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venerdì 13 dicembre 2024

Macron contro Macron. Il monarca repubblicano in difficoltà

 


Filippo OrtonaSandrine Rousseau: «Macron deve capire: o sfiducia o coabitazione», il manifesto, 11 dicembre 2024

Un primo ministro sarà nominato «in 48 ore», ha detto Emmanuel Macron ai responsabili dei partiti ricevuti ieri all’Eliseo. Dopo la sfiducia al governo di Michel Barnier votata dal Rassemblement National di Marine Le Pen e dal Nuovo Fronte Popolare delle sinistre, il Partito socialista, gli Ecologisti e il Partito comunista hanno proposto al blocco macronista e al centro-destra di trovare un accordo di “non-sfiducia”, attirandosi le critiche de La France Insoumise, che ha rifiutato l’invito del Capo dello Stato.

L’incontro, tuttavia, è sembrato inconcludente: Macron non sarebbe disposto a fare «alcun compromesso» né «alcuna concessione», ha detto la segretaria degli Ecologisti Marine Tondelier, all’uscita dall’Eliseo.

Finché Emmanuel Macron «non accetta» l’idea di una «coabitazione», cioè di “convivere” con un primo ministro di un altro colore politico, delegandogli di fatto il potere esecutivo, «non c’è discussione possibile», dice Sandrine Rousseau al manifesto. La deputata degli Ecologisti, figura di spicco del partito e dei movimenti femministi, è tra le più convinte sostenitrici dell’unione del Nuovo Fronte Popolare, messa a dura prova in questi giorni.

Come valuta questo incontro tra i dirigenti dei partiti e il presidente della Repubblica?

Penso che la sola domanda che debba essere posta a Emmanuel Macron in questo momento sia: “è pronto a fare una coabitazione”? Finché non risponde a questa domanda, non c’è discussione possibile. Siamo in una situazione nella quale la politica di Macron viene perseguita con la forza.

È ottimista sulla possibilità che le forze politiche facciano dei compromessi per formare un governo di coalizione?

Non è una questione di essere o meno ottimisti. Il fatto è che la democrazia francese è fondata sul principio che il gruppo arrivato in testa alle elezioni possa governare (cioè, il Nuovo Fronte Popolare alle ultime elezioni legislative, ndr). È un principio di base piuttosto semplice. Dopodiché, si tratta di trovare dei compromessi all’Assemblée Nationale, di legge in legge. Ma non nella composizione del governo stesso.

La France Insoumise ha rifiutato di sedersi all’Eliseo con gli altri partiti. È la fine del Nfp?

Non credo sia la fine del Nfp. Ci sono posture diverse ma non ci sono divergenze nel merito delle cose, almeno per ora. Anzi, io rendo omaggio a quelle forze politiche che hanno scelto la fermezza, di fronte a un Macron che non riconosce la propria sconfitta. Davanti a qualcuno che nega la realtà, bisogna aumentare il rapporto di forza, non abbiamo scelta, e questo lo si può fare ponendogli un’alternativa: o la sfiducia, o la coabitazione.

Cosa risponde a chi dice che non facendo un accordo con la compagine macronista, si rischia di ridare le chiavi del potere a Marine Le Pen?

Ma non siamo noi che abbiamo scelto di dare il potere al Rassemblement National. È Macron che ha deciso che il Rn è più frequentabile di noi, è a lui che bisognerebbe porre la domanda. Noi non abbiamo mai fatto alcun compromesso con il Rn. Noi abbiamo una linea politica di cui Macron non vuole saperne. Ma è il popolo francese ad avere scelto questa linea politica. È per questo che ci troviamo in questa crisi, a causa del carattere ostinato, ottuso di Macron, il quale rifiuta di riconoscere la propria sconfitta. È molto grave perché la V Repubblica prevede troppi pochi contro-poteri, non è stata pensata per far fronte a questo tipo di scenario, nel quale un uomo solo ne rifiuta il funzionamento.

Come si esce da questa crisi? Con le dimissioni di Macron?

Io non chiedo le dimissioni di Macron, ma dico solamente che non avrà scelta se continua a intestardirsi. Se la sua testardaggine e il suo carattere ostinato lo condurranno alle dimissioni, questa è una domanda alla quale solo lui ha la risposta. Non saranno i nostri appelli che cambieranno qualcosa. È Macron che ha in mano le chiavi del proprio avvenire politico.

Come mai Macron ha meno difficoltà a trovare un accordo con Marine Le Pen piuttosto che con il Nfp?

Perché il Rn non minaccia il liberalismo economico, mentre noi sì, lo minacciamo.


 

Che ne pensa degli sforzi messi in campo dal Ps per trovare un accordo di non-sfiducia con il blocco macronista?

Credo che il Ps volesse far vedere che era in grado di discutere. L’inquietudine che avevamo, era a proposito della solidità nel merito, sul programma. E quello che vediamo, è che il Ps è rimasto saldo sui principi.



giovedì 29 novembre 2018

Alle origini del neoliberismo

Ludwig von Mises

Paolo Di Motoli,
Neoliberalismo, tutto cominciò nella Camera di commercio a Vienna
il manifesto, 29 novembre 2018



Lo storico del Wellesley college (Massachussets) Quinn Slobodian ha pubblicato di recente un testo (Globalist. The End of Empire and the Birth of Neoliberalism, Harvard University Press) che intende raccontare la nascita del neoliberalismo da un punto di vista differente rispetto alla vulgata comune anche tra gli scienziati sociali.
Secondo l’autore uno degli ostacoli principali nel raccontare il neoliberalismo, ponendosi dal punto di vista dei suoi animatori, è l’eccessiva fiducia nelle categorie interpretative del celebre storico dell’economia e antropologo Karl Polanyi.
L’INFLUENZA RETROATTIVA della sua opera più importante dal titolo La grande trasformazione ha prodotto una narrazione del neoliberalismo (pur precedendolo) come di un movimento teorico volto a «liberare» dalla società il mercato interpretato come fatto naturale e realizzando l’utopia di un mercato che si regolamenta da solo. Questa narrazione si è di fatto sovrapposta alle reali intenzioni degli stessi autori ascrivibili al neoliberalismo che invece pensavano al mercato come intreccio di relazioni che deve fare affidamento sulle reti istituzionali.
Secondo Slobodian, fin dai suoi esordi, il neoliberalismo austriaco non avrebbe cercato di abbattere lo stato, ma di creare un ordine internazionale ben strutturato in grado di salvaguardare la proprietà privata dalle ingerenze dei singoli stati. Questo pensiero era il frutto di una reazione di stampo conservatore al crollo dell’impero asburgico.
LO STORICO FA INIZIARE il neoliberalismo non dall’autonarrazione eroica che ne fecero i membri della Mont Pèlerin society (otto premi Nobel al suo interno) del 1947 che nella pubblicistica si è sempre battuta per il liberalismo e per la società aperta, ma dall’edificio della Camera di commercio di Vienna dove Ludwig Von Mises cominciò a lavorare a partire dal 1909.
MISES RITENEVA il crollo asburgico come una minaccia per la proprietà privata poiché questa era garantita in passato dall’imperatore mentre con la democrazia poteva essere messa in discussione e controllata dallo stato. L’avvento del fascismo venne salutato da Mises con sollievo e l’ordoliberale tedesco Wilhelm Röpke gli fece eco con ancora maggiore convinzione. Il teorico tedesco scrisse nel 1964 che i neri del sud Africa appartenevano a un livello di civiltà inferiore e che l’apartheid non era oppressivo e assieme alla Rhodesia era uno dei bastioni della civiltà bianca attaccata dal nuovo ordine postcoloniale. William Hutt, economista inglese ascrivibile alla scuola austriaca che lavorò alla Cape Town University teorizzava la difesa dell’occidente bianco, cristiano e caucasico da quello che chiamava in epoca postcoloniale «imperialismo nero». Slobodian non ci parla di Milton Friedman e delle politiche reaganiane ma dei neoliberali che da Vienna passarono a Ginevra (sede della Società delle Nazioni dal 1920) focalizzando il loro pensiero sulla politica globale.
DOPO GLI ECONOMISTI, pronti a mettere in discussione lo statuto epistemologico stesso della loro disciplina – poiché la sua istituzionalizzazione rischiava di per sé di portare a pianificazione e redistribuzione – venne una nuova generazione di giuristi come Ernst-Ulrich Petersmann che lavorarono per costruire ordini internazionali e intergovernativi per il commercio e la protezione legale della proprietà privata. Von Hayek in una lettera al Times di Londra del 1978 sosteneva che le libertà personali erano più ampie sotto il regime di Pinochet piuttosto che sotto Allende, avendo in mente proprio la difesa della proprietà privata.