lunedì 2 novembre 2026

Materia e lavoro di Michelangelo

 


un genio di materia e lavoro (più che di forme)
Michelangelo

Maria Luisa Colledani
Il Sole 24ore, 25 ottobre 2026

Un punto di vista nuovo, un’angolazione che sorprende e convince: interpretare materia e lavoro di Michelangelo, non le forme. Vitale Zanchettin, docente allo Iuav di Venezia, per dieci anni responsabile della Sovrintendenza ai beni architettonici ai Vaticani e oggi distaccato con finalità di ricerca presso la Fabbrica di San Pietro in Vaticano, propone con Michelangelo. Architetture oltre la superficie. Pietra e costruzione nelle fabbriche fiorentine e nella Basilica Vaticana una riflessione nuova sul genio toscano e lo fa a partire dal significato del lavoro materiale che è lo sfondo per leggerne la parabola.

Il saggio, dal ricco e ricercato apparato iconografico, analizza realizzazioni quali la tomba di Giulio II, la Volta Sistina, la Sagrestia Nuova, la Biblioteca Laurenziana fino alla Basilica Vaticana per mostrare come l’individuazione del materiale lapideo da parte dell’architetto è parte sostanziale e portante, mai di rivestimento in senso stretto, e «implica scelte onerose in termini di denaro, tempi dilatati per il reperimento e difficoltà di realizzazione». Nonostante ciò, resta la volontà di costruire edifici solidi e con pietra massiccia, in fondo, un altro modo di fare politica, un altro modo per ostentare potere e milioni di fiorini. Michelangelo è architetto quale diretta conseguenza dell’attività di scultore e la predilezione per scalpelli da intaglio, vicini alla pratica del tagliapietra, e il moderato uso della raspa nell’intensità del chiaroscuro offrono alle sculture il punto di contatto con l’architettura.

Zanchettin si sofferma anche sull’analisi di cos’è l’imperfezione: «il non finito è l’immagine della convivenza con il dubbio nella ricerca di perfezioni limitate, talvolta provvisorie, ma comunque manifestazioni di una forma di verità». Altro tema affrontato è quello del tempo e del progetto per capire in che modo il binomio influisca su concezione, realizzazione dell’architettura e delle sue forme. Ad esempio, alla Sagrestia Nuova, i tre registri (citazioni da lessico antico, elementi semplificati e pura reinvenzione nelle tombe) mostrano come si fosse cercato un equilibrio fra antico e invenzione senza rimanere imbrigliati nell’antico come canone totalizzante e lasciando così spazio alla libertà creativa in cui «le forme nuove presenti nell’architettura appaiono come pezzi unici e, nell’intento dell’artista, non sembrano porsi come modelli riproponibili in altri contesti, ma come esempio dei quali qualsiasi imitazione sarebbe apparsa come un motteggio».

Michelangelo ribadiva nelle rime la caducità della vita, il divenire continuo e «l’architettura prende parte, dunque, al fluire del tempo, tenendo insieme l’autorevolezza del passato, la creatività del presente e le pause necessarie a garantire la loro convivenza». 

Vitale Zanchettin, Michelangelo. Architetture oltre la superficie, Basilica di San Pietro-Marsilio Arte, pagg. 270, € 28

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