Il riassetto a destra


Gli esperti avevano avvertito – si rileggano le parole del politologo Ivan Krastev su Domani a inizio anno: «Se i democratici dovessero registrare un sonoro successo e Trump di conseguenza si indebolisse, la questione sarà in che modo la destra trumpiana europea ricalcolerà le proprie decisioni, come rinegozierà i rapporti con gli Usa e come ridefinirà la propria strategia». Eccolo, il primo effetto europeo del midterm americano: costringere le destre nostrane a un riassetto.

Per dirla tutta, Giorgia Meloni – alla quale l’astuzia tattica non manca di certo – ha cominciato il riadattamento da tempo. E proprio come, dopo aver ricevuto il bacio sulla fronte e la benedizione politica da Joe Biden, si riavvicinò a Trump – comparendo al fianco di Elon Musk – quando capì che sarebbe tornato alla Casa Bianca, allo stesso modo qualche mese fa, notando la evidente impopolarità di Trump non solo tra gli americani ma anche tra gli italiani specialmente dopo la guerra in Iran, la premier ha esibito scaramucce e distanziamenti. Che sono prevalentemente di facciata: gli accordi tra governi e i rapporti politici continuano, proprio come continuavano con Viktor Orbán anche quando lui, nella primavera del 2022, perse la faccia sull’Ucraina e lei, Meloni, d’un colpo si negò ai selfie.

Quest’anno delle elezioni multiple verrà ricordato per svariate ragioni: la sconfitta di Viktor Orbán dopo 16 anni di ininterrotta deriva autocratica, e poi la batosta per Donald Trump in un mandato che è una versione accelerata di autocrazia per l’America, sono senz’altro tra queste. E un’elezione condiziona l’altra: anche se il trumpismo continua ad agire per destabilizzare l’Europa (basti pensare anche soltanto a quel che è ufficiale, come le linee di finanziamento aperte dall’amministrazione Usa per i think tank filo Maga in Ue, per non parlare delle sparate delle ex ambasciatrici Usa sui cambi di governo o di quelle di Musk sul «terrorismo in Europa»), nel frattempo i cosiddetti sovranisti prendono atto che è meglio nascondere in soffitta il cappellino rosso.

Se alle scorse presidenziali polacche l’ultraconservatore Karol Nawrocki aveva fatto di tutto per un endorsement (con foto) alla Casa Bianca, c’è da pensare che alle prossime elezioni politiche (entro l’autunno) qualcosa possa cambiare. Lo ha già capito Meloni, lo avevano già capito anche Bardella e Marine Le Pen, che ha il chiodo fisso dell’Eliseo e il voto di primavera all’orizzonte: anche il Rassemblement National ha riadattato già prima del midterm la sua strategia, almeno sul versante comunicativo. E in questo il sovranismo offre un assist: basta dichiarare, in fondo, che ognuno pensi al paese suo. Presentare poi ogni rapporto come una cooperazione tra Stati «nell’interesse nazionale», non come un gemellaggio col trumpismo: sia Meloni che Le Pen così già dicono.

Lezioni per l’Europa


Il copione delle destre pare infrangersi, almeno negli Usa del midterm, su due parole chiave, che gli strateghi dem pronunciano in inglese – accountability e affordability, il dovere democratico di render conto e il poter permettersi una vita degna – e che in italiano possono essere sintetizzate in una: potere, potere alle persone. Potere democratico, contro un sistema corrotto che non fa gli interessi popolari, e potere d’acquisto, contro gli effetti nefasti di guerra e inflazione.

In questo specifico frangente della vita politica americana, le guerre culturali – quelle culture wars tanto care a trumpiani, orbaniani e sovranisti – sono finite sullo sfondo perché davanti c’era la lotta sociale: un’alleanza d’occasione tra la classe media impoverita e quelle popolari. Questa sarebbe la lezione, o almeno una delle possibili, per la classe politica europea: ma sarà disposta ad ascoltarla?