venerdì 6 novembre 2026

Il voto cattolico

Massimo Franco
I cattolici scaricano Trump. Il (cauto) sollievo del Vaticano che teme la ripresa della guerra
Corriere della Sera, 6 novembre 2026

I cattolici Usa, che avevano votato in massa per Trump nel 2024, hanno voltato le spalle al presidente. Cos’è successo? Nel frattempo è stato eletto Leone XIV: a New Lenox, sobborgo di Chicago dove il Papa è registrato come elettore, hanno vinto i dem.

«Almeno un voto in meno a Donald Trump da qui è stato dato...». La battuta di un cardinale che vuole restare anonimo fotografa il filo di sollievo che si avverte in Vaticano dopo i risultati delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. E il riferimento, probabilmente, è al Papa americano Robert Prevost, anche se nessuno sa come abbia votato per posta: si sa solo che a New Lenox, sobborgo di Chicago dove è registrato come elettore, hanno prevalso i dem sia alla Camera che al Senato. Ma, appunto, è un sollievo cauto, gonfio di preoccupazione per quello che potrà fare un presidente sconfitto e ferito politicamente e nel suo narcisismo.

È un’incognita alla quale ha dato voce ieri il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, augurandosi che «prevalgano ragione e buonsenso». Il timore sussurrato è che vincano l’istinto della guerra e una ripresa dei bombardamenti contro l’iran. Un fatto, comunque, è assodato: i cattolici americani che avevano optato in massa per Trump nel 2024, al 58 per cento, gli hanno voltato le spalle. E come avviene ormai da anni, il loro orientamento ha contribuito in modo decisivo alla vittoria dei Democratici.

Ormai si tratta di circa un quinto dell’elettorato. E quando si sposta in modo così compatto, significa che è avvenuta una rottura con l’amministrazione in carica. Non era scontato.

Ancora nel marzo scorso, l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Brian Burch, cofondatore di Catholicvote, si definiva «orgoglioso di essere definito un Maga Catholic». E il fatto che il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato americano, Marco Rubio, professino la stessa religione, aveva fatto parlare di un «momento cattolico» dell’amministrazione. L’elettorato, però, stava già cominciando a guardare altrove.

Nell’incontro che Leone XIV aveva avuto a Roma con i vertici della conferenza episcopale Usa, il 5 ottobre scorso, si era accennato alle elezioni. E, seppure misurate, le critiche alla Casa Bianca e la «delusione» dei cattolici erano affiorate in modo trasversale. Le aveva confermate anche monsignor Timothy Broglio, ordinario militare dal 2007, presidente dei vescovi statunitensi dal 2022 al 2025, considerato un solido conservatore. Tra l’altro, aveva rivelato al Corriere lo stupore per il modo in cui l’amministrazione Trump aveva presentato le critiche delle gerarchie cattoliche per il taglio degli aiuti ai poveri forniti dall’usaid. Lo avevano fatto, era stato detto in modo offensivo, «solo per questioni di soldi». Broglio aveva ammesso che questo si sommava allo sconforto di chi si accorge di dovere «spendere un patrimonio per fare il pieno di benzina». Non a caso, quando il 22 ottobre 12 vescovi sono stati fotografati nello Studio Ovale mentre circondavano benedicenti, in piedi, un Trump seduto alla scrivania, è successo un putiferio. Si è saputo che quei presuli erano stati invitati dalla Heritage Foundation, fondazione ultraconservatrice, per un incontro privato, da non rendere pubblico. E hanno protestato.

L’uso strumentale che ne aveva fatto la cerchia trumpiana era imbarazzante: un gesto disperato di chi cercava di recuperare voti cattolici. Ma in sé, la presenza di quei vescovi alla Casa Bianca ha detto quanto sia ancora ramificata nelle gerarchie ecclesiastiche la sintonia con l’amministrazione. A incrinarla sono stati soprattutto le deportazioni degli immigrati di origine spagnola, i «latinos», trattati come criminali dal corpo paramilitare dell’Ice, impoveriti e discriminati; gli attacchi sgangherati di Trump a Leone XIV, primo pontefice Usa, nel febbraio scorso; e l’aumento dei prezzi provocato dal rialzo dell’energia dopo l’attacco israelo-americano all’Iran.

Difficile dire che cosa abbia pesato di più sul ritorno del voto cattolico nell’alveo dei democratici. Il 3 novembre il 69 per cento degli elettori ispanici, in maggioranza «papisti», ha votato democratico. Solo il 30 per cento ha scelto i repubblicani. Se questo indichi un divorzio o solo una separazione temporanea non è chiaro. EWTN, la più grande rete tv cattolica globale, sede negli Usa e impronta tradizionalista, ha già cominciato a indagare sugli effetti del voto.

E analizzando la vittoria dem in Texas ha fatto notare che «cattolici e cristiani sono preoccupati di vedere compromessi i risultati ottenuti in materia di aborto e di diritti dei genitori sull’educazione dei figli». È un avvertimento implicito a non dare nulla per scontato. E non solo per l’agenda dei repubblicani, ancora radicati nel mondo finanziario e accademico cattolico Usa. Il segnale ha come destinatari anche i democratici, identificati con una cultura relativista su temi che riguardano la vita e le unioni omosessuali. La loro deriva radicale, accentuatasi negli ultimi anni, spiega almeno in parte perché Trump sia stato eletto due volte dalla maggioranza dell’elettorato cattolico Usa. La novità non da poco, dal 2025, è Robert Prevost, Leone XIV, il figlio del South Side di Chicago. Si tratta di un Papa che guarda oltre Trump, e sa che la sfida nel suo Paese si giocherà in entrambe le direzioni: per moderare l’estremismo degli eredi del trumpismo, e per indurre i democratici a correggere una visione della società che potrebbe di nuovo allontanare i cattolici.

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