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giovedì 22 gennaio 2026

La fermezza paga

Stefano Stefanini
Dal negoziato capestro al ramoscello d'ulivo: Trump e la diplomazia parallela
La Stampa, 22 gennaio 2026

Accordo raggiunto sulla Groenlandia – e sull’intero Artico; annullamento dei dazi Usa annunciati su otto Paesi europei. Un enorme respiro di sollievo a Nuuk, Copenaghen, Bruxelles, in tutte le capitali europee – e probabilmente anche a Washington. Certo a Wall Street, immediatamente risalita. Chiunque ritenga Davos inutile dovrà ricredersi. Ha fatto cambiare idea a Donald Trump. Non ci erano riusciti gli incontri alla Casa Bianca fra Ministri degli Esteri Groenlandia-Danimarca-Usa, con partecipazione del Vice Presidente JD Vance, non le telefonate dei giorni scorsi di vari leader, non il coro, europeo, canadese, con rara unità a difesa della sovranità danese e dell’autodeterminazione groenlandese, non l’aperta contrarietà all’annessione dell’opinione pubblica americana, inclusa una grossa fetta Maga, e le resistenze in Congresso, dichiarate in campo democratico, sotterranee nei ranghi repubblicani.

O ci sono riusciti tutti insieme? Con la complicità dei mercati che negli ultimi tre giorni avevano chiarissimamente votato contro l’annessione? Non per sostenere la Groenlandia o per la Danimarca ma per timore della guerra dei dazi fra Stati Uniti ed Europa che si stava già accendendo. Fatto sta che nel giro di poche ore Donald Trump ha praticamente capovolto quanto aveva appena detto in circa novanta minuti di discorso, nonché ripetuto alla noia negli ultimi giorni prima di lasciare Washington: che la “proprietà” della Groenlandia era essenziale alla sicurezza degli Stati Uniti per cui il “la dobbiamo avere” sulla scaletta dell’Air Force One in decollo da Washington.

Nel discorso, pur senza toni troppo aggressivi nei confronti dei leader europei, aveva addirittura rincarato la dose: difendere la Groenlandia è indispensabile per la sicurezza mondiale; «solo gli Usa possono difendere» l’isola; per difenderla dobbiamo possederla. A questo si aggiungeva un non tanto velato messaggio, stile Don Vito (Corleone), ai danesi e agli europei: «se ci dite di sì lo apprezzeremo, se ci dite di no ce ne ricorderemo», che li metteva di fronte all’alternativa di dire di sì all’annessione della Groenlandia, e perdere la faccia, e dire di no – per loro stessa dignità - e perdere la solidarietà atlantica, non solo alleanza militare, che li ha accompagnati per ottant’anni. A scanso di equivoci, Trump aveva sottolineato che il “chi se ne ricorderà” è la massima potenza militare ed economica mondiale, mercato che arricchisce il resto del mondo, garante della difesa dell’Europa e delle sorti dell’Ucraina. Concedendo sì che gli Usa non avrebbero usato la forza per prendersi il “pezzo di ghiaccio” – aggiungendo che sarebbe difficile, avete visto cos’abbiamo fatto, e “perfettamente eseguito”, a Caracas non avremmo certo difficoltà a Nuuk. Ma col “ce ne ricorderemo” il Presidente americano aveva messo tutto il resto sul piatto della bilancia: difesa, commercio, Ucraina. Il messaggio agli europei era lapidario: se volete tenere l’America a bordo bisogna cedergli la Groenlandia.

A Davos, dunque, Donald Trump era arrivato chiedendo di acquistare la Groenlandia. Di “negoziare” certo ma “l’acquisto” non altro. Aveva scartato l’idea che possa essere difesa dalla Nato. Almeno, se pensava già che fosse possibile non l’aveva minimamente accennato. All’Alleanza Atlantica chiedeva solo di assecondare il passaggio di proprietà ai fini della messa in sicurezza dell’isola. Quasi che l’Alleanza Atlantica sia un’entità terza rispetto agli Stati Uniti che dal 1949 ne sono il maggiore azionista – l’atto fondante si chiamerà per qualche motivo “Trattato di Washington”, dove il testo originario è depositato. Il Presidente americano continuava invece a parlare della Nato come di una palla al piede che, anzi, «ha trattato male gli Stati Uniti». Appena tre ore dopo queste parole, frammento di quella che è stata una lunga digressione, molto su economia e politica interna, vedi Minnesota, licenziamento di Jerome Powell dalla Fed, in cui ha non ha fatto altro che ripetere quanto detto ventiquattrore prima alla Casa Bianca per l’anniversario del primo anno di presidenza, Donald Trump incontra il Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, al quale aveva già fatto un cenno di simpatia durante il discorso, e annuncia che: a) è stato raggiunto un accordo quadro sulla Groenlandia; b) che l’accordo soddisfa tutte le esigenze americane; c) che le tariffe annunciate contro sabato scorso gli otto Paesi europei rei di aver inviato pattuglie ad un’esercitazione danese nell’isola sono revocate. Non sappiamo ancora quali siano gli estremi dell’accordo. Come sempre con Trump, molti dettagli rimarranno da definire, ma di una cosa si può essere sicuri: Rutte, ex-Primo Ministro olandese, non ha certo messo sul piatto della bilancia la sovranità danese sull’isola. E si sarà consultato con Copenaghen. Di conseguenza, chi apparentemente fa una grossa rinuncia a quanto chiedeva – l’annessione della Groenlandia – è Donald Trump. O era il “deal” a cui puntava alzando continuamente la posta? Non lo sapremo mai. Che poi sia comunque in grado di presentare il risultato come una vittoria, come certo farà, è un altro discorso.

Difficile trarre conclusioni dalla vicenda se non la conferma dell’assoluta imprevedibilità delle mosse del Presidente americano. A caldo, tuttavia, si possono fare tre considerazioni. Primo, la Nato ha ancora una certa utilità marginale per gli Stati Uniti, compresa per un’amministrazione poco “atlantica” come l’attuale. Secondo, dietro le quinte, la diplomazia parallela funziona ancora perché persino con Donald al comando un accordo non si tira fuori dal cappello, va abbozzato per canali che evidentemente hanno funzionato. Terzo, la fermezza paga: la coesione europea e canadese – magistrale ieri il discorso, pur non gradito a Trump, del Primo Ministro Mark Carney – è stato un fattore determinante della conversione a U americana. Fermezza e compostezza nei toni. Questa la lezione da trarne per i leader Ue che si riuniscono stasera a Bruxelles in Consiglio europeo di emergenza. Se si riuniscono: l’emergenza erano i dazi e i dazi non ci sono più. Rinviamo ad un’altra emergenza. Non ne mancheranno. Una serata di riposo non fa male a nessuno. E bene al pianeta.

domenica 18 gennaio 2026

Il bullo americano

Stefano Stefanini
Un pretesto per metterci in ginocchio. L'Europa ora deve sfidare il bluff

La Stampa, 18 gennaio 2026

Pur di prendersi la Groenlandia Donald Trump mette in ginocchio l’Europa – o, viceversa, la Groenlandia gli offre il pretesto per mettere in ginocchio l’Europa. I dazi annunciati su otto alleati europei sono uno schiaffo brutale. Le motivazioni sono puerili e storicamente false. Ma mettendo a parte sdegno – certamente legittimo nelle proteste di piazza, specie dei cittadini danesi e groenlandesi attaccati nella sovranità nazionale – i governi europei devono fare un doppio ragionamento. Rapido ma non precipitoso. Ci sono due settimane di tempo prima che le tariffe entrino in vigore.

Il 47mo Presidente degli Stati Uniti ha fatto delle sue pretese sulla Groenlandia una prova di forza. Lasciamo perdere il diritto internazionale e tre quarti di secolo di solidarietà atlantica che gli danno torto marcio. Per Donald e i suoi fedeli non contano. Se è una prova di forza l’Europa deve avere la forza di affrontarla non sottrarvisi. Scoprirà che in questa vicenda Trump è molto meno forte di quanto non faccia mostra di essere. Il ricorso ai dazi nasconde una mano debole. Come il giocatore di poker in bluff che cerca di portare a casa il piatto rilanciando.

La prima considerazione è di metodo. Occorre pensare alla risposta più efficace per opporsi a questa prevaricazione senza più illusioni di blandizie per allontanarla. Non funzionano. Del resto, è provato che con I teppisti di quartiere la remissività non paga.

Ci avevano appena provato danesi e groenlandesi, andati a Washington per cercare un compromesso che, facendo salva sovranità e autodeterminazione dell’isola, soddisfacesse le richieste americane di messa in sicurezza – da rischi in parte già affrontati nei piani difensivi della Nato o non ancora materializzati, vedi sommergibili cinesi – e di accesso alle risorse minerarie ed energetiche dell’isola. Non sappiamo cosa offrissero. Certo non si sono presentati a mani vuote ad un colloquio al quale partecipava, oltre la controparte fisiologica, il Segretario di Stato Marco Rubio, il Vice-Presidente JD Vance. La cui presenza segnalava quanto l’amministrazione Trump abbia fatto della Groenlandia una questione prioritaria. Ma quale che fosse l’offerta manteneva la linea rossa della sovranità danese. Quindi non bastava: Trump vuole la “proprietà” dell’isola. E dopo appena un paio di giorni è tornato alla carica. Tirando fuori dal cappello i dazi contro Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia colpevoli di inviare pattuglie militari per partecipare ad un’esercitazione militare danese. 10% dal 1mo febbraio, 25% dal 1mo giugno “fino al momento in cui non verrà raggiunto un accordo per l'acquisto completo e totale della Groenlandia” – diktat altro che art of the deal.

Per Trump i dazi sono l’arma multiuso – finche’ glielo permette la Corte Suprema – con proiettile in canna. Ma fino a quarantott’ore fa’ non ne aveva parlato. Il ricatto era un altro: se devo scegliere fra Groenlandia e Nato, scelgo la Groenlandia. Corollario: dato che gli europei hanno bisogno della Nato, molleranno la Groenlandia, tanto peggio per la Danimarca. Senonché l’arma “abbandono della Nato” è spuntata. Per un semplice motivo: agli Stati Uniti la Nato serve ancora, forse non come ai tempi della guerra fredda – la narrativa trumpiana dimentica completamente e convenientemente che l’Alleanza Atlantica nasce per iniziativa Usa ai fini del loro rafforzamento strategico-militare in Europa, dall’Artico al Mediterraneo – ma con una rete di 31 basi permanenti, 19 altre installazioni militari e quasi 70mila unità in servizio.

Serve perché questa presenza non fa solo da deterrente alla Russia, a protezione dell’Europa, ma sostiene la proiezione Usa in Medio Oriente, vedi Iran e Golfo. Serve per i sistemi Aegis dislocati in Romania, Polonia, Spagna (base navale di Rota) a protezione missilistica del territorio Usa. Conclusione: forse anche per Trump la fine della Nato è un prezzo troppo alto per l’acquisto della Groenlandia. Che ci sia arrivato da solo o qualche testa pensante al Pentagono o alla Cia – ce ne sono ancora anche se specie in estinzione – sia riuscita a convincerlo non ha importanza. Ecco, quindi, che Donald passa all’arma di riserva, i dazi che lo hanno servito egregiamente in passato.

Ma, seconda considerazione per le capitali europee, ripiegando sui dazi in quanto con Nato e sicurezza gioca su sabbie mobili Trump da prova di debolezza non di forza. Con cui però, pur debole, punta ora a un risultato strategico ben più grosso della Groenlandia: spaccare l’Europa. Ci vuole poco. Questa volta i Paesi europei colpiti dai dazi non possono subirli passivamente e negoziare - cosa? La cessione della Groenlandia? Devono rispondere con contromisure – contro-dazi o altre misure punitive di interessi Usa. Sono decisioni nazionali per il Regno Unito; dell’intera Unione europea per il resto. In questo frangente la coesione e’ essenziale.

Nella risposta a Trump l’Ue deve avere a bordo anche i Paesi non colpiti da quest’ultima bordata di dazi. Italia compresa. Altrimenti regaliamo a Donald un premio ancor più gradito del fittizio Nobel regalatogli immeritatamente da Machado: la divisione dell’Europa. Per la gioia anche di Vladimir Putin e Xi Jinping.

lunedì 12 gennaio 2026

Il diritto e la forza


Tommaso Greco
Chi prende atto della forza e chi difende il diritto

Avvenire, 11 gennaio 2026

Anche di fronte ai fatti del Venezuela, nei commenti che ne sono seguiti si è riprodotta la spaccatura, che conosciamo già da troppo tempo, tra chi proclamandosi “realista” prende atto, accetta, o addirittura elogia il ruolo della forza nello scenario internazionale, e chi rifiutando questa logica sottolinea la violazione delle regole del diritto internazionale, facendo notare che nemmeno un fine auspicabile, come quello della fine di una dittatura, può essere raggiunto in spregio alle regole che garantiscono il mantenimento di rapporti pacifici tra gli Stati.
La prima posizione ha il vantaggio di essere semplice e per così dire “nuda”, nel suo mettere in risalto il ruolo della forza e la capacità di questa di essere efficace: di costituire anzi l’unica risorsa che efficace può esserlo davvero in un contesto internazionale segnato dai rapporti tra potenze, come ripete costantemente anche la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La seconda posizione ha lo svantaggio contrario. Cercando argomenti che possano arginare la forza, in un mondo in cui non sembra esistere altro che la forza, coloro che la sostengono vanno incontro a critiche che oscillano tra l’accusa di difendere qualcosa di “inutile”, come sarebbe oggi il diritto internazionale, e l’accusa ancora peggiore di essere “amici dei dittatori”. Le due critiche spesso convergono, ma tenderei qui a distinguerle per poter avanzare alcune osservazioni, a difesa non solo del diritto internazionale ma anche di un approccio meno ideologico alle sfide di questi tempi tanto problematici.

Cominciamo dalla seconda accusa, per poi arrivare alla prima. Chi impiega l’argomento dell’”alleanza col nemico” tende a giustificare l’azione messa in atto da Donald Trump con l’efficacia e la bontà del risultato. Si sarebbe trattato di un’azione che ha finalmente liberato un Paese dal suo oppressore interno, e avrebbe quindi riportato la libertà dove essa era sistematicamente violata. Dunque, poiché ci sarebbe solo da ammirare e ringraziare colui che ha ordinato e compiuto questo atto di liberazione, chiunque avanzi qualche critica diventa - coscientemente o meno - difensore del dittatore deposto.
La questione, ovviamente, è ben più complessa. Difendere il diritto internazionale non ha nulla a che fare con la difesa o la giustificazione di un regime tirannico. E non perché l’ordinamento interno e quello internazionale siano separati e indipendenti, oppure in nome di un principio assoluto e intangibile di sovranità (né l’una né l’altra di queste affermazioni sono infatti coerentemente difendibili). Ma per un principio più generale. Quando si proclamano e si perseguono fini che hanno una loro plausibilità - come può essere quello di difendere la libertà e la democrazia - con mezzi che palesemente vi contrastano, l’effetto è di inquinare alla radice il percorso che si vuole costruire, condizionando pericolosamente anche i passaggi successivi. Come aveva mostrato Sant’Agostino criticando Roma, ciò che poniamo all’origine si ripercuote poi nel prosieguo della storia e diventa difficile, per non dire impossibile, liberarsene. Un nuovo ordinamento giuridico e politico, costruito sulla base di un violento intervento esterno, rischia di essere perennemente condizionato dalla presenza incombente e ingombrante di quel primo intervento, non solo perché sempre potenzialmente reiterabile (per quanto in forme differenti), ma anche perché inevitabilmente presente nelle dinamiche politiche interne (come già stiamo verificando).
Si tratta, in fin dei conti, di prendere sul serio il rapporto stretto che sempre esiste tra i mezzi e i fini. Agire attraverso la violenza, e in spregio ad ogni regola stabilita  - affermare addirittura che si ha un “diritto al golpe”, come pure è stato scritto - non può essere giustificabile in nome dei valori e del fine che si dice di voler perseguire. Viene quindi il sospetto che dietro alla difesa dell’azione compiuta in nome della libertà ci sia altro: e non mi riferisco alle “vere” ragioni dell’Amministrazione americana (ammesse persino dal Presidente Trump), ma alle ragioni di chi le commenta, e che mostra semplicemente di adeguarsi alla legge del più forte, in questo caso più accettabile perché imposta da un Paese considerato nostro amico. Ma come opporsi, allora, in futuro a ciò che molti hanno già paventato, e cioè ad una possibile azione della Cina su Taiwan e della Russia, oltre che sull’Ucraina anche su altri territori che essa ritiene di sua pertinenza? O come opporsi alle pretese americane sulla Groenlandia, se vale il principio dello stato di natura, in base al quale ciascuno ha tanto diritto quanta ha di potenza? Si rischia in altre parole di innescare una spirale infinita di violenze e di atti di forza.
A partire da queste domande possiamo rivolgerci perciò, per rigettarla, alla prima critica, quella di chi accusa di moralismo le posizioni di chi invoca — «inutilmente», va da sé — il rispetto delle regole. Questa critica sa di ideologismo oltre che di una certa mancanza di consapevolezza su come funziona il mondo del diritto. Quel che si dimentica è che il diritto è un meccanismo di regolazione che si basa, prima che sulla forza istituzionalizzata (sanzioni, costrizioni, ecc.), sul riconoscimento della sua validità e sul comportamento conseguente degli attori coinvolti. Se i primi ad affermare che «il diritto internazionale non conta» sono i soggetti che sarebbero chiamati ad attuarlo, non siamo di fronte ad una amara e sconsolata constatazione, ma ci troviamo invece davanti ad un atto di vero e proprio sabotaggio del diritto medesimo, esattamente come lo sarebbe quello di un giudice o di un poliziotto che, all’interno di un qualsiasi ordinamento, si rifiutassero di fare ciò che devono, usando l’argomento che «tanto il diritto non serve a molto, dal momento che la violenza domina la realtà».
Il diritto vive nella lotta, ci ha spiegato Rudolf von Jhering, in quel grande classico che è La lotta per il diritto (1872, da poco ripubblicato a cura di Pasquale Femia e Francesco Mancuso, per l’editore Castelvecchi). E questo vale sempre, anche all’interno degli ordinamenti. Se smettiamo di difenderlo, allora vuol dire che non ci interessa più tutto ciò che esso può garantire. Chi punta il dito contro i difensori del diritto internazionale, anziché nei confronti di chi lo viola, dovrebbe tenerlo a mente. La posta in gioco è davvero molto alta.

venerdì 9 gennaio 2026

Cosa fa la Danimarca

Nelly Didelot
Mette Frederiksen, un primo ministro non convenzionale per affrontare Trump

Libération, 9 gennaio 2026

Mette Frederiksen incarna il futuro della sinistra europea? Il Primo Ministro danese ne è convinta. I suoi detrattori progressisti, tuttavia, respingono questa idea con orrore. Da quando ha assunto l'incarico nel 2019 , la politica scandinava ha sconvolto i canoni della socialdemocrazia con il suo duplice programma. Da un lato, ha sostenuto lo stato sociale, la classe operaia e le classi popolari – da cui lei stessa proviene e che stavano scivolando verso l'estrema destra. Dall'altro, ha perseguito una politica anti-immigrazione molto dura, progettata, a suo dire, per proteggere questo stesso stato sociale e riconquistare il suo elettorato tradizionale all'interno del partito.

La più giovane Primo Ministro del regno al momento della sua elezione, a 41 anni, Mette Frederiksen ha imposto idee a lungo considerate non ortodosse, sia per l'Europa che per il suo Paese. Di fronte alle critiche dei politici di sinistra tradizionali, risponde con arroganza, affermando in sostanza: "Perché non vincono loro, se sono politici migliori?". A ottobre, ha saltato il vertice del Partito Socialista Europeo senza scuse o spiegazioni, pur essendo una delle ultime rappresentanti del partito rimaste al Consiglio Europeo.

Minacce americane

Le sue politiche si sono diffuse in tutta Europa. Il modello danese, che colloca i richiedenti asilo in centri chiusi mentre i loro casi vengono esaminati, ha ispirato le politiche dell'italiana Giorgia Meloni e ha attirato l'interesse del governo laburista di Keir Starmer nel Regno Unito. Durante la presidenza di turno di Copenaghen del Consiglio dell'UE, che durerà fino a dicembre, Frederiksen è riuscito a far adottare il suo progetto di punta: il rimpatrio dei richiedenti asilo in paesi terzi considerati "sicuri " , anche se diversi dal loro paese di origine. Questa misura è stata ampiamente criticata e finora bloccata dai tribunali dei paesi che hanno tentato di attuarla.

Ma se lo chignon basso e gli orecchini rotondi, simbolo di Frederiksen, sono stati ovunque nell'ultimo anno, non è per le sue opinioni politiche. La Danimarca è sotto attacco su due fronti e il Primo Ministro ha dovuto rispondere. A est, la guerra ibrida condotta dalla Russia ha moltiplicato le minacce nel Mar Baltico . Sorvoli sospetti di aeroporti da parte di droni non identificati hanno messo il regno in stato di massima allerta. Ancora più inaspettatamente, e ancora più destabilizzante in un paese con forti tendenze atlantiste, il desiderio di Donald Trump di impadronirsi della Groenlandia (sotto amministrazione danese) ha costretto Frederiksen a prendere posizione contro uno dei suoi alleati chiave.

"Nell'ultimo anno abbiamo sentito minacce , pressioni e commenti condiscendenti, persino dai nostri più stretti alleati da secoli. Si è parlato di impadronirsi di un altro Paese e di un altro popolo, come se si trattasse di qualcosa che si potesse comprare e possedere. Qualunque cosa accada, rimarremo fermi su ciò che è giusto e ciò che non lo è", ha affermato nel suo discorso televisivo di Capodanno.

Uno spostamento verso la difesa europea

Ma i suoi discorsi decisi, così come i suoi viaggi diplomatici per radunare l'Europa alla sua causa, sono caduti nel vuoto. Trump non ha incontrato la sua controparte da quando è tornato al potere e ha avuto una sola telefonata con lei, nel gennaio 2025. Nelle sue decisioni, Frederiksen ha invece cercato di offrire rassicurazioni agli Stati Uniti. Mentre Trump sostiene che l'isola sia scarsamente protetta dalle ambizioni russe e cinesi nell'Artico , la Danimarca ha compiuto sforzi significativi nella difesa, in particolare investendo in attrezzature adatte alle condizioni artiche. Copenaghen ha inoltre finora respinto la proposta francese di schierare truppe europee in Groenlandia.

Nel frattempo, l'interferenza americana costrinse il Primo Ministro a smantellare l'immagine di "coloni benevoli ", a cui i danesi continuavano ad aggrapparsi per descrivere la loro politica sulla Groenlandia. Nel 2025, dopo anni di silenzio da parte di Copenaghen, rilasciò delle scuse formali alle donne vittime di sterilizzazione forzata .

Questo contesto instabile ha avuto un impatto anche sull'identità politica di Frederiksen. Sebbene la Danimarca sia un paese piuttosto euroscettico, avendo negoziato un'opzione per ritirarsi dalla politica di difesa europea al momento dell'adesione all'Unione, prima di rinunciarvi nel 2022 , il Primo Ministro è diventato uno dei più convinti sostenitori di una politica di sicurezza comune. Andando contro l'ortodossia di bilancio dei paesi nordici, ha sostenuto uno strumento di debito comune per finanziare l'Ucraina. Sotto la sua guida, la Danimarca ha annunciato a settembre l'acquisto di sistemi di difesa aerea europei , voltando le spalle ai suoi fornitori americani. Che piaccia o no, Mette Frederiksen lascerà il segno nella storia politica danese.

giovedì 9 gennaio 2025

L'Europa contro Trump

 



Viviana Mazza, Parigi e Berlino contro Trump: confini inviolabili
Corriere della Sera, 9 gennaio 2025


Groenlandia, Parigi e Berlino contro Trump: «I confini sono inviolabili». Dura la replica dei leader alle mire espansionistiche del presidente eletto: «Contro l’imperialismo l’Europa si deve svegliare».

Dopo aver auspicato che il Canada diventi uno Stato americano, Donald Trump — che il 20 gennaio si insedierà alla Casa Bianca — ha condiviso sul suo social «Truth» una mappa in cui il Paese fa parte degli Stati Uniti e l’intero Nord America è colorato a stelle e strisce. La mappa è accompagnata da un messaggio: «Oh Canada!»

Elon Musk invece ha attaccato su X Justin Trudeau, premier dimissionario che aveva dichiarato che non c’è la minima possibilità che il Canada diventi parte degli Stati Uniti. «Girl (ragazza), non sei più la governatrice del Canada, quindi ciò che dici non ha importanza», ha scritto Musk. Mentre nei confronti del Canada Trump ha detto di voler usare la «forza economica», nei confronti di Panama e della Groenlandia non ha voluto escludere la forza militare. La Groenlandia «è un territorio dell’Unione europea. Evidentemente è fuori questione che l’Ue lasci che un altro Paese del mondo, qualunque esso sia, attacchi i suoi confini sovrani», ha tuonato il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot.

Barrot non pensa che gli Usa invaderanno il territorio autonomo della Danimarca ma ritiene che «occorra prima di tutto svegliarsi, rafforzarsi in un mondo vinto dalla legge del più forte, in ambito militare e della competitività». La portavoce del governo ha definito tali minacce «una forma di imperialismo», per questo «dobbiamo, insieme ai nostri partner europei... proteggerci, riarmarci». Sul tema è intervenuto anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz, che ha riferito dello stupore da parte dei leader europei con cui ha parlato, da cui «è emersa chiaramente una certa mancanza di comprensione riguardo alle attuali dichiarazioni degli Stati Uniti».

«Il principio di inviolabilità dei confini si applica ad ogni Paese, che sia a est o a ovest rispetto a noi», ha sottolineato Scholz, aggiungendo che la Russia l’ha violato nella guerra in Ucraina. Il cancelliere ha detto anche che i Paesi della Nato rafforzeranno le capacità difensive in coordinamento reciproco. Il giorno prima in conferenza stampa Trump ha dichiarato che dovranno aumentare la spesa per la Difesa al 5% del Pil, ben di più dell’attuale obiettivo del 2%.

Il segretario di Stato uscente, Antony Blinken, ha provato a ridimensionare le uscite di Trump. «L’idea espressa sulla Groenlandia non è ovviamente buona, ma forse, cosa ancora più importante, è ovvio che non accadrà, quindi probabilmente non dovremmo perdere molto tempo a parlarne», ha detto, mentre la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha ironizzato sulla proposta di Trump di rinominare il Golfo del Messico «Golfo d’America», suggerendo invece che gli Stati Uniti debbano essere chiamati «America messicana». Sheinbaum ha detto che il nome attuale del Golfo del Messico è «riconosciuto a livello internazionale» e risale all’inizio del Sedicesimo secolo, antecedente quindi anche all’esistenza degli Stati Uniti come Paese sovrano.

Inoltre ha mostrato una mappa ricordando che la Costituzione di Apatzingán, la prima della storia del Messico e risalente al 1814, alludeva all’america messicana, un possibile nome alternativo per gli Stati Uniti: «Suona bene, non è vero?». Nonostante tutto, ha aggiunto di aspettarsi che i due Paesi avranno buoni rapporti: «Il presidente Trump ha il suo modo di comunicare».

Intanto sull’immigrazione illegale, uno dei temi che hanno portato alla vittoria elettorale di Trump, anche il partito democratico è diventato più duro al Congresso. La prima legge approvata dalla Camera, dove i repubblicani sono la maggioranza, ha avuto anche l’ok di 48 deputati democratici .

Il Laken Riley Act prende il nome da una studentessa di infermieristica della Georgia assassinata da un immigrato illegale l’anno scorso. Già tre senatori democratici, tra cui John Fetterman della Pennsylvania. hanno detto che la voteranno.

Trump nel frattempo fa ricorso alla Corte suprema per cercare di evitare la sentenza del giudice di New York, Juan Merchan, prevista domani nel caso Stormy Daniels: è già stato condannato dai giurati, ma i suoi avvocati sostengono che la sentenza finale del giudice avrebbe intollerabili effetti collaterali sull’istituzione della presidenza, anche se Merchan ha escluso pene detentive e multe.