domenica 1 novembre 2026

Un governo senza Netanyahu

Nello Scavo
In Israele Eisenkot ha deciso di aprire ai partiti arabi: cosa succede adesso

Avvenire, 1 novembre 2026

«La porta sarà aperta a qualunque parlamentare disposto ad accettare i nostri principi». Gadi Eisenkot tenta di trasformare la maggioranza anti-Netanyahu in governo. La dichiarazione diffusa sabato sera dal leader di Yashar fissa quattro condizioni che aprono all’intesa ma pongono condizioni per i voti decisivi dei partiti arabi.
Esige il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, democratico, liberale ed egualitario; l’adesione ai valori della Dichiarazione d’indipendenza; il servizio militare, nazionale o civile per tutti i cittadini; il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica e della necessità di distruggerne il potere militare e di governo a Gaza. Eisenkot promette un esecutivo «sionista e istituzionale, il più ampio possibile». Ma prima del voto aveva escluso che le liste arabe fossero pronte ad accettare quei requisiti.
L’aritmetica spiega il problema. Il blocco Netanyahu ha 53 seggi, quello dei partiti ebraici contrari al premier 48. Le due liste arabe ne hanno conquistati 19: insieme agli oppositori di Netanyahu fanno 67, 6 oltre la maggioranza assoluta. Ma non sono una coalizione. Avigdor Lieberman rifiuta l’appoggio dei partiti arabi; Naftali Bennett non ha finora accettato questa soluzione.
Fonti dei partiti arabi contattate da Avvenire spiegano a quale punto sia l’accordo: «Sono in corso le trattative. Noi arabi abbiamo accettato di rimanere in silenzio e di dare a Eisenkot l’opportunità di formare un governo e di non sabotarlo». Il patto prevede che i partiti dei palestinesi israeliani forniscano un appoggio esterno «senza ottenere nulla in questa fase, pur di sostituire Netanyahu».
Yair Golan, leader dei Democratici, chiede un loro coinvolgimento pieno, anche se all’interno delle correnti palestinesi emergono divergenze. Eisenkot ha incontrato Yair Lapid per «coordinare le mosse» e rivendica un mandato: secondo il suo calcolo, oltre mezzo milione di elettori in più avrebbe votato contro il governo uscente. Secondo indiscrezioni della stampa israeliana, anche un sostegno esterno degli ultraortodossi di “United Torah Judaism” è messo nel conto, a patto di garantire il servizio civile universale al posto della leva militare per gli studenti delle scuole rabbiniche.
Alla prima seduta della nuova Knesset, il 10 novembre, Eisenkot intende promuovere una commissione statale d’inchiesta sul 7 ottobre 2023, la leva per tutti (militare e civile) e l’abrogazione delle contestate norme sulla giustizia. «È il parlamento che dà la fiducia al governo, non il contrario», avverte il generale. Sul fronte iraniano, annuncia che sosterrà nuove operazioni militari solo in presenza di minacce dirette e immediate che non consentano di aspettare la formazione del governo.
Yashar, il partito del generale che potrebbe spodestare Netanyahu, ha accusato esponenti del Likud di aver contattato suoi futuri deputati. A Tel Aviv e Gerusalemme nelle stesso ore centinaia di manifestanti hanno chiesto un governo ebraico-arabo. Per Eisenkot la sfida non è più soltanto battere il premier: è convincere i vincitori del voto anti-Netanyahu a governare insieme.

Francesca Paci
Ehud Olmert: "Netanyahu ha comunque perso 13 seggi: Eisenkot riuscirà a fare un governo"
La Stampa, 1 novembre 2026


GERUSALEMME. L’ex premier israeliano Ehud Olmert conosce l’odore della lotta politica contro Benjamin Netanyahu: nel 2006, alla guida di Kadima, gli inflisse la sua peggiore sconfitta, facendolo crollare a 12 seggi. Poi Bibi si rialzò. Ma, sostiene Olmert, il suo tempo è finito.

Sebbene ridimensionato Netanyahu è ancora in sella, sembra immortale. Perché riesce sempre a rinascere?

«Sembra immortale, ma non lo è. A conteggio finito possiamo parlare di fatti. Il blocco di governo aveva 66 seggi e se ne ritrova 53. Lo stesso Likud ne ha persi 5. Bibi non è affatto imbattibile e non lo dico perché l’ho vinto: ha condotto una efficientissima campagna elettorale contro i suoi partner, rubando voti al partito Shas, a Ben Gvir, a Smotrich. In sostanza, è sopravvissuto a spese di chi lo ha protetto per tre anni. Non vedo alcun successo nella sua performance, ma solo uno spostamento di elettori. Niente a che vedere con Gadi Eisenkot, che un anno fa ha creato un partito dal nulla e entra alla Knesset con 21 parlamentari».

Il presidente Herzog spinge per un governo di unità nazionale con un accordo di rotazione. È una strada percorribile con Bibi che, ventilando una staffetta mai avvenuta, ha già truffato Benny Ganz?

«Un governo di unità nazionale non è un’ipotesi seria. Lieberman ha chiarito che non lavorerà con Bibi e lo stesso hanno fatto Eisenkot e Bennet. E poi, dopo la rotazione sabotata con Ganz, chi si fiderebbe della sua parola? L’unica chance sarebbe escludere Ben Gvir, Smotrich e Shas, un tradimento troppo estremo anche per Bibi. Herzog deve incaricare Eisenkot, non ha alternative se glielo chiedono 67 membri della Knesset, tutti gli eletti dell’opposizione».

Cosa si aspetta che succeda?

«Bibi spera in nuove elezioni, è la sua unica scialuppa di salvataggio. Ma non succederà, avremo un governo di minoranza con l’appoggio esterno degli arabi e magari di altri partiti. Anche Giudaismo Unito della Torah si è detto disponibile a sostenere, senza entrare, un governo Eisenkot. È l’ipotesi più probabile».

Come vede il futuro del Paese, a breve e a lungo termine?

«Con un nuovo governo a guida Netanyahu sarebbe un disastro. Se invece, come confido, archivieremo il passato, i nostri partner europei, Italia compresa, tireranno un grosso sospiro di sollievo e saranno al nostro fianco dandoci tempo per rimettere a posto il Paese. Ad un potenziale premier Eisenkot consiglierei di prendere subito una postura durissima contro il terrorismo ebraico in Cisgiordania, darebbe un segnale importante all’Unione europea a cui sono certo seguirebbero supporto e aiuto. Nessuno si aspetta rivoluzioni immediate, ma ci sono segnali da mandare senza indugi».

Teme che l’esodo degli israeliani, emigrati in massa dopo il 7 ottobre, continuerà?

«Con Eisenkot premier questa emorragia si fermerà».

Sorpreso dai partiti arabi?

«Avevano un enorme potenziale, ma il leader che li ha trascinati in alto è stato Ben Gvir, è lui ad averli persuasi di dover fare qualcosa per difendere il proprio futuro. E Bibi che ora punta il dito contro il Qatar? Spazzatura».

Che partito è oggi il Likud dalle cui fila proviene?

«Ne fui uno dei fondatori, 53 anni fa. Oggi non lo riconosco più, quella che era la destra moderata di Begin è diventata estrema, radicale e di orientamento religioso».

Che rapporto ha Israele con la diaspora, non proprio in linea con l’attuale governo?

«C’è tensione, delusione, rabbia. Molti ebrei americani non si sentono rappresentati ma danneggiati da questo governo. E anche in Europa, per quanto soffra i toni anche violenti contro Israele, buona parte della diaspora capisce che questo clima dipende molto dalle politiche del governo Netanyahu. Da premier ho combattuto guerre dure contro Hezbollah e Hamas, ma non ricordo le piazze di Roma e Milano in fiamme contro Israele: con tutti i limiti possibili guidavo un governo che non era associato al terrore e alla distruzione».

Quando Israele uscirà dal bunker psicologico del 7 ottobre e riprenderà a parlare di dialogo con i palestinesi?

«Siamo ancora nel bunker, è vero. Dobbiamo uscirne. Il primo passo è avere un nuovo governo e la partecipazione degli arabi sarà di enorme importanza psicologica per creare un’atmosfera diversa tra noi e tra i palestinesi».


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