Mario Monti
Lezione per l'Europa e per l'Italia
Corriere della sera, 8 novembre 2026
Le elezioni di midterm negli Stati Uniti hanno molte implicazioni. Quattro mi sembrano di particolare importanza. Riguardano rispettivamente la democrazia, il senso comune, l’Europa, l’Italia. La riscossa della democrazia (cosa ben più importante della rivincita del Partito democratico, che pure ne è stato il principale veicolo) è andata oltre ogni previsione. Sbagliava, per fortuna, chi considerava defunta la liberaldemocrazia più antica del mondo.
Ma sbaglia — ed è una manipolazione più grave di un errore di previsione — chi oggi dice: vedete, voi vedevate nelle parole e negli atti di Trump un fascismo strisciante, un deliberato attacco allo Stato di diritto, una corruzione e un conflitto di interessi eretti a sistema, una «vendita» di poteri cruciali del governo alle oligarchie finanziarie e tecnologiche in cambio del loro sostegno politico. Insomma, un attentato alla democrazia. Ma la democrazia ha vinto. Ciò dimostra che quelle vostre accuse erano solo grottesche caricature.
Ma questo è un vizio logico. Come dire che il tentato omicidio non può esistere come reato. Se un tale spara a una persona, che però non muore, vuol dire che quel tale non ha sparato?
In termini politici, questa affermazione equivale a un’indulgenza plenaria per Trump e per quanti in America e nel mondo l’hanno seguito.
È anche un’autoassoluzione per quegli osservatori che l’hanno descritto in questi anni come persona forse non sempre gradevole, ma alfiere di un nuovo modo di fare politica — quello degli uomini forti e dei predatori — che anche nelle democrazie, una volta eletti, non dovrebbero accettare troppe limitazioni dallo Stato di diritto, men che meno dal diritto internazionale.
E non si dica che tanti americani hanno votato contro Trump solo per motivi economici. I sondaggi mostrano che, oltre all’inflazione, le preoccupazioni per le istituzioni democratiche e per la corruzione hanno raggiunto livelli senza precedenti.
A mio parere, la più interessante rivelazione di queste elezioni è la rivincita del senso comune sulla licenza politica. Dappertutto i cittadini sono convinti, o rassegnati, che a chi opera nella politica non si possano applicare i criteri che, bene o male, regolano la condotta delle persone negli altri ambiti, come la famiglia, la scuola, l’azienda, la comunità civile.
Un solo esempio, tra i molti possibili. «Il fine giustifica il mezzo» è una condotta non infrequente nella vita, ma solo per i politici essa è considerata normale, non riprovevole, quasi un dovere.
Quel che trovo quasi affascinante in Trump è che non vi è un solo canone del senso comune, della morale corrente, da lui osservato. Con tutto il rispetto, accanto a indubbie qualità egli mette in luce senza alcun disagio — probabilmente senza esserne consapevole — di essere non affidabile, privo di ogni rispetto per la verità, di ogni senso del limite e di autocritica, di essere uno spaccone, bisognoso di adulazione, di non conoscere il senso del ridicolo, e mi fermo qui.
Questo profilo umano deve avere provocato ai suoi amici e sostenitori infiniti imbarazzi, che hanno sopportato senza neppure tentare di aiutarlo a crescere in maturità. Vedo però anche due riflessi positivi, entrambi di natura politica.
Primo, se non è riuscito a conseguire quasi nessuno dei suoi obiettivi, in particolare in politica estera, deve essere stato anche per l’incapacità di rapportarsi in modo costruttivo — cioè non sprezzante con i meno forti e non arrendevole con i forti e più astuti, come Xi Jinping — nelle dinamiche internazionali.
Secondo, essere percepito come un megalomane non affidabile deve aver inciso, alla lunga, anche sulla gente comune, sugli elettori americani. Hanno voltato le spalle al politico inconcludente ma, io credo, anche all’uomo, ormai disprezzato dai più.
Ma questa è una lezione incoraggiante. Non solo la democrazia americana ha respinto gli attacchi di un aspirante autocrate, ma l’eccessivo uso — e certo non accorto — della licenza politica ha grandemente ridotto l’efficacia delle sue politiche.
Con tutti i suoi difetti, bene ha fatto l’Europa a non farsi colonizzare troppo da opinionisti sostenitori di una Realpolitik filotrumpiana, anche se tale corrente ha alquanto invaghito i governi di alcuni Paesi e una parte rilevante delle lobby industriali (ma non credo i veri imprenditori).
L’Europa non ha meriti nella sconfitta di Trump. Ha il demerito di non essersi confrontata con maggiore dignità e fiducia in se stessa (ne ha avuta di più il Canada) a una tigre non di carta, ma certo (comprensibilmente) non intenzionata a proteggere l’Europa come in passato dall’autocrate Putin, che Trump trova più congeniale dei nostri piccoli (e ahimé volutamente disuniti) governi nazionali.
Il dopo midterm richiede all’Europa un compito difficile di integrazione accelerata. Un compito reso però più realistico sia dalle paure che ci ha causato il Trump baldanzoso sia dal minore effetto frenante che, con il Trump sofferente, i governi europei a lui vicini dovrebbero esercitare su Bruxelles.
L’implicazione del midterm per l’Italia si riduce a due parole: che spreco! Il nostro Paese non ha realizzato l’ambizione di essere un ponte transatlantico. Soprattutto, ha rinunciato a mettere le sue notevoli capacità di comando politico al servizio dell’integrazione europea. Con la debolezza degli altri e con la sua forza, Giorgia Meloni avrebbe avuto maggiori probabilità di entrare nella storia d’Italia e d’Europa come grande artefice di un’Europa più forte, invece di dedicare quattro anni a un «protagonismo» internazionale.

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