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martedì 1 settembre 2026

Franco Fontana fotografo

 

È morto il fotografo Franco Fontana

Aveva 92 anni ed era noto in tutto il mondo per i suoi scatti coloratissimi
Il Post, 29 agosto 2026

È morto a 92 anni il fotografo Franco Fontana, celebre in Italia e nel mondo per i suoi scatti coloratissimi e dalla studiata composizione geometrica. Aveva vissuto tutta la vita a Cognento di Modena, in Emilia, ma le sue opere sono esposte in più di cinquanta musei di tutto il mondo. Tra le altre cose nel 1963 espose alla Terza Biennale Internazionale del Colore a Vienna e nel 1979 al MoMA di New York.
Fu uno dei primi fotografi della sua generazione ad apprezzare le nuove possibilità offerte dalla fotografia a colori, in anni in cui era ancora considerata poco raffinata e non adatta a fotografi con pretese artistiche. Le sue fotografie si distinguevano per il modo che aveva di estrapolare pezzi di quello che vedeva, privandoli della profondità e restituendo composizioni quasi astratte della realtà.
La sua opera si è contraddistinta per l’attenzione ai paesaggi e in particolare a quelli urbani, dove immortalava componenti come porzioni di muri, insegne e stratificazioni di ogni tipo. Fotografò le colline del Sud Italia così come le città degli Stati Uniti, dove andava spesso in viaggio.
Nato nel 1933 a Modena, aveva iniziato a fotografare negli anni Sessanta, frequentando altri autori concettuali tra cui Franco Vaccari, Claudio Parmiggiani, Luigi Ghirri e Franco Guerzoni.
Negli anni gli sono stati dedicati oltre 70 libri e ha esposto in musei pubblici e gallerie private di tutto il mondo, ottenendo importanti riconoscimenti e premi, in Italia e all’estero. Ha collaborato con riviste e quotidiani e molte sue opere sono state incluse nelle maggiori collezioni mondiali.

mercoledì 4 febbraio 2026

Solo e pensoso


Francesco Petrarca
Canzoniere
XXXV

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.


Andrea Cortellessa


"Solo e pensoso i più deserti campi" è il sonetto XXXV del "Canzoniere", uno dei più celebri e forse uno dei primi ad essere composti.
In questo componimento il soggetto d'amore si presenta, secondo un topos poetico classico, come solitario. La dimensione della solitudine e del disprezzo della compagnia altrui viene fissata e canonizzata nella letteratura italiana da questo sonetto. L'identità amorosa maschile occidentale si modella sul soggetto amoroso di questo sonetto in particolare: il soggetto si proietta nel paesaggio, che diventa uno schermo della solitudine, della ricerca di questa e del viaggio solitario in luoghi incontaminati dall'impronta umana ("dove vestigio uman l'arena stampi"). La solitudine diventa anche oggetto di riflessione in un'altra opera petrarchesca, il "De vita solitaria", che riguarda il rapporto tra vita cittadina e vita in campagna, che è una vita ritirata e riparata. Petrarca inventa il paesaggio moderno in quanto specchio dell'anima, in cui si proiettano le delusioni e le sensazioni del soggetto. Ogni elemento è animato e ispirato dalle proiezioni soggettive del poeta.
Al verso 12 si può trovare un richiamo alla tradizione dantesca precedente, in particolare sembra Petrarca sembra riallacciarsi alle "Rime petrose" di Dante con l'aggettivo "aspre" ("sì aspre vie nè sì selvagge"), che si ritrova anche nel primo verso del componimento più famoso delle "Rime petrose", "Così nel mio parlar voglio esser aspro".

Andrea Cortellessa è un critico letterario italiano, storico della letteratura e professore associato all'Università Roma Tre, dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Comparate. Collabora con diverse riviste e quotidiani tra cui alfabeta2, il manifesto e La Stampa-Tuttolibri.

giovedì 1 gennaio 2026

Il cuore dell'enigma

Mario Luzi

La strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia
traverso il mare mosso
di crete dilavate
che mettono di marzo una peluria verde
è una strada fuori del tempo, una strada aperta
e punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma.

Reale o irreale, solare o notturna –
assorti ne seguivano
il lungo saliscendi
di padre in figlio i miei vecchi con un presagio di [tormento.
Reale o irreale, solare o notturna –
interroga negli anni
la mente – e l’idea di vita le si screzia
d’un volto doppio imprendibile –
interroga il pianeta duro della landa,
i poggi bruciati, le sparse rocche.
E il vento, non so se dal tempo o dallo spazio, che frusta il sangue.
Pensieri tirati sulla corda
d'un'interrogazione senza fine
non lasciano vivere, non hanno risposta.
lo intende bene lei passata da quelle dune. 

Nel corpo oscuro della metamorfosi, in Su fondamenti invisibili, Rizzoli, Milano 1971


La terra senza dolcezza d'alberi, la terra arida
che rompe sotto Siena il suo mareggiare morto
e incresta in lontananza
(inganno o verità
miraggio o evidenza -
insidia a lungo la mente
una tortura di dilemma) sperdute torri, sperdute rocche
è un luogo non posseduto dal senso, una plaga diversa
che lascia transitare i pensieri
però non li trattiene, non opera come ricordo, ma come ansia.
Inganno o verità, miraggio o evidenza -
Smarriti ne seguivano i lineamenti
con la testa rialzata sopra i quaderni
trasmettendosi oscura una domanda
e un indecifrato avvertimento i miei compagni di banco.


Inganno o verità, miraggio o evidenza -
sarebbe poi negli anni
tornata spesso la mente al suo non sciolto enigma.
E nel sangue la febbre,
nella febbre la fiamma
d'un'aspettazione incolmabile - ne sai niente?


sabato 25 ottobre 2014

Van Gogh, l'uomo e la terra






«Autoritratto» (1887)
«Autoritratto» (1887)

Milano, Palazzo Reale - fino all’8 marzo 2015
Van Gogh. L’uomo e la terra
a cura di a cura di Kathleen Adler  www.vangoghmilano.it
Una selezione di opere (oltre 50 lavori) che restituiscono la potenza del rapporto che per tutta la vita legò Van Gogh al tema della terra. Figlio di un pastore calvinista di campagna, imparò a leggere la bellezza dei contadini, fatta di dignità, fatica, umiltà. A Palazzo Reale sfilano zappatori, coltivatrici, pastori, nature morte con patate e cipolle, paesaggi fortemente influenzati dalla poetica giapponese che l’artista aveva da poco scoperto.



Roberta Scorranese 
Van Gogh, la purezza della terra
Corriere della Sera, 18 ottobre 2014

«I contadini e i pescatori dei piccoli paesi, ovunque si vada, sono diversi. Ricordano la terra, a volte sembra che ne siano plasmati». In quel fluviale dialogo scritto che per tutta la vita lo legò al fratello Theo, Vincent Van Gogh tracciò una metafisica del lavoro rurale che non è mai identificazione. I contadini che descriveva, dipingeva, frequentava nei soggiorni nella campagna del Brabante e poi della Francia, erano altro da sé: erano oggetto di ammirazione, studio, ascolto. Erano un approdo spirituale: è nella vita nei campi che si nasconde l’intima natura della purezza da raggiungere. È questo il filo che cuce le 47 opere in mostra da oggi a Palazzo Reale in Van Gogh. L’uomo e la terra, un progetto che mette in scena uno degli aspetti più profondi dell’olandese. «Una visione spirituale della terra, che racconta le figure umane, le nature morte e i paesaggi con la stessa lingua», dice la curatrice, Kathleen Adler. E sembra di vederlo, il fragile Vincent, mentre osserva i contadini «ispidi come uno spinone» che mangiano in silenzio, mani nodose e sporche («Ma un quadro con contadini non deve essere profumato», scrive a Theo).

Li vedeva da lontano quando, da bambino, tutta la famiglia faceva lunghe passeggiate all’aria aperta e poi si leggeva tutti ad alta voce. Li vedeva già allora con l’occhio acceso del padre, pastore calvinista, una piccola comunità da tenere insieme in un territorio dominato da cattolici. Li vedeva semplici, puri nella preghiera, stanchi e silenziosi. Certo, come li aveva visti il suo amato pittore Jean-François Millet, il primo ad ideare un’estetica della terra che influenzerà anche Dalí. Ma in Vincent è diverso. Qui, il Seminatore con cesta e lo Zappatore in un momento di riposo (1881), le Contadine che raccolgono patate (1885) e la litografia che precede il capolavoro del quale porta il nome, I mangiatori di patate, vanno oltre. C’è una santificazione del lavoro, una mistica febbrile della fatica che corre nei tratti durissimi, realistici (com’erano diverse le figure semi idealizzate di Millet) dei volti contadini. Sembrano i protagonisti di uno dei sermoni del padre tutto «rigore, fede e lavoro». Ecco l’evoluzione da Millet, che passa anche attraverso Gustave Courbet, padre del realismo e cantore degli ultimi: Van Gogh fonde la spiritualità del primo con il gusto naturalista del secondo, fino a ottenere quello che voleva: un’allegoria del sacro purificata nel sudore.

«Van Gogh ha cercato spesso conforto nella religione e ha seguito i sermoni del predicatore battista Charles Spurgeon», ricorda Adler. Ma, negli anni in cui Vincent si avvicina alla pittura, dalla fine del 1881, le città europee sono percorse da una vena mistico-sociale: Dostoevskij ha appena pubblicato I fratelli Karamazov, nel 1883 Nietzsche scrive Così parlò Zarathustra e nello stesso anno muoiono Wagner e Marx. Van Gogh matura una visione panteistica della natura, che non poteva però prescindere da una riflessione sul reale, riverberata negli still life come Natura morta con patate o Natura morta con statuetta di gesso e libri — in esposizione.

Nascono così anche i bellissimi ritratti in mostra, primo tra tutti Ritratto di Joseph Roulin (1889): la serenità del postino di Arles non affiora tanto dal personaggio quanto dal gioco di rimandi orientali (i fiori, lo sfondo): Vincent aveva scoperto il Giappone, un’estetica nuova attraverso la quale guardare la sua campagna. «La Provenza è il mio Giappone» dirà mentre aspettava l’amico Gauguin nel Midi. In quell’universo incontaminato (il Paese era appena uscito dall’isolamento durato oltre due secoli, conservando intatti i valori culturali) vedeva una strada dolce e pura per raggiungere una dimensione di assoluta bellezza. La mostra corre lungo i toccanti scritti di Vincent, che accompagnano le opere. Si legge: «Nell’amore così come in tutta la natura c’è un appassire e un rifiorire, ma non una morte definitiva». Un’intuizione profonda che porta dritti all’ultima parte della mostra, quei paesaggi senza la linea dell’orizzonte che fondono la sensibilità occidentale con la prospettiva libera, tipica dell’arte orientale. Una sintesi? Non sarebbe un termine giusto: ogni fase di Van Gogh è stata una conquista strappata al tempo. Verso la fine, quando sentiva avvicinarsi l’indicibile, scrisse: «Lavoro febbrilmente, di fretta, come un minatore che non vede via di scampo». Anche qui non rinunciò a sentirsi uno degli «ultimi» che aveva raccontato.

Paesaggio con covoni e luna (1889)

  Sono i paesaggi a chiudere il percorso: Arles, Saint-Rémy, Saintes-Maries-de-la-Mer, Auvers... Tutti magnifici ma uno più di tutti: è il Paesaggio con covoni e luna del luglio 1889, in cui nessun colore è verosimile ma nel quale tutto, dalle pennellate convulse alla cromia alterata, esprime lo stato d'animo perturbato del pittore, ormai alla fine della sua avventura, pronto a lasciare il Midi per l'ultima tappa, a Auvers-sur-Oise. (Ada Masoero)