Giorgia Meloni a cavallo a Verona è l’immagine della metamorfosi compiuta in questi quattro anni, da underdog a donna di potere, distante dal paese reale. Ieri la premier ha difeso il pasticciaccio della nomina all’Anac di Trifone Altieri con un argomento sorprendente, da Marchesa del Grillo: potevamo farlo e lo abbiamo fatto. Il potere prima di tutto, anche se le regole di indipendenza politica delle authority sono calpestate e i requisiti vacillano, come ha dimostrato la scelta del leghista di ritirarsi.

Oggi la paura per la mancanza di sicurezza, il carovita, gli stipendi bassi, i tagli alla sanità pubblica e agli insegnanti, la rivolta delle forze dell’ordine, dalla polizia ai vigili del fuoco, parlano di lei e di un governo che naviga a vista, unito dalla scomposta corsa a prendere le distanze dall’azzoppato Donald Trump. È l’eterno 8 settembre italiano. Fino a poco tempo fa Meloni sgomitava per entrare nella photo opportunity dell’inquilino della Casa Bianca, ora lei e i suoi ministri, come tanti Badoglio, rinnegano la vicinanza. Non sarà facile.

Dieci anni


Il trumpismo è l’orizzonte ideologico in cui si muovono le destre europee da almeno dieci anni. Dieci anni fa, era l’8 novembre 2016, Trump fu eletto per la prima volta presidente degli Stati Uniti. Meloni, allora leader del partitino Fratelli d’Italia, esultò: «Il popolo si ribella all’establishment politico, economico e mediatico da troppo tempo asservito agli interessi dei grandi gruppi di potere e sempre più lontano dalle reali esigenze della gente comune». Il trumpismo è stato ed è la verticalizzazione dell’uomo solo al comando, il disprezzo per le regole e per le istituzioni, la distruzione della convivenza internazionale, l’espressione massima della crisi democratica, in cui le premesse costituzionali dello stare insieme si tramutano nell'opposto: la coesione sociale diventa divisione, la solidarietà isolamento, la sicurezza insicurezza, la speranza disperazione. Tutto questo ha alimentato la belva chiamata trumpismo, che vive e prospera di fratture, non di ricomposizioni. Fratture di genere, generazionali, territoriali (centro-periferia), etniche.

Quando Trump tornò a vincere per la seconda volta, nel 2024, fior di intellettuali e liberali si accodarono a questa interpretazione del mondo. Ora questa narrazione sembra capovolgersi negli Usa. Il popolo va a votare, ma contro Trump, contro i tecno-oligarchi, contro i data center. Il partito democratico ha avuto il merito di presentarsi puntuale all’appuntamento.

Per farlo, ha saltato una generazione o due. L’ultimo fotogramma della campagna elettorale di due anni fa è Joe Biden allo stremo fisico e politico: il corpo invecchiato e malato corrispondeva all’incapacità di fermare il genocidio palestinese a Gaza. E poi la pallida Kamala Harris, mandata allo sbaraglio dai notabili del partito. Oggi i democratici che vincono sono poco più o poco meno che quarantenni. Abdul El Sayed è nato nel 1984, Jon Ossoff nel 1987, James Talarico e Alexandria Ocasio-Cortez nel 1989, mentre crollava il muro di Berlino. Un impasto generazionale e politico interamente nuovo e diverso, messo alla prova della sfida per la Casa Bianca.

Immagini a confronto


Ora va sconfitto «il fervente trumpismo italiano», come ha scritto qui ieri Rino Formica. L’Italia è stato il paese più trumpista d’Europa, in anticipo con i tempi. Il trumpismo non è morto negli Usa e in Italia, proseguirà e sarà pericoloso, ma per la destra viene a mancare il collante ideologico, la sua ragione sociale, il popolo contro le élites. Oggi è Meloni a cavallo l’immagine delle élites italiane, è lei a rappresentare quell’establishment politico, economico e mediatico, di cui parlava nel 2016.

Mentre l’alleanza democratica è più avanti, ha anticipato gli Usa, anche sul piano del rinnovamento generazionale, con una leader quarantenne coetanea dei nuovi protagonisti dem di Oltreoceano. Con l’unità di tutto lo schieramento progressista: mentre il governo si divideva perfino sulla legge del fine vita in Veneto, i rappresentanti di tutti i partiti hanno discusso per più di due ore davanti alla platea esigente dell’assemblea programmatica della Cgil.