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| Nicola Gardini |
CARO ULISSE, TI SCRIVO... e ho DOMANDE per te
Lettera all’eroe omerico. Nicola Gardini, che da anni studia e divulga magistralmente l’«Odissea» manda una missiva al protagonista. Che parla di libertà, sfortuna, rifondazioni di civiltà e delle stagioni della vita umana
Nicola
Gardini
Il Sole 24 ore, 2 agosto 2026
Caro Ulisse di Omero (ti va bene se ti chiamo con il nome latino?), spero che questa mia lettera ti arrivi al più presto. Perdonerai il tono confidenziale, ma, poiché continuiamo a parlare di te da millenni, e con frequenza crescente, mi viene spontaneo considerarti un amico. Adesso c’è pure un nuovo film a celebrarti! Oh, nessuna gloria più per l’ingegnoso Ulisse del cavallo di legno, che pure era il tuo principale vanto! La celebrazione qui mostra un uomo distrutto. Ne hai sentito parlare? Sarebbe bello avere un tuo parere. Se ne sono dette di cose sul tuo conto! Io, comunque, sto dalla tua parte. Io ho bisogno di te e mi fido di te.
L’idea del film mi pare giusta: bisogna andare da un’altra parte. E in fretta. È già l’idea di Dante (lo conosci? Lui, anche se ti ha chiuso nel fuoco dell’inferno, ti ha adorato) – ripartire per nuovi orizzonti. Prendere un’altra direzione. Ricominciare, poiché continuare così è impossibile. Tu, in effetti, già nell’Odissea antica non hai fatto che ricominciare: ogni tappa un ricominciamento. Per questo mi piaci. Io credo che tu non sia mai tornato. È ingenuo ridurti alla figura del reduce, come ha preteso una visione romantica del tuo destino. Itaca, certo, ti mancava e a Itaca hai rimesso piede. Ma è stato ritorno? Io non lo credo. Il tuo cosiddetto ritorno ha solo proseguito il viaggio.
D’altronde, come poteva esserci ritorno dopo vent’anni? Niente rimane uguale, quando ci si mette di mezzo il tempo. Cioè, mai. E forse nessuno torna mai a casa, cioè alla stessa casa, neppure quando rientra la sera dello stesso giorno. Figuriamoci quando sono trascorsi vent’anni. Telemaco è cresciuto e chiede che lo si consideri adulto, Penelope è invecchiata nelle preoccupazioni e nei dubbi, la mamma è morta di crepacuore, il papà si è ritirato nella decrepitezza, il palazzo è invaso dagli usurpatori… Il tuo ritorno non è stato altro che la constatazione del cambiamento generale, ed è stato cambiamento esso stesso non meno delle avventure che attraversasti dopo aver ridotto Troia in cenere. Perfino Itaca ha un’altra faccia! In un primo momento neanche la riconoscesti: guardavi il tuo paese ed eri spaesato. Sono d’accordo con Omero: la realtà non corrisponde alla memoria. Pure la memoria cambia; pure la memoria rifiuta di stare ferma. Disfà e rifà, come la tua Penelope la tela ogni notte. Come tu quando ti racconti ai Feaci e a quelli che ritrovi a Itaca. Ecco perché a un certo punto servono la cicatrice o il letto coniugale – per provare che esiste un passato. Per impedire che il presente si affacci su un baratro.
Tu sei l’incarnazione del tempo che va. La tua essenza è il divenire. Ti hanno reso celebre soprattutto la scena dell’arco e la strage dei pretendenti? La forza, il coraggio, la baldanza, gli stratagemmi, l’eroismo, la parola sagace, il nome “Nessuno”? Be’, ti dovrebbe rendere ancora più celebre il fatto che rappresenti le fasi della vita umana. La vera odissea è scivolare d’età in età. Su questo Omero è chiarissimo. Sei il seme da proteggere nel tiepido nascondiglio; e sei il bambino che si diverte a piantare gli alberi col papà; e sei il ragazzo che va a caccia e si lascia ferire da un cinghiale; e sei l’uomo che parte per la guerra. Sei quello che morirà. Così hai deciso. Calipso ti offre l’immortalità e tu ti tieni la finitudine. Tu preferisci il fato di svanire giorno per giorno. Tu anteponi la felicità di variare, perché è la felicità superiore di poter scegliere sempre.
Omero ti chiama polýtropos, “multiforme”. Lo siamo tutti, in fondo, sebbene abbiamo la presunzione di attribuirci identità immutabili. Presunzione grave, che ci blocca nei pregiudizi e ci toglie immaginazione. Infinite sono le possibilità da tentare, ma noi non le tentiamo. Noi non ci inventiamo, come ti inventi tu. Ci ripetiamo, indifferenti alle differenze che pure accadono ogni momento. Sono convinto che la maggioranza dei miei contemporanei sceglierebbe l’immortalità. Cioè la prigionia della fissità. Lo sai che molti si illudono di restare giovani anche da vecchi?
Tu sei libero. E la libertà, ovviamente, ti ha portato anche a commettere errori. Rientri a Itaca e non riporti a casa uno solo dei compagni che sopravvissero alla guerra. Loro senza dubbio hanno avuto le loro responsabilità, ma tu li hai esposti a tremendi pericoli, non li hai guidati con lo scrupolo necessario. Grande pianificatore, agivi anche tu talvolta senza piano, senza cautela. Dopo esser sfuggito al Ciclope, hai quasi riconsegnato alla sua furia te stesso e gli altri gridandogli dalla barca il tuo vero nome, che prima avevi avuto l’accortezza di nascondergli.
Sei fortunato, non c’è dubbio, perché la pelle l’hai salvata. Non dovrei parlare così, lo so. Ti sosteneva, infatti, non una forza insondabile e capricciosa, ma una divinità razionale e ferma come Atena. A ogni modo, la fortuna o, se preferisci, Atena non basta perché un uomo non vada in pezzi, non anneghi nell’egoismo, non impazzisca nel senso di colpa. Tu ti sei salvato seguendo un principio superiore, che voi greci chiamate xenia, “ospitalità”. Alla luce di tale principio tu hai cercato un tuo posto nel mondo. La xenia ti ha permesso di distinguere gli amici dai nemici. È, in sostanza, un principio di giustizia, la xenia, che tu hai onorato con fedeltà assoluta. I pretendenti, invece, no. Neanche Polifemo. I Feaci sì. Calipso e Circe in una certa misura. E noi?
Ma è ora che chiuda questa lettera, prima che cominci a parlar male del mio tempo. E arrivo alla domanda che avevo in mente di porti. Dopo aver causato tanta distruzione con la trovata del cavallo, hai veramente rifondato la civiltà da un’altra parte, come immagina il bravo regista al quale mi riferivo? E dove? Sei ancora lì, re per sempre redento? O la civiltà che hai ricreato è già finita e noi ne siamo l’ultimo brandello? Presto finirà tutto e saremo dimenticati? O finiranno prima la guerra e la violenza nel mondo?
Augurandomi di ricevere un tuo segno, ti abbraccio.
Nicola Gardini

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