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martedì 10 febbraio 2026

Messud, il privato e la storia


Antonio Monda
Claire Messud , la scrittura indispensabile
Il Foglio, 9 febbraio 2026

Claire Messud vive in Massachusetts insieme al marito James Woods e ai due figli, insegna scrittura creativa a Harvard tenendosi a distanza dai salotti letterari che ha saputo raccontare brillantemente. I suoi libri, a partire dal 2013, sono pubblicati in Italia da Bollati Boringhieri. Col tempo ho avuto modo di apprezzarne la sincera generosità, ma sin dal primo incontro sono rimasto colpito dalla sua umiltà e curiosità.

Come è diventata una scrittrice?

Da piccola amavo i racconti e le storie, e quando mi sono resa conto che non esistevano per conto loro, ma qualcuno li aveva inventati, ho capito che era quello che volevo fare nella vita. Solo in seguito ho scoperto che mia madre e mio nonno paterno erano scrittori frustrati: lei ha scritto migliaia di lettere lunghissime, lui romanzi e racconti mai pubblicati. Sono una scrittrice anche perché loro mi hanno istillato questo desiderio.

Cosa significa per lei scrivere?

E’ il modo in cui capisco il mondo. Per me è ancora miracoloso il fatto di leggere un libro e comprendere i pensieri o i mondi immaginari nati nella mente di persone dalle quali sono separata da secoli o continenti. Per me scrivere è pensiero, immaginazione, possibilità, musica, comunicazione: cose diverse, tutte indispensabili.

Come ha contribuito alla sua formazione l’aver vissuto in Australia e in Canada?

Sono state esperienze molto importanti. Sidney è stato un posto meraviglioso per una bambina: vita all’aperto, panorami straordinari e l’energia di una splendida città portuale. Come Toronto per un’adolescente, con la possibilità di girarla con i mezzi pubblici, andare alla scuola francese, e poi la magnifica esperienza dell’università. In entrambi i paesi il livello dell’educazione era eccellente, ed era focalizzata sulla letteratura britannica e del Commonwealth. Ho una grammatica e una sintassi essenzialmente non americane: nel bene nel male questa è la forma dei miei pensieri e del mio modo di esprimermi.

Che ruolo hanno avuto i suoi genitori?

I miei adorati e complicati genitori hanno avuto un’enorme importanza per la mia formazione culturale. Mio padre era francese e i suoi genitori avevano una devozione per la vita intellettuale che ci è stata istillata da quando siamo nati: era considerata fondamentale al punto da escludere quella del corpo, che ritenevano esistesse solo come luogo in cui è situato il cervello! Ho imparato da loro ad amare i classici, la letteratura francese e la saggistica: mio padre era appassionato di medio oriente e Bisanzio, e la casa era piena di libri su questi argomenti. Anche mia madre era un’avida lettrice, e devo a lei un intero canone di scrittrici: Virginia Woolf, Jean Rhys, Elizabeth Bowen, Katherine Mansfield, Djuna Barnes, Antonia White, Elizabeth Taylor, Sylvia Townsend Warner, Christina Stead, Muriel Spark… le considero parte della famiglia, delle prozie…

Chi è il più grande scrittore non celebrato nella storia della letteratura?

Sono così tanti gli scrittori che non hanno avuto quello che avrebbero meritato. Ho capito che molto è dovuto al caso: scrittori che si sono espressi in una lingua non diffusa, scrittrici e autori di colore ignorati per secoli... C’è poi chi scrive fuori dal mainstream: il lavoro più rischioso spesso è meno celebrato. Ma forse i più grandi eroi sono i piccoli editori indipendenti: resistono grazie alla passione per la letteratura e le idee, non si arricchiscono e dedicano la loro esistenza al lavoro di autori non mainstream con uno slancio quasi religioso. Dobbiamo a loro la sopravvivenza di tante opere importanti. 

Suo marito James Wood è un importante critico letterario: le dà consigli?

E’ da molto tempo che James è il mio primo lettore: sono una persona fortunata, ed è lui a trovarsi in una posizione difficile, deve essere allo stesso tempo il marito che mi ama e il critico onesto. E’ gentile nelle prime fasi e più diretto quando il manoscritto prende forma. Mi fido del suo parere – anche se non sempre seguo i suoi suggerimenti – e gli sono sinceramente grata. Ha mai recensito in privato i suoi libri? James è una persona che ama la pace, quindi non lo fa. O almeno non lo fa con me! Qual è la sua routine nella scrittura? Varia costantemente, perché devo anche guadagnarmi da vivere. Quando insegno a tempo pieno la mia scrittura è confinata nelle vacanze, che nel mondo accademico sono molto lunghe. Quando sono nel pieno della scrittura, comincio al mattino dopo aver portato a spasso i cani e il caffè.

Quali libri l’hanno formata maggiormente? 

Il mio canone è cresciuto e cambiato col tempo. In gioventù e per tutta la vita Dostoevskij, Tolstoj, Flaubert, James, Wharton e poi i modernisti –Proust, Woolf e Svevo. Quindi Camus, Bernhard, Grossman, ma anche tutte le scrittrici che ho letto grazie a mia madre, e poi Toni Morrison, Rushdie, García Márquez. Più recentemente, continue grandi rivelazioni, dalla rilettura di Agostino d’ippona alla scoperta di Jenny Erpenbeck, Mathias Énard e Marie Ndiaye…

Qual è la cosa più importante che si aspetta di insegnare?

Spero di insegnare ai giovani a essere attenti. Si può vivere nel mondo come uno scrittore anche se non si sta scrivendo: quello che conta è ascoltare, osservare, vedere ogni singola esperienza come valida in sé stessa. Se ad esempio uno scrittore è bloccato nel traffico, che effetto ha questa frustrazione nel suo corpo? Cosa arriva alla sua mente? Che odore ha l’aria? Quello che possiamo fare meglio è dire a uno scrittore cosa abbiamo letto in una sua pagina, perché la concretizzazione di quello che c’è nell’immaginazione è sempre imperfetta, e non sempre sappiamo quello che non siamo riusciti a comunicare. A volte comunichiamo cose senza saperlo ed è utile che i lettori fungano da specchio.

A parte il talento, cos’è impossibile insegnare?

Il linguaggio è un mezzo – ricco, complicato e spesso difficile da maneggiare. Per scrivere bene è necessario che tu conosca il tuo mezzo, che sia consapevole di cosa possa fare il linguaggio, quando è rigido e quando è duttile, e come i cambiamenti nella sintassi e nella scelta delle parole possano ottenere gli effetti voluti. Impariamo leggendo, leggendo, e leggendo nella maniera più ampia possibile: questo non puoi insegnarlo e in classe ti accorgi subito di chi legge.

Lei ha dichiarato che I figli dell’imperatore è un libro sull’ambizione: qual è il rapporto con l’avidità?

Non sono la stessa cosa. Viviamo in era un’era in cui il denaro è considerate la prima misura del successo, quindi essere ambiziosi in questo contesto comprende forse anche l’avidità, ma non è stato sempre così e non c’è bisogno che sia così. L’ambizione per l’eccellenza credo che sia una cosa buona: mia nonna diceva che se un lavoro è degno di essere fatto, è degno di essere fatto bene. L’ambizione per la cultura –imparare e assorbire fare molte esperienze, espandere la propria mente – è un’altra cosa buona. L’ambizione mondana è invece complicata: i personaggi dei Figli dell’imperatore ambiscono al successo e al riconoscimento mondano più che alla loro intimità.

Cos’è che la letteratura può fare e le immagini non possono?

Leggere implica un lavoro intellettuale più impegnativo di quello che si fa guardando le immagini, e i telefoni dai quali siamo diventati inseparabili sono strutturati più per le immagini che per le parole. La soddisfazione che dà la parola è unica. Come disse Nabokov, lo scrittore e il lettore scalano la montagna per incontrarsi sulla cima. Piuttosto che assorbire una versione prefabbricata, il lettore crea la propria versione del testo anche se ampiamente condivisa con altri lettori: è ciò che lo rende speciale. La scrittura inoltre può comunicare l’intimità – un aspetto enorme e determinante delle nostre vite – infinitamente meglio di quanto lo facciano le immagini.

In America la quota di mercato di libri non inglesi è intorno al 4 per cento…

Non è sorprendente che gli americani siano isolati e spesso assorbiti in loro stessi. Il paese è enorme e vario nella conformazione fisica e le popolazioni: c’è molto da imparare senza abbandonarne i confini. Molto spesso non siamo consapevoli della vitalità degli scambi culturali che esistono altrove. Negli ultimi anni negli Stati Uniti c’è stata una crescita d’interesse per gli scrittori latino-americani, asiatici e scandinavi: spero che queste finestre sul mondo continuino ad aprirsi.

Come è cambiata l’America con l’attuale amministrazione?

Gran parte della gente che conosco è estremamente allarmata. E’ stato uno shock assistere a quanto è stato distrutto velocemente sia nel paese che nel mondo intero: essenzialmente la fine delle regole imposte dalla legge. Il fatto che ci sia un’opposizione così poco efficiente è sconcertante e deprimente. La gente ha avuto paura, ma con quello che è successo recentemente è più arrabbiata che spaventata.

Come vede la situazione in relazione al razzismo e ai diritti delle donne?

L’utilizzazione malvagia dell’Ice ha dato potere ai razzisti. Il presidente e la sua amministrazione lo sono apertamente: il razzismo è vecchio come il paese, come anche la lotta per contrastarlo, ma negli ultimi anni ci sono stati peggioramenti. Per quanto riguarda le donne, questa amministrazione ha deciso di ritornare negli anni 50 o addirittura nell’Ottocento. Chi deplora questa situazione aberrante – e sono convinta che si tratta della grande maggioranza – deve combattere con molta più forza.

Il presidente rappresenta un’eccezione nella storia americana o un’inevitabile conseguenza?

E’ possibile entrambe le cose? A volte penso con allarme agli ultimi paragrafi della Coscienza di Zeno: ‘Quando tutti i gas velenosi saranno esauriti, un uomo, fatto come tutti gli altri uomini di carne e di sangue, nella quiete della sua stanza inventerà un esplosivo di una potenza tale che, al suo confronto, tutti gli esplosivi esistenti sembreranno innocui giocattoli. E un altro uomo, fatto a sua immagine e a immagine di tutti gli altri, ma un po’ più debole di loro, ruberà quell’esplosivo e striscerà fino al centro della terra con esso, collocandolo proprio nel punto in cui calcola che avrebbe il massimo effetto. Ci sarà una tremenda esplosione, ma nessuno la udrà, e la terra tornerà al suo stato nebuloso e andrà vagando nel cielo, finalmente libera da parassiti e malattie’. Speriamo che non sia così.

C’è qualcosa che i suoi avversari dovrebbero imparare da Trump?

E’ riuscito a catturare la devozione di una parte significativa della popolazione. Nelle ultime elezioni è riuscito a persuadere nuovi elettori a votarlo, sebbene molti oggi ci ripenserebbero. Ma non posso suggerire in alcun modo di imitarlo: è un bullo, vendicativo, un fuorilegge, disonesto, arrogante, ignorante e non ha alcun rispetto per gli altri.

Ritiene che tra le ragioni del suo successo ci sia la reazione alla cultura woke?

Sono d’accordo sul fatto che alcuni eccessi hanno alienato molta gente. In entrambi i lati della politica sembra che ci sia una tendenza vendicativa e purista che rifiuta il compromesso e la compassione. Io penso che le persone, nella maggior parte dei casi, facciano del loro meglio per essere decorose, e meritino leader che mostrino decenza verso tutti. I leader – compresi quelli mediocri o non adeguati – influenzano i loro elettori nel bene nel male: abbiamo un enorme bisogno di idee migliori.

La sinistra è stata accusata di diventare sempre più elitaria.

Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe molto tempo. In questo paese le persone con il più alto grado di istruzione, e coloro che fanno parte delle istituzioni accademiche, tendono a essere di sinistra, così come chi vive nelle città. Nel suo bel libro The Tyranny of Meritocracy Michael Sandel sostiene che il passaggio avvenuto qualche decennio fa verso il mito della meritocrazia nelle istituzioni accademiche – che erano decisamente classiste – ha portato a una grande forma di risentimento, perché se il presupposto per entrare ad Harvard e Yale è quello del merito e tu non ce la fai, si deduce che non sei meritevole. A ciò si aggiungono i social media che pubblicizzano la ricchezza materiale in un modo che non ha precedenti: la gente diviene dolorosamente consapevole di tutto quello che non ha. La dignità di una vita più piccola, di un successo limitato e i valori intangibili sono minati alle fondamenta. Frequentare l’Ivy League* è come vincere la lotteria – qualcosa che cambia per sempre le prospettive di carriera e il potenziale reddito: in una nazione che venera il denaro più di ogni altra cosa ciò rappresenta un valore. Il mondo liberal è quindi percepito come una cricca di privilegiati, e la vita non modesta di molti politici di sinistra non aiuta: Jimmy Carter aveva dato un buon esempio, come oggi Bernie Sanders.

Ritiene che l’idea della libertà sia a rischio?

Abbiamo raggiunto un momento di grave crisi, tra i recenti comportamenti di Trump all’estero (Venezuela, Groenlandia, Nato) e in casa (l’assassinio di innocenti manifestanti a Minneapolis da parte dell’ice e l’arresto di bambini) – per non parlare dell’accumulazione di potere autoritario in molte aree: vediamo se la gente distratta e pacificata reagirà. Sì, l’esperimento americano è in pericolo nel suo 250º compleanno, e il giovane impero sembra in grande declino. Distratti da orrori grandiosamente pirotecnici, la gente parla poco della disintegrazione della vita quotidiana: non mi riferisco solo ai prezzi alti ma al fallimento del sistema postale come di quello della sanità, dell’educazione, la sorveglianza implacabile e il colpo di stato digitale del Doge. E anche le potenziali devastazioni di un’intelligenza artificiale senza regole. Trump assomiglia a uno dei tardi imperatori – forse Nerone? – e mi chiedo se sia la fonte o l’ostinato e ignaro veicolo per la fine dell’America per come l’abbiamo conosciuta.

Che ruolo hanno gli artisti e gli intellettuali in una situazione del genere?

La responsabilità di rimanere fedeli alla verità: i regimi autoritari sono costruiti sulla propaganda, le menzogne e la paura. Spetta alle persone che pensano osservare, registrare e analizzare con onestà. Credo che sia essenziale anche non rinunciare alla complessità e alle sfumature. L’umanità è complicata e la letteratura ci insegna che la gente può essere molte cose allo stesso tempo: l’eccesso di semplificazione e le certezze cieche sono nemiche della verità. E’ il momento di rileggere Rhinocéros di Jonesco e La peste di Camus, Buio a mezzogiorno di Koestler, Il presidente di Miguel Ángel Asturias, le opere di Natalia Ginzburg, Primo Levi, Solgenitsin, e così via. O Svetonio. L’umanità si è trovata su questa strada molte volte prima di oggi, e la letteratura ha molto da dirci.


* L'Ivy League è composta da otto università private d'élite negli Stati Uniti nord-orientali note per l'eccellenza accademica, la selettività e il prestigio storico: Brown, Columbia, Cornell, Dartmouth, Harvard, Princeton, University of Pennsylvania e Yale. Originariamente una conferenza atletica costituita nel 1954, queste istituzioni sono altamente competitive, spesso vantando tassi di accettazione inferiori al 10% e sono riconosciute a livello globale per la ricerca di alto livello, reti di ex alunni influenti e sostanziali aiuti finanziari.

https://machiave.blogspot.com/2025/04/il-successo-di-lolita.html

lunedì 25 agosto 2025

Mia madre viene da me


Arundhati Roy racconta la sua infanzia da fuggitiva: "Le mie ginocchia erano piene di cicatrici e tagli, segno della mia vita selvaggia, imperfetta e senza padre"

Quando scoppiò la guerra tra India e Cina, l'autrice e suo fratello furono portati dalla madre in un viaggio caotico da una casa di campagna a un'eccentrica famiglia nel Kerala. Avrebbero mai trovato un posto sicuro?

Un insegnante era ciò che mia madre aveva sempre desiderato essere, ciò per cui era qualificata. Durante gli anni in cui fu sposata e visse con nostro padre, che lavorava come assistente manager in una remota piantagione di tè in Assam, il sogno di intraprendere una carriera di qualsiasi tipo si atrofizzò e svanì. Si riaccese (più come un incubo che come un sogno) quando si rese conto che suo marito, come molti giovani che lavoravano in piantagioni di tè isolate, era irrimediabilmente dipendente dall'alcol.

Quando scoppiò la guerra tra India e Cina nell'ottobre del 1962, donne e bambini furono evacuati dai distretti di confine. Ci trasferimmo a Calcutta. Una volta arrivati, mia madre decise che non sarebbe più tornata in Assam. Da Calcutta attraversammo il paese, fino a Ootacamund, una piccola località collinare nello stato del Tamil Nadu. Mio fratello, LKC, Lalith Kumar Christopher Roy, aveva quattro anni e mezzo e io mancava un mese al mio terzo compleanno. Non vedemmo né sentimmo più nostro padre fino ai vent'anni.

A Ooty vivevamo in una metà di un cottage "per le vacanze" che apparteneva a nostro nonno materno, che si era ritirato come alto funzionario governativo – un entomologo imperiale – presso il governo britannico a Delhi. Lui e mia nonna erano separati. Aveva reciso i legami con lei e i suoi figli anni prima. Morì l'anno in cui nacqui.

Non so come siamo entrati in quel cottage. Forse l'inquilina che viveva nell'altra metà aveva una chiave. Forse siamo entrati noi. Il cottage era umido e tetro, con pavimenti di cemento freddi e screpolati e un soffitto di amianto. Un tramezzo di compensato separava la nostra metà dalle stanze occupate dall'inquilina. Era un'anziana signora inglese di nome Mrs Patmore. Portava i capelli raccolti in una pettinatura alta e gonfia, il che ci faceva chiedere cosa ci nascondessero dentro. Vespe, pensavamo io e mio fratello. Di notte faceva brutti sogni e urlava e si lamentava. Non sono sicuro che pagasse l'affitto. Forse non sapeva a chi pagarlo. Noi, di certo, non pagavamo l'affitto. Eravamo abusivi, intrusi, non inquilini. Vivevamo come fuggitivi tra enormi bauli di legno pieni zeppi degli abiti opulenti dell'Entomologo Imperiale defunto: cravatte di seta, camicie eleganti, tailleur.

Trovammo una vecchia scatola di biscotti piena di gemelli. Più tardi, quando io e mio fratello fummo abbastanza grandi da capire, ci raccontarono le leggendarie storie di famiglia su di lui: sulla sua vanità (si faceva fotografare in uno studio fotografico di Hollywood) e sulla sua violenza (frustava i figli, li cacciava di casa regolarmente e spaccava la testa di mia nonna con un vaso di ottone). Fu per allontanarsi da lui, ci raccontò nostra madre, che sposò il primo uomo che le chiese di sposarlo.

Poco dopo il nostro arrivo, trovò un lavoro come insegnante in una scuola locale chiamata Breeks. Ooty, all'epoca, pullulava di scuole, alcune delle quali gestite da missionari britannici che avevano scelto di rimanere in India dopo l'indipendenza. Strinse amicizia con un gruppo di loro che insegnavano in una scuola per soli bianchi chiamata Lushington, che accoglieva i figli dei missionari britannici che lavoravano in India. Riuscì a convincerli a lasciarla assistere alle loro lezioni quando aveva del tempo libero dal lavoro. Assorbì avidamente i loro metodi di insegnamento innovativi, pur rimanendo turbata dal loro razzismo gentile e benintenzionato verso gli indiani e l'India.

Dopo pochi mesi dalla nostra fuga, mia nonna (la vedova dell'entomologo) e il suo figlio maggiore – il fratello maggiore di mia madre, G. Isaac – arrivarono dal Kerala per sfrattarci. Non li avevo mai visti prima. Dissero a mia madre che, ai sensi del Travancore Christian Succession Act, le figlie non avevano alcun diritto sulla proprietà del padre e che dovevamo lasciare immediatamente la casa.

Roy nel 1963 a Ootacamund, con la madre e il fratello. Fotografia: per gentile concessione di Arundhati Roy

A loro non sembrava importare che non avessimo un posto dove andare. Mia nonna non parlava molto, ma mi spaventava. Aveva le cornee coniche e indossava occhiali da sole opachi. Ricordo mia madre, mio ​​fratello e io che ci tenevamo per mano, correndo per la città in preda al panico, cercando un avvocato. Nella mia memoria era notte e le strade erano buie. Ma non poteva essere così. Perché riuscimmo a trovare un avvocato, che ci disse che il Travancore Act si applicava solo allo stato del Kerala, non al Tamil Nadu, e che anche gli abusivi avevano dei diritti. Disse che se qualcuno avesse cercato di sfrattarci, avremmo potuto chiamare la polizia. Tornammo al cottage tremanti ma trionfanti.

Nostro zio G. Isaac non poteva sapere allora che, cercando di sfrattare la sorella minore dalla casa del padre, stava gettando le basi per la propria rovina. Ci sarebbero voluti anni prima che mia madre avesse i mezzi e la legittimazione per contestare il Travancore Christian Succession Act e pretendere una quota equa della proprietà di suo padre in Kerala. Fino ad allora, avrebbe protetto e custodito questo ricordo della sua mortificazione come se fosse un prezioso cimelio di famiglia, il che, in un certo senso, lo era.

Dopo il nostro colpo di stato legale, ci siamo trasferiti nel cottage e ci siamo fatti un po' di spazio. Mia madre regalava i completi e i gemelli dell'Entomologo Imperiale ai tassisti alla stazione dei taxi vicino al mercato, e per un po' Ooty ha avuto i tassisti più eleganti del mondo.

Nonostante il nostro senso di sicurezza, conquistato a fatica ma ancora incerto, le cose non andarono come volevamo. Il clima freddo e umido di Ooty aggravò l'asma di mia madre. Giaceva sotto una spessa trapunta rosa metallizzato su un'alta brandina di ferro, respirando affannosamente, costretta a letto per giorni interi. Pensavamo che stesse per morire. Non le piaceva che la fissassimo e ci ordinava di uscire dalla sua stanza. Così io e mio fratello andavamo a cercare qualcos'altro da fissare.

Per lo più, ci dondolavamo sul basso e traballante cancello all'angolo del complesso triangolare, osservando le coppie di sposi novelli in luna di miele che si tenevano per mano e passavano davanti a casa nostra, diretti a corteggiarsi nei famosi giardini botanici di Ooty. A volte si fermavano a parlare con noi. Ci davano dolci e noccioline. Un uomo ci ha regalato una fionda. Abbiamo passato giorni a perfezionare la mira. Abbiamo fatto amicizia con degli sconosciuti. Una volta, uno di loro mi ha afferrato la mano e mi ha trascinata dentro casa. Ha detto a mia madre con tono severo che sua figlia aveva la varicella. Mi ha costretta a mostrarle la vescica sulla pancia, che avevo mostrato a chiunque volesse esaminarla. Mia madre era furiosa. Dopo che se ne fu andato, mi diede un forte schiaffo sulla guancia e mi disse che non dovevo mai sollevare il vestito e mostrare la pancia agli sconosciuti. Soprattutto agli uomini.

Forse era la sua malattia o i farmaci, ma diventò estremamente irascibile e cominciò a picchiarci spesso. Quando lo faceva, mio ​​fratello scappava e tornava a casa solo dopo il tramonto. Era un ragazzo tranquillo. Non piangeva mai. Quando era arrabbiato, appoggiava la testa sul tavolo da pranzo e fingeva di dormire. Quando era felice, il che non accadeva spesso, mi saltava intorno pugilando l'aria, dicendo di essere Cassius Clay. Non so come facesse a sapere chi fosse Cassius Clay; io non lo sapevo. Forse glielo aveva detto nostro padre. Credo che quegli anni a Ooty siano stati più difficili per lui che per me perché ricordava le cose. Ricordava una vita migliore. Ricordava nostro padre e la grande casa in cui avevamo vissuto nella piantagione di tè. Ricordava di essere stato amato. Per fortuna, io no.

Mio fratello iniziò la scuola prima di me. Frequentò la Lushington, la scuola dei bianchi, per qualche mese. (Dev'essere stato un favore fatto a mia madre dai missionari.) Ma quando iniziò a chiamare i bambini del posto come noi "quei bambini indiani", lei lo tirò fuori e lo iscrisse alla Breeks, la scuola in cui insegnava.

Nei giorni in cui l'asma era particolarmente forte, mia madre scriveva una lista della spesa con verdure e provviste, la metteva in un cestino e ci portava in città. Ooty era una cittadina sicura, piccola, con poco traffico. I poliziotti ci conoscevano. I negozianti erano sempre gentili e a volte ci facevano persino credito. La più gentile di tutte era una signora di nome Kurussammal, che lavorava nel laboratorio di maglieria. Ci fece a maglia due maglioni a collo alto. Verde bottiglia per mio fratello. Prugna per me.

Quando mia madre fu costretta a letto per alcune settimane, Kurussammal si trasferì da noi. Il nostro stile di vita audace finì. Fu Kurussammal a insegnarci cos'è l'amore. Cos'è l'affidabilità. Cosa significa essere abbracciati. Cucinava per noi e ci faceva il bagno all'aperto, nel gelido freddo di Ooty, con l'acqua che faceva bollire in un'enorme pentola su un fuoco di legna. Ancora oggi, io e mio fratello dobbiamo essere quasi bolliti per sentirci lavati a dovere.

Prima di farci il bagno, ci ha tolto i pidocchi dai capelli con il pettine e ci ha mostrato come eliminarli. Mi piaceva molto ucciderli. Facevano un suono appagante quando li schiacciavo con l'unghia del pollice. Oltre a essere una magliaia fulminea, Kurussammal era una cuoca superba. Era specializzata nel preparare cibo praticamente senza ingredienti. Persino il riso bollito con sale e peperoncino verde fresco era delizioso quando lo metteva nei nostri piatti. Il nome di Kurussammal significa "madre della croce" in tamil. Suo marito era Yesuratnam ("Gesù gioiello", "gioiello dei gioielli"). Aveva un gozzo sul collo che nascondeva con la sua sciarpa di lana. Anche lui, come noi, emanava sempre odore di fumo di legna.

Alla fine mia madre si ammalò troppo per mantenere il suo lavoro. Nemmeno gli steroidi che assumeva aiutarono. Finimmo i soldi. Io e mio fratello diventammo denutriti e contraemmo la tubercolosi primaria. Dopo altri mesi difficili di lotta su tutti i fronti, mia madre si arrese. Decise di mettere da parte il suo orgoglio e tornare in Kerala, ad Ayemenem, il villaggio di nostra nonna. Non aveva più alternative.

Mentre il nostro treno attraversava il confine tra Tamil Nadu e Kerala, il paesaggio passava dal marrone al verde. Tutto, compresi i pali della luce, era ricoperto di piante e rampicanti. Tutto luccicava. Quasi tutte le persone che passavano davanti al finestrino del treno, uomini e donne, indossavano abiti bianchi e portavano ombrelli neri.

Il mio cuore cantava.

E poi affondò.

Arrivammo ad Ayemenem senza invito e palesemente sgradite. La casa sulla cui soglia ci presentammo con la nostra invisibile ciotola per l'elemosina apparteneva alla sorella maggiore di mia nonna, la signorina Kurien. All'epoca doveva avere circa 60 anni. I suoi capelli grigi, radi e ondulati, erano tagliati in uno stile che un tempo veniva chiamato paggetto. Indossava sari inamidati e di carta con ampie camicette ampie. La signorina Kurien era molto più avanti della maggior parte delle donne del suo tempo. Era single, aveva una laurea magistrale in letteratura inglese e aveva insegnato in un college in Sri Lanka (all'epoca Ceylon).

Mia madre le assicurò che saremmo rimasti solo il tempo necessario a trovare un lavoro. La signorina Kurien, che si vantava di essere una buona cristiana, acconsentì a farci restare, ma non fece alcuno sforzo per nascondere la sua disapprovazione nei nostri confronti e nella nostra situazione. Lo fece ignorandoci e riversando il suo delicato affetto sui figli degli altri parenti che andavano a trovarla. Faceva loro dei regali, suonava il pianoforte e cantava per loro con la sua voce tremolante. Anche se ci fece capire chiaramente che non le piacevamo (il che ci rendeva antipatici), fu l'unica persona che ci aiutò e ci diede un tetto sopra la testa quando ne avevamo più bisogno.

Anche mia nonna viveva con lei. A quel tempo era quasi cieca e portava ancora gli occhiali scuri. Anche di notte. Aveva una cresta che le attraversava il cuoio capelluto: la sua famosa cicatrice a forma di vaso di ottone. A volte mi lasciava passarci sopra il dito. Ogni sera si sedeva in veranda e suonava il violino. Aveva preso lezioni di musica quando suo marito, entomologo imperiale, era stato assegnato a Vienna. Quando il suo tutore gli disse che sua moglie aveva il potenziale per diventare una violinista da concerto, lui interruppe le lezioni e, in un impeto di rabbia e gelosia, distrusse il primo violino che aveva posseduto.

Ero troppo piccolo per capire quanto suonasse bene, ma quando ad Ayemenem calò l'oscurità e il canto dei grilli si fece più intenso, la sua musica rese le serate e le notti più buie ancora più malinconiche di quanto non fossero già.

Mio zio G. Isaac viveva in una dependance annessa alla casa principale. All'inizio ero terrorizzata da lui. Lo conoscevo solo come l'uomo alto, grasso e arrabbiato che aveva cercato di cacciarci di casa a Ooty. Ad Ayemenem, però, ho iniziato ad amarlo dopo che ha iniziato a portare me e mio fratello al fiume e a insegnarmi a nuotare. G. Isaac è stato uno dei primi studiosi di Rhodes in India. La sua materia era la mitologia greca e romana. A tavola, all'improvviso, diceva cose come: "Non è meraviglioso avere un dio del vino e dell'estasi?". Tutti lo guardavano con aria assente. E lui ci raccontava di Dioniso, o di chiunque fosse il suo dio del giorno.

Dopo aver insegnato per alcuni anni in un college di Madras, abbandonò la carriera accademica per tornare alle sue radici e avviare una fabbrica di sottaceti, marmellate e curry in polvere con sua madre. Si chiamava Malabar Coast Products. La gestivano dalla casa di famiglia dell'Entomologo Imperiale nella città di Kottayam, raggiungibile con un breve tragitto in autobus. (Questa fu la casa che sarebbe diventata il centro della disputa quando mia madre contestò il Travancore Christian Succession Act.) G. Isaac, nonostante il suo vivo interesse per l'eredità e la proprietà privata, era marxista. Diceva di aver rinunciato alla carriera per avviare una fabbrica per promuovere la piccola industria e creare occupazione locale. Stanca delle sue sciocchezze, la moglie svedese, Cecilia, che aveva conosciuto a Oxford, lo lasciò e tornò in Svezia con i loro tre figli piccoli. In questi strani e molteplici modi, questa costellazione di persone straordinarie, eccentriche e cosmopolite, sconfitte dalla vita, si riunì nel piccolo villaggio di Ayemenem.

Vivere lì era come vivere su una sporgenza da cui potevamo essere spinti giù da un momento all'altro. Persino Kochu Maria, la cuoca, mi diceva che non avevamo il diritto di vivere lì. Borbottava e brontolava sulla vergogna di avere figli senza padre che vivevano sotto lo stesso tetto di persone perbene. Ogni due o tre giorni i Cosmopolitan litigavano. Quando litigavano, tutta la casa tremava. I piatti venivano rotti, le porte sfondate.

Non appena iniziavano le urla, scappavo. Il fiume era il mio rifugio. Compensava tutto ciò che non andava nella mia vita. Trascorrevo ore sulle sue rive e stringevo un rapporto intimo, quasi di confidenza, con i pesci, i vermi, gli uccelli e le piante. Diventai amico intimo di altri bambini (e di alcuni adulti) del villaggio. Imparai rapidamente il malayalam e presto fui in grado di comunicare con tutti abbastanza facilmente. Vivevano in un universo diverso dal mio. La maggior parte di loro lavorava nelle risaie e nelle piantagioni di gomma vicine, o raccoglieva noci di cocco o lavorava come domestica. Vivevano in case di fango e tetto di paglia. Molti di loro appartenevano a caste considerate "intoccabili". All'epoca non sapevo molto di questo orrore, perché tutti nella casa di Ayemenem erano troppo impegnati a litigare tra loro per preoccuparsi di indottrinarmi.

Un giovane che viveva ad Ayemenem ma lavorava a Kottayam, nella Malabar Coast Products, divenne il mio amico più caro. Trascorrevamo molto tempo insieme. Mi costruì una canna da pesca con un culmo di bambù e mi mostrò dove trovare i migliori lombrichi da usare come esca. Mi insegnò a pescare; mi insegnò a stare fermo e in silenzio. Friggeva i piccoli pesci che catturavo e li mangiavamo insieme come se stessimo banchettando. Fu lui a ispirarmi per il personaggio di Velutha, l'amante di Ammu, ne Il Dio delle Piccole Cose .

Nel giro di pochi mesi da quando ero ad Ayemenem, mi sono trasformata in parte del suo paesaggio: una bambina selvaggia con i piedi callosi che conosceva ogni sentiero nascosto e ogni scorciatoia del villaggio che portava al fiume. Vivevo all'aperto e tornavo a casa il più raramente possibile. Nella categoria dei non umani, il mio compagno più intimo era uno scoiattolo striato delle palme che viveva sulla mia spalla e mi sussurrava all'orecchio. Condividevamo segreti. Non era il mio animale domestico. Aveva una sua vita, ma sceglieva di condividerla con me. Scompariva spesso perché aveva impegni. All'ora dei pasti appariva, si appollaiava sul mio piatto e mi sgranocchiava il cibo. Era costantemente vigile, eternamente all'erta per ogni possibilità di pericolo imminente. Mi ha insegnato delle cose.

Mia madre scaricava su me e mio fratello il peso dei suoi litigi e la dose quotidiana di umiliazioni che doveva sopportare. Eravamo l'unico porto sicuro che avesse. Il suo carattere, già pessimo, divenne irrazionale e incontrollabile. Trovavo impossibile prevedere o valutare cosa l'avrebbe fatta arrabbiare e cosa le avrebbe fatto piacere. Dovevo farmi strada in quel campo minato senza una mappa. Quando si arrabbiava con me, imitava il mio modo di parlare. Era una brava imitatrice e mi faceva sembrare ridicolo a me stesso. Ricordo chiaramente ogni volta che lo fece. Persino cosa indossavo. Era come se mi avesse ritagliato – ritagliato la mia forma – da un libro illustrato con un paio di forbici affilate e poi mi avesse fatto a pezzi.

La prima volta che accadde fu mentre tornavamo a casa da Madras, dove eravamo stati per due settimane. Sua sorella maggiore, la signora Joseph, aveva chiesto a mia madre se poteva prendersi cura dei suoi tre figli mentre lei e suo marito erano in vacanza. Mia madre acconsentì. Doveva aver pensato che si sarebbe guadagnata – almeno nominalmente – il suo sostentamento mentre era lì.

A differenza delle litigiose Ayemenem Cosmopolitans, la signora Joseph aveva un marito come si deve, pilota della Indian Airlines; figli come si deve; e una casa come si deve, con tanto di servitù. La signora Joseph era profondamente consapevole del fatto che in queste cose era riuscita dove i suoi fratelli avevano fallito. Era attraente, con una voce alta e compiaciuta che si intonava ai suoi sari inamidati e stirati e alla sua acconciatura ordinata. Aveva un sorriso tirato e complice e sembrava sempre confidarsi con la persona con cui parlava. Non c'era alcuna somiglianza, né fisica né caratteriale, tra lei e mia madre.

Quando la signora Joseph tornò dalle vacanze, le sorelle ebbero un terribile battibecco per qualcosa. Tornammo in Kerala il giorno dopo in aereo. Il marito pilota di mia zia aveva una quota di biglietti gratuiti. Non eravamo mai saliti su un aereo prima. Una volta seduti, con l'intenzione di intrattenere una conversazione ragionevole e adulta, come si dovrebbe fare tra passeggeri di un aereo, chiesi a mia madre come mai, se la signora Joseph era sua sorella, fosse così magra.

Mia madre si voltò verso di me infuriata. Mi sentii rimpicciolire e svuotarmi, vorticando come acqua in un lavandino finché non scomparve. Poi disse: "Quando avrai la mia età sarai tre volte più grande di me". Sapevo di aver detto qualcosa di terribile, ma non ero sicura di cosa. (Ero troppo giovane perché "grasso" e "magro" potessero essere giudizi di valore). Solo anni dopo, quando riuscii a pensarci lucidamente senza soffermarmi sui miei sentimenti, mi resi finalmente conto di quanto doloroso dovesse essere stato ciò che avevo detto.

Gli steroidi che mia madre assumeva l'avevano fatta ingrassare all'improvviso. Aveva sviluppato la tipica faccia a luna piena da cortisone. Il suo viso, dai lineamenti fini e appariscenti, era scomparso dietro guance gonfie e un doppio mento. Doveva essersi sentita abbandonata e senza speranza dopo la visita alla casa perfetta della sorella più magra. La sua trionfale carriera era ancora davanti a lei, ma allora non se ne vedeva traccia.

La mia domanda a mia madre sulla sua sorellina magra sarebbe stata come aceto su una ferita aperta. Parole sconsiderate da una bambina spensierata. Così si voltò verso di me e imitò il modo di parlare della mia bambina di sei anni. E io mi voltai verso di me. Ricordo il colore del mio vestito. Azzurro cielo a pois. Un perfetto abito di seconda mano della mia perfetta cugina con i capelli lisci e i grandi occhi da cerbiatta. Notai che il vestito non si abbinava alle mie ginocchia, piene di cicatrici e tagli: un diario completo della mia vita selvaggia, imperfetta, senza padre e senza pilota sulle rive del fiume Meenachil ad Ayemenem.

Ho organizzato una gara immaginaria con la mia cugina perfetta, e ho vinto a mani basse. Lei aveva un padre pilota. E dei bei capelli. Ma io avevo un fiume verde. (Con dei pesci, con il cielo e gli alberi e di notte la luna gialla e frammentata.) E uno scoiattolo. Mi sono guardata i piedi e ho visto che non erano adatti ai sandali che indossavano.

Era un aereo orribile, pieno di gente orribile in un cielo orribile. Avrei voluto che si schiantasse e che morissimo tutti. Odiavo in particolar modo i bambini viziati con genitori amorevoli. Ma dopo un po' mia madre disse: "Sono tua madre e tuo padre e ti amo il doppio".

E poi l'aereo è tornato a posto. Il cielo è tornato a posto. Ma i miei piedi erano ancora estranei ai sandali che indossavano. E c'erano ancora alcune questioni irrisolte.

Se fossi tre volte più grande di lei, avrei bisogno di tre posti a sedere. Quindi, tre biglietti omaggio. Doppio. Triplo. Una lezione di matematica. Un'operazione da risolvere. Quanto fa il doppio dell'amore diviso per il triplo della mia stazza moltiplicato per i biglietti omaggio diviso per le parole sconsiderate? Una falena fredda e pelosa su un cuore spaventato. Quella falena era la mia compagna costante.

Ho imparato presto che il posto più sicuro può essere il più pericoloso. E che anche quando non lo è, lo rendo tale.

Questo è un estratto rivisitato da "Mother Mary Comes to Me" di Arundhati Roy, pubblicato da Hamish Hamilton al prezzo di 20 sterline.