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giovedì 16 aprile 2026

L' intellettuale latitante


Gabriele Pedullà
L'intellettuale inafferrabile: ma quanto servirebbe oggi

Domani, 15 aprile 2026

 L’intellettuale: soggetto inafferrabile. Fino all’inizio del Novecento, come sostantivo, nemmeno esisteva il termine. Il neologismo si diffuse infatti in Italia dalla Francia (dove pure era entrato in uso di recente) negli anni della battaglia scatenata sulla stampa da Émile Zola in difesa di Alfred Dreyfus, capitano dello Stato maggiore francese accusato ingiustamente di aver venduto i segreti del paese alla Germania solo perché ebreo. L’intellettuale – la parola e la cosa – è nato insomma nel fuoco della lotta. Prestissimo si è preso a lamentarne la scomparsa o – come scrisse Julien Benda nel 1927 – “il tradimento”: cosa che succede ogni volta che le passioni partigiane hanno la meglio sull’imperativo superiore a servire anzitutto la verità.

Perché la fondamentale contraddizione dell’intellettuale è che, per ragioni ovvie, si manifesta soltanto nello scontro, ma nel momento in cui aderisce completamente alla logica della disputa (al servizio della Ragion di Stato o della Ragione di Partito) perde il suo statuto speciale e diventa un politico come tutti gli altri, al massimo un politico che ha letto qualche libro in più.

Quando la pubblicistica odierna lamenta il declino degli intellettuali, denuncia in genere un fenomeno assai diverso da quello deprecato da Benda. Ciò che la turba è il sostanziale disinteresse della politica per le opinioni di categorie professionali un tempo assai apprezzate nelle stanze dei decisori. Non è detto che le cose stiano davvero così; è più probabile, infatti, che siano soltanto cambiati gli interlocutori dei potenti, con la sostituzione degli storici e degli scrittori da parte degli economisti e dei comunicatori (e con i giuristi perennemente al loro posto, in quanto tecnici del diritto indispensabili a scrivere le leggi e a interpretarle).

Una figura sfuggente


Le geremiadi contemporanee non colgono però soprattutto la specificità della dinamica innescata dalla lotta per Dreyfus e rimasta in eredità al secolo XX. Nelle corti e nei ministeri, segretari del principe di ogni foggia e inclinazione non sono mai mancati (né mancheranno mai), con i loro saperi indispensabili al governo degli uomini e degli Stati. Il J’accuse di Zola ha fatto emergere invece una figura diversa, da tempo in incubazione sui giornali e per statuto stesso anfibia. L’intellettuale è infatti unapparte uomo di scienza o di lettere che abbandona momentaneamente i territori a lui più familiari per far valere nella sfera pubblica le sue conoscenze e il suo prestigio in nome di qualche alta idealità. Un grillo parlante. Forse il più prezioso dei saccaromiceti che permettono all’opinione pubblica di lievitare a beneficio delle democrazie.

L’intellettuale è una figura sfuggente proprio per questo. Irrompe dalla sua torre d’avorio nella mischia e, così facendo, prende posizione e polarizza il campo, che in un istante si popola per lui di amici e di nemici. Al tempo stesso, tuttavia, deve evitare di farsi imprigionare dalle linee di ostilità e di solidarietà, dato che la sua forza morale deriva in gran parte dalla sua non completa appartenenza al mondo nel quale ha deciso di far sentire la propria voce. Alla lunga, il consenso può essergli altrettanto fatale degli attacchi degli avversari. Mentre infatti lo studioso e il letterato puro si tengono a distanza dalla mischia, e i funzionari e i militanti puntano tutte le loro fiches su una delle parti in lotta, i legami che l’intellettuale, disorganico per natura, stringe nell’arena pubblica devono essere solidissimi (per la natura senza esclusioni di colpi dello scontro) ma anche istantaneamente revocabili.

Il rapporto degli intellettuali con la politica fa pensare alla storia di Dedalo e Icaro in fuga dal labirinto. Se ci si accosta troppo al sole, le penne si staccano per il calore e si precipita nell’acqua. Se si vola troppo bassi, succede lo stesso a causa della temperatura del mare. Tocca seguire allora una via media, insidiosissima proprio perché, mentre da un lato è così facile ricadere nello specialismo dei professori e nell’estetismo degli scrittori, all’estremo opposto il passo da intellettuali a funzionari e da funzionari a cortigiani è sempre più breve di quanto non si creda. È la condanna della falena.

Essere o fare

Non è un caso che nell’Italia del XX secolo la stagione più vivace sia stata inaugurata dalla rottura della fedeltà al Pci degli intellettuali comunisti dopo i fatti di Ungheria del 1956 e dall’entrata del Psi nell’area di governo. Tra i marxisti ci fu chi allora scelse di rimanere dentro, ma, paradossalmente, schierandosi sempre più spesso contro il proprio stesso partito (Pier Paolo Pasolini), e chi preferì invece collocarsi fuori ma rimanendo vicinissimo, nel ruolo del suggeritore (Italo Calvino), o ancora chi si mise alla ricerca di nuovi soggetti politici più accoglienti verso gli spiriti inquieti (Sebastiano Timpanaro), spesso guardando con particolare favore ai movimenti giovanili (Franco Fortini). E ciò avvenne tanto a vantaggio degli uni (gli intellettuali) quanto degli altri (i politici).

La scomparsa dei partiti di massa ha scombussolato le regole del gioco: oggi non c’è più nessuna via media da cercare. Questo però ha fatto emergere persino con più chiarezza la condizione paradossale dell’intellettuale, il suo rimanere, per così dire, sempre sulla soglia. Qui ci aiuta la lingua italiana.

Prendiamo due frasi semplici e apparentemente simili come “Valerio è un poeta” e “Matteo fa il poeta” ma che in realtà, messe a confronto, contengono un preciso giudizio sull’uno e sull’altro. Per Valerio la verità della poesia come esperienza totalizzante, capace di occupare una vita intera. Per Matteo la teatralità di chi si mette in posa o trasforma un modo di sentire in una (pseudo)professione. La stessa distinzione non vale invece nel nostro caso.

Gli intellettuali non sono – mai. Gli intellettuali fanno – una grande quantità di cose diverse. E, quando smettono di farle, tornano a essere ciò che erano prima: dei professori, dei filosofi, dei cineasti, degli storici, dei narratori – persino dei poeti. Perché “intellettuale” non designa né una professione né un modo di stare al mondo, ma una curiosa identità a corrente alternata, che in alcuni individui si accende e si spegne come una lampadina (mentre altri, che per il resto condividono con loro stato civile e condizione lavorativa, quella stessa lampadina non la elettrificano mai). In altre parole: intellettuale è chi da intellettuale fa.

Artigianato 

Come in casi simili, si può apprendere a “fare da intellettuali” o a farlo meglio (non a “fare gli intellettuali”: che è tutt’al più un soggetto da commedia all’italiana). Oggi se ne sente un gran bisogno. Servono fantasia e gusto del bricolage, perché, quando si entra nel dibattito pubblico, tutto quello che si è imparato fino a quel momento è solo un esercizio propedeutico. Né il sapere né il talento garantiscono infatti che la luce si illuminerà a dovere. Qui si naviga a vista, a rischio continuo di naufragio. Eppure, a chi prende per il mare aperto si dischiudono anche possibilità impreviste.

Nel “fare da intellettuale” c’è una buona dose di artigianato. Il modo migliore di apprendere è andare dunque a bottega da qualcuno che già si è confrontato con le medesime sfide e con gli stessi ostacoli. Per questo, la seconda edizione della Festa della Resistenza della Fondazione Feltrinelli parte quest’anno da sette verbi che descrivono – parzialmente e approssimativamente – le azioni con cui si irrompe sulla scena pubblica. Con una compagnia di ospiti dalle competenze e dai percorsi diversissimi cercheremo insomma di imparare tutti assieme – un poco come in un sillabario di base – che cosa vuol dire Immaginare, Raccontare, Contaminare, Fondare, Denunciare, Educare, Analizzare. La sfida comincia qui: soprattutto per i più giovani. Nel segno, ancora una volta, di Zola.

lunedì 15 dicembre 2025

Capire prima di tutto


Chiara Francini
Ecco perché sono andata ad Atreju: dialogo vuol dire progresso

La Stampa, 15 dicembre 2025

Ma la realtà è un fatto complesso.

E affrontarla richiede tempo, profondità, esercizio.

Richiede fatica.

E questo bipolarismo povero, piccino, che confonde la politica con il tifo, il pensiero con l’appartenenza è un meccanismo comodo, perché solleva dalla fatica del pensare.

Ma è anche mortale, perché semplificare male un pensiero è il modo più rapido per farlo morire. E quando un pensiero muore, nasce la dittatura.

È un bipolarismo sterile quello che divide senza spiegare, senza dire.

Le battaglie che contano - quelle per i diritti delle donne, delle persone omosessuali, transgender, dei malati, dei poveri, degli ultimi, di chiunque abbia avuto meno voce - non avanzano quando ci si rintana. Avanzano quando ci si espone. Quando si attraversano i luoghi che sembrano lontani e si porta lì la propria storia, la propria verità, la propria idea di giustizia e la propria presenza.

I diritti crescono nella luce.

Non nei pozzi.

Non nelle assenze che non sono coraggiose, ma prudenti.

E il dialogo - quello vero - è la forma più alta di responsabilità. E di rischio.

Perché dialogare significa accettare di essere fraintesi, contestati, messi in discussione. Ma significa anche tenere in mano la possibilità più bella e scomoda di tutte: capire.

E la comprensione è una rivoluzione lenta, ma irreversibile.

Con questo libro sono stata alla Festa dell’Unità, al Festival di Domani, presentata da Adriano Sofri, nelle scuole, nei teatri, nelle piazze.

E ora sono qui.

Sono qui perché non ho mai creduto nella letteratura - e nella politica - che cercano soltanto il proprio riflesso. Le parole e le storie devono andare laggiù, dove fanno attrito. Perché l’attrito, se è onesto, genera movimento. Progresso.

Se oggi siamo qui a discutere di un romanzo che parla di antifascismo, di memoria, di disobbedienza e di libertà, fatevi un applauso, perché non è un gesto ruffiano: è un gesto di fiducia. Fiducia nell’ascolto, nella pluralità, nelle parole che anche quando sono percepite come scomode possano trovare una stanza comune.

Essere qui non è un dettaglio.

È una possibilità.

Una possibilità che esiste solo se esiste la libertà di parola. E la libertà di parola non è mai garantita una volta per tutte. Vive solo se esiste una stampa libera, capace di disturbare, di contraddire, di non allinearsi. La libertà di stampa non serve a confermare le versioni ufficiali: serve a incrinarle. Serve a impedire che il potere - qualunque potere - diventi racconto unico.

Si deve combattere con ferocia ogni tipo di pregiudizio. Perché il pregiudizio è un giudizio che viene prima ed è già una condanna senza processo. Arriva prima dei fatti, prima dell’ascolto, prima della verità. Ed è costitutivamente sempre sbagliato.

Se siamo tutti esseri umani - fragili, contraddittori, irriducibili, meravigliosi - allora il punto non è scegliere tra il nero e il rosso, ma riconoscere l’arco intero dei colori. Ricordare che siamo fatti della stessa materia, anche quando ci convinciamo del contrario. Che la diversità non è altro da noi. È parte costitutiva di noi. Tutti siamo diversi. Grazie a Dio.

Il fatto che io sia qui oggi, a parlare di un libro che racconta di come le diversità non si correggano ma si accolgano, è già un gesto che smentisce molte delle narrazioni che ci vogliono barricati ciascuno nel proprio fortino della salvezza.

E il fatto che siate qui ad ascoltare - qui, dove molti giurerebbero che certe parole non possano stare - è un dato reale. Non simbolico.

Il dialogo non è compromesso. È progresso.

Le querce non fanno limoni è un romanzo politico perché è un romanzo umano. E la politica significa scegliere come si sta al mondo.

Quella che ho scritto è la storia di madri e di figlie, di obbedienze sbagliate e disobbedienze necessarie; di vergogne imposte e di libertà che costano.

È un romanzo che continua a chiederti una sola cosa, semplice e insopportabile: E tu? Da che parte stai?

E lo fa usando parole che resistono. Alle epoche, ai regimi, alle geografie. Parole che non obbediscono alla cronaca, ma alla memoria profonda di un popolo.

Che si depositano e riemergono quando la vita ha finito il fiato.

E restano. Stanno.

«Cara mamma, quando questa mia ti giungerà io non sarò più.

Muoio sereno. Ho la coscienza tranquilla.

Tu sei stata per me la più cara delle madri, e il mio pensiero è per te in quest’ora.

Non piangere.

Prega per me.

Io muoio nella fede in Dio e nell’amore per la Patria.

Abbi coraggio, mamma. Bacia per me tutti i miei cari.

Tuo Franco»

«Mia adorata mamma,

quando leggerai queste righe io sarò già morto.

Non piangere troppo: non sarebbe degno né di te né di me.

Io muoio tranquillo, perché so di aver fatto ciò che ritenevo giusto.

Prego Dio che ti dia forza.

Penso a voi - a te, a papà, ai miei fratelli - e questo pensiero mi accompagna come una mano che mi regge.

Non odio nessuno.

Lascio il mondo con la pace nel cuore e con l’amore per la nostra Italia.

Vi ho voluto un bene immenso.

Addio, mamma mia.

Tuo per sempre,

Paolo»

Queste parole le hanno scritte Franco Balbis e Paolo Braccini.

Fucilati il 5 aprile 1944.

Erano ragazzi.

Erano italiani.

Erano partigiani.

E allora si capisce che parole come Dio, patria, famiglia non servono a dividere.

Servono a reggere l’ultimo sguardo, l’ultimo respiro, l’ultimo addio.

Non appartengono a una parte. Appartengono alla vita.

A ciò che ci tiene insieme, anche quando facciamo di tutto per negarci.

E allora se c’è un senso in questo invito - e nella mia scelta di esserci - è questo: la letteratura non ha paura dei luoghi in cui entra.

Ha paura solo dei luoghi che evita.

E allora chiudo da dove ho iniziato: dal nome sulla porta. Rosario Livatino.

Un uomo che è morto perché non ha ceduto.

Se siamo qui a discutere, a contraddirci, persino a capirci, è perché qualcuno, prima di noi, ha avuto il coraggio di non spostarsi di un millimetro.

E allora, almeno oggi, proviamo a esserne all’altezza.

giovedì 27 marzo 2025

La Trieste mitica dei letterati



Adriano Sofri, La Trieste di Saba, Joyce e Svevo, Il Foglio, 27 marzo 2025 

Circola in ogni cosa / un’aria strana, un’aria tormentosa, / l’aria natia”. Le città hanno un’aria, e i poeti per dirla. Trieste ha Saba. “Trieste ha una scontrosa / grazia”: proprio così, pensa il viaggiatore, che cercava le parole per dirlo. Pubblicata nel 1912, la poesia diceva però: “La città dove vivo ha una selvaggia grazia”. E continuava: “… che adulta serba il bello e il rozzo / d’un ragazzaccio con le mani troppo / grandi per dare un fiore”. Nel 1921 era rimasta “selvaggia”, e aveva continuato “ai miei occhi piace / come un bel ragazzaccio…”. Nel 1945 prese la forma finale: scontrosa, e: “Se piace / è come un ragazzaccio aspro e vorace / con gli occhi azzurri e mani troppo grandi / per regalare un fiore; come un amore / con gelosia”. E l’ultimo verso era a sua volta passato da una “vita contemplativa” alla “mia vita / pensosa e schiva”. Alla fine, Saba dichiarò le “alcune asprezze delle precedenti versioni” qui tolte, o appianate, “con mano eccezionalmente felice”. Era successo che Saba, cinquantenne, lasciasse Trieste dedicandole un “Distacco”, chiamandola “mia città così aspra e maliosa”, e poi: “La tua scontrosa grazia saluterò”. Gli parve che alla grazia di Trieste si addicesse meglio l’aggettivo “scontrosa”, e lo recupererò, e ora faremmo fatica a rassegnarci all’originario “selvaggia” – troppo, per la città, e anche per il suo selvatico Carso.

Domenica parlavo con Mauro Covacich della sua “Trilogia triestina. Svevo Joyce Saba” (La nave di Teseo): sono i testi di tre puntate al Politeama Rossetti, e rivendicano a Trieste i suoi tre maggiori – “Tre corone”, fiorentine, furono presto dichiarati Dante Petrarca e Boccaccio, e poi, dal 1945 in poi, per qualche decennio, Carducci-Pascoli-D’Annunzio in un’antologia scolastica Mondadori. Di Joyce triestino Covacich ricorda l’esilarante lettera spedita da Parigi a Svevo, per chiedergli di recuperare delle sue carte e fargliele recapitare: “Dunque, caro Signor Schmitz, se ghe xe qualche d’un de Sua famiglia che viaggia per ste parti la mi faria un regalo portando nel fagotto che non xe pesante gnianche per un omo poiché, La mi capisse ze pien de carte che mi go scritto pulido, co la penna e qualche volta anche col ‘bleistiff’ quando no iera la pena. Ma ocio a no sbregar el lastico /occhio a non rompere l’elastico/, poiché allora nasarà confusion fra le carte”… Il prodigioso Joyce ha imparato il triestino, non l’italiano. E il suo allievo d’inglese, il Signor Schmitz, Italo Svevo, ebreo, padre tedesco, che parla in triestino e, dice Saba, “poteva scrivere bene in tedesco, preferì scrivere male in italiano”. Covacich ha un cognome sloveno, ha parlato triestino, scrive bene in italiano, sta a Roma così può tornare a Trieste, fa sul serio con la letteratura. Nel recente corpo a corpo con Kafka (2024, per la stessa editrice) prova ad ascoltare fino in fondo la famosa raccomandazione di K ventenne: “un libro dev’essere l’ascia per il mare ghiacciato dentro di noi”. Kafka, ebreo boemo scrive nel tedesco non suo, e da allora bisogna fare i conti col suo tedesco.

Giornata di coincidenze, domenica. Nella nostra conversazione è intervenuto un frequentatore di quella Trieste, di Anita Pittoni e di Giotti e Stuparich… Di mattina era uscita una rigogliosa intervista di Cazzullo a Claudio Magris, nella quale il professore aveva fatto scivolare un giudizio che sarà suonato alla compagnia dei joyciani ingiurioso quanto a me l’attentato a Ventotene: “Io ho letto prima Victor Hugo di Scipio Slataper o di Italo Svevo. Anche se poi mi sono reso conto che Svevo è grandissimo. Al confronto, Joyce è un autore di serie B”. (In passato era stato meno drastico: “Per molti versi non è certo meno grande di Joyce”). Magris può, e vale la pena di pensarci. Ricorda di nuovo la “grandiosa” mezza pagina di Svevo – l’ultima, secondo Maier: il vecchio che a mezzanotte ride del diavolo commesso viaggiatore senza clienti. (Oggi, è l’ultima pagina di Zeno che torna a imporsi: “L’occhialuto uomo inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. /…/ Sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.

Ne “La città interiore” (2017) Covacich racconta un proprio azzardato esame con Magris. Lui conta sul corso monografico, Magris gli rivolge la prima lunga domanda in tedesco. “Al mio primo farfugliare nella lingua di Goethe, il professore mi ha guardato e, creando con le sue stesse parole, italiane, uno scarto di dimensione tale da offrirmi una via d’uscita in una specie di universo parallelo, ha detto: Adesso chiudo gli occhi e lei sarà stato solo un sogno”. Magnifico. Mi sono ricordato di Kafka a casa Brod che senza volere sveglia il padre di Max addormentato sul divano e gli dice: “Mi consideri un sogno”. Magris: “La considero un sogno”.

(L’intervista ha poi avuto un’appendice in cui il Caffè Libreria San Marco ha confermato all’intervistatore come bisogni essere cauti con lo spirito triestino, e specialmente con un personaggio così squisitamente sveviano come una giovane cameriera).

Non abbiamo avuto il tempo di misurarci sulla gallina. La gallina è una figura cruciale nella poesia di Saba. Covacich racconta Saba che, aspettando Lina andata a fare la spesa, scrive di getto “A mia moglie”, le dà della pollastra, della giovenca, della cagna, della coniglia. Lei rientra, lui entusiasta gliela legge, lei, tutta piena di pacchi e pacchetti, non la prende benissimo… Lui non rinuncerà mai: scriverà, tardi, “Povera, vecchia e stanca, gallina”. A differenza di Saba, e di me, Covacich ha una ripugnanza per le galline e gli uccelli in genere - fra un pollaio e una gabbia di leoni, entrerebbe nella seconda. Nello spettacolo ha messo La gallina di Cochi-Renato-Jannacci, che “non è un animale intelligente”. Di sé, delle sue poesie, Saba scrisse: “Il buon Carletto / Cerne, l’amico e collaboratore e poi erede della Libreria/ mi diceva: ’Vedo / che proprio deve farle’. Devo come / La gallina fa l’uovo. Questo un giorno / me lo disse mia figlia /…/ Immaginava / suo padre in una gabbia”.

Un altro grande, Mario Lavagetto, dedicò una lettura psicanalitica a “La gallina di Saba”, il suo animale sacro. Sull’altra sponda c’è un verso dell’inno a Oberdan – Saba era nel grembo materno quando Guglielmo Oberdan fu impiccato: “Morte a Franz, viva Oberdan! / Vogliamo formare una lapide / di pietra garibaldina; / a morte l’austriaca gallina, / noi vogliamo la libertà”. Così l’aquila bicipite. Oggi, l’amministrazione Trump si è appellata al Veneto per l’importazione delle uova.

domenica 22 dicembre 2024

La ragazza straniera. Un amore di Martin Heidegger

 


Francesca RigottiCarteggi amorosi / Hannah Arendt e Martin Heidegger: le lettere, Doppiozero, 5 settembre 2020

Arendt non sembra avere preferenze di luogo o di territorio; vive dove riesce a vivere, a pensare, a scrivere. Non si considera una donna tedesca e neanche una donna ebrea: lo scrive a Heideger nel 1950, quando riprende la corrispondenza che si era interrotta nell’inverno del ‘32-33, allorché Arendt era riparata prima in Francia e poi negli Stati Uniti con il secondo amato marito Heinrich Blüchner, che fu tutto, amato, amico, fratello, padre, collega, scrive Safranski; mentre dal primo, Günther Stern, poi Anders, aveva divorziato dopo un breve matrimonio. Io sono soltanto, scrive di sé Arendt, Das Mädchen aus der Fremde, la ragazza straniera, straniera ovunque, che è di casa soltanto nella sua lingua madre – dirà nella celebre intervista – l’unica lingua nella quale poteva recitare le poesie imparate a scuola, tra le quali sicuramente anche i versi di Schiller sulla fanciulla straniera che distribuiva i suoi doni, fiori e frutta, a tutti, ma specialmente alla coppia di innamorati del finale. 

Hannah Arendt è sempre la stessa ragazza dai capelli ricci nei quali lui passava «il pettine delle sue dita», le scrive Heidegger nel 1950, e per la quale il professore scrive poesie, una delle quali porta lo stesso titolo della poesia di Schiller, La ragazza straniera. I versi di Heidegger non sono melodiosi come quelli di Schiller, sono ruvidi, criptici, pesanti, senza bellezza. Un’altra delle poesie che Heidegger dedica a Arendt si intitola Die SterblichenI mortali. Su questo tema, come su altri, le considerazioni di Arendt e Heidegger erano andate in direzioni opposte: all’«essere per la morte» e alla filosofia della mortalità di Heidegger Arendt infatti rispose con la filosofia della natalità, l’«essere per la vita», «essere per la nascita», la filosofia dell’essere non soltanto mortali ma anche, e soprattutto, nascibili. L’inno filosofico al nascere, che si affaccia alla mente di Arendt mentre ascolta le note dell’Alleluja del Messiah di Händel, fu forse una sorta di compensazione per i figli che Hannah Arendt non ebbe mai, perché «quando poteva non fu possibile e quando fu possibile non poteva», come le fa dire Margarete von Trotta nell’omonimo film (Hannah Arendt, con Barbara Sukowa, Germania, Lussemburgo, Francia 2012).

Ebbe però quell’amore grande, e Heidegger ebbe l’amore di lei, e il loro amore si mischiava con l’amore per il pensiero e il desiderio di comprendere, era un amore che Heidegger espesse nei primi tempi della loro storia con le parole di Agostino, senza sapere che proprio sul concetto di amore in Agostino Arendt avrebbe scritto la tesi di dottorato, non più con lui ma con Jaspers, a Heidelberg e non a Marburg, da cui si era allontana proprio a causa di quell’amore impossibile. «Amo», scrive Heidegger citando per la prima volta il filosofo di Tagaste nella lettera del 13 maggio 1925, significa «volo ut sis». Ti amo, cioè voglio che tu sia ciò che sei, «felice, raggiante e libera come venisti a me», le aveva scritto appena il mese prima, firmandosi non più semplicemente Martin ma «il tuo Martin». Anche Hannah comincerà a firmarsi «la tua Hannah», quella che nel 1929 gli bacia «la fronte e gli occhi».

Poi la lunga interruzione e la ripresa nel 1950, timida, dove le lettere un po’ sostenute di quel periodo, gli anni della gelosia sono stati definiti, vengono firmate semplicemente Martin. Finché negli anni dell’autunno, così chiamati dal titolo di un’altra poesia, Autunno, questa volta di Hölderlin, arriva di nuovo un segnale da parte di lei che si firma «come sempre (wie immer) Hannah». E da allora, dagli anni autunnali fino all’inverno della morte di lei – Heidegger le sopravvivrà per sei mesi, attendendo la fine tranquillo, sereno, rilassato – sarà «come sempre» per entrambi.

domenica 24 novembre 2024

Azzurro



Paolo Lazzari, Quando Paolo Conte scrisse Azzurro per Celentano

Il Giornale, 24 novembre 2024

La genesi di "Azzurro" è singolare. Paolo Conte, all'epoca un giovane autore e compositore, aveva già una carriera avviata, ma la sua fama era ancora limitata. Nel 1967, quando gli fu commissionata la scrittura di una canzone per Adriano Celentano, Conte era ancora lontano dal diventare uno dei più grandi autori della musica italiana. L’idea di "Azzurro" nacque da un incontro con Vito Pallavicini, paroliere di fiducia di Celentano, che suggerì il tema del viaggio e della ricerca di un luogo ideale. Conte, che era alla ricerca di un tono diverso da quello delle canzoni più melodiche e tradizionali, scrisse una musica orecchiabile e fresca, con un ritmo frenetico e un'intensità che avrebbe conquistato subito l'ascoltatore. Il titolo stesso, "Azzurro", richiama il colore del cielo, la libertà, ma anche un senso di malinconia, come se l'azzurro fosse un luogo ideale lontano e irraggiungibile. Questo gioco di contrasto tra speranza e insoddisfazione divenne uno dei tratti distintivi del brano.

Quando Adriano Celentano, uno degli artisti più celebri e amati dell'epoca, registrò "Azzurro", la canzone acquisì immediatamente un grande valore aggiunto. La sua voce unica e il suo stile inconfondibile trasformarono il brano in un successo che varcò i confini italiani. Celentano interpretò tutto con il consueto mix di energia e ironia, riuscendo a trasmettere quel senso di desiderio di cambiamento e di evasione che è centrale nel testo. La sua performance non fece prigionieri: la gente canticchiava il pezzo e ondeggiava sorridendo in tutto il paese.

La reazione della stampa e del pubblico

Quando "Azzurro" venne pubblicata nell’estate del 1968, la risposta della stampa e del pubblico fu entusiasta. Nonostante il brano fosse molto diverso dalle canzoni tradizionali dell'epoca, caratterizzate da melodie più lente e romantiche, il suo ritmo allegro e la sua freschezza conquistarono. La canzone divenne subito un tormentone, suonando nelle radio e nelle discoteche, e si fece strada anche in altri paesi, come la Francia, dove fu interpretata da vari artisti locali, rendendo Celentano ancora più famoso a livello internazionale.

La maggior parte della stampa italiana elogiò il brano per la sua originalità e la capacità di unire una melodia accattivante con un testo che trattava temi universali, come la solitudine, la ricerca di un senso di appartenenza e la voglia di fuggire dalla routine quotidiana. "Azzurro" divenne così un inno generazionale, parlando a tutti quelli che, in un'epoca segnata da profondi cambiamenti sociali e politici, cercavano una via di fuga nella musica.



Il testo della canzone

Cerco l'estate tutto l'annoe all'improvviso eccola qua.Lei è partita per le spiaggee sono solo quassù in città,sento fischiare sopra i tettiun aeroplano che se ne va.
Azzurro,il pomeriggio è troppo azzurroe lungo per me.Mi accorgodi non avere più risorse,senza di te,e alloraio quasi quasi prendo il trenoe vengo, vengo da te,ma il treno dei desiderinei miei pensieri all'incontrario va.
Sembra quand'ero all'oratorio,con tanto sole, tanti anni fa.Quelle domeniche da soloin un cortile, a passeggiar...ora mi annoio più di allora,neanche un prete per chiacchierar...
Azzurro,il pomeriggio è troppo azzurroe lungo per me.Mi accorgodi non avere più risorse,senza di te,e alloraio quasi quasi prendo il trenoe vengo, vengo da te,ma il treno dei desiderinei miei pensieri all'incontrario va.
Cerco un po' d'Africa in giardino,tra l'oleandro e il baobab,come facevo da bambino,ma qui c'è gente, non si può più,stanno innaffiando le tue rose,non c'è il leone, chissà dov'è...
Azzurro,il pomeriggio è troppo azzurroe lungo per me.Mi accorgodi non avere più risorse,senza di te,e alloraio quasi quasi prendo il trenoe vengo, vengo da te,ma il treno dei desiderinei miei pensieri all'incontrario va.

https://machiave.blogspot.com/2024/11/lazzurro.html



domenica 8 marzo 2015

L'esibizionismo digitale di massa






Carlo Bordoni


Dilaga il rito dell’intimità pubblica
Addio incontri riservati con prete e analista
Domina l’esibizionismo digitale di massa

Corriere della Sera La lettura, 8 marzo 2015

«A partire dal Medioevo, le società occidentali hanno posto la confessione fra i riti più importanti da cui si attende la produzione della verità». Tanto che l’uomo «è diventato una bestia da confessione». L’affermazione di Michel Foucault, del quale ora Feltrinelli pubblica le lezioni del 1971 per il corso al Collège de France, è ancora fatalmente attuale. Il dispositivo della confessione, come forma di autodenuncia, volontà di espiazione, liberazione dal senso di colpa e desiderio di condivisione pubblica, si è però adattato ai tempi, utilizzando i nuovi media come sostituti del sacro. Una tra le forme di spettacolarizzazione dell’intimità che la postmodernità ha introdotto, spingendo l’individuo a mostrarsi, ad autopromuoversi con disperata invadenza nel tentativo di affermarsi. E se per questo non basta Facebook, la Rete offre siti specifici (Erba del vicino, PostSecret, Insegreto, Sfoghiamoci.com) in cui rivelare il proprio intimo attraverso la sottomissione al giudizio collettivo.
Si prefigura una società a intimità diffusa, dove la condivisione della vita privata si fa valore espositivo che si misura nella quantità di like: è sempre più trendy confessare le colpe e gli episodi imbarazzanti della propria sfera personale.
Il dispositivo della confessione, inizialmente formulato dal cristianesimo come ricerca della verità del sé, fondamentale ai fini della propria salvezza, si è poi fatto strumento terapeutico nella psicoanalisi e procedimento laico riservato alla letteratura. Nel Tropico del Cancro Henry Miller dichiarava la sua motivazione alla scrittura promettendo: «Mi stenderò sul tavolo operatorio e metterò in mostra le budella». Solo all’autore era concessa la libertà, in nome dell’arte, di svelarsi in pubblico senza ritegno; agli altri conveniva esercitare la pratica della confessione privatamente. Dal sacerdote, nell’anonimato del confessionale, o sul lettino dello psicoanalista. Colloqui strettamente riservati, la cui funzione era penitenziale o terapeutica. Ma comunque sempre di fronte a un interlocutore singolo, un ascoltatore con il potere di assolvere, alla cui mercé ci si affidava nella consapevolezza che solo quella ritualità permette il sollievo. Perché la confessione è sempre una sorta di assoluzione, anche quando prevede un castigo, poiché contiene in sé il desiderio di espiare. Non a caso in tutte le legislazioni il reo confesso ottiene una riduzione della pena.
Ma come è stato possibile rompere i limiti del privato e riversare in pubblico, senza remore, ciò che appartiene alla sfera più intima dell’individuo?
Secondo Norbert Elias il «muro invisibile posto tra mondo interiore e mondo esterno» è soprattutto una questione «specifica di formazione della coscienza». Fa parte del nostro retaggio, è un fatto culturale. Come tale il mondo interiore dovrebbe restare segreto, un tabù insuperabile. Invece è stato travolto dall’imprevista corsa all’esibizione di sé, vero selfie dell’anima che si fa sempre più generalizzato e invadente. Supera i confini della decenza e, in video come sul web, appare più un coro di voci dissonanti che reclamano attenzione e chiedono con forza di essere ascoltate e riconosciute. È proprio il riconoscimento, l’attesa di una rivalutazione pubblica del sé, che muove alla confessione. Rispondere alla domanda «perché l’hai fatto?» significa a un tempo rivivere l’azione e, traducendone il fatto nelle parole, darne una spiegazione razionale per redimersi. Più che a soddisfare il bisogno inconscio di liberarsi del proprio senso di colpa e cercare la punizione, come sosteneva Theodor Reik, sulla scorta di Freud, qui si assiste alla purificazione della colpa attraverso la pubblica condivisione. Non si cerca la verità, la razionalizzazione dell’errore commesso, la sua trasposizione sul piano della parola che sostituisca l’azione e la rimuova.
L’ammissione, lo svelamento dei propri errori, delle colpe, dei tradimenti, del disamore, degli egoismi, ricerca l’approvazione pubblica, il riconoscimento della propria umanità e debolezza. Diventa una modalità di partecipazione, un rito di passaggio che sancisce l’appartenenza alla comunità. Si dissolve così ogni rapporto di potere, da quello che costringe a confessare, persino sotto tortura, a quello che s’instaura col confessore. L’assoluzione non è più data da un singolo, sia esso il giudice, il prete o il medico analista, ma da una moltitudine di pari che assorbe, ingloba il nuovo e se ne rafforza.
L’odierna pratica della confessione pubblica attraverso i media si potrebbe allora configurare come una riammissione nel corpo della comunità, quasi un aggiornamento dell’ exomologesi , cioè di quella drammatica rivelazione di sé attraverso la quale il peccatore chiede di essere riaccolto nella Chiesa.
Resta l’ambiguità che nella confessione risieda il vero, quale presupposto della libertà: invece della liberazione c’è il rischio di essere presi in trappola da un potere senza volto, la cui forza può essere distruttiva. Converrà, in fondo, seguire il suggerimento dello stesso Foucault, espresso un decennio più tardi in Mal fare, dir vero , e che suona come un tentativo di difesa a oltranza dell’individualità: «Non confessare mai!».