito a farlo”. A New York, Zohran Mamdani, il candidato socialista vincitore delle primarie democratiche per le elezioni di sindaco del prossimo novembre, sembra crederci ancora. Chissà che cosa direbbe Sombart!


lunedì 17 novembre 2025

Via da Cuba

Chiara Vitali
Viaggio a Cuba, dove continua la grande fuga

Avvenire, 16 novembre 2025

La corrente salta. All’improvviso la luce non c’è più. In casa ci si muove solo con le torce del telefono ma bisogna fare attenzione e risparmiare la batteria: per ore non sarà possibile ricaricare. Si attende e si spera che gli alimenti in frigorifero non vadano a male. Sono i blackout, e a Cuba fanno parte della quotidianità. A volte è l’intera isola a rimanere senza elettricità: nel 2025 ci sono stati 4 blackout totali. Nelle singole città la corrente salta più volte a settimana, anche per 20 ore. «Chi ha in casa un generatore riesce a resistere – spiega Ben, 50 anni, che vive a L’Avana – Io, ad esempio, non ce l’ho. Costa almeno mille dollari e dovrei farmelo spedire dagli Stati Uniti, non è possibile». I generatori sono soprattutto nelle case particulares, le abitazioni di cittadini cubani che accolgono anche i turisti. Una sorta di airbnb locale, ma iper-tassato. Lì, di solito, ai visitatori si garantisce l’aria condizionata.

Ma la corrente che manca è solo uno dei tanti aspetti che hanno reso le condizioni di vita molto dure a Cuba. L’isola si sta spopolando: tra il 2022 e il 2023, un milione di cubani ha lasciato il Paese. «Qui rimane solo chi non può andare via – dice Rosa, che fa la guida turistica nella capitale .– Io ho sempre amato Cuba e non ho mai pensato di andarmene. Da quando è nato mio figlio però ho cambiato idea: non voglio che lui viva quello che tutti noi stiamo patendo». Lo stipendio medio oggi varia dal corrispettivo di 7-10 euro al mese per un addetto alle pulizie, ai 30 per un medico, cifre che «non sono sufficienti per vivere nemmeno due settimane». Mentre parla, Rosa accompagna i turisti per le vie del centro storico: racconta con entusiasmo la storia cubana, le sue conquiste. Sulle facciate degli edifici risaltano i volti e le parole di Che Guevara e Fidel Castro. Attorno, però, spesso i muri cadano a pezzi. I cubani paragonano la situazione a quella del periodo especial, i mesi che seguirono il crollo dell’Unione sovietica, negli anni Novanta. Fu uno dei momenti più drammatici per Cuba, e per questo il paragone è significativo. Dal 2019 diversi problemi si sono sommati: la crisi Covid ha annullato i flussi di vacanzieri, una delle principali fonti di guadagno per i cubani. Ha poi peggiorato la situazione sanitaria. «Non abbiamo antibiotico o tachipirina, non riusciamo più a produrli né a importarli», spiega ancora Rosa. Le sue parole vengono confermate più volte soprattutto allontanandosi dalla capitale: le persone chiedono l’elemosina, non in denaro ma in farmaci. È un’altra delle grandi contraddizioni cubane: «La nostra sanità è gratuita e di altissimo livello. Se io avessi bisogno di un trapianto, potrei andare in ospedale e riceverlo gratuitamente. Ma intanto ci mancano le medicine di base». Così come il carburante: uno dei principali importatori è il Venezuela, ma la catena di approvvigionamento è diventata molto instabile.

Lo racconta Adrian, un autista di sessant’anni che guida un pulmino 20 posti. «Ogni mattina vado dal benzinaio e mi metto in coda. Non so quanto dovrò attendere, né se il carburante arriverà. In più, ogni mezzo può prelevare solo una quantità fissa di benzina». Fuori dalle città, molti si muovono con carretti trainati dai cavalli. Anche altre azioni sono diventate molto complesse: comprare al supermercato, ad esempio. I cubani parlano di “dollarizzazione” dell’economia: nel Paese la valuta ufficiale è il peso cubano ma la moneta forte è il dollaro, che arriva soprattutto sotto forma di rimesse dall’estero e dai turisti. Negli ultimi anni lo Stato ha di fatto ammesso la dollarizzazione: le catene di supermercati statali aperti dal 2019, ad esempio, ammettono solo pagamenti in dollari o euro, monete che servono alle casse governative per rendersi più credibili a livello internazionale. A discapito, però, della gente. «Noi veniamo pagati in pesos – dice Jose, 35 anni, che per mantenere la sua famiglia viaggia ai quattro angoli del Paese –. Tutti i mesi io devo prendere il mio stipendio, andare al mercato nero e acquistare i dollari».
La vita quotidiana, così, è una corsa a ostacoli. Le motivazioni vanno cercate sia all’interno che all’esterno del Paese.
Gli Stati Uniti distano solo 150 chilometri in linea d’aria, e da lì passano molti dei problemi: con la presidenza di Donald Trump, le speranze per i cubani si sono ridotte. Il Paese è stato ricollocato tra gli “sponsor del terrorismo”; agli statunitensi è vietato viaggiare a Cuba per mero turismo; è stato rafforzato l’embargo, cioè l’insieme dei limiti e divieti imposti al commercio tra Usa e Cuba; il processo di apertura iniziato nell’era Obama è stato sostanzialmente azzerato. I cubani sanno che il loro territorio è una preda ambita per gli Usa. «Prima della rivoluzione, qui volevano costruirci Las Vegas. Cuba doveva essere il parco giochi degli americani. Poi per fortuna questo non è avvenuto, ma non sappiamo che cosa potrà accadere nel futuro».
All’interno, invece, si punta il dito soprattutto contro la «corruzione» di chi è al potere. «Vedi? Quelli del governo abitano tutti lì. Con Fidel sarebbe stato impensabile» dice ancora Jose, mentre indica la parte più ricca della città, su una collina con vista mare e ville di epoca coloniale. Manca trasparenza sulla gestione dei fondi statali, in particolare sul patrimonio del Gaesa, il gruppo legato alle Forze armate rivoluzionarie che controlla decine di imprese, banche, negozi: nelle sue casse ci sarebbero, secondo report giornalistici, miliardi. E intanto la manutenzione delle strade e delle infrastrutture non avviene. «Qui siamo rimasti fermi a quarant’anni fa – conclude Adrian –. Invece dovremmo andare avanti. Sarebbe bello tenere ciò che ci siamo conquistati, come i diritti sociali, la sanità e l’università gratuite, e aprirci di più agli investimenti privati».
Ciò che rimane di Cuba, allora, lo si deve soprattutto ai cubani che ogni giorno provano a portare avanti una propria attività. Santiago, 50 anni, è un musicista e pittore. «Al mio pianoforte mancano due tasti, ma qui a Cuba non sono disponibili ricambi, dovrei farmeli spedire dall’estero». La sua musica, però, incanta. Santiago scuote la testa e sorride: «Qui dobbiamo fare tutto con passione – insiste –, dobbiamo essere appassionati di ciò che facciamo perché sappiamo che da questo dipende la nostra intera sopravvivenza».

sabato 28 dicembre 2024

Vienna rossa

 



Flavia Foradini, Una mostra al Wien Museum rilegge l'epopea dei 15 anni di socialdemocrazia con la costruzione degli Hof, i mitici insediamenti abitativi per il proletariato, il giornale dell'architettura.com, 30 luglio 1919 

VIENNA. I fatti sono noti: l’epoca passata alla storia anche dell’architettura come “Vienna Rossa” produsse oltre 64.000 appartamenti di edilizia popolare tra il 1919 e il 1934. Un piano imponente, che doveva arginare l’emergenza abitativa: all’inizio del primo dopoguerra, il 95% delle dimore non aveva acqua corrente e per il 92% i gabinetti erano condivisi sui pianerottoli.

Il progetto edilizio della “Vienna Rossa” fu tuttavia parte integrante di un movimento assai più ampio, volto a creare “l’uomo nuovo” e a promuovere la crescita sociale e culturale degli strati meno abbienti della popolazione. Il substrato fu squisitamente politico e trasse beneficio sia dalla vittoria della socialdemocrazia viennese con il 54,2% alle elezioni amministrative del 4 maggio 1919, sia dall’ascesa nel 1920 di Vienna anche a capoluogo di Land, con autonomie pure di tipo fiscale, che produssero un sistema di tassazione progressiva e una tassa sul lusso, con entrate convogliate in particolare in opere di carattere sociale: «Gli ambulatori odontoiatrici vengono finanziati con le imposte sulle 4 maggiori pasticcerie cittadine. Quelle sull’Hotel Sacher e gli altri grandi hotel coprono i costi dei medici scolastici e delle piscine pubbliche. Quelle sui bordelli coprono i costi dell’unità di ostetricia pubblica».

Esimie personalità di tutti i campi culturali, artistici e scientifici sostennero il progetto politico e fornirono impulsi importanti alla visione di una società più equa e più serena, con un’amministrazione pubblica fortemente presente nel campo dell’istruzione, della sanità, delle politiche sociali e abitative, della cultura: «L’edilizia deve offrire un tetto sicuro, ma anche promuovere la salute fisica e spirituale, e il progresso culturale della popolazione», si leggeva in un opuscolo destinato ai nuovi affittuari. Così come la Ringstrasse aveva promosso la borghesia, allo stesso modo la nuova edilizia popolare mise al centro il proletariato.

L’icona di quel periodo, e massima espressione degli ideali che permearono il primo dopoguerra, resta il Karl-Marx-Hof firmato da Karl Ehn. Il gigantesco edificio nel 19° distretto, con un fronte di 1.100 metri e 1.382 appartamenti, non fu il primo, essendo stato inaugurato nel 1933 dopo 7 anni di lavori, ma divenne il simbolo del desiderio di fornire alla classe operaia piccoli ma efficienti appartamenti ad affitto contenuto, inseriti in un complesso quasi autarchico. Il Karl-Marx-Hof era provvisto di due lavanderie, due bagni pubblici, due scuole materne, un poliambulatorio medico e uno odontoiatrico, una farmacia, un centro di consulenza per donne in gravidanza, una biblioteca, un centro giovanile, un ufficio postale, 25 negozi, ed era dotato di un’immensa corte centrale verde, pensata come luogo di aggregazione e svago, con aree giochi. Solo il 18% dell’area di 156.027 mq venne edificata: fino al periodo della Vienna Rossa, la percentuale consentita raggiungeva l’85% dei lotti a disposizione. Il nuovo motto era: “luce, aria e sole”.

Il primo Hof fu iniziato nel 1919, nel 5° distretto. Gli architetti Robert Kalesa e Hubert Gessner, posero con il Metzleinstalerhof le basi per l’idea di una sorta di fortezza con accessi ad una corte centrale, unità abitative già fornite di cucina arredata, tante finestre, ancorché piccole, servizi e spazi comuni disegnati con cura. Dopo quell’Hof ne seguirono altri 380, di cui 24 monumentali, concepiti da 199 architetti. Dietro molti di essi, gli insegnamenti del deus ex machina Otto Wagner.

Franco Cardini, Vienna. A passo leggero nella storia, Il Mulino, Bologna 2024, pp. 312-318
https://machiave.blogspot.com/2024/12/la-vienna-di-franco-cardini.html
I 100 anni della Vienna rossa - vienna.info (wien.info)

venerdì 27 dicembre 2024

Manmohan Singh

 



Un ininterrotto omaggio di esponenti di tutto l'arco politico indiano e di migliaia di persone comuni, in coda a Delhi dalle prime ore di questa mattina, è stato reso all'ex primo ministro indiano Manmohan Singh, morto ieri a 92 anni. (swissinfo) 

Manmohan Singh (born September 26, 1932, Gah, West Punjab [now in Pakistan]—died December 26, 2024, New Delhi, India) was an Indian economist and politician who served as prime minister of India from 2004 to 2014. A Sikh, he was the first person from a minority community to occupy the office. (Britannica)

Giovedì è morto a 92 anni l’economista ed ex primo ministro indiano Manmohan Singh. È considerato uno dei politici più importanti della storia recente: dopo aver studiato economia all’Università di Oxford, nel Regno Unito, Singh fu governatore della banca centrale indiana, consulente del governo e poi ministro dell’Economia dal 1991 al 1996. Nel 2004 fu nominato primo ministro dal suo partito, che aveva vinto le elezioni a sorpresa, e ricoprì l’incarico fino al 2014.

Attraverso una serie di politiche aprì il paese al commercio estero e agli investimenti privati, portando a un periodo di crescita economica dell’India senza precedenti. Durante i suoi anni da primo ministro introdusse anche diversi programmi di welfare e stipulò uno storico accordo di collaborazione con gli Stati Uniti sull’energia nucleare.

Il suo governo fu però anche segnato da grossi scandali di corruzione che riguardarono diversi leader del suo partito e da continue accuse da parte dell’opposizione, che sosteneva che Singh fosse in realtà guidato dalla presidente del suo partito, Sonia Gandhi. Gandhi è italiana ed è la vedova dell’ex primo ministro Rajiv Gandhi, la cui famiglia aveva guidato l’India fin dall’indipendenza dal Regno Unito nel 1947. (Il Post)






Manmohan Singh, Indian Prime Minister, Dies at 92 - The New York Times (nytimes.com)



sabato 24 gennaio 2015

La solidarietà alternativa in Grecia


Andrea Nicastro
Grecia: mercatini e farmacie: la rete sociale
Così la sinistra radicale ha costruito un sistema di volontariato che crea consensi 
Corriere della Sera, 24 gennaio 2015

 

mercatini


ATENE «Scusi la penombra, ma non abbiamo pagato le bollette della luce. Manca anche il riscaldamento, quindi tenga pure il cappotto». Sulla credenza dove una volta c’era il servizio di porcellana e le bomboniere dei matrimoni ora sono allineate scatole di medicine. In cucina lo stesso, in bagno anche, farmaci ovunque, fin nel frigorifero rotto. «Per fortuna sono tante» sorride Dimitri Souliotis. «Questa è casa di mia cognata, ma ora lei vive con me e mia moglie e questa è diventata una farmacia per disoccupati, senza tetto e immigrati. Assistiamo anche tre italiani indigenti. È stato il Consolato a mandarceli». Le medicine sono in ordine alfabetico come in una farmacia vera, ma dentro le confezioni ci sono pastiglie e bustine sfuse, blister usati a metà. «Ormai qui in Grecia lo fanno tutti. Quando guarisci e qualche farmaco è avanzato, non lo lasci scadere nel cassetto, ma lo regali. Noi li raccogliamo e li distribuiamo».
Souliotis per trent’anni ha fatto il marconista sulle navi. Erano i tempi d’oro degli armatori greci, Onassis e non solo. Poi, in pensione con 1.250 euro al mese, è finalmente tornato ad Atene, in tempo per scarrocciare sotto la furia della Grande Crisi. «La pensione è affondata a poco più di 800 euro, ma comunque sto a galla. Gente più giovane e senza lavoro invece ha perso tutto: la casa che pagava col mutuo e l’assistenza sanitaria. In mare quando uno sta annegando lo si aiuta. Perché a terra dovevo far finta di non vedere?».
L’impegno sociale è una riscoperta per tutta Europa, ma in Grecia, la disoccupazione ha colpito selvaggiamente, ha cambiato la società e la politica. La Chiesa ortodossa ha attivato le chiese, una rete fittissima che riceve poche critiche e sfama ogni giorno almeno 200 mila persone. Anche la destra neonazi di Alba Dorata ha proposto il suo volontariato con ronde antimmigrati, «aiuti» per sfrattare gli stranieri morosi e mense sociali per soli greci purosangue. Chi ha azzeccato la formula è stata la sinistra di Syriza. «Non abbiamo messo il cappello su nessuna iniziativa e questo ci ha dato grande credibilità» dice Argiris Panagopoulos, una sorta di ambasciatore della sinistra greca in Italia. «La gente ha capito che non ci comportavamo come un partito qualsiasi, che noi eravamo come loro: la risposta della società ai nuovi bisogni».
Farmacie sociali, mense, reti di medici per visite gratuite, Syriza non è solo sfida al debito e all’euro, ma anche una sorta di Stato sociale sostitutivo di quello azzoppato dai tagli della Troika.
«Una delle idee migliori sono i mercatini senza intermediari — spiega Feano Fotiu responsabile della solidarietà di Syriza —. Guadagnano i contadini che non sono strozzati dalle catene dei supermercati e guadagnano i consumatori con prodotti di qualità a basso prezzo». Come nei gruppi d’acquisto a km0, solo che qui non si pensa al bio, ma a sopravvivere. Il 30% delle famiglie è sotto la soglia della povertà, i disoccupati 1,5 milioni, come i lavoratori e i pensionati. «Gli avversari ridevano di noi chiamandoci il “partito delle lenticchie”. Ma erano loro a non capire che contro la fame, un piatto di lenticchie è benvenuto soprattutto se onesto e disinteressato».
Per ordinare le merci, chiedere farmaci, vestiti, aiuto è necessario lasciare un numero di telefono, un indirizzo mail. In due anni di Grande crisi, Syriza ha costruito così un database che è diventato utilissimo per costruire anche una base politica. «Sono 400 i centri di solidarietà in tutto il Paese che in vario modo fanno parte del nostro network — spiega Fotiu — e così siamo riusciti a diffondere una consapevolezza diversa». Syriza è uscita dal «palazzo» per riportare la politica nell’agorà, in piazza. Organizza assemblee di quartiere dove cercare soluzioni ai problemi pratici, un ritorno etimologico alla politica. Così è nata, gramscianamente, l’egemonia di cui godono oggi le tesi del partito in Grecia. «La gente era paralizzata dal senso di colpa che gli era stato indotto dalla narrativa dominante della recessione. Il Nord Europa e la Destra ci descriveva come meridionali lazzaroni e corrotti, inferiori ai virtuosi tedeschi. I greci sentivano la responsabilità morale del fallimento nazionale fino a che Syriza non ha parlato del ruolo dei banchieri, del trucco dei prestiti che rendono schiavi, del neoliberismo rapace. E le teste si sono alzate».
Questo welfare solidale una volta lo si sarebbe chiamato «catena di trasmissione» tra partito e società, ma in Grecia si è dimostrato un antidoto per l’anti politica e la rassegnazione che dominano in tanta parte d’Europa. Futiu è certa: «Con farmaci e lenticchie Syriza ha distribuito anche l’idea che un partito diverso, più pulito e umano, possa meritare fiducia».

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Jon Henley
Greece’s solidarity movement: ‘it’s a whole new model – and it’s working’
Citizen-run health clinics, food centres, kitchens and legal aid hubs have sprung up to fill the gaps left by austerity – and now look set to play a bigger role under a Syriza government
The Guardian, 23 January 2015




Athens soup kitchen
Soup kitchen volunteers serve food in Athens. Photograph: Lefteris Pitarakis/AP
“A long time ago, when I was a student,” said Olga Kesidou, sunk low in the single, somewhat clapped-out sofa of the waiting room at the Peristeri Solidarity Clinic, “I’d see myself volunteering. You know, in Africa somewhere, treating sick people in a poor developing country. I never once imagined I’d be doing it in a suburb of Athens.”
Few in Greece, even five years ago, would have imagined their recession-and austerity-ravaged country as it is now: 1.3 million people – 26% of the workforce – without a job (and most of them without benefits); wages down by 38% on 2009, pensions by 45%, GDP by a quarter; 18% of the country’s population unable to meet their food needs; 32% below the poverty line.
And just under 3.1 million people, 33% of the population, without national health insurance.
So, along with a dozen other medics including a GP, a brace of pharmacists, a paediatrician, a psychologist, an orthopaedic surgeon, a gynaecologist, a cardiologist and a dentist or two, Kesidou, an ear, nose and throat specialist, spends a day a week at this busy but cheerful clinic half an hour’s drive from central Athens, treating patients who otherwise would not get to see a doctor. Others in the group accept uninsured patients in their private surgeries.
“We couldn’t just stand by and watch so many people, whole families, being excluded from public healthcare,” Kesidou said. “In Greece now, if you’re out of work for a year you lose your social security. That’s an awful lot of people without access to what should be a basic right. If we didn’t react we couldn’t look at ourselves in the mirror. It’s solidarity.”
The Peristeri health centre is one of 40 that have sprung up around Greece since the end of mass anti-austerity protests in 2011. Using donated drugs – state medicine reimbursements have been slashed by half, so even patients with insurance are now paying 70% more for their drugs – and medical equipment (Peristeri’s ultrasound scanner came from a German aid group, its children’s vaccines from France), the 16 clinics in the Greater Athens area alone treat more than 30,000 patients a month.
The clinics in turn are part of a far larger and avowedly political movement of well over 400 citizen-run groups – food solidarity centres, social kitchens, cooperatives, “without middlemen” distribution networks for fresh produce, legal aid hubs, education classes – that has emerged in response to the near-collapse of Greece’s welfare state, and has more than doubled in size in the past three years.
“Because in the end, you know,” said Christos Giovanopoulos in the scruffy, poster-strewn seventh-floor central Athens offices of Solidarity for All, which provides logistical and administrative support to the movement, “politics comes down to individual people’s stories. Does this family have enough to eat? Has this child got the right book he needs for school? Are this couple about to be evicted?”
As well as helping people in difficulty, Giovanopoulos said, Greece’s solidarity movement was fostering “almost a different sense of what politics should be – a politics from the bottom up, that starts with real people’s needs. It’s a practical critique of the empty, top-down, representational politics our traditional parties practise. It’s kind of a whole new model, actually. And it’s working.”
It also looks set to play a more formalised role in Greece’s future under what polls predict will be a Syriza-led government from next week. When they were first elected in 2012 the radical left party’s 72 MPs voted to give 20% of their monthly salary to a solidarity fund that would help finance Solidarity for All. (Many help further; several have transferred their entitlement to free telephone calls to a local project.) The party says the movement can serve as an example and a platform for the social change it wants to bring about.


Syriza supporters in Athens
Syriza supporters at a pre-election rally in central Athens. Photograph: Yannis Kolesidis/EPA
In the sleek open plan, blonde-wood office she used when she was a successful architect, Theano Fotiou, a member of Syriza’s central committee, was packing leaflets for the last day of campaigning, with the help of a dozen or so exceedingly enthusiastic young volunteers. She is seeking re-election in the capital’s second electoral district. “The only real way out of this crisis is people doing it for themselves,” she said. “If people don’t participate, we will be lost as a country. This is practice, not theory, a new social ideology, a new paradigm – the opposite of the old passive, dependent, consumerist, individualist model. And the solidarity projects we have now are its incubators.”
Fotiou said a large part of the first stage of a Syriza’s government’s programme – ensuring no family is without water or electricity (in nine months of 2013, 240,000 households had their power cut because of unpaid bills); that no one can be made homeless; that the very lowest pensions are raised and that urgent steps are taken to relieve child poverty, now standing at 40% in Greece – was largely inspired by what the party had learned from its involvement in the solidarity movement.
“We’ve gained so much from people’s innovation,” she said. “We’ve acquired a knowhow of poverty, actually. We know more about people’s real needs, about the distribution of affordable food, about how not to waste things like medicines. We’ve gained a huge amount of information about how to work in a country in a state of humanitarian crisis and economic collapse. Greece is poor; this is vital knowhow.”
If the first instinct of many involved in the movement was simply to help, most also believe it has done much to politicise Greece’s crisis. In Egalio, west of Athens, Flora Toutountzi, a housekeeper, Antonis Mavronikolas, a packager, and Theofilos Moustakas, a primary school teacher, are part of a group that collects food donations from shoppers outside supermarkets and delivers basic survival packages – rice, sugar, long-life milk, dried beans – to 50 local families twice a month.
“One family, there are six people surviving on the grandmother’s pension of €400 a month,” said Mavronikolas. “Another, they’ve lived without running water for two months. We help them, yes, but now they are also involved in our campaign, helping others. People have become activated in this crisis. They are less isolated.”
In the central Athens district of Exarchia, Tonia Katerina, another now largely unemployed architect (“There’s not a lot of work for architects right now,” she said), is one of 15 people running a cooperative social grocery that opened a year ago and now sells 300 products, from flour to oranges, olive oil to bread, pasta to dried herbs. The business has grown rapidly and the collective’s members can now pay themselves an hourly wage of €3.


Closed supermarket in Athens
A man walks past a closed supermarket in Athens. Photograph: Michael Kappeler/dpa/Corbis
The local “without middlemen” market, one of 30-odd to have sprouted in Athens and several hundred around Greece, where farmers sell their produce for 25% more than they would get from the supermarkets and consumers pay 25% less, takes place only once a month, and the group wanted to set up a small neighbourhood grocery offering similarly good value, high quality foodstuffs directly from small producers.
Ninety per cent of the products the store sold were “without middlemen”, Katerini said, and about 60% were significantly cheaper than in the supermarket. Several come from other solidarity projects – the store’s soap, for example, is made by a collective of 10 unemployed people in Galatsi.
“All these projects, it’s very important to me, are not just helping people who need it, but they represent almost the start of a new kind of society,” Katerini said. “They are run as direct democracies, with no hierarchy. They are about people taking responsibility for their lives, putting their skills to use, becoming productive again.”
Katerina Knitou has devoted the past few years to preventing people from losing their homes. Part of a group of lawyers formed to fight a much hated “emergency house tax”, her focus has switched to the one in three Greek households fearing repossession or eviction – either because they are among the 320,000 families behind on mortgage or other debt repayments to their bank, or one of the 2.45 million Greeks who have been unable to pay a recent tax bill.
Knitou, a Syriza member like almost all those involved in the movement, gives free legal advice on how to avoid foreclosure and eviction. In the first half of last year 700 homes were either repossessed by the banks or foreclosed on by the Greek state over unpaid tax or social security bills. (With colleagues, Knitou also occasionally takes more direct action, disrupting – and preventing – planned auctions of repossessed and foreclosed homes.)
“This whole thing,” she said, “has made a lot of people very aware, not just of what they face, but also of what they can – and must – do. Expectations are going to be high after Sunday, but there are of course limits to what even a Syriza government will be able to do. It’s up to us, all of us, to change things. And honestly? This feels like a good start.”