martedì 3 novembre 2026

L'uso pubblico di Foscolo

Massimo Raffaeli
L'uso pubblico di Ugo Foscolo
il manifesto, 3 novembre 2026

È tuttora patrimonio della cultura liceale il passo culminante dei Sepolcri dove si esortano gli italiani a «egregie cose» secondo l’esempio dei grandi ingegni («l’urne dei forti») tumulati o semplicemente ricordati nella chiesa fiorentina di Santa Croce. È un luogo comune leggere quei versi in termini di profezia o di prefigurazione dell’epopea risorgimentale a partire dalla lettura che ne diedero i patrioti della prima ora, da Santorre di Santarosa, Silvio Pellico, a Ludovico di Breme e Giuseppe Mazzini, fanatico lettore di Ugo Foscolo di cui curò addirittura l’edizione, nel 1844 degli Scritti politici inediti.

Il poeta aveva pubblicato il suo grande carme nel 1807 ed era morto esattamente venti anni dopo, vulnerato dalle malattie e oppresso dai debiti, in un sobborgo di Londra dove si era auto-esiliato, via Svizzera, nel 1816 per sfuggire i rigori della Restaurazione che nell’Italia padana aveva il volto della censura austriaca e ce ne informa puntualmente il suo amico e primo biografo anche lui un esule, Giuseppe Pecchio in Vita di Ugo Foscolo, un libro del 1830 (la riproposta da Longanesi nel 1974 è nella cura eccellente di Giuseppe Nicoletti) che tiene comunque il biografato a ironica distanza: ma Pecchio era un framassone liberista, sedotto dagli economisti manchesteriani mentre il poeta rimaneva, dopo tutto, l’ex volontario dell’armata napoleonica e mai aveva rinnegato le sue posizioni libertarie e tirannicide: il Napoleone del Foscolo era il giovane e intrepido generale con il tricolore in pugno al Ponte d’Arcole non certo lo spietato monarca assiso in trono. Tutti peraltro lo avevano capito quando a Pavia nel 1809 il poeta aveva letto la prolusione Dell’origine e dell’ufficio della letteratura (qui la migliore edizione, a cura di Enzo Nappi, è Olschki, 2005) in cui invitava gli italiani a conoscere la propria storia ma la burocrazia napoleonica gli aveva subito revocata manu militari la cattedra di eloquenza.

A LONDRA si era dunque conclusa la sua vita ondivaga e convulsa (e al riguardo un altro foscoliano militante ma meno rugiadoso di Mazzini, cioè Carlo Cattaneo, scrisse che Foscolo aveva inventato l’esilio) ma lì, grazie proprio alla prima vague dei patrioti, era iniziata anche la sua vita postuma e con essa, per usare la definizione di Nicola Gallerano, l’uso pubblico di Ugo Foscolo e del suo capolavoro. Se ne occupa ora un agile e singolare studio di Giovanni Battista Magnoli Bocchi, L’esilio del poeta. L’avventurosa storia delle spoglie di Ugo Foscolo (Carocci, «Lingue e letterature», pp. 185, euro 20.00), il quale muove da quella autentica religio foscoliana che Gramsci (Quaderni del carcere, 5 (IX), 32) definisce la «maggiore ‘fonte’ della tradizione culturale retorica che vede nei monumenti un motivo di esaltazione delle glorie nazionali».

È infatti a unificazione avvenuta e pochi mesi prima che la capitale si trasferisca da Firenze a Roma, che su iniziativa del ministro Angelo Bargoni (terzo gabinetto Menabrea) si avvia l’iter della trattativa con il governo inglese per il ritorno dei resti del Foscolo in Italia e nella fattispecie a Santa Croce, individuata come sede «naturale». Questo è l’incipit ufficiale del mito nazionalista che ovviamente omette di chiedersi quale mai fosse l’Italia prefigurata nei Sepolcri ovvero se corrispondesse a un mito letterario, ad una lingua unanime o invece (come infatti è molto da dubitare) a una precisa espressione storico-geografica.

PER L’OCCASIONE (Magnoli Bocchi non lo cita per esteso) il repubblicano e anticlericale, non ancora Vate della Terza Italia, Giosue Carducci scriverà un’ode solennemente propiziatoria (Per il trasporto delle reliquie di Ugo Foscolo in Santa Croce, poi in Levia Gravia) dove si leggono versi addirittura mimetici: «Vieni e posa nel santo/ luogo di gloria, nel solenne ed ermo Tempio de’ padri». Di una simile invenzione della tradizione foscoliana, il libro dà conto minutamente e se certe volte smarrisce la densità saggistica (anche perché la bibliografia è un po’ troppo magra né si comprende come non sia menzionato, ad esempio, il classico studio di Eric R. P. Vincent, Ugo Foscolo esule tra gli inglesi, Le Monnier 1954) recupera però in termini di documentazione puntuale e di fluidità narrativa. Riesumata il 7 giugno del 1871 da una fossa del cimitero suburbano di Chisiwick (e c’è tanto di macabra fotografia) la salma viaggia via Colonia-Basilea-Torino e arriva a Firenze in pompa magna il 24 giugno.

Tra la folla plaudente e le scolaresche di cui ci informa un cronista che non ci aspetteremmo, Pellegrino Artusi, uno scrittore di oggi Luigi Guarnieri (nella docufiction dal titolo Forsennatamente Mr. Foscolo, La nave di Teseo) immagina si sia introdotto Giuseppe Mazzini, un ricercato di speciale pericolosità che ha conosciuto di persona il rovescio poliziesco del nazionalismo all’italiana: ma si tratta di una licenza poetica perché in quegli stessi giorni Mazzini si trova esule a Lugano ma è vero che tornerà clandestinamente l’anno dopo in Italia per visitare la tomba della madre a Genova e a Firenze quella del Foscolo in un gesto testamentario perché Mazzini muore a Pisa sotto falso nome solo qualche mese dopo, il 10 marzo ’72: inutile aggiungere che il suo Foscolo mantiene tratti decisamente differenti da quelli tipici del periodo post-unitario.

NÉ C’È DA STUPIRSI che il Foscolo nazionalista sia una figura prelibata sia dall’Italietta umbertina sia dagli ambienti interventisti. Lo dice la vicenda grottesca e tuttavia rivelatrice del monumento che avrebbe dovuto istallarsi in Santa Croce al posto della semplice targa relativa alla tumulazione. Il concorso viene indetto nel 1887 e va a vuoto per altre tre volte fino al 1909 in una storia controversa e alla fine grottesca (dove sono implicati a vario titolo il vecchio Bargoni, il giornalista fascistissimo Ugo Ojetti, un artista del rango di Leonardo Bistolfi nonché Accademie di Belle Arti, studi di avvocati, redazioni giornalistiche) il cui esito è la massiccia scultura marmorea di Foscolo giacente sul letto di morte, opera dello scultore fiorentino Zulimo Rossellini, un autodidatta che se la vede rifiutare. (Da tempo la statua – grazie a un’intermediazione di Franco Fortini – è collocata nel Cortile delle Magnolie della Università di Pavia).

Ma una statua torneranno a volerla i fascisti nella fase più acuta dell’uso pubblico del poeta, letto in senso non solo nazionalista ma oramai apertamente xenofobo e militarista.

NEL 1935 uno dei quadrumviri della Marcia su Roma, il ministro Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon (vicino ai Savoia, uno che Bottai nel suo diario tratta da borioso sprovveduto) non si limita come tutti i precedenti a ignorare il fatto che Foscolo fosse stato un giacobino e un libertario ma arriva a definirlo, in un discorso a Palazzo Madama, «fiero nemico della demagogia tetra e desolata del 1789».

Ne uscirà la statua del Foscolo all’impiedi, realizzata da Antonio Berti, che tuttora si trova in Santa Croce e che giusto Bottai nel discorso ufficiale di inaugurazione – presente il Re Imperatore – non teme di riferire al «furore di gloria» e al «patrimonio ideale della razza». Tra i giovani in camicia nera quel 27 aprile del ’39 c’è Franco Lattes che, firmandosi ovviamente Franco Fortini, ricorderà quel giorno in uno dei suoi ultimi scritti (Divertissement su Ugo, «Il Sole-24 ore», 16 ottobre 1994 ma Magnoli Bocchi non lo menziona): «Ero abbigliato da avanguardista, orbace e camicia nera. Reggevo un moschetto dove si appuntava una piccola baionetta. Alla Elevazione venne il presentat’arm. Cominciai allora, credo, a chiedermi come mai si celebrasse il rito cattolico in memoria di un tale che certo per suo scarso cattolicesimo era stato per mezzo secolo ficcato alla meglio sotto l’ignobile marmo d’acquaio». Quanto infine all’uso pubblico di Ugo Foscolo e del suo mito nell’Italia democratica e repubblicana, si tratta di una storia ancora da scrivere.

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