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sabato 11 luglio 2015

Petrarca, in morte di Laura

E' il primo componimento del Canzoniere in morte di Laura, quello in cui si annuncia l'evento. Laura morì ad Avignone il 6 aprile 1348, intorno all’ora prima, a ventun anni esatti dall'incontro con il poeta. Questi apprese la notizia a Parma soltanto il 19 maggio, e subito la annotò sulla prima pagina della sua edizione delle opere di Virgilio: «Laura, illustre per le sue virtù e lungamente celebrata nelle mie poesie, apparve per la prima volta ai miei occhi al principio della mia adolescenza, l’anno del Signore 1327, il sei di aprile nella chiesa di Santa Chiara in Avignone, di prima mattina; e nella stessa città, nello stesso mese d’aprile, nella stessa ora prima del giorno sei dell’anno 1348, la luce della sua vita è stata sottratta alla luce del giorno». La rievocazione di Laura passa dal generico compianto per la bellezza perduta al ricordo specifico dell’ultimo incontro con lei, eccezionalmente pieno di speranze destinate a essere cancellate dalla sorte. 

 

CCLXVII

Oimé il bel viso, oimé il soave sguardo


















Oimé il bel viso, oimé il soave sguardo,
oimé il leggiadro, portamento altèro!
Oimé il parlar ch’ogni aspro ingegno e fero
facevi umìle, ed ogni uom vil gagliardo! 4
Et oimé il dolce riso onde uscìo ’l dardo
di che morte, altro bene omai non spero!
Alma real, dignissima d’impero,
se non fossi fra noi scesa sì tardo! 8
Per voi convèn ch’io arda e ’n voi respire;
ch’i’ pur fui vostro; e se di voi son privo,
via men d’ogni sventura altra mi dole. 11
Di speranza m’empieste, e di desire,
quand’io parti’ dal sommo piacer vivo;
ma ’l vento ne portava le parole. 14

Parafrasi

Oimè il bel viso, oimè il dolce sguardo,
oimè il portamento raffinato e nobile;
oimè le parole con cui rendevi umile ogni carattere
duro e selvatico, e coraggioso ogni uomo vile.
e oimè il dolce sorriso, con cui mi scagliaste la freccia
dalla quale ormai non spero di ottenere altro bene che la morte:
o anima regale, degna dell’impero,
se non foste nata tanto tardi!
E’ bene che io vi ami, che io viva per voi,
perché io sono stato sempre vostro; e voi ora non ci siete più,
per ogni altra sventura provo meno dolore.
Quando sono andato via da voi suprema gioia ancor viva,
mi avete riempito  di speranza e di  desiderio,
ma il vento portava via le parole.




Claudio Monteverdi, Madrigali. Libro VI, n. 6, a 5 voci e basso continuo 

https://www.youtube.com/watch?v=SLfz0FXD9cg

°°°

Emblema del tormento amoroso 

... lo spunto reale è, per il Petrarca, non più che emblematico: gli serve, cioè, per stabilire fin dall’inizio un distacco dal personaggio femminile della lirica erotica dello stilnovo e di Dante, quasi ipostasi della divinità, e, comunque, sempre manifestazione sensibile ed epifania di una figura divina, che partecipa essenzialmente del cielo e indica all’amante la strada della purificazione e della salvezza. Ma al di là di questo momento, tuttavia fondamentale, il «personaggio» di Laura è molto più lontano delle donne stilnoviste (di Beatrice) da ogni ambito di concreta esperienza: Beatrice può manifestarsi sensibilmente in exempla, nei quali segnala la propria condizione divina, di Laura non riconosciamo mai un possibile episodio, un istante di vita, una scena in cui agisca o appaia. Il fatto è che Laura è nel canzoniere totalmente risolta in emblema. Per questo si fissano di lei i più generali caratteri decorativi, i capelli biondi, la mano bianca, le belle membra, che disegnano l’idea stessa della femminilità quale molti secoli di poesia occidentale ripeteranno fedelmente (almeno fino all’età barocca). In quanto emblema, non esiste un paesaggio intorno a lei, che, anzi, risolve in sé il paesaggio: è questo il senso dei giochi verbali su l’«aura», «l’auro», il «lauro», ecc., che ritornano costantemente nella trama dei Rerum vulgarium fragmenta. Le indicazioni dei luoghi, delle stagioni, della natura sono sempre in funzione della predicazione unica, totale di quell’emblema amoroso che è Laura: la quale esemplifica allora l’intera possibilità di dire intorno all’amore, sia nel momento dello slancio e della dichiarazione, sia in quello, strettamente al primo congiunto e inevitabilmente presente per la possibilità stessa di fare poesia d’amore, rappresentato dalla delusione, dal tormento, dal rovello, dalla repulsa, dalla disperazione dell’impossibilità e della lontananza. Tutta la dialettica della «bella fera» ha le sue radici nell’emblematizzazione di Laura a luogo in cui si compendia tutto lo sperimentabile amoroso: la contemplazione della bellezza e la fuga della donna, il sorriso e l’ira, la vita e la morte. Si comprende allora come sia assolutamente necessaria la divisione del Canzoniere fra vita e morte di Laura: la morte di Laura non è tanto un fatto biografico, quanto la manifestazione estrinsecamente clamorosa dell’inevitabile presenza dello strazio e della disperazione in quella totalità d’esperienza erotica che il Petrarca intende raccogliere intorno all’emblema di Laura. A questo punto, il Petrarca può rendere Laura anche emblema della gloria (Laura = lauro = laurea), se è vero che Laura assorbe nella sua funzione emblematica ogni possibile sezione del reale che il Petrarca consideri praticabile. A un certo punto, il rapporto di pentimento dell’errore rappresentato dall’«amar cosa mortale» e la confessione a Dio saranno ancora sotto il segno di Laura, in quanto anche il contrasto spirituale rappresenta un elemento di quello strazio che l’amore porta con sé e che nell’emblema di Laura si raccoglie. Non c’è, allora, nessun distacco fra la Laura del Rerum vulgarium fragmenta e la Laura dei Trionfi (soprattutto il Triumphum Amoris, il Triumphum Pudicitiae, il Triumphum Mortis, dove è descritta mirabilmente la morte di Laura come emblema della morte in assoluto). Nel decorativismo gotico dei Trionfi appare ancora più chiara la funzione di emblema totale dell’amore come misura del rapporto con il reale che Laura rappresenta per il Petrarca.

Letteratura europea Utet



sabato 28 febbraio 2015

Clizia

Beatrice Manetti
Quell'amore impossibile che ispirò i versi di Montale
la Repubblica, 15 giugno 2006


E' stata una delle passioni amorose più celebri del Novecento. Per vent' anni è rimasta chiusa in una cartella di cartone nella cassaforte dell' Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux: 154 lettere, scritte tra il 1933 e il 1939 da Eugenio Montale a Irma Brandeis. Fu la stessa Brandeis, nel 1983, a consegnarle ad Alessandro Bonsanti, con la richiesta che non fossero rese pubbliche prima di vent' anni. Era il penultimo atto di una storia che ha trovato il suo epilogo con l' apertura dei sigilli nel gennaio 2004 e la pubblicazione dell' epistolario uscito in questi giorni da Mondadori con il titolo Lettere a Clizia e per la cura di Rosanna Bettarini, Gloria Manghetti e Franco Zabagli [...]. Così si può riavvolgere il nastro del tempo e risalire all' inizio: a quel 15 luglio 1933, quando la giovane ebrea americana, colta, poliglotta e cosmopolita, bussò alla porta del Vieusseux per conoscerne il direttore, Eugenio Montale, appunto, senza sapere che da quel momento Irma Brandeis sarebbe diventata Clizia. Da quel colpo di fulmine, e più ancora dalla lontananza, dalle difficoltà, dagli ostacoli con cui si scontrerà l'amore, nascerà la figura femminile più importante della poesia montaliana, la mitologica Clizia, protagonista intermittente e tenace da Le occasioni all' ultima stagione degli Altri versi. Di quella poesia, le lettere sono come il lato in ombra. Vi traspare «tutta la debolezza dell' uomo - spiega Rosanna Bettarini - mentre il poeta è forte, cosciente di sé; al momento delle scelte che davvero gli interessano non sbaglia». Le scelte, appunto. [...] Per sei anni il poeta temporeggia, si dispera, progetta la fuga in America, si rintana in improvvise crisi depressive. E alla fine, coerente col suo «senso della vita filiforme», rinuncia a Irma. Forse era il modo di sopravvivere di un uomo che «scrisse anche "vissi al cinque per cento", ma con Clizia questo cinque per cento pare piuttosto una rendita vitalizia», è la conclusione di Rosanna Bettarini, che nell' introduzione al volume segue da par suo, con la memoria ai propri studi petrarcheschi, la progressiva trasformazione, nelle lettere, di Irma in Clizia, della donna amata nella divinità invocata: «è la tipica situazione d' un poeta che vive assediato dall'assenza-presenza d' una donna lontana. Nei processi lirici dell' assenza, tra le gemme della memoria poetica, forse non c' è differenza tra l' oro e le perle di Laura e le giade e i coralli di Clizia. In fondo, dentro la cornice di questo carteggio quasi settennale, dall' estate del 1933 all' autunno del '39, i due implacabili epistolografi si sono visti sì e no per poco più d' un mese. Quanti incontri dobbiamo immaginare per Laura e messer Francesco tra il 6 aprile 1327 e la primavera del '48?». Per il poeta Montale la beatificazione dell' assente è fonte della sua poesia più alta; per l' uomo, il modo di continuare a cullarsi in un amore impossibile: «Certo, le dee non hanno bisogno di appuntamenti e di orari e non si aspettano un mazzo di fiori il giorno dopo: si concedono dopo molto amore per grazia gratis data senza perché. è questo spazio di estasi e di libertà che va cercando il poeta, che spesso si domanda: Era l' Amore? con la risposta in un' ultima poesia del 1980 giustappunto intitolata Clizia nel '34: "non era amore quello/ era come oggi e sempre/ venerazione"». Proprio il 1980 segna un capitolo a sé in questa vicenda. Dopo quarant' anni di silenzio, Montale invia ad Irma una copia dell' Opera in versi, accompagnata da un biglietto in cui la chiama ancora «my Goddess, my divinity». A Irma, o a Clizia?: «Quest' interessante e quasi illeggibile bigliettino, tanto tremanti sono l' anima e la mano, firmato Montale in modo totalizzante, inabissa i varii eteronimi epistolari, Eusebio, Arsenio, Gatu eccetera, a vantaggio del solo autore che ha scritto tanti libri di poesia. Pare che a Irma dispiacesse questa firma, con l'argomento che mai lei l' aveva chiamato così, quasi la sigla d' una perdita d' amicizia e di confidenza. Ma nell' estate del 1980, ad portas inferi, Montale è solo il poeta che ha chiuso un vasto Canzoniere d' amore e pensa ancora con devozione a quell' unica Musa vivente che è Irma Brandeis. Sì, la dedica è a quella Musa che, sotto forma di donna ornata di frangetta e di orecchini, si era miracolosamente incarnata nella biblioteca del Vieusseux a Firenze un giorno d' estate nel '33, aprendo nuovi paradisi all' autore di Ossi di seppia, che alla fine però orgogliosamente reclama la sua vera identità». E proprio al Vieusseux, dove tutto è cominciato, tutto finisce e ricomincia in altra forma. Come è giusto che sia, perché questa è in fondo anche una storia fiorentina, possibile ovunque ma miracolosamente appropriata alla Firenze tra le due guerre: «Il clima letterario di Firenze, in quella stagione di vivacità, era certo un' attrattiva per la giovane e colta studiosa americana. Per Montale è lo sfondo per il libro suo più fiorentino delle Occasioni, dove la città è evocata anche mediante segni e toponimi, dalla Martinella di Palazzo Vecchio alla Costa San Giorgio e a Tempi di Bellosguardo, con quel colle che non porta fortuna ai poeti. Nelle lettere a Clizia la città, al di là del gossip malizioso, è vista con affetto; anche se Montale non è per niente un paesaggista, struggenti sono le rapide immagini dell' Arno al tramonto e la favolosa discesa dal Piazzale Michelangelo "tra scale acque e terrazze": una città persino più bella e più cara se vista attraverso gli occhi di lei tra spirali di fumo e qualche bicchierino».





"molto liberale, ma non sempre tollerante. Era seria ma anche scherzosa. Agile, snella, ben vestita, sembrava, a vederla, più una donna di mondo che una studiosa di mestiere. Era, insomma un tipo complesso." (Paolo Vivante)










Montale a Angelo Marchese, 15 ottobre 1977

... Clizia può essere vista in un pazzesco riepilogo nella Morgana [Quaderno di quattro anni, 1977]; ma Clizia [nelle mie poesie] occupa lo spazio 1933/34 - e poi 1938. Dopo se ne perdono le tracce.

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Nuove stanze

Le occasioni, 1939

 

Poi che gli ultimi fili di tabacco

al tuo gesto si spengono nel piatto

di cristallo, al soffitto lenta sale

la spirale del fumo

che gli alfieri e i cavalli degli scacchi

guardano stupefatti; e nuovi anelli

la seguono, più mobili di quelli

delle tue dita.


La morgana che in cielo liberava

torri e ponti è sparita

al primo soffio; s’apre la finestra

non vista e il fumo s’agita. Là in fondo,

altro storno si muove: una tregenda

d’uomini che non sa questo tuo incenso,

nella scacchiera di cui puoi tu sola

comporre il senso.


Il mio dubbio d’un tempo era se forse

tu stessa ignori il giuoco che si svolge

sul quadrato e ora è nembo alle tue porte:

follia di morte non si placa a poco

prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo,

ma domanda altri fuochi, oltre le fitte

cortine che per te fomenta il dio

del caso, quando assiste.


Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco

tocco la Martinella ed impaura

le sagome d’avorio in una luce

spettrale di nevaio. Ma resiste

e vince il premio della solitaria

veglia chi può con te allo specchio ustorio

che accieca le pedine opporre i tuoi

occhi d’acciaio.


http://machiave.blogspot.it/2017/07/irma-brandeis-trasposta.html