Igiaba Scego
Velo, preghiera e causa pro-pal, l'orgoglio dei musulmani vincitori
La Stampa, 7 novembre 2026
Darializa Avila Chevalier ha degli occhiali bicolore che esaltano i suoi occhi intelligenti. Statunitense di origine domenicana, convertitasi all’Islam qualche anno fa e vicina alla causa palestinese, Darializa fa parte della Muslim Wave, l’ondata musulmana, che ha caratterizzato la schiacciante vittoria del Partito democratico alle ultime Midterm. Un’onda diversificata, dove l’Islam è fatto di tutte le sue galassie: donne con il velo, donne senza velo, persone come Darializa (ma anche come André Carson) che si sono convertite per ritrovare sé stesse (per Darializa l’Islam per esempio è una pratica d’amore che le ha dato pace), altre che nell’Islam ci sono nate e lo hanno portato come rifugiati da un altrove, altri ancora nati in America che l’Islam l’hanno vissuto nell’intimità di casa e nel calore delle moschee.
Di fatto l’Islam non è il monolite che avversari e una certa propaganda islamofobica tende a mostrarci. Si è diversi per genere, razza, orientamento politico, esperienze vissute. E molti elettori questo lo hanno capito e hanno premiato le politiche che ognuno di questi candidati portava. Molte persone in Michigan per esempio, dove era in corso una delle sfide più attese quella tra Mike Rogers e il democratico Abdul El-Sayed, hanno più volte detto che “non importa” la religione del candidato, importa solo cosa lui porta ai michiganders. E infatti molta della campagna elettorale dei candidati musulmani da Darializa Avila Chevalier ad Abdul El-Sayed è stata soprattutto sul carovita, la mancanza di una casa, la dissennata e controproducente politica estera di Trump. Naturalmente nessuno di loro ha nascosto la propria identità musulmana, questa traspariva in modo naturale dai discorsi, dai gesti, dalle parole, dai loro stessi nomi. Ed è questa normalità, questo essere musulmano, ma anche fieramente del Michigan, dell’Ohio, del Minnesota, di New York che ha fatto perdere la bussola a Trump. Non a caso Abdul El-Sayed, oggetto di una campagna islamofobica feroce, rispondendo ai numerosi attacchi ha fatto notare che parlare continuamente del suo nome e della sua fede era un modo per distrarre e che «il mio nome non è la ragione per cui la benzina costa di più». Ma è proprio quel nome, che è stato insultato, che il neo senatore El Sayed ha voluto pronunciare nella sua versione completa, Abdulrahman Mohamed El-Sayed, nel momento della vittoria. Un moto non solo di orgoglio, ma una dichiarazione di intenti, siamo qui e non ce ne andremo via. Facciamo parte della Nazione con uguali diritti e doveri.
Anche Ilhan Omar, somala di origine, alla sua quinta elezione al congresso, si è sfogata a modo suo: danzando. La deputata presa di mira da Trump fin dal primo mandato, in questa campagna elettorale ha sofferto particolarmente per atti di intimidazione degni di un regime autoritario. La sua casa è stata perquisita, la sua cittadinanza è stata messa in discussione, la sua persona esposta al pericolo. Ma invece di arrendersi, ha lottato come una leonessa per l’America che ama. E la sera della vittoria, con un caftano blu che ricordava i colori della bandiera statunitense, ha danzato in un luogo simbolo della diaspora somala di Minneapolis: quel Karmel Mall dove la comunità ha costruito una “little Mogadishu” fatta di negozietti, presa di mira ferocemente dalle retate dell’ice lo scorso gennaio. E la vittoria di Ilhan Omar ha trascinato tanti somali-americani alla vittoria nelle elezioni locali, tra cui Omar Fateh e Zaybab Mohamed. C’è orgoglio e sorrisi in queste vittorie. E c’è anche la voglia di riprendersi le parole che in passato sono state criminalizzate, basti pensare che Adam Hamawy, il primo musulmano eletto al Congresso nel New Jersey, ha chiuso il suo discorso della vittoria con “Allah akbar” (Dio è grande), una frase che in Occidente è legata alla paura, ma che fa parte della dottrina e della vita di ogni musulmano. In Hamawy, che ha prestato servizio come medico a Gaza, c’era la voglia di riappropriarsi di qualcosa che l’odio aveva scippato. La vittoria è stata storica, ma c’è in tutti questi candidati, da Rashida Tlaib a Aisha Wahab, da Aber Kawas a Nabeela Syed la consapevolezza che la guerra contro l’odio e l’ignoranza non è finita. Ma come ha ben notato El-Sayed, si è passati da “in šāʾ Allāh” (se Dio vuole) ad “Alhamdulillah” (grazie a Dio), ovvero prima i musulmani erano marginalizzati, considerati le quinte colonne dell’11 settembre, discriminati, mentre oggi occupano uno spazio politico. E vogliono fare la differenza. Da gennaio li vedremo all’opera.

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