un genio di materia e lavoro (più che di forme)
Michelangelo
Maria Luisa Colledani
Il Sole 24ore, 25 ottobre 2026
Un punto di vista nuovo,
un’angolazione che sorprende e convince: interpretare materia e lavoro di
Michelangelo, non le forme. Vitale Zanchettin, docente allo Iuav di Venezia,
per dieci anni responsabile della Sovrintendenza ai beni architettonici ai
Vaticani e oggi distaccato con finalità di ricerca presso la Fabbrica di San
Pietro in Vaticano, propone con Michelangelo.
Architetture oltre la superficie. Pietra e costruzione nelle fabbriche
fiorentine e nella Basilica Vaticana una riflessione nuova sul genio
toscano e lo fa a partire dal significato del lavoro materiale che è lo sfondo
per leggerne la parabola.
Il saggio, dal ricco e ricercato
apparato iconografico, analizza realizzazioni quali la tomba di Giulio II, la
Volta Sistina, la Sagrestia Nuova, la Biblioteca Laurenziana fino alla Basilica
Vaticana per mostrare come l’individuazione del materiale lapideo da parte
dell’architetto è parte sostanziale e portante, mai di rivestimento in senso
stretto, e «implica scelte onerose in termini di denaro, tempi dilatati per il
reperimento e difficoltà di realizzazione». Nonostante ciò, resta la volontà di
costruire edifici solidi e con pietra massiccia, in fondo, un altro modo di
fare politica, un altro modo per ostentare potere e milioni di fiorini.
Michelangelo è architetto quale diretta conseguenza dell’attività di scultore e
la predilezione per scalpelli da intaglio, vicini alla pratica del
tagliapietra, e il moderato uso della raspa nell’intensità del chiaroscuro
offrono alle sculture il punto di contatto con l’architettura.
Zanchettin si sofferma anche
sull’analisi di cos’è l’imperfezione: «il non
finito è l’immagine della convivenza con il dubbio nella ricerca di
perfezioni limitate, talvolta provvisorie, ma comunque manifestazioni di una
forma di verità». Altro tema affrontato è quello del tempo e del progetto per
capire in che modo il binomio influisca su concezione, realizzazione
dell’architettura e delle sue forme. Ad esempio, alla Sagrestia Nuova, i tre
registri (citazioni da lessico antico, elementi semplificati e pura
reinvenzione nelle tombe) mostrano come si fosse cercato un equilibrio fra
antico e invenzione senza rimanere imbrigliati nell’antico come canone
totalizzante e lasciando così spazio alla libertà creativa in cui «le forme
nuove presenti nell’architettura appaiono come pezzi unici e, nell’intento
dell’artista, non sembrano porsi come modelli riproponibili in altri contesti,
ma come esempio dei quali qualsiasi imitazione sarebbe apparsa come un
motteggio».
Michelangelo ribadiva nelle rime la caducità della vita, il divenire continuo e «l’architettura prende parte, dunque, al fluire del tempo, tenendo insieme l’autorevolezza del passato, la creatività del presente e le pause necessarie a garantire la loro convivenza».
Vitale Zanchettin, Michelangelo. Architetture oltre la superficie, Basilica di San Pietro-Marsilio Arte, pagg. 270, € 28

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