quel paesaggio colmo di atmosfere oniriche
Antonio
Perazzi
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026
Il paesaggio greco è ancora la cornice naturale ideale dell’attesa teofania: resiste immutato attraverso la storia con una tale coerenza da permettere di immaginare a chiunque lo percorra cosa provassero gli antichi. Esprime sensazioni di coerenza contrastanti: rovine, templi, teatri, monumenti e strade immersi in una natura aspra ma seducente. Fuori dalle strade carrabili, i sentieri sono ricalcati su quelli formati dagli animali, percorrerli con sandali, con le gambe nude, non vuol dire solo prestare attenzione ai propri movimenti ma soprattutto stare in ascolto della Natura.
Ora come allora i fili d’erba pungono e tagliano come rasoi: qui anche i semi sono coperti di arpioni e sembrano avere uno scopo nella vita che è quello di uncinarsi a noi per essere trasportati altrove come materializzazione polisemica e polisensoriale. Qui, ogni pietra é aguzza e ogni pianta é armata: Sarcopoterium spinosus, Calicotome spinosa, Asparagus horridus. Nel Mediterraneo, le piante spinose sono il risultato di una brillante evoluzione convergente di adattamento: le spine si sono evolute come trasformazioni fogliari e sono la risposta mirata a scarsità d’acqua e pressione degli erbivori. Capre e pecore sono i veri residenti del territorio tanto da trasformarsi in giardinieri, anzi maestri di arte topiaria dediti alla continua potatura della macchia che, grazie al loro passaggio si conferma giardino.
L’epifania del divino nel paesaggio greco è una maturazione psicofisica attraverso i profumi e i colori delle piante e degli altri elementi naturali. che si evolvono. Micene, dove si trova la celebre tomba di Agamennone, anticamente era detta Mekone dal sintagma melon/mekon, pomo/capsula del papavero da oppio qui abbondantemente coltivato per i semi nutrienti e per le proprietà psicotrope dell’oppio da cui si estraevano sedativi. L’oniricità è una costante in questo paesaggio: cercare rifugio sotto un albero di corbezzolo, fico o sotto l’imponente chioma di una quercia vallonea provoca un torpore che non è sonno, ma piuttosto una sospensione delle percezioni sensoriali, una sorta di stato ipnotico innescato dallo stormire delle fronde.
E quando le temperature si fanno più miti unite alle piogge, a primavera come in autunno, appaiono fioriture generosissime e inaspettate.
Ma quale era il rapporto con la natura ai tempi di Ulisse? E il loro paesaggio era diverso da quello attuale? La risposta è no, anzi ciò che rende ancora oggi straordinaria questa terra è che ha mantenuto una coerenza biologica come è raro trovare altrove, dove invece ci sono state trasformazioni per necessità abitative umane e biologiche per le piante e gli animali esotici che si sono insediati.
Nell’Iliade domina un paesaggio di desolazione e guerra in cui le battaglie vengono descritte tramite similitudini naturalistiche: mare tempestoso, vento che abbatte le messi, fiumi in piena. Ma nell’Odissea, il paesaggio assume dimensioni fiabesche e oniriche legate al tema dell’esplorazione. Vengono descritte numerose piante che fanno presagire che ci fosse una forte consapevolezza del legame tra flora e ambiente. Si incontrano luoghi selvaggi e pericolosi senza piante: come l’isola delle sirene o la grotta di Polifemo, contrapposti a diverse forme di giardini. Quelli incantati delle divinità: l’isola di Calipso è incontaminata e lussureggiante, popolata di viti ma anche di ontani, pioppi e cipressi odorosi, quattro fiumi danno da bere a prati di viole. Poi ci sono i giardini reali come quello descritto nel canto VII dove il giardino di re Alcinoo si fa rappresentazione di un alleanza tra lavoro umano e natura. Tutte le piante sono legate alle divinità come medium e ognuna è associata a un dio: Zeus la quercia, Atena l’olivo, Apollo l’alloro, Demetra il grano, Dioniso la vite, Era il melograno e il giglio, Poseidone i pini e le conifere delle scogliere, Afrodite e i fiori profumati dalla rosa alla viola, fino al mirto.
I greci antichi conoscevano alla perfezione il paesaggio in cui erano immersi e anche le proprietà delle piante con cui condividevano il territorio che apprezzavano come natura incontaminata e lussureggiante, oppure come risultato di una trasformazione mirata a creare espressioni di natura civilizzata. Quindi erano in grado di discernere una foresta selvaggia pullulante di insidie, rappresentazione dell’ignoto, dai boschi sacri dove risiede l’armonia sovrumana, come i boschi delle ninfe di Itaca. I paesaggi omerici letterari sono vivi e vegeti e risiedono nella natura che ci circonda, tra passato e presente, mantenendo vivo il desiderio di tornare al mito.

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