sabato 7 novembre 2026

Gertrude Stein, un incontro

Laura Pezzino
Deborah Levy: “Nell’epoca delle scrittrici suicide Stein voleva una vita bella e felice”
La Stampa, 30 ottobre 2026

«Ho perso il filo. Chi è Gertrude Stein?».

Ci sono autrici che riescono a essere interessanti anche quando raccontano di un caco che matura sul davanzale o della frustrazione per non riuscire a capire granché della persona sulla quale stanno scrivendo un libro.

Nel Mio anno a Parigi con Gertrude Stein la britannica Deborah Levy ci trascina in una questa terra di mezzo tra fiction e narrazione, dove una narratrice inglese arriva a Parigi per scrivere su Stein, ma più va avanti con le sue ricerche più le cose, invece che chiarirsi, si intorbidiscono.

Nata nel 1874 in Pennsylvania da immigrati tedeschi e poi emigrata a sua volta a Parigi, Gertrude Stein è stata non solo una delle più originali avanguardiste del modernismo (celebrata per l’Autobiografia di Alice B. Toklas del 1933, ma per il resto considerata un’autrice ostica e piuttosto oscura), ma anche animatrice di uno dei salotti letterari più famosi dei Ruggenti Venti, al 27 di rue de Fleurus sulla Rive Gauche, frequentato da artisti come Picasso, Matisse, Hemingway e Braque.

In questo libro, ritroviamo una Levy non troppo diversa da quella che abbiamo amato nella formidabile Autobiografia in movimento. Anche qui è praticamente impossibile sfuggire all’incantesimo della sua scrittura mentre fa la spola tra XX e XXI secolo, due epoche che riesce a cucire assieme, anche, grazie al mistero di un gatto andato perduto.

Come si è appassionata a Gertrude Stein?
«Quando ero una studentessa di letteratura modernista, i professori mi davano da leggere James Joyce, Camus, T.S. Eliot, Virginia Woolf, ma nessuno mi aveva mai detto di dare un’occhiata a Gertrude Stein. Eppure, anche se non amo tutta la sua scrittura, è stata una vera leonessa della letteratura, una pioniera. Quando proposi al mio editore questo libro, parecchio tempo fa, non c’era quasi nulla su di lei. Anzi, era stata a lungo oggetto di insulti e caricature».

Da dove è partita per studiarla?
«Mi interessava soprattutto la giovane Gertrude, quella che si era iscritta al Radcliffe College, un’università femminile oggi parte di Harvard, per studiare psicologia con William James, fratello del romanziere Henry. Aveva deciso di farlo dopo aver assistito, durante una passeggiata in California, a una scena in cui un uomo colpiva una donna con un ombrello. Voleva capire le ragioni di quel comportamento e pensava che lo studio della psicologia potesse darle una risposta. Quella però fu una fase molto breve della sua vita: in realtà non le interessava veramente diventare un medico».

Il suo libro però non è una semplice biografia.
«No, anche se all’inizio lo era stato. Poi un giorno, mentre mi trovavo in un bellissimo caffè di Parigi, mangiavo un delizioso croissant e sentivo le campane di Notre-Dame, lo rilessi e lo trovai noiosissimo».

Cosa fece quindi?
«Uscii a camminare sotto la pioggia e mi venne un’idea: avrei costruito una specie di schermo diviso in due, come in un film. Da un parte il XX secolo, con Gertrude che arriva a Parigi a 29 anni, si trasferisce a casa del fratello Leo e non sa che cosa fare della propria vita. Dall’altra il XXI secolo, con una narratrice, un “io” che fa la scrittrice ed è a sua volta straniera a Parigi. Ho pensato anche di darle due amiche più giovani, una delle quali ha un gatto che scompare e loro escono a cercarlo. Durante quelle passeggiate parlano, perché è sempre molto interessante ascoltare le donne che parlano della vita, dell’amore, di cucina, di delusioni, di idee. È così che il libro ha preso forma».

Ragiona molto sulla modernità di Stein. In che cosa consiste?
«Moderno è il suo modo anticonvenzionale di vivere. Essendo nata nell’Ottocento, avrebbe dovuto essere una donna dedita alla casa, piccola e quasi invisibile. Invece era un’intellettuale pubblica, una presenza enorme, e anziché essere una moglie è stata lei ad averne una, Alice B. Toklas. Non corrispondeva ad alcun modello vittoriano di femminilità. Anche nella scrittura era una sperimentatrice molto vicina alla nostra contemporaneità: abbandona virgole, punteggiatura e punti interrogativi, scrive al presente. Ma ciò che mi colpisce più di lei è la sua capacità di costruirsi una vita felice in un’epoca in cui ci si aspettava che le scrittrici si suicidassero tutte. Era molto brava a vivere. Naturalmente anche lei ha attraversato momenti difficili, perché raggiunse il successo soltanto in una fase avanzata della vita».

Nel suo libro scrive che sia Stein che Virginia Woolf poterono esprimersi liberamente solo dopo la morte dei rispettivi padri. Anche per lei è stato così?
«Io ho avuto un padre che, pur essendo molto patriarcale, è stato meraviglioso, dolce e gentile. Leggeva con attenzione i miei libri e voleva discuterne, cosa che io ho sempre trovato molto difficile. La mia esperienza, quindi, è diversa da quella di Woolf, che disse che, se suo padre non fosse morto, non avrebbe scritto nulla, ma anche da quella di Stein, che descrisse il proprio come un tiranno la cui morte fu per lei una grande liberazione. Per me, invece, la morte di mio padre è stata profondamente dolorosa».

Dietro al successo del loro salotto letterario, c’era quello di una coppia.
«Si erano costruite una casa davvero felice in un periodo storico molto complicato. Le dinamiche tra di loro non erano semplici, ma una cosa certa è che Stein ha inscritto Alice B. Toklas nella storia dell’arte, e non sono stati molti i mariti che hanno fatto lo stesso per le proprie mogli. Non sto dicendo che il loro debba essere un modello da imitare, mi sono limitata a osservare la loro esperienza. Avevano organizzato la propria vita intorno alla fiducia reciproca, agli interessi comuni, alla passione intellettuale e sessuale, e anche all’amore per i loro due adorati barboncini. Non significa che fosse l’unico modo giusto di vivere, ma per loro ha funzionato».

Stein venne spesso derisa e discriminata per il proprio aspetto fisico. Ezra Pound la descrisse come «un barile con due gambe». Come reagì a critiche di questo genere?
«Credo che non potremo mai sapere per davvero come si fosse sentita, ma sembrava essere molto a suo agio nel proprio corpo. Quando Pound, che a Parigi tutti volevano incontrare, volle rivederla, lei gli fece recapitare un biglietto per dirgli che era andata a raccogliere fiori selvatici con Alice. Mi sembra un ottimo esempio di senso dell’umorismo».

Freud una volta disse a Jung: “Devo sempre avere un oggetto da amare”. Anche i suoi libri sono pieni di oggetti.
«Li amo moltissimo, ma cerco di non collezionarne troppi perché tutte le mie case, compreso lo studio a Parigi, ne sono ormai piene. Tutti gli oggetti custodiscono al loro interno una storia sepolta. Hanno una loro consistenza, una loro atmosfera, contengono sentimenti o sono io a proiettare i miei su di loro. A volte, semplicemente, mi suggeriscono idee per il mio lavoro. Di recente mi sono sottoposta a un intervento al ginocchio e, durante la convalescenza, ho dovuto usare un bastone per camminare. In casa ne avevo uno comprato a Napoli molti anni fa, con un piccolo piede come impugnatura: è un piacere usarlo. Ogni tanto però mi viene da pensare che forse non avrei dovuto comprarlo, come se fosse stato lui a portarmi sfortuna e a provocare quello che mi è successo. Mi rendo conto che sono pensieri irrazionali, ma adoro farli».

Alla fine del suo libro c’è anche un bacio. Perché ha deciso di inserirlo?
«Eravamo a Parigi. Pioveva. C’erano dei bellissimi lampioni ed era tutto nato da un malinteso. Mi sono detta: perché no? È stato irresistibile».

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