Andrea Graziosi, Lezioni americane, Il Foglio, 26 luglio 2024
La
rinuncia di Joe Biden potrebbe fermare la trasformazione di Donald
Trump in probabile vincitore avviata dal primo dibattito televisivo e
dallo sbandamento del Partito democratico. Puntavano in quella direzione
i sondaggi negli stati in bilico, l’attentato e la reazione dell’ex
presidente, e una convention trionfale per l’omaggio reso a Trump dagli
ex oppositori, per l’entusiasmo dei delegati e per la nomina di un
candidato alla vicepresidenza giovane e aggressivo. Ora l’esito appare
meno scontato – Kamala Harris potrebbe tanto restituire al partito i
voti di non pochi delusi e quelli orientati su formazioni minori, quanto
fargli perdere elettori più moderati – ma le elezioni di novembre
segneranno comunque una svolta importante, moltiplicando gli effetti
della tornata elettorale in Europa. Vale quindi la pena ragionarci alla
ricerca di punti fermi, al di là di esiti elettorali che possono variare
in modo inatteso fino all’ultimo minuto.
Il
primo dato che sembra incontestabile è quello del vantaggio tattico e
intellettuale di cui gode sul continente europeo come negli Stati Uniti
quella che è giusto definire una nuova destra, e di cui infatti non gode
un partito conservatore come quello inglese, ancora legato ad un
modello più tradizionale. Trump, J. D. Vance, Giorgia Meloni, Marine Le
Pen o Viktor Orbán, pur così diversi tra loro, guidano invece partiti
lontani da quel modello anche perché da qualche decennio provano a
entrare in sintonia con alcune delle grandi mutazioni delle società in
cui agiscono.
Negli Stati Uniti i segni
della rottura del fronte democratico emerso col New Deal datano dagli
anni Settanta, quando reagendo al riaprirsi dell’immigrazione e alle
politiche di discriminazione positiva parte del mondo sindacale e del
lavoro prese a spostarsi verso repubblicani che nei decenni successivi
cominciarono a loro volta ad abbandonare le loro tradizioni liberiste e
“imperiali” davanti a una crescita cinese percepita come una minaccia
per il “secolo americano”. La crisi delle strutture famigliari e
l’importanza dell’istruzione nel determinare la stratificazione sociale,
che hanno spinto verso i democratici una parte crescente delle nuove
élite, hanno avuto un impatto simile. Nelle aree segnate
dall’emarginazione socio-economica descritta nel romanzo di J.D. Vance,
questo impatto è stato inoltre radicalizzato dalla tragedia che ha
colpito i gruppi toccati dalla marea delle “morti per disperazione”,
cioè per droga e suicidio.
Come notò
Pierre-André Taguieff, anche in Francia Le Pen padre cominciò già negli
anni Settanta a cercare una nuova destra capace di lasciarsi alle
spalle, malgrado i rimpianti, un passato legato alla Seconda guerra
mondiale. Lo fece guardando ai tentativi di Almirante di ridefinire e
ampliare la base del Movimento sociale italiano attraverso slogan che si
direbbero oggi neo-populisti (la triplice sindacale, la corruzione
partitocratica ecc.). Le condizioni francesi permisero tuttavia a Le Pen
e ad alcuni intellettuali di cogliere con più chiarezza alcuni dei
possibili caposaldi di questa nuova destra: nazione e sovranità
nazionale (e quindi anche ostilità alla “burocratizzazione” europea
presentata come una minaccia per la democrazia sovrana, ma in realtà
conseguenza delle scelte politiche dei paesi membri per difendere la
loro sovranità separando la politica dalla costruzione europea);
resistenza a un’immigrazione che minacciava l’identità dei “nativi”
unita all’accettazione delle politiche identitarie sostenute dalla
sinistra, che venivano allargate a comprendere anche l’identità dei
francesi (o degli italiani, dei padani ecc.); accettazione dell’idea
repubblicana in chiave popolare e populista; abbandono della difesa dei
privilegi tradizionali;
ed esaltazione del bisogno di nuove solidarietà famigliari, legate alla
difesa della vita contro l’aborto e di un cristianesimo, svuotato dalla
secolarizzazione, contro l’islam (una posizione, quest’ultima, che ha
contribuito al parziale abbandono delle posizioni anti ebraiche).
La
destra ha smesso così col tempo di parlare ai benestanti, e si rivolge a
chi si sente lasciato indietro dalla scuola, dall’Europa, dalla
“globalizzazione”, o più semplicemente dalla vita, magari anche solo a
causa dell’età. A questi strati “parlano” Trump, Vance, Meloni o Marine
Le Pen, legata per qualche anno a un dirigente del suo partito di
origine ebraica-algerina.
Si tratta di una
destra pericolosa perché nuova e più aggressiva, ma soprattutto perché
il suo discorso si regge sull’adesione in larga parte sincera a un nuovo
ibrido tra nazionalismo e rivendicazioni sociali e popolari che, nelle
sue forme precedenti, è stato responsabile – con un comunismo per
fortuna ancora in ritirata – di buona parte delle tragedie umane del
XXsecolo. Sono tragedie della cui possibile ripetizione è facile
scorgere i segni in un mondo dominato da superpotenze che rifiutano di
riconoscersi; nei prodromi delle tensioni che potrebbero squassare Nato e
Unione europea in caso di vittoria di Trump, con risultati catastrofici
per il benessere europeo; nella fede più volte espressa da Meloni nella
nazione come unica “comunità naturale” cui ispirarsi (una fede che
spaventa per le reazioni nazionaliste che potrebbe scatenare di fronte a
richieste europee di mettere in ordine i nostri conti, richieste
abitualmente fatte nel peggiore dei modi possibili ma con effetti alla
fine benefici, come dimostra la Grecia); o nell’aggressione russa
all’ucraina, visto che in fondo il putinismo non è che una delle tante
espressioni di questo nuovo ibrido nazionale, un Make Russia Great Again
che persegue autolesionistiche politiche contro i migranti dell’asia
centrale mentre perde centinaia di migliaia di giovani russi per effetto
della guerra che ha scatenato.
Il secondo
dei segnali forti di questa tornata elettorale, un segnale che potrebbe
ripetersi negli Stati Uniti se i democratici uscissero dal vicolo
cieco, è che però almeno nei paesi del vecchio occidente in crisi le
forze che si richiamano ai “miracolosi” decenni seguiti al 1945 sono
ancora le più forti.
E’ la loro
soprattutto una forza numerica, nutrita dall’ampiezza degli strati che
quei decenni hanno conosciuto e ne ricordano bene – anche per
l’allungamento dell’attesa di vita – benefici e vantaggi. Essa si regge
insomma sul richiamo dei bei tempi passati, che ispira a sua volta una
“ragionevolezza” comprensibile (chi non vorrebbe tornare alla lunga
pace, all’allargamento continuo dei diritti, alla pensione a 60 anni con
davanti 20 e più anni di vita in buona salute ecc.), e quindi
socialmente composita e trasversale, e anche per questo numericamente
forte.
Si tratta però di una
“ragionevolezza” sostanzialmente conservatrice anche quando si vena di
fiammate aggressive di fronte alla prospettiva di un’erosione di quei
diritti, di una posticipazione di quelle pensioni ecc. In altre parole
questo fronte maggioritario che più che di centrosinistra si potrebbe
definire – senza sarcasmo – dei buoni sentimenti e delle buone
intenzioni è alimentato soprattutto, ma non solo, da un buon passato e
da un rimpianto che rende questo passato più dorato di quanto non fosse.
Questo fronte non riesce però – e questa è la terza lezione di queste
elezioni – a interpretare un presente e un futuro tanto diversi da esso:
basti a questo proposito pensare al capovolgimento del peso degli
ultrasettantenni rispetto a quello dei minori di vent’anni, o alla
marginalizzazione dell’Europa in un mondo da essa dominato fino a
qualche decennio fa. Esso non è stato quindi finora in grado di
elaborare discorsi credibili su come rendere quel futuro migliore,
rispondendo alle ansie che esso suscita negli anziani come tra i più
giovani e in particolare nelle fasce più deboli.
Anche
per questo la sua forza continua a restare essenzialmente nel numero,
che non è però una variabile trascurabile. E’ vero che i numeri, senza
idee ed energia, alla fine vengono sconfitti. Ma finché ci sono è logico
e opportuno profittarne, non solo per rinviare – come pure è giusto
fare – l’arrivo di tempi più duri e idee peggiori, ma anche per
guadagnare il tempo necessario per creare le nuove idee e i nuovi
programmi di cui c’è bisogno, e di farlo nelle migliori condizioni
possibili.
Che ciò sia possibile lo
dimostrano l’esempio britannico, che pur possiede altri tratti peculiari
oltre quelli del suo Partito conservatore, e ancor più quello francese,
quello tedesco e quello dell’unione europea – dove questa maggioranza
residuale ha preso le forme dell’accordo tra popolari, socialdemocratici
e verdi, nonché quello italiano. Lo potrebbe in teoria dimostrare anche
il caso americano, minato dal comportamento di una generazione che non
ha accettato invecchiamento e morte (pensiamo a Ruth Bader Ginsburg che
nega le sue dimissioni a Obama e permette ai repubblicani di assumere il
controllo della Corte suprema) e dalle follie ideologiche di una
sinistra che è riuscita a sostenere le posizioni più assurde e
controproducenti.
Paradossalmente la
tenuta di questo fronte dei buoni sentimenti e delle buone intenzioni è
oggi sostenuta dai sistemi elettorali maggioritari, ed è questa la
quarta lezione. Prima di vedere come e perché, è però necessario
ribadire che nel mondo nuovo in cui viviamo il maggioritario può essere
una delle cause, oltre che una manifestazione, della crisi dei nostri
sistemi politici. Come anche queste elezioni suggeriscono, ed è questa
più una conferma che una lezione, oggi esso rappresenta infatti anche
una minaccia per la liberaldemocrazia e può favorire la costruzione di
sistemi autoritari.
Questo perché in una
situazione dominata dalle aspettative decrescenti e dalla disillusione
il maggioritario può diventare uno strumento di leader interessati a
costruire un sistema di potere personale, come è già avvenuto in
Ungheria e stava per succedere in Polonia; tende in ogni caso a
soffocare la politica come ragionamento e mediazione, vale a dire
l’autonomia di cui la politica ha bisogno per far fronte a un
cambiamento oggi spesso difficile; spinge al muro contro muro e porta
tutti, ma specialmente chi è in svantaggio programmatico (e oggi quindi
il possibile fronte antinazionalista) a reagire alle iniziative di chi
un programma lo ha, facendosi così definire dall’avversario e
complicando la ricerca di discorsi propri e originali; e infine perché
in società rese sempre meno omogenee e più plurali dalle dinamiche
demografiche e dall’immigrazione, il maggioritario – che pure potrebbe
alla lunga favorire l’integrazione – rischia in un primo e pericoloso
periodo di assegnare un peso sproporzionato a gruppi identitari
“eterodossi”. Questi ultimi possono infatti rispondere alla negazione
della rappresentanza diretta entrando, dietro compensi anche solo in
termini di riconoscimento, in uno dei due blocchi, alterandone le
politiche (pensiamo al peso e all’influenza del voto musulmano nel
partito di Mélenchon, un peso e un’influenza che potrebbero spostarsi un
domani su altri schieramenti).
In Italia,
in particolare, molte di queste tendenze sono aggravate dalla natura
partitocratica del nostro maggioritario, che affida la scelta dei
deputati alle segreterie dei partiti. Data la necessità che sente ogni
schieramento di tenere dentro tutti sin da prima delle elezioni, esso
crea inoltre blocchi che tendono verso le estreme invece che verso il
centro e hanno poi anche per questo difficoltà a governare, aggravando
la richiesta di una leadership forte.
Tuttavia,
poiché è irrealistico pensare di poter tornare a un proporzionale
temperato da una soglia di sbarramento, provo a ragionare sulla quarta
lezione, vale a dire sulle paradossali “virtù” acquistate in questa
situazione da un maggioritario che – proprio a causa del suo favorire il
muro contro muro – spinge in direzione di una grande coalizione tra chi
si ricorda o ha saputo delle “conquiste” e dei principi buoni di un
recente passato ed è perciò ostile al nuovo nazionalismo di una destra
più o meno populista.
Anche da questo
punto di vista la Gran Bretagna costituisce un’eccezione. Se è vero che
la sua tradizionale forma di maggioritario ha regalato ai laburisti una
forte maggioranza con meno del 34 per cento dei voti, questo trionfo non
è stato ottenuto grazie a una alleanza traversale, ma in virtù della
divisione dei conservatori da cui si è staccata la costola di Farage,
che ha tolto loro quasi il 40 per cento dei suffragi, e del tracollo
dello Scottish National Party – un partito
della sinistra identitaria – che ha regalato ai laburisti i seggi
scozzesi. Starmer ha comunque ora il tempo per trovare un nuovo discorso
e nuovi sostenitori, anche attraverso nuove convergenze ed è quindi più
avanti del Nuovo fronte popolare francese. Quest’ultimo è riuscito a
battere la destra grazie appunto a una alleanza elettorale, ispirata
dagli eventi italiani oltre che dal passato francese, che è però basata
sulla pura negazione dell’altro e quindi difficilmente in grado di
esprimere un programma (quello messo su in fretta per cementare
l’accordo è talmente irrealistico che non vale la pena di parlarne, se
non per notare che esprime essenzialmente il rimpianto per un passato
che non c’è più). Senza gli accordi di desistenza coi partiti del centro
riformatore, questa alleanza sarebbe inoltre stata probabilmente
sconfitta.
Arriviamo così all’Italia che,
malgrado forti differenze, presenta in controluce aspetti che richiamano
la situazione francese. Anche da noi c’è una nuova destra avanti in
termini di discorsi e programmi, per quanto sbagliati, e anche
vittoriosa. E anche da noi essa ha a capo una donna con una vita che ha
poco della destra tradizionale, nonché dotata di evidenti qualità
politiche. I conti con l’altro suo possibile leader, Matteo Salvini,
sono stati fatti, ma non completamente in virtù della scommessa su
Vannacci – che ha salvato la Lega italiana da una débacle – della
possibile vittoria di Trump e della parziale “riemersione” di Putin.
Vannacci ha però approfondito la crisi della Lega del nord, che non è in
teoria immune a un’opa di Forza Italia condotta garantendole ampi
margini di autonomia.
Anche una possibile
alleanza di “centrosinistra” è al tempo stesso più indietro e più avanti
che in Francia. Elly Schlein ha vinto perché non ha perso e soprattutto
perché ha perso Giuseppe Conte, il suo concorrente per la guida
dell’opposizione, piegato dai suoi limiti e dai suoi errori, resi
evidenti dalla scelte in Basilicata. Schlein ha però ribadito la sua
capacità di dialogare con la nuova sinistra identitaria emersa alla fine
del secolo scorso e ha dimostrato polso e spregiudicatezza, espressa da
un ricorso al passato (pensiamo all’uso di Berlinguer) che fa
concorrenza diretta alla destra, nonché dal mettere insieme posizioni
antagonistiche in materia di politica estera.
Certo,
anche le sue debolezze, prima di tutto culturali e strategiche, sono
emerse con ancor più nettezza. Il programma che Schlein ripete in
televisione è meno irrealistico di quello del Fronte francese ma, anche
tralasciando il vuoto della politica estera, che fa a pugni con le
dinamiche del mondo, esso è al più una sommatoria di alcuni dei temi
meno conflittuali del passato: salario minimo, unità nazionale, diritti,
difesa della Costituzione ecc., una specie di minimo comune
denominatore su cui possono convergere le buone intenzioni e i buoni
sentimenti in un fronte rinsaldato da una demonizzazione dell’avversario
fondata sul tentativo di schiacciarlo sul passato, un’operazione
sbagliata, ma che funziona.
La sconfitta
del Movimento 5 Stelle e quella del Terzo polo, causata dai diversamente
grandi limiti dei suoi due leader, rendono però oggi possibile anche in
Italia un nuovo fronte popolare imperniato sul Partito democratico,
un’alleanza larga favorita appunto dal maggioritario. La sua vittoria
potrebbe garantire qualche anno di equilibri meno conflittuali e meno
pericolosi, anche sul fronte europeo, e non va quindi disprezzata. Ma
essa conquisterebbe soprattutto condizioni migliori, e tempi più
tranquilli, di cui potrebbero profittare le forze riformatrici –
chiamate oggi a superare le loro divisioni – per elaborare un programma
capace di affrontare i tempi nuovi e pericolosi in cui viviamo.
Lavorarci
è comunque il compito più importante, anche in caso di sconfitta. Senza
un nuovo discorso politico, senza una nuova capacità di alleviare
timori e paure, e senza nuove idee e proposte in materia di denatalità e
famiglia, invecchiamento, vita e morte, emarginazione giovanile,
valorizzazione delle capacità delle donne, crisi del ruolo maschile,
politiche di immigrazione, difesa della nostra cultura e della nostra
scienza ma in nome dell’apertura e non di una chiusura suicida, e di
alleanze politiche e economiche internazionali capaci di far fronte alla
perdita di posizioni dell’Europa, anche vincere alla lunga servirebbe a
poco.
Questo discorso è infatti
indispensabile per parlare col grande bacino “reazionario” di massa
popolare, fatto cioè dai ceti e strati che si sentono o sono
marginalizzati (come lo è, oggettivamente, la maggioranza dei vecchi)
dalla Modernità matura in cui viviamo, così diversa da quella che
avevamo imparato a conoscere. In questa modernità il nemico principale
non è più, se mai lo è stato, il “capitalismo” ma un populismo radicale e
nazionalista di destra per sua natura più adatto alla società
invecchiata delle aspettative decrescenti. Esso può essere sconfitto
elettoralmente sul breve periodo, ma può essere battuto solo da un
discorso capace di rispondere ai problemi di cui esso rappresenta al
tempo stesso un’oscura manifestazione e una risposta autolesionistica.