giovedì 5 novembre 2026

Netanyahu isolato


Michele Giorgio
Israele perde l'America bipartisan, Netanyahu isolato

il manifesto, 5 novembre 2026  

Benyamin Netanyahu per ora tace. Ieri sera non aveva ancora commentato le notizie provenienti dagli Stati uniti, dove la netta vittoria dei Democratici alle elezioni di midterm, con l’elezione di non pochi deputati e senatori apertamente critici nei confronti di Israele, ha ridisegnato gli equilibri politici a Washington e aperto nuovi interrogativi sul futuro dei rapporti tra i due paesi.

A MAGGIOR RAGIONE dopo il post su X del vicepresidente JD Vance che, con parole inequivocabili, ha affermato che le pesanti sconfitte subite dai Repubblicani dimostrano che la guerra con l’Iran deve finire e che gli Stati uniti devono cambiare il loro rapporto con Israele. «Il motivo per cui abbiamo perso è la guerra (contro l’Iran). Lo ha detto lo stesso presidente (Trump) ieri sera», ha scritto Vance, che non ha mai nascosto la propria contrarietà all’attacco israelo-americano contro Teheran e ha accusato, più o meno apertamente, Netanyahu di aver esercitato forti pressioni per scatenare la guerra, promettendo una vittoria rapida che non è mai arrivata. Le parole di Vance si aggiungono all’annuncio fatto due giorni fa dalla Casa bianca sull’interruzione degli aiuti annuali a Israele, pari a circa quattro miliardi di dollari. L’esito delle elezioni negli Usa, agli occhi degli osservatori israeliani, ha evidenziato tra le altre cose che criticare e condannare Israele non pregiudica più le candidature, come avveniva in passato. E che i milioni di dollari investiti dalle lobby, a cominciare dall’Aipac, non sono più determinanti per l’elezione dei candidati filoisraeliani. A questo punto, aggiungono, è lecito attendersi che la maggioranza democratica alla Camera e al Senato, pur dovendo fare i conti con il potere di veto del presidente, condizionerà l’agenda dell’amministrazione e sottoporrà a un controllo molto più stringente le sue decisioni in politica estera. Israele sarà al centro dell’attenzione. La questione riguarda direttamente le sue offensive militari a Gaza, in Libano e contro l’Iran.

HAARETZ E ALTRI MEDIA spiegano che coloro che hanno sempre sostenuto Israele e difeso il rapporto strategico con Tel Aviv dovranno confrontarsi con gruppi parlamentari nei quali la critica alle politiche israeliane non è più marginale. La vittoria di Abdul El-Sayed in Michigan, primo musulmano eletto al Senato, è significativa. Durante la campagna elettorale El-Sayed ha chiesto di interrompere gli aiuti a Israele e ha definito genocida la guerra a Gaza. «Vogliamo che i soldi delle nostre tasse vengano spesi qui e non per combattere una guerra genocida», ha dichiarato dopo la vittoria.

PER NETANYAHU la sconfitta repubblicana arriva nel momento peggiore. Dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre, il suo blocco ha perso la maggioranza e i suoi avversari hanno immediatamente utilizzato il voto americano per accusarlo di aver compromesso il sostegno bipartisan al Congresso di cui Israele ha goduto per generazioni. Il leader del partito Democratici, Yair Golan, ha detto che i risultati statunitensi dimostrano quanto Netanyahu sia diventato tossico.

L’ex premier Yair Lapid ha avvertito che la permanenza di Netanyahu al governo mette a rischio la sicurezza israeliana e la posizione internazionale del paese. Gadi Eisenkot, principale rivale nella battaglia per la guida del prossimo governo, da parte sua ha definito grave il fatto che una modifica così importante del quadro degli aiuti militari Usa sia stata appresa attraverso le dichiarazioni pubbliche di Trump. «Non possiamo più fare affidamento su di lui», ha affermato, riferendosi a Netanyahu.

INTANTO, MENTRE cominciano le consultazioni del presidente Herzog con i partiti, Netanyahu, il suo partito, il Likud, e l’estrema destra guidata da Itamar Ben Gvir attaccano senza sosta la legittimità del voto del 27 ottobre, che pure è stato certificato dalla Commissione elettorale. Ad aiutare il premier c’è anche il capo del servizio di sicurezza Shin Bet, David Zini. Per Netanyahu e i suoi alleati, le presunte ingerenze straniere di cui si parla da giorni renderebbero inaccettabile il risultato del voto espresso dagli elettori arabi, accorsi in massa alle urne.

A suscitare forti perplessità sono anche le indagini condotte da Zini, che ieri hanno preso di mira Ayman Odeh, ex leader del partito Hadash (Lista comune), indicato come il parlamentare arabo sospettato di aver ricevuto centinaia di migliaia di shekel in contanti dall’Autorità nazionale palestinese per spingere la popolazione a recarsi alle urne. Zini vorrebbe interrogare anche altri leader politici palestinesi. L’iniziativa ha provocato una rara condanna pubblica da parte della procuratrice generale Gali Baharav-Miara, che ha sottolineato come nessuno possa essere interrogato senza prove.

ODEH HA RESPINTO seccamente le accuse, definendole una «persecuzione politica». La storica affluenza alle urne dei cittadini arabi, ha scritto Odeh in un messaggio, «ha fatto impazzire Netanyahu e i fascisti: la paura di perdere il potere li spinge a sparare in ogni direzione». I palestinesi denunciano anche l’arresto, avvenuto a Giaffa, del giornalista Abed Abu Shahadeh, accusato di aver intervistato in Qatar Azmi Bishara, un tempo esponente di spicco della minoranza araba in Israele, esule da quasi vent’anni a Doha perché accusato di aver avuto contatti con Hezbollah.

 

Nello Scavo
La ferita aperta del consenso perduto unisce Donald a Netanyahu

Avvenire, 5 novembre 2026 

Il rogo era previsto. Come ogni 4 novembre, davanti all’ex ambasciata americana di Teheran, occupata dagli studenti rivoluzionari nel 1979, bruciano bandiere statunitensi e israeliane. Ma quarantasette anni dopo il rito offre agli ayatollah una coincidenza inattesa: vanno in fumo i simboli dei nemici mentre da Washington e Gerusalemme arrivano le notizie delle loro sconfitte elettorali.
Donald Trump si è visto sfilare il controllo del Congresso. Benjamin Netanyahu ha perso la maggioranza al Parlamento, la Knesset, ma resta al governo e cerca una via d’uscita dall’assedio politico e giudiziario. I manifestanti gridano «Morte all’America». «Trump si è spinto troppo oltre in tutto. Ed è una delle ragioni della sua sconfitta», dice Hananeh, giovane manifestante filogovernativa a Teheran. La guerra contro il regime sciita ha attraversato entrambe le campagne elettorali, contribuendo a modificare gli equilibri politici dei due principali avversari della Repubblica islamica. Ora il risultato delle urne può condizionare il futuro del conflitto. Perché due leader politicamente indeboliti possono diventare anche più pericolosi.
«Per coscienza o per il costo della vita, gli americani hanno detto no alla guerra», scrive su X Mohammad Baqer Qalibaf, presidente del Parlamento iraniano e negoziatore con Washington. Una lettura di parte, non un dato elettorale. Il blocco della navigazione a Hormuz ha trasferito parte del costo del conflitto ai distributori di carburante. Trump stesso ha riconosciuto che l’Iran ha contribuito alla sconfitta, pur difendendo gli attacchi del 28 febbraio. La nuova maggioranza democratica entrerà in carica a gennaio. Potrà bloccare leggi e nomine, aprire inchieste, ma non sottrarrà al presidente il comando delle forze armate. E proprio questo intervallo preoccupa Teheran. Due alti funzionari iraniani hanno confidato all’agenzia Reuters il timore che Trump tenti di compensare la sconfitta elettorale con un attacco rabbioso. La Guida Suprema Mojtaba Khamenei avverte: «Gli Stati Uniti vedono lontana la fine della propria egemonia, noi la vediamo vicina».
Il rischio non è astratto. Nella notte precedente il voto americano Washington ha colpito batterie missilistiche sull’isola iraniana di Qeshm in un’operazione definita «difensiva». Trump ha lasciato aperta la possibilità di altri raid: «Siamo pronti, se necessario. Ma potrebbe non essercene ragione», ha detto al Financial Times. Il Qatar intanto media tra le parti, raccogliendo le condizioni poste da Teheran: fine del blocco navale, revoca delle sanzioni e dei fondi congelati in cambio della riapertura di Hormuz.
Anche il voto israeliano è entrato in questo calcolo. La Commissione elettorale ha approvato i risultati e respinto l’ipotesi di brogli capaci di alterare l’esito: 53 seggi al blocco di Netanyahu, 48 all’opposizione guidata da Gadi Eisenkot, 19 alle liste arabe. Il presidente Isaac Herzog ha avviato le consultazioni. Nell’attesa, Netanyahu resta primo ministro e in caso di attacco americano avrebbe il potere di dare gli ordini alle forze armate di Tel Aviv. Il generale Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e premier che sarà indicato dalle opposizioni, non contesta la minaccia strategica di Teheran ma la conduzione politica della guerra. Non è una svolta pacifista, ma può produrre una divergenza con Washington: Trump ha un incentivo a contenere il costo economico e politico della crisi, Netanyahu può invocare l’emergenza di sicurezza mentre cerca una maggioranza.
Nel giorno del voto americano Trump ha annunciato un’intesa con Netanyahu per interrompere dopo il 2026 circa 4 miliardi di dollari annui di aiuti militari, continuando però a vendere armi. Il sostegno armato americano ha toccato 12,5 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024, dopo il 7 ottobre, per tornare a 3,7 miliardi nel 2025. L’annuncio di Trump non modifica gli accordi vigenti fino al 2028. È un ricatto travestito da misura di bilancio, indirizzato a chi vorrebbe archiviare “Bibi”: senza di lui Israele sarebbe più esposto.
La prossima scadenza potrebbe essere diplomatica, non militare. Il 10 e 11 novembre Abu Dhabi dovrebbe ospitare i colloqui tra Stati Uniti, Russia e Ucraina. Un nuovo attacco all’Iran, con il rischio di ritorsioni contro i Paesi del Golfo, renderebbe più difficile persino tenere aperto quel tavolo. Ma la diplomazia non basta, da sola, a escludere un’altra guerra.
Il paradosso unisce Washington, Gerusalemme e Teheran. Trump ha perso il Congresso, non il comando delle forze armate. Netanyahu ha perso la maggioranza, non il governo. Il regime iraniano festeggia la loro debolezza, ma teme che proprio quella debolezza possa spingerli a colpire ancora. Tre capitali interpretano le stesse elezioni secondo interessi opposti, mentre gli eserciti restano pronti a intervenire.
I fronti intanto si moltiplicano e l’incertezza che da Washington fa rotta verso Tel Aviv apre nuove crepe. A cominciare da Beirut. Dopo aver incontrato il presidente Joseph Aoun, il premier libanese Nawaf Salam ha ammonito Hezbollah a non trascinare il Paese in «un’altra avventura sconsiderata» per interessi esterni: «La decisione di guerra e pace spetta esclusivamente allo Stato». A Damasco, i servizi siriani denunciano l’arresto di una cellula legata a Hezbollah che preparava un attentato alla raffineria di Homs. Al Cairo, il ministro degli Esteri Badr Abdelatty ha chiesto all’omologo iraniano Abbas Araghchi «flessibilità» nei negoziati: la sicurezza del Golfo, avverte, è parte di quella egiziana. La crisi si allarga al Mar Rosso: gli Houthi attaccano obiettivi sauditi e minacciano Bab al-Mandeb, con ripercussioni fino a Gibuti e Somalia. Secondo l’Africa Center for Strategic Studies, il traffico commerciale nel Mar Rosso resta sotto un terzo dei livelli precedenti all’ottobre 2023. Tra Hormuz e il Golfo di Aden, una nuova offensiva rischia di bloccare due arterie dell’economia mondiale.
E nella regione dove ogni vittoria militare promette sicurezza senza riuscire a garantirla, il pericolo è che qualcuno cerchi sul campo di battaglia il consenso perduto nelle cabine elettorali.

 

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