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sabato 6 giugno 2026

Lyhanna scuote la Francia


Daniele Zappalà
La morte di Lyhanna, 11 anni, e la "giustizia colabrodo": la Francia sotto choc

Avvenire, 6 giugno 2026

Dopo l’ondata d’emozione suscitata dal sequestro e dalla morte di Lyhanna, 11 anni, una tempesta di rabbia travolge in Francia la «giustizia-colabrodo» che lascia in libertà i pedocriminali, sotto lo sguardo impassibile della politica, anch’essa sul banco degli accusati. Nella coscienza del Paese, resterà inciso il volto spensierato della ragazza del Midi, presa in macchina la settimana scorsa all’uscita di scuola dal padre di una compagna di classe, prima del ritrovamento del cadavere quasi una settimana dopo, nel silo per cereali di una cooperativa agricola dove l’uomo aveva lavorato in passato. Da parte di quest’ultimo, nel corso degli interrogatori, nessuna confessione. Solo la ritrattazione di una prima versione dei fatti, di fronte a immagini che mostrano Lyhanna a bordo della sua auto.
Ma un intero macigno di prove pesa sul capo di un individuo contro il quale diverse famiglie avevano già sporto denuncia in passato, per violenze o molestie su minori, lungo un arco di tempo che coprirebbe un intero decennio. Ogni volta, nondimeno, le procedure erano sfociate su non luoghi, nonostante le testimonianze rilasciate anche dalle vittime. L’ultima denuncia, risalente all’anno scorso, non era stata ancora neppure trattata. L’uomo, padre di due bambine, era così rimasto in libertà.
«Non possiamo non vedere le crepe appena rivelate», ha ammesso ieri mattina il presidente Emmanuel Macron, promettendo delle «inchieste molto rapide per poter chiarire le responsabilità». Il guardasigilli Gérald Darmanin aveva già riconosciuto la gravità della catena di omissioni da parte del sistema: «Siamo tutti atterriti da questa disfunzione che, credo, è rivelatrice della nostra cattiva organizzazione, senza dubbio al Ministero della Giustizia come altrove».  
Dai ranghi dell’opposizione, il leader ultranazionalista Jordan Bardella ha accusato il governo di aver «pesantemente fallito», affermando che «il popolo francese esige che si paghi il conto». Ma gli attacchi sono piovuti anche dalla sinistra radicale, ad esempio per bocca della capogruppo dei deputati mélenchoniani, Mathilde Panot, pronta ad additare «il risultato soprattutto del rifiuto politico di dare la priorità alla lotta contro le violenze ai bambini e alle donne». 
A mettere in causa il sistema è la serie ormai lunga di casi, negli ultimi anni, in cui la giustizia ha dimostrato di dare poco peso alle testimonianze di bambini, o alle denunce dei genitori. Uno scenario che ha spinto diverse associazioni ad affermare che «la Francia è incapace di proteggere i suoi bambini». Una marcia civile di protesta è prevista domenica a Fleurance, il comune occitano rurale del dramma, nella regione di Tolosa.

domenica 23 novembre 2025

Virginia Roberts Giuffre, memorie di una sopravvissuta

 


«vi prego andate avanti a leggere»
Virginia Giuffre. Il memoir postumo della «sopravvissuta» ai crimini dei pedofili Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell e del loro circolo vip. Una discesa agli inferi e una lunga battaglia

«Vi prego, non smettete di leggere questo libro» scrive Virginia Roberts Giuffre, una delle “sopravvissute” - si dovrebbe dire, salvo che lei non è sopravvissuta - agli abusi della coppia di pedofili composta da Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell e dei politici, principi, miliardari, scienziati loro amici cui era ceduta come giocattolo sessuale. “Sopravvissuta” anche agli stupri precedenti a quando, sedicenne, fu reclutata da Maxwell quale “massaggiatrice”. L’atroce racconto delle violenze subite fin dai sette anni, all’inizio per mano del padre, è difficile da sopportare e lei lo sapeva bene. Così, dopo le prime 80 pagine del suo lucido memoir pubblicato postumo, che di pagine ne fa 450 - Nobody’s girls. La mia storia di sopravvivenza in nome della giustizia - supplica chi legge di non rinunciare. «So che la mia storia è dura da sopportare - scrive -. Le violenze. L’abbandono. Le decisioni sbagliate. L’autolesionismo. Immaginate che un simile trauma vi rigiri di continuo dentro la testa, come accade nella mia, invece di essere raccontato nelle pagine di un libro che in un qualsiasi momento potete mettere da parte, per riprendere fiato. Però, vi prego, non smettete di leggere. So esattamente come aiutarvi a superare le parti più dure. È lo stesso metodo che uso per me stessa: concentrarmi sul presente». E così Virginia Roberts Giuffre si mette a descrivere i suoi tre bambini, la vita familiare, il marito che avrebbe voluto fosse un marito e non un confessore, convinta che possa risollevare il morale di chi legge come accadeva a lei. Ed è questa ingenuità caparbia, forse, una delle parti più commoventi del terribile resoconto della sua vita. Un memoir scritto «per destigmatizzare le esperienze delle vittime»; perché il modo in cui Epstein vedeva le donne e le ragazze, giocattoli usa e getta, «è piuttosto diffuso tra certi uomini di potere che credono di essere al di sopra della legge»; perché è ancora frequente l’atteggiamento che ha permesso a Epstein di fare ciò che ha fatto: quello di coloro che, vedendo le ragazzine nude sulle sue isole e intorno alle sue piscine, le ragazzine portate in giro e alle cene non si sa bene perché, facevano come niente fosse. Tanti i nomi delle persone che la minorenne Giuffre ha incontrato con Epstein: Donald Trump, Bill Clinton, Al Gore, Flavio Briatore.

Nella prefazione, firmata nell’agosto 2025 da Amy Wallace, l’autrice cui aveva chiesto di aiutarla a scrivere le sue memorie, si legge che il 9 gennaio 2025 Virginia Roberts Giuffre l’aveva chiamata, agitatissima, riferendo che il marito l’aveva aggredita, inviandole foto del suo viso gonfio e livido. Poi lo aveva denunciato, ma la polizia australiana non gli aveva contestato alcun reato. Al contrario, l’esposto fatto da lui subito dopo aveva avuto come risultato un’ingiunzione restrittiva che vietava alla donna ogni contatto con i figli. Eppure non si trattava della prima volta in cui Virginia Roberts Giuffre sporgeva denuncia: a Wallace aveva raccontato l’arresto del marito nel 2015 in Colorado per averla aggredita. Wallace ha ritracciato il vice-sceriffo, ricordava bene che contro l’uomo era stato emesso un provvedimento che gli impediva di tornare a casa, ma questo non erano consultabile. Virginia Roberts Giuffre aveva deciso di non citare quell’episodio nel libro per il bene dei figli. E così Wallace, pur sapendo che chi subisce abusi nell’infanzia ha 15 volte più probabilità di subirli anche da adulto, e pur avendo avuto testimonianza di altri maltrattamenti del marito da parte dei fratelli di Virginia Roberts Giuffre, aveva rispettato il suo desiderio.

Il 25 aprile 2005 Virginia Roberts Giuffre viene trovata morta. Nel memoir Virginia Roberts Giuffre descrive le minacce e gli appostamenti di cui era vittima dopo le denunce contro Epstein e i suoi complici, la paura che aveva che potessero fare del male a lei o alla sua famiglia - ragione per cui non rivelava i nomi dei più potenti che avevano abusato di lei da ragazzina (anche «un famoso ex primo ministro»). Wallace nella prefazione dice che si è uccisa. Eppure, il dubbio su fatto che sia stato davvero suicidio, resta in chi legge. Certo, sopravvissuta agli abusi del padre, del suo amico, all’indifferenza della madre, all’incessante tortura sessuale nel circolo di Epstein, potrebbe non essere riuscita a sopravvivere alla violenza del marito e al divieto di vedere i figli. In un’intervista fatta 20 giorni prima di morire, lei stessa dice con amarezza di essere riuscita a lottare contro Maxwell e Epstein ma di essere a lungo rimasta prigioniera della violenza domestica.

Il 1 aprile 2025 la donna aveva inviato a Wallace e al suo agente un messaggio in cui scriveva che quanto contenuto in Nobody’s girl (libro «dedicato alle mie sorelle sopravvissute e a tutte le persone che hanno subito abusi sessuali») è «di importanza cruciale, perché il suo scopo è gettare luce sui fallimenti sistemici che permettono il traffico di individui vulnerabili oltre confine. È imperativo che questa realtà venga capita e che i problemi relativi alla questione vengano affrontati, ai fini sia della giustizia, sia della sensibilizzazione. Se io dovessi morire, voglio essere certa che uscirà lo stesso. Credo abbia il potenziale di influire su molte vite e di promuovere il dibattito necessario».

Che possa influire ce lo auguriamo anche noi, e dobbiamo constatare che Virginia Roberts Giuffre - chi scrive vorrebbe non dovere nominarla con il cognome del padre che l’ha stuprata e quello del marito che l’ha maltrattata, ma non vuole neppure chiamarla solo Virginia, infantilizzandola e facendola divenire una qualunque - ha fatto tutto il possibile perché questo avvenga. Il suo atroce racconto è accurato e sincero, nonostante l’enorme dolore che deve esserle costato rievocare gli stupri del padre, dell’amico cui l’aveva prestata, dei ragazzi e degli uomini che l’avevano violentata quando vagava per le strade senza meta dopo essere fuggita dal riformatorio dove era stata mandata per il suo comportamento ribelle e per l’uso di droghe, e dove aveva confessato senza conseguenze di essere vittima di stupri, dei due anni di incessanti abusi da parte di Epstein, Maxwell e degli amici potenti cui veniva “prestata”. Ancora più penoso deve essere stato confessare come la manipolazione subita dalla coppia di pedofili e la sua disperazione l’avessero portata a provare qualcosa per Epstein, di come sapessero farla sentire complice degli abusi che subiva, e soprattutto di come a un certo punto si fosse prestata a reclutare anche lei adolescenti per loro, individuando, come le avevano appreso, quelle più fragili, facendo leva sulle loro ferite e sulla loro disperazione: il suo più grande rimorso.

E se la prima metà di Nobody’s girl racconta la discesa agli inferi dell’abuso, la parte più importante è forse la seconda. Qui, dopo essere finalmente riuscita a dire addio ai suoi carcerieri - alla richiesta di questi di partorire il loro figlio - descrive la sua vita di sopravvissuta, la misconosciuta immane difficoltà di vivere col trauma, e la decisione, alla nascita di una figlia, di rivivere tutto iniziando la battaglia legale e mediatica per far emergere la verità sui suoi aggressori. Una battaglia che nonostante tre lustri di impegno è ancora ben lungi dall’essere vinta: «dove sono i filmati che l’Fbi ha confiscato nelle case di Epstein? E perché non hanno condotto ad azioni legali contro altri criminali»? si chiede nell’ultima pagina , augurandosi che accada. E che nel futuro una ragazzina che chiede aiuto lo possa trovare facilmente.


Virginia Roberts Giuffre

Nobody’s girl

Trad. di Studio editoriale Littera

Bompiani, pagg.448, € 22

giovedì 13 novembre 2025

Trump sapeva delle ragazze


Trump "sapeva delle ragazze"
Il Foglio, 13 novembre 2025

Ieri i democratici della commissione di Vigilanza della Camera americana hanno pubblicato alcune email, tra cui una del 2019, in cui Jeffrey Epstein, scrivendo al giornalista e saggista Michael Wolff, affermava che il presidente, Donald Trump, “sapeva delle ragazze, infatti ha chiesto a Ghislaine [Maxwell] di smettere”. Il finanziere pedofilo, che in quello stesso anno si è poi suicidato in carcere dopo che era stata svelata la sua rete di abusi, sembra riferirsi a una dichiarazione di Trump secondo cui aveva deciso di bandire Epstein dalla sua villa di Mar-a-lago perché aveva tentato di avvicinare delle ragazze che lavoravano lì (Ghislaine Maxwell è la ex compagna di Epstein, condannata a vent’anni di carcere per il suo coinvolgimento nelle molestie, che ora sta cercando una riduzione della pena). In un’altra email, Epstein sostiene che Trump aveva passato “ore a casa mia” in presenza di una vittima dello stesso Epstein (Virginia Giuffre). Le email fanno parte di una serie di documenti che la commissione ha ricevuto, ha editato per nascondere i nomi delle vittime e le ha rese pubbliche, riportando l’attenzione sui rapporti tra Epstein e Trump. La Casa Bianca dice che si tratta di una selezione malevola fatta dai democratici per gettare discredito sul presidente – una selezione in cui non compaiono gli amici democratici di Epstein – ma continua a non rispondere alle richieste di trasparenza e chiarezza che vengono anche da parte del mondo Maga che ha sempre sostenuto Trump. In realtà la battaglia della trasparenza è sempre stata dello stesso Trump, che ha alimentato la teoria del complotto sulla “lista dei clienti di Epstein” usandola come arma politica contro i democratici. Poi c’è stato un cortocircuito tra complottisti, e ora Trump non vuole che si pubblichi più nulla e al Congresso sta andando in scena una lotta nel fango fra trumpiani da cui il presidente, nonostante gli enormi sforzi, non è ancora riuscito a sottrarsi.

https://www.theguardian.com/us-news/2025/nov/13/jeffrey-epstein-emails-trump

domenica 20 aprile 2025

Il successo di Lolita




Claire Messud, Nella sua forma più pura
Los Angeles Review of Books, 2 aprile 2025


PROBLEMATICO È UNA PAROLA attualmente utilizzata più o meno come, in epoca vittoriana, i drappi venivano drappeggiati su statue nude. Quando definiamo problematica una persona, un evento o un testo, ne indichiamo simultaneamente l'inappropriatezza e scegliamo, educatamente, di sorvolare sui dettagli. Esprimendo disapprovazione, la parola, nella sua delicata sfumatura, ci libera dalla necessità di specificare esattamente cosa ci disturba. Sviando l'attenzione, riflette la nostra assenza di curiosità e la presunta assenza di curiosità dei nostri interlocutori: non c'è bisogno di prestare attenzione, suggeriamo, perché problematico è tutto ciò che serve sapere.


A 70 anni, il libro più famoso di Vladimir Nabokov, Lolita , è decisamente problematico. Dopotutto, è un romanzo narrato da un pedofilo, rapitore e stupratore (e anche, non dimentichiamolo, assassino) che racconta la sua storia dal carcere, che racconta i suoi crimini con un'euforia verbale pirotecnica che equivale a gioia, che seduce ogni lettore alla complicità semplicemente attraverso l'atto della lettura: leggere il romanzo fino alla fine significa soccombere al fascino insidioso e corrotto di Humbert Humbert. Incorniciata dalle banali banalità di John Ray Jr., lo psicologo di finzione la cui prefazione introduce il racconto ("'Lolita' dovrebbe spingere tutti noi – genitori, assistenti sociali, educatori – ad impegnarci con ancora maggiore vigilanza e lungimiranza nel compito di crescere una generazione migliore in un mondo più sicuro"), la voce esuberante di Humbert seduce il lettore, proprio come molti personaggi del romanzo ne vengono scioccamente, a volte fatalmente, sedotti. Cosa stiamo facendo, quando leggiamo questo libro con tanto piacere? Cosa stava facendo Nabokov, scrivendo questo romanzo inquietante?


Che il libro sia problematico – persino profondamente – sembra quasi inutile dirlo, soprattutto perché è una notizia vecchia. Lolita causò scandalo prima ancora di essere ampiamente disponibile: completato nel 1953, pubblicato per la prima volta in Francia da Olympia nel 1955, la pubblicazione del romanzo fu ritardata negli Stati Uniti e ancora più a lungo nel Regno Unito. Dalla fine del 1956 al gennaio 1958, fu proibito in Francia e di nuovo nel luglio 1958, quando stava per uscire finalmente negli Stati Uniti, la sua distribuzione fu limitata in Francia ai maggiori di 18 anni. Alla sua pubblicazione negli Stati Uniti nell'agosto 1958, il romanzo fu salutato da Elizabeth Janeway sulla New York Times Book Review come "uno dei libri più divertenti e tristi che saranno pubblicati quest'anno". Proseguì: "Per quanto riguarda il suo contenuto pornografico, riesco a pensare a pochi volumi più adatti a spegnere le fiamme della lussuria di questa descrizione esatta e immediata delle sue conseguenze". Ma solo un giorno dopo, sul quotidiano New York Times , Orville Prescott, il principale critico letterario del giornale, proclamò:


"Lolita", quindi, è innegabilmente una novità nel mondo dei libri. Purtroppo, è una cattiva notizia. Ci sono due ragioni altrettanto serie per cui non merita l'attenzione di nessun lettore adulto. La prima è che è noioso, noioso, noioso in modo pretenzioso, sfarzoso e maliziosamente fazioso. La seconda è che è ripugnante [...] pornografia intellettuale.

A proposito dell'imminente comparsa di queste due recensioni diverse, l'editore di Lolita alla Putnam, Walter Minton, telegrafò con entusiasmo a Nabokov: "Tutti parlavano di Lolita il giorno della pubblicazione, la recensione di ieri è magnifica e il commento del NYTimes di stamattina ha fornito il carburante necessario per alimentare 300 nuovi ordini stamattina e le librerie segnalano un'eccellente domanda, congratulazioni". Nel giro di poche settimane, il libro aveva venduto 100.000 copie; rimase nella classifica dei bestseller per due anni.


Le polemiche circondarono quindi il romanzo fin dall'inizio, e continuano a farlo da allora. Nella sua postfazione, Nabokov sbeffeggia le risposte che considera insensate:


Sebbene tutti dovrebbero sapere che detesto i simboli e le allegorie (il che è dovuto in parte alla mia vecchia faida con il voodoo freudiano e in parte al mio odio per le generalizzazioni ideate da mitisti letterari e sociologi), un lettore altrimenti intelligente […] ha descritto Lolita come “la vecchia Europa che corrompe la giovane America”, mentre un altro […] vi ha visto “la giovane America che corrompe la vecchia Europa”.

Tali interpretazioni cercavano, naturalmente, di metaforizzare l'abuso reale di cui Humbert Humbert – e il suo sosia, Clarence Quilty – sono colpevoli; e, così facendo, di stendere un velo sottile, se non un opaco drappo vittoriano, sulle azioni dei pedofili. In realtà, il romanzo è diretto e concreto riguardo ai crimini di Humbert, come ha osservato Caitlin Flanagan:


Dimentico sempre quanto il romanzo sia diretto riguardo ai crimini al suo centro. Tutta quella bruttezza era nascosta, ci diciamo ogni volta che chiudiamo le sue pagine, ricoperte dalla lingua squisita di Nabokov. Ma poi, a distanza di anni, riprendiamo il libro in mano e scopriamo quali impostori siamo stati.

¤


Secondo il biografo di Nabokov, Brian Boyd, il creatore di Lolita era francamente sconvolto dalle reazioni superficiali di molti lettori:


Rimase piuttosto scioccato quando una bambina di 8 o 9 anni si presentò alla sua porta per i dolci ad Halloween, vestita dai suoi genitori da Lolita. Prima della pubblicazione del romanzo, aveva insistito con Minton affinché non ci fosse nessuna bambina sulla copertina del libro, e ora che un film su "Lolita" sembrava sempre più fattibile, avvertì Minton che "avrebbe posto il veto all'uso di una bambina vera. Che si trovassero una nana".

Nel corso dei decenni – poiché Lolita è ormai una donna anziana – diverse brillanti analisi hanno cercato di illuminare e spiegare, di liberarci dalla nostra complice decadenza di lettori (ipocrita lettore, mio ​​simile, mio ​​fratello, per citare Baudelaire) e di dipingere il romanzo o il suo autore come un complesso moralista con intenti pedagogici, sebbene Nabokov affermi, senza mezzi termini nella sua postfazione: "Non sono né un lettore né uno scrittore di narrativa didattica e, nonostante l'affermazione di John Ray, Lolita non ha alcuna morale al seguito". Piuttosto, insiste: "Per me un'opera di narrativa esiste solo nella misura in cui mi offre quella che chiamerò senza mezzi termini beatitudine estetica, ovvero la sensazione di essere in qualche modo, da qualche parte, connesso con altri stati dell'essere in cui l'arte (curiosità, tenerezza, gentilezza, estasi) è la norma". Nabokov liquida "tutto il resto" come "spazzatura d'attualità o quella che alcuni chiamano Letteratura delle Idee, che molto spesso è spazzatura d'attualità".


Se Lolita venisse pubblicato oggi per la prima volta, sarebbe allettante percepirlo, in effetti, come "spazzatura d'attualità", narrativa concepita in risposta diretta ai titoli dei giornali e ai mali della società contemporanea. Nell'ultimo decennio, grazie al movimento #MeToo, sono venute alla luce molte esperienze di sfruttamento sessuale a scapito di donne – casi provenienti dalla vita privata, ovviamente, e i più noti casi provenienti dal mondo della moda e della recitazione: Harvey Weinstein potrebbe aver abusato principalmente di adulti, ma l'attrice francese Judith Godrèche racconta di essere stata aggredita sessualmente a 14 anni; la sua connazionale Adèle Haenel a 12. Nel 2024, la figlia minore della defunta scrittrice canadese Alice Munro, Andrea Skinner, si è fatta avanti raccontando la sua storia di prolungati abusi sessuali infantili da parte del patrigno, Gerald Fremlin, a partire dall'età di nove anni – e i racconti della sua depravazione sembrano praticamente tratti dalle pagine di Lolita . Nello stesso anno, il mondo fu sconvolto e incantato dal processo in Francia a Dominique Pelicot, riconosciuto colpevole insieme ad altri 50 uomini di aver ripetutamente violentato la sua ex moglie, Gisèle Pelicot, che aveva drogato e abusato per anni. Rileggere Lolita significa ricordare con orrore che anche questo fa parte della fantasia di Humbert: desidera drogare sia la madre che la figlia, per potersi permettere la giovane Dolores ("Mi sono visto somministrare una potente pozione soporifera sia alla madre che alla figlia, per poter vezzeggiare quest'ultima per tutta la notte in perfetta impunità"). Infatti, poco dopo la morte di Charlotte Haze, la sua prima notte con Lolita all'hotel Enchanted Hunters – la stessa notte in cui incontra Quilty per la prima volta, senza saperlo – Humbert la droga, seppur senza successo, nella speranza di un rapporto con il suo corpo inerte. (Questo fallimento, a quanto pare, è dovuto ai sospetti del farmacista: mentre molti attorno a Humbert fraintendono la situazione o si dimostrano incuriositi e disposti a distogliere lo sguardo, alcuni personaggi secondari di questa storia prestano più attenzione di quanto immaginiamo a prima vista.)


Il mondo reale che ci circonda, 70 anni dopo la pubblicazione di Lolita , assomiglia inquietantemente a quello descritto da Humbert, un mondo in cui gli uomini sono psicoticamente ossessionati da donne (o ragazze, nel suo caso) la cui realtà umana è praticamente cancellata dalla loro fantasia proiettata. Come osserva Leland de la Durantaye, nel suo saggio del 2006 "Lolita in Lolita , ovvero il giardino, il cancello e i critici", a proposito della scena iniziale in cui Humbert si masturba sotto un'ignara Lolita nel soggiorno degli Haze, Humbert ha sovrapposto alla ragazza reale davanti a sé una Lolita immaginaria, "solipsizzata": "La realtà esterna gioca ovviamente un ruolo nel raggiungimento di questo piacere, ma è una realtà resa passionale dall'essere resa passiva alla costruzione e alla creazione immaginaria". Humbert, cioè, è ben contento di inventare la sua realtà, di inventare la sua Lolita, e che la ragazza incarnata serva essenzialmente da sostituto per la sua fantasia. La sua intermittente, crescente consapevolezza del suo terribile danno (lei "diceva che non riusciva a sedersi, diceva che le avevo strappato qualcosa dentro"; oppure "la stringevo forte e in effetti le ho fatto molto male [...] e per tutto il tempo lei mi fissava con quegli occhi indimenticabili dove lottavano la rabbia fredda e le lacrime calde"; oppure i suoi "singhiozzi nella notte - ogni notte, ogni notte - nel momento in cui fingevo di dormire") serve solo a rafforzare l'intensità della sua proiezione erotica e il grado in cui è in grado di ignorare e ignorare i fatti concreti che ha davanti.


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Grazie al libro di Sarah Weinman del 2018, The Real Lolita: The Kidnapping of Sally Horner and the Novel that Scandalized the World , sappiamo ora chiaramente che Nabokov era a conoscenza, mentre scriveva, del rapimento, durato due anni, dell'undicenne Sally Horner da parte di Frank La Salle nel 1948 – un evento reale rispecchiato nella sua narrativa. Lolita potrebbe quindi essere stata interpretata, anche allora, come una sorta di "spazzatura d'attualità". Dobbiamo anche riconoscere (come nei casi di Andrea Skinner negli anni '70, o di Elizabeth Smart nei primi anni 2000) che la natura umana non è cambiata ed è purtroppo improbabile che lo faccia: negli Stati Uniti, nel 2023, sono stati intentati 1.408 casi di pornografia infantile contro singoli individui. Probabilmente oggi affrontiamo più apertamente la realtà che ci circonda, ma questa non è diversa da quella degli anni Quaranta e Cinquanta: il mondo in cui Lolita era allo stesso tempo scandaloso e profondamente affascinante rimane immutato.


In un modo o nell'altro, gestiamo il nostro disagio deviando e negando. Possiamo semplicemente descrivere il romanzo come problematico e voltarci dall'altra parte. In alternativa, possiamo, come confessa di fare Caitlin Flanagan (e come ho fatto anch'io; come hanno fatto tanti lettori – come fa Humbert quando "solipsizza" Lolita), sovrapporre alla memoria la nostra versione immaginaria e più edulcorata del romanzo, reprimendo gli atti espliciti nel testo e conservando invece l'agile arguzia ironica di Nabokov/Humbert ("Mia madre, fotogenica, morì in un incidente bizzarro (un picnic, un fulmine) quando avevo tre anni"), e gloriosi riff verbali:


Una distesa di argilla splendidamente erosa; e fiori di yucca, così puri, così cerosi, ma infestati da mosche bianche striscianti. Independence, Missouri, il punto di partenza dell'Old Oregon Trail; e Abilene, Kansas, la patria del Wild Bill Something Rodeo. Montagne lontane. Montagne vicine. Altre montagne; bellezze bluastre mai raggiungibili, o che si trasformano in colline abitate una dopo l'altra; catene montuose sud-orientali, fallimenti altitudinali come le Alpi; colossi di pietra grigi venati di neve che trafiggono il cuore e il cielo, cime implacabili che appaiono dal nulla a una curva dell'autostrada; enormità boschive, con un sistema di abeti scuri ordinatamente sovrapposti, interrotti a tratti da pallidi ciuffi di pioppo tremulo; formazioni rosa e lilla, faraoniche, falliche, "troppo preistoriche per essere descritte" (blasé Lo); buttes di lava nera; montagne di inizio primavera con lanugine di giovane elefante lungo le loro creste; montagne di fine estate, tutte curve, con i loro pesanti arti egiziani ripiegati sotto pieghe di un soffice pelo fulvo e tarlato; colline color farina d'avena, punteggiate di verdi querce rotonde; un'ultima montagna rossiccia con un ricco tappeto di erba medica ai suoi piedi.

Questo jazz spettacolare è forse un esempio concreto dell'esortazione di Nabokov alla "beatitudine estetica" – l'opposto della "spazzatura topica" con il suo tedioso didatticismo? Se così fosse – questo paragrafo è solo uno tra decine di altri altrettanto emozionanti, e il gioco verbale di Humbert è ripetutamente la seduzione che ci incanta – l'invito di Nabokov non potrebbe forse essere interpretato come un distacco quasi amorale dal significato referenziale, un'inquietante insistenza sull'estetismo huysmaniano? Nabokov vuole forse che abbandoniamo il riferimento al mondo esterno a favore di una sorta di gioco libero e senza vincoli nel regno del linguaggio? La tesi è stata certamente sostenuta. A rischio di cadere nella scivolosa trappola dell'assurdo di Nabokov (l'autore, come detto, si oppone appassionatamente al simbolismo e all'analisi) – per cui, nel tentativo di chiarirlo e quindi di discolparlo come autore, cerco, ai suoi occhi, in ultima analisi soprattutto di discolpare me stesso – questo lettore percepisce l'esortazione di Nabokov in modo diverso. La percepisco, se vogliamo, come un'esortazione morale che non rientra nella moralità convenzionale: un'esortazione, cioè, a trascendere le convenzioni.


La maggior parte dei termini tra parentesi con cui Nabokov definisce "arte" – quello stato in cui intende trasportare i suoi lettori – sono tutt'altro che amorali. "Estasi", certo, ha ben poco a che fare con l'etica; ma la "gentilezza" è ampiamente intesa come un bene morale, e la "tenerezza" il suo rapporto meno solido, potenzialmente interpretata come debolezza ma indicativa di un cuore aperto, il cuore aperto che proprio permette la gentilezza. Il primo e forse più duraturo appello di Nabokov, tuttavia, è alla "curiosità". Il filosofo Richard Rorty, nel suo celebre saggio del 1988 "Il barbiere di Kasbeam: Nabokov sulla crudeltà", descrive la "non-curiosità" come la "particolare forma di crudeltà di cui Nabokov si preoccupava di più". L'interpretazione di Lolita da parte di Rorty si basa sull'unica lunga frase del romanzo sul barbiere di Kasbeam, di cui Nabokov scrive, nella postfazione, che "mi è costato un mese di lavoro". Humbert, ricordando il suddetto barbiere, lo descrive mentre chiacchiera a lungo del figlio durante il taglio di capelli, mentre Humbert non riesce clamorosamente a cogliere il fatto essenziale che il ragazzo è morto da 30 anni. Rorty nota la "disattenzione di Humbert verso qualsiasi cosa irrilevante per la sua ossessione – e la sua conseguente incapacità di raggiungere uno stato dell'essere in cui 'l'arte', come l'ha definita Nabokov, sia la norma". Lo stato dell'essere artistico, quindi, è proprio l'altruismo, la capacità di andare oltre la propria esperienza: questo è il limite madornale di Humbert, il difetto che rende possibili i suoi crimini. Rorty suggerisce che il barbiere di Kasbeam evochi, nel lettore, la preoccupazione per la nostra stessa disattenzione:


Improvvisamente Lolita ha davvero una "morale al seguito". Ma la morale non è quella di tenere le mani lontane dalle bambine, ma di notare ciò che si sta facendo, e in particolare di notare ciò che la gente dice. Perché potrebbe capitare, e molto spesso capita, che la gente stia cercando di dirti che sta soffrendo.

Lolita ci seduce con il linguaggio e insiste, nell'intenso piacere del suo gioco verbale, per essere letta. Se prestiamo attenzione a ciò che Humbert sta effettivamente dicendo, dipende, ovviamente, da ogni lettore. Distogliere lo sguardo dal romanzo senza leggerlo – nascondere il libro e risparmiarci con il velo problematico – rivela una mancanza di curiosità pericolosa, persino immorale. Insistere sulla nostra visione proiettata – "solipsizzare" Lolita e Humbert, se vogliamo, o ridurli a simboli o tipi, o più in generale leggere senza prestare una rigorosa attenzione ai dettagli più sottili del testo – essere lettori mediocri e inadeguati – è altrettanto condannabile.


Come commenta un personaggio nel romanzo giovanile di Nabokov, Bend Sinister (1947), "la curiosità [...] è insubordinazione nella sua forma più pura". Tale insubordinazione è, e forse non solo nell'universo nabokoviano, l'inizio della speranza: è il rifiuto di accettare i limiti del conosciuto; è un'apertura al reale, a qualsiasi cosa esso sia e per quanto scomodo possiamo trovarlo. Quando leggiamo Lolita con gli occhi aperti, proviamo per forza molteplici emozioni, spesso simultaneamente. Non possiamo fare a meno di riconoscere questo mondo conosciuto, la nostra familiare umanità decaduta: terribile, esilarante, bella, assurda, mostruosa e tragica. Chi non desidera plasmare il mondo secondo la propria fantasia? Eppure, suggerisce Nabokov, ognuno di noi deve imparare le nefaste conseguenze di tale desiderio. Humbert, a 70 anni, rimane indicibile, ma più significativo che mai. La sua storia e il destino di Lolita risuonano oltre la spazzatura d'attualità, oltre la vuota problematica, in un'estasi sovradeterminata (nel suo significato greco originale: stare fuori da sé). Dolorosamente, paradossalmente, in questo luogo profondamente scomodo, la curiosità si rivela al tempo stesso la nostra chiave per il sublime e la nostra bussola morale.

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