venerdì 4 febbraio 2022

Amore e morte nel camion

 

 


John Steinbeck, Furore [The Grapes of Wrath], traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano 2013  

capitolo XVIII

...  Casy disse con dolcezza: “Ce l’ho eccome. I peccati ce l’hanno tutti quanti. Il peccato è una cosa che non la sai mai fino in fondo. Quelli che sanno tutto e non hanno nessun peccato... be’, io se ero al posto di Dio quei figli di puttana li cacciavo dal Paradiso a calci in culo! Non me li volevo vedere tra i piedi!”.
Zio John disse: “Mi sa che porto sfortuna alla mia famiglia. Mi sa che faccio meglio se me ne vado e li lascio in pace. Ci sto male a sentirmi così”.
Casy ribatté prontamente: “Io so solo questo: un uomo deve fare quello che deve fare. Non te la so dare una risposta. Per me non c’entra fortuna o sfortuna. Io sono sicuro solo d’una cosa in questo mondo, ed è che nessuno ha il diritto di mettere il becco nella vita degli altri. Uno dev’essere libero di sbrogliarsela da solo. Magari lo puoi aiutare, ma non gli puoi dire quello che deve fare”.
Zio John disse, deluso: “Allora non lo sai?”.
“Non lo so.”
“Dici che ho peccato a lasciar morire in quel modo mia moglie?”
“Be’,” disse Casy, “se lo chiedi a me ti dico che hai sbagliato e basta, ma se per te hai
peccato... allora hai peccato. Uno i suoi peccati se li costruisce colle sue mani.”
“Ci devo pensare per bene,” disse Zio John, e si sdraiò sulla schiena e con
le ginocchia sollevate.
Il camion proseguì sull’asfalto rovente, e le ore passarono. Ruthie e Winfield si addormentarono. Connie sfilò dal carico una coperta e lui e Rose of Sharon ci s’infilarono sotto, e nel gran caldo della coperta si unirono, e trattenevano il respiro. E dopo un po’ Connie gettò via la coperta, e il vento caldo che spirava dalla galleria sembrò fresco sui loro corpi sudati. Sul retro del camion, Ma’ era sdraiata sul materasso accanto a Nonna; e con gli occhi non poteva vederla, eppure sentiva il tormento di quel corpo e il tormento di quel cuore; e aveva nelle orecchie i rantoli del suo respiro. E Ma’ ripeteva senza sosta: “Calmati. Andrà tutto bene”. Poi disse, in tono brusco:
“Lo sai che dobbiamo passare il deserto. Lo sai”.
Zio John gridò: “Ti senti bene?”.
Passò un istante prima che Ma’ rispondesse. “Sì, bene. Mi sa che m’ero addormentata.”
Le ore della notte scorrevano, e il buio avvolgeva il camion. Di tanto in tanto li superava qualche macchina, diretta a ovest e subito lontana; e di tanto intanto arrivava da ovest qualche grosso autocarro, e rombava verso est. E una lenta cascata di stelle scendeva sull’orizzonte davanti a loro. Era quasi mezzanotte quando arrivarono nei pressi di Daggett, dove c’è il posto di controllo. Lì la strada era illuminata dai riflettori, e su un cartello illuminato era scritto: RALLENTARE E FERMARSI SULLA DESTRA. Gli agenti stavano oziando nell’ufficio, ma quando Tom si fermò nello spiazzo uscirono e si schierarono sotto la lunga tettoia sporgente. Un agente annotò il numero di targa e aprì il cofano.
Tom domandò: “Che c’è?”.
“Ispezione agricola. Dobbiamo controllare il vostro carico. Avete piante o
semi?”
“No,” disse Tom.

“Dobbiamo verificare. Scaricate la roba.”
Allora Ma’ smontò faticosamente dal camion. Il suo viso era gonfio e i suoi occhi erano freddi. “Agente, lì sopra c’è una vecchia malata. La dobbiamo portare da un dottore. Non possiamo aspettare.” Sembrava sul punto di esplodere. “Non potete farci aspettare.
“Davvero? Be’, dobbiamo verificare lo stesso.”
“Giuro che non abbiamo niente!” urlò Ma’. “Lo giuro. E Nonna è molto malata.”“Manco lei pare tanto in salute,” disse l’agente.Ma’ si arrampicò sul retro del camion, si issò a fatica fin sopra il carico. “Ecco, vede?” disse. L’agente puntò la luce della torcia elettrica sulla vecchia faccia grinzosa.
"Perdio
, è vero,” disse.
“Me lo giura che non avete semi o frutta o ortaggi, niente mais, niente arance?"

“No, no. Giuro!”

“Allora andare pure. Potete trovare un medico a Barstow. Sono solo otto
miglia. Su, andate.”
Tom montò in cabina e il camion si avviò.

L’agente si voltò verso il collega. “Mica li potevo trattenere.”

“Magari baravano.”

“No, Cristo! Dovevi vedere la faccia della vecchia. Altro che barare.”
"Tom accelerò fino a Barstow, e all’ingresso della cittadina si fermò, smontò dal camion e
andò sul retro. Ma’ si sporse dall’alto. “Tutto bene,” disse. “Non m’andava che ci tenevano lì, poi magari non ci lasciavano passare il deserto.”
“Ah. Ma Nonna come sta?”
“Sta bene... bene. Tu continua a guidare. Dobbiamo passare il deserto.”
Tom scosse la testa e tornò verso la cabina.
“Al,” disse, “facciamo il pieno e poi guidi un po’ tu.” Si fermò in una stazione di servizio notturna, fece il pieno di benzina e rabboccò l’acqua e l’olio. Poi Al si mise al volante e Tom si sedette dall’altro lato, con Pa’ in mezzo. Si avviarono nel buio, e le colline di Barstow erano dietro di loro.
“Chissà che l’è preso a Ma’. È bizzosa come un cane colle pulci al culo.
Mica ci voleva tanto per controllare il carico. Prima dice che Nonna è malata,
ora dice che Nonna sta bene. Non riesco proprio a capire che ha. È tutta strana. Mi sa che il viaggio l’ha toccata al cervello.”
Pa’ disse: “Ma’ è di nuovo com’era da ragazza. A quei tempi era un vero demonio. Non si spaventava di niente. Io mi credevo che coi figli e col lavoro si dava una calmata, ma pare proprio di no. Cristo santo! L’altro giorno quando l’ho vista col cric in mano m’ha messo paura”.
“Chissà che l’è preso,” disse Tom. “Magari è stanca e basta.”
Al disse: “Non ne posso più di questo maledetto catorcio. Ma giuro che non mi lamento finché non arriviamo. L’ho scelto io e ce l’ho sulla coscienza”.
Tom disse: “Guarda che hai fatto bene quando l’hai scelto. Di rogne non ce n’ha date quasi per niente”.
Per tutta la notte avanzarono nel buio opprimente, e i conigli selvatici apparivano davanti ai fari e sfrecciavano via con lunghi balzi scattanti. E l’alba si levò dietro di loro quando le luci di Mojave erano in vista. E l’alba rivelò le alte montagne a ponente. A Mojave fecero il pieno d’acqua e olio e
iniziarono a salire sulle montagne, e l’alba era intorno a loro.
Tom disse: “Cristo, abbiamo passato il deserto! Pa’, Al... perdio! Abbiamo
passato il deserto!”.
“Non me ne frega niente, sono troppo stanco,” disse Al.
“Vuoi che guido io?”
“No, magari tra un po’.”
Attraversarono Tehachapi nel lucore dell’alba, e il sole sorse dietro di loro, e poi... di colpo videro la grande vallata sotto di loro. Al pestò sul freno e arrestò il camion in mezzo alla strada, e: “Cristo santo!”. disse. I vigneti, i frutteti, la grande vallata verde, morbida e rigogliosa, i filari d’alberi e le fattorie.
E Pa’ disse: “Dio onnipotente!”. Le città lontane, i villaggi tra i frutteti, e la luce del mattino che dorava la vallata. Una macchina strombazzò dietro di loro. Al accostò sul ciglio della strada e tirò il freno a mano.
“Voglio guardare per bene.” I campi di grano dorati nel mattino, e i filari di salici, gli eucalipti a schiere.
Pa’ sospirò: “Non mi credevo ch’esisteva un posto così bello”. Gli alberi di pesco e i boschetti di noce, e le macchie più scure degli aranceti. E i tetti rossi tra gli alberi, e i fienili... fienili ricolmi. Al smontò e si sgranchì le gambe.
Chiamò: “Ma’, vieni a vedere. Siamo arrivati!”
Ruthie e Winfield si scapicollarono giù dal camion, e si arrestarono di colpo, muti e sbigottiti, esterrefatti di fronte alla grande vallata. La distanza era velata da una leggera di bruma, e il dislivello sfumava con l’aumentare della distanza. Un mulino a vento scintillava nel sole, e le sue pale in movimento sembravano un piccolo eliografo lontano. Ruthie e Winfield
guardarono, e Ruthie sussurrò: “È la California”.
Winfield mosse in silenzio le labbra intorno alle sillabe. “C’è tanta frutta,”
disse a voce alta.
Casy e Zio John, Connie e Rose of Sharon scesero a terra. E lì rimasero, muti. Rose of Sharon aveva cominciato a ravviarsi i capelli quando vide la vallata, e la sua mano si arrestò e ricadde lungo il fianco.
Tom disse: “Dov’è Ma’? La deve vedere pure lei. Guarda, Ma’! Vieni qui, Ma’”.
Ma’ stava calandosi a fatica dal retro. Tom la guardò. “Buon Dio, Ma’,

stai male?” Aveva il viso irrigidito e terreo, e gli occhi parevano infossati nelle orbite, con gli orli arrossati dalla stanchezza. I suoi piedi toccarono terra, e Ma’ dovette aggrapparsi alla fiancata del camion.
La sua voce era un soffio roco. “Dici che l’abbiamo passato?”
Tom indicò la grande vallata. “Guarda!”
Ma’ voltò la testa, e la sua bocca si aprì leggermente. Le sue dita corsero alla gola, afferrarono un lembo di pelle e lo torsero piano. “Sia lodato Iddio!” disse. “La famiglia è arrivata.” Le sue ginocchia cedettero, e Ma’ dovette sedersi sul predellino.
“Stai male, Ma’?”
“No, solo un po’ stanca.”
“Non hai dormito?”
“No.”
“E Nonna?”
Ma’ si guardò le mani, intrecciate in grembo come due amanti sfiniti.
“Volevo aspettare a dirvelo. Volevo lasciare tutto così... bello.”
Pa’ disse: “Allora Nonna sta male”.
Ma’ alzò gli occhi e guardò la vallata. “Nonna è morta.”
La fissarono tutti, e Pa’ domandò: “Quando?”.
“Ieri sera, prima che ci fermavano.”
“Allora è per questo che non l’hai lasciati guardare.”
“Mi spaventavo che non ci lasciavano passare,” disse. “Ho detto a Nonna che non la potevamo aiutare. La famiglia doveva passare. Gliel’ho detto, gliel’ho detto mentre era lì che moriva. Non ci potevamo fermare nel deserto.
C’erano i bambini – e la creatura di Rosasharn. Gliel’ho detto.” Sollevò le mani e per un istante si coprì il viso. “La possiamo seppellire in un bel posto in mezzo al verde,” disse piano. “Un bel posto con tutti gli alberi intorno.
Così riposa in California.”
Negli sguardi della famiglia c’era sgomento di fronte alla forza di Ma’.
Tom disse: “Cristo santo! Sei rimasta sdraiata con lei tutta la notte!”.
“La famiglia doveva passare,” disse Ma’ in tono amaro.
Tom si avvicinò per metterle una mano sulla spalla.
“Non mi toccare,” disse lei. “Se non mi tocchi tengo duro. Sennò non reggo.”
Pa’ disse: “Ora tocca andare. Dobbiamo arrivare laggiù”.
Ma’ alzò gli occhi su di lui. “Mi posso mettere davanti? Non mi va di
tornare dietro... sono stanca. Sono troppo stanca.”
Risalirono sul camion, ed evitarono la rigida figura avvolta e chiusa in una
coperta; anche la testa era avvolta e chiusa. Presero posto e cercavano di tenere lo sguardo lontano – lontano dalla sporgenza della coperta che doveva essere il naso, dalla ripida china che doveva essere lo sbalzo del mento.
Cercavano di tenere lo sguardo altrove, ma non ci riuscivano. Ruthie e Winfield, rintanati in un angolo più lontano possibile dal corpo, fissavano la figura chiusa dentro la coperta.
E Ruthie sussurrò: “Quella è Nonna, e è morta”.
Winfield annuì solennemente. “Non respira più per niente. È proprio morta
tutta.”
E Rose of Sharon disse piano a Connie: “Dici che stava morendo mentre
noi due...”.
“Non lo possiamo sapere,” la rassicurò lui.

domenica 30 gennaio 2022

Il fallimento di una certa politica



Massimo Giannini, La bancarotta della politica e i costruttori di democrazia, La Stampa, 
30 gennaio 2022

Le coalizioni si sfarinano. Il centrosinistra ha vinto giocando di rimessa, con un numero di

Gran
di Elettori non certo determinante. Per Letta, Mattarella è stato "il massimo" fin

dall'inizio. In subordine, c'era Draghi. Uno schema un po' statico, a tratti rinunciatario, ma

che alla fine ha dato i suoi frutti. Le correnti restano e pesano, ma almeno stavolta il

compromesso è stato virtuoso. Il centrodestra come l'abbiamo conosciuto finora, al

contrario, non esiste più. Ha dissipato un gigantesco capitale, prima prigioniero del

velleitarismo berlusconiano, poi vittima dell'avventurismo salviniano.

Le forze populiste e sovraniste che trionfarono nel 2018 hanno fallito la prova di maturità.

Sul fronte Lega, Capitan Salvini si è illuso di poter dare la spallata, senza avere né i nomi né

i numeri per farlo. In molti abbiamo pensato che ci fosse del metodo nella sua apparente

schizofrenia. Forse ci siamo sbagliati. Ora la sua leadership è in pericolo. Non voleva

Mattarella, voleva dare il benservito a Draghi, e alla fine se li ritrova tutti e due. La Lega

governista, da Giorgetti ai governatori regionali, gliene chiederà conto. Sul fronte grillino,

l'Avvocato Conte ha pagato l'eclissi pentastellata in atto da tempo. Ha ragione, a suo modo,

quando dice "non è vero che abbiamo cambiato posizione": per cambiare posizione, infatti,

bisogna averne una. E lui non ce l'ha avuta. Solo questa, ossessiva: mai Draghi sul Colle.

L'obiettivo l'ha raggiunto. Ma, per il resto, molto nulla raccontato con enfasi. Anche qui c'è

una leadership periclitante, e si sta per consumare la madre di tutte le battaglie con un'altra

ala governista, quella di Luigi Di Maio.

Nulla sarà più come prima, in questa Italia che scivola verso un regime presidenziale-

preterintenzionale. E qui si impone un'ultima riflessione, che riguarda proprio Mattarella. La

rielezione, piaccia o no, configura un altro passo nello stato di eccezione. E sono vent'anni,

ormai, che di eccezione in eccezione stiamo manomettendo senza accorgercene la

Costituzione formale e materiale. È ora di fermare i motori, e di fare un serio tagliando alla

macchina. Ripensare, in modo finalmente organico e coerente, la legge elettorale, i

regolamenti parlamentari, la forma di governo. Una spinta decisa a queste grandi riforme ce

l'aspettiamo anche dal "nuovo" Presidente. Mattarella non è Cossiga, per fortuna. Ma

qualche colpo di piccone, alle incrostazioni della nostra democrazia bloccata, qualcuno

dovrà pur cominciare a darla. E chi può aprire il cantiere, se non i "costruttori"? 


martedì 25 gennaio 2022

Gli errori di Draghi




Adriano Sofri
, Piccola posta, Il Foglio 25 gennaio 2021

 A reti ancora inviolate si può fare qualche considerazione su quello che è già successo. Un paio di mesi fa, prima che cominciasse la recita, immaginavo che Draghi fosse più ambizioso, per così dire, di un aspirante alla presidenza della Repubblica italiana. Mi sembrava che età e curriculum e dimestichezza con l’atlante lo mettessero al riparo e, caso mai, gli facessero desiderare qualcosa di più o qualcosa di meno. Mi colpiva intanto l’atteggiamento pressoché unanime di suoi fautori e suoi avversi: i casi di encomio servile superati da quelli di oltraggio invidioso e livoroso, i vincitori di lotteria cui era stato rubato il tagliando a metà incasso. Uni e altri sembravano credere, e sostenevano perentoriamente, che la scelta di restare a capo del governo o trasferirsi al Quirinale dipendesse solo da lui: forse sono riusciti a persuaderne lui stesso. Che così ha commesso, penso, due errori politici. (Mi fa ridere la storiella di chi è politico e di chi non lo è, compresa la rivendicazione del riscatto della politica – il correttore voleva scrivere ricatto – da parte di chi si fece strada gridandole vaffanculo: è politico, e non da oggi, Draghi, sono politiche le altre comparse del chiasso quotidiano, senza nemmeno pagarne lo scotto). Il primo, umanissimo, errore di Draghi, ai miei occhi, è stato di desiderare di andare al Quirinale. Il secondo, la vera ingenuità, di lasciar trasparire questo desiderio, contraddicendo la sobrietà irritante che in lui sembrava far le veci dell’ipocrisia. Non aspettava altro, la scolaresca sgangherata messa d’un tratto in castigo. C’è un Parlamento largamente – ed effimeramente – composto di senzatetto e franchi tiratori per interesse e più ancora per meschinità. Impallinato Draghi, si sarebbe azzoppato governo e Quirinale. Impallinato ancora prima del fischio d’inizio: ecco un risultato che si poteva evitare. Cui ha contribuito anche la sciocchezza di credere, o fingere di credere, che la candidatura di Berlusconi andasse presa sul serio: cinque minuti supplementari per vivere di rendita. E adesso? Chi lo sa. Il programma massimo adesso è: metterci una toppa.

sabato 22 gennaio 2022

Chiampa



Francesca Bolino
,
 Sergio Chiamparino: "Io, un orso diventato pop tra i torinesi grazie agli anni da sindaco", la Repubblica Torino, 22 gennaio 2021

È una storia che comincia molto da lontano: il primo settembre 1948. «Sono nato nella periferia della periferia, a Borgo Mercato di Moncalieri. Ha presente quando si prende l’impalcato dell’autostrada da corso Unità d’Italia? Sotto la doppia curva, c’è un nucleo di case. Mio padre Primo era camionista, poi è diventato operaio in una fabbrica che adesso è una discoteca. Ci sono anche andato in una campagna elettorale. Erano le 11 di sera e non c’era ancora nessuno. 
Mia mamma, Elena, faceva la segretaria in una piccola azienda in via Vassalli Eandi». 
Ha fratelli o sorelle? 
«Sono figlio unico. Sono cresciuto con i nonni materni perché i miei lavoravano. Ho fatto le medie al Carlo Alberto perché i miei avevano l’ossessione della cultura, mio padre non era riuscito a fare il liceo e voleva che studiassi. Poi ho fatto ragioneria al Sommeiller». 
C’è stato un oratorio nella sua adolescenza?
«Certo, quello della parrocchia di San Vincenzo Ferreri, una piccola chiesa che adesso è sotto l’impalcato. Era la nostra via Gluck: non c’era niente, solo campi. Un campetto di calcio stretto tra una balera, il Po e il mattatoio. Si andava a fare catechismo nel retro della chiesa e poi si giocava a pallone. 
Giocavamo anche sulla piazza del mercato. Lì davanti c’era la famosa osteria da Gasprin, Gasperino, che aveva ancora lo stallaggio. C’erano la tl, la sala biliardo, il gioco delle bocce». 
Chi erano gli abitanti del quartiere? 
«C’erano tre complessi e le bande di cortile. In uno abitavano i pistoiesi che facevano i carbonai. Gli arrivava il carbone dalle loro colline e loro lo distribuivano con carretti a cavallo. Tutti grandi bestemmiatori, giocatori di carte e biliardo. Noi abitavamo in un alloggio attaccato ad altri due. In tre famiglie avevamo un solo bagno esterno. Negli altri vivevano una famiglia di immigrati ferraresi e una dei primi pugliesi, che erano venuti a fare i barcaioli sul Po. Io mangiavo il “sanguis” con il prosciutto cotto che era considerato quello più da ricchi, i ferraresi la mortadella, i pugliesi il pane di Altamura col pomodoro». 
Quando si è diplomato? 
«Nel ‘66. Ho ricevuto subito un paio di offerte di lavoro in banca, ma non mi entusiasmavano. 
Volevo andare avanti e mi sono iscritto a Economia. E ho cominciato a lavoricchiare facendo dei questionari».
Ma la politica quando è arrivata?
«Nel ‘65 c’era il ventennale della Liberazione e a Moncalieri avevano organizzato un cineforum all’aperto sulla Resistenza. Era venuto tra gli altri Norberto Bobbio. Ero un ragazzino, avevo 17 anni. Mio padre aveva scritto anche una lettera di appoggio a Nasser, gli era poi arrivata la risposta, con gli auguri. Era un comunista molto tradizionalista. Il problema principale di noi ragazzi, giocando a pallone, era non prendere le secchiate d’acqua da quelli che avevano fatto la notte in fabbrica e volevano dormire. Però il cortile era un bacino, dove riecheggiavano questi temi». 
La politica si respirava nell’aria. 
«Abbiamo cominciato a trovarci i sabati o le domeniche sulle panchine intorno al castello per leggere insieme Marx. Lì ho avuto la mia alfabetizzazione. Intanto seguivo i corsi di Economia, ma nel 1969, con la liberalizzazione degli accessi all’università sono passato a Scienze Politiche. Ed era tutto un altro mondo. A Economia eravamo un nucleo di cinque persone scarse di sinistra, era il luogo dove ogni tanto arrivava anche uno dei picchiatori fascisti più famosi, che si chiamava Lerner (non Gad)». (Ride). 
E chi ha conosciuto? 
«Alberto Vanelli con cui poi abbiamo poi fatto tante cose insieme. E i maestri sono stati Siro Lombardini e Bruno Contini. 
Anche Claudio Napoleoni che era un mito, la fonte alla quale andavamo a prendere il sapere marxista. Lombardini era il capo del laboratorio di economia politica. Contini era molto giovane, la prima cosa che aveva detto era: l’econometria è uno strumento utile, ma non pensate che risolva il problema. E mi sono appassionato, ho fatto la tesi con lui. Mi ha molto aiutato». 
Ed è allora che si è iscritto al Pci? 
«Avevamo le nostre teorie che allora si chiamavano entriste, l’obbiettivo era entrare nel partito per far cambiare la politica, portandolo su posizioni rivoluzionarie. Una sera, siamo andati ad un’assemblea in via Cristoforo Colombo a Moncalieri. 
A un certo punto ho chiesto la parola e ho parlato di Cina, movimento studentesco, classe operaia. Quando ho finito si è alzato in piedi il compagno Teresio e mi ha detto, in dialetto: “Bravo, hai parlato bene, ma stasera dobbiamo organizzare la festa dell’Unità e non parlare di politica». (Sorride). 
E così non vi siete iscritti? 
«No, siamo andati al Psiup, che era appena stato fondato. E ci siamo candidati tutti alle prime elezioni, quelle del ‘70. Nel ‘72 il Psiup s’è sciolto. E a quel punto siamo andati a iscriverci al Pci». 
Quindi niente gruppi e gruppetti sessantottini? 
«Il movimento studentesco l’ho vissuto prima ai margini, come curioso, poi dal Pci. Non mi hai convinto fino in fondo il movimentismo, la rottura con la generazione dei genitori. Erano più temi della borghesia che non della mia classe. Per me il pathos era altrove, davanti ai cancelli delle fabbriche». 
A questo punto avrà conosciuto anche l’amore oltre alla politica? 
«Sì, era il ‘73 e ho incontrato Anna che faceva Scienze Politiche e assomigliava vagamente a Françoise Hardy. A una festa in campagna, sulla collina di Settimo, in una casa mezza diroccata che aveva affittato Romano Alquati, un sociologo del gruppo dei Quaderni Rossi dove mi aveva portato Alberto Vanelli». 
E quando vi siete sposati? 
«Nel ’78, in Comune. Era il 21 gennaio la data di fondazione del Pci. Siamo andati ad abitare a Mirafiori, in via Rubino, dove poi nell’80 è arrivato Tommaso, nel giorno del terremoto. Io lavoravo come ricercatore all’università con Contini. Nell’83 Piero Fassino, è diventato segretario della federazione. È cambiato tutto e mi hanno chiamato a lavorare al partito con Mario Virano, Livia Turco, Antonio Carta. E ho lasciato l’università. Abbiamo fatto cose innovative anche se, a raccontarle adesso, sembriamo quelli della battaglia sul Piave! Ma nell’84 abbiamo organizzato un incontro sul futuro di Torino al teatro Nuovo, c’erano anche Berlinguer e Reichlin e molti di quei temi sono ancora attuali». 
Però poi lei ha avuto una rottura con il Pci. Perché? 
«Sulla questione della scala mobile e soprattutto sul referendum, io ero d’accordo con la linea dell’economista Tarantelli che è poi stato ucciso dalle Brigate Rosse e non riuscivo a capire le ragioni della battaglia del partito che, dopo la morte di Berlinguer, si era molto ingessato. Volevo andarmene, ma Fassino mi ha proposto di andare a Bruxelles al gruppo parlamentare. Ci sono rimasto un anno e mezzo. E mi è servito moltissimo, mi ha allargato lo sguardo e finalmente avevo un buon stipendio. Ma sono tornato per la famiglia. Non avevo lavoro, per un anno ho preso la disoccupazione, andavo in via Gioberti a firmare e da Bruxelles mi arrivava lo “chomage”. Poi sono entrato in Cgil come funzionario». 
Lei viene considerato il grande regista dell’operazione che ha portato Valentino Castellani a fare il sindaco. Com’è andata? 
«È stata raccontata come la vittoria della società civile. In realtà è stata un’operazione politica, direi addirittura leninista. È nata da un rapporto molto verticistico tra Enrico Salza, imprenditore illuminato e me». 
E nel 2001 è diventato sindaco lei, ma in circostanze drammatiche: il candidato era Domenico Carpanini che è morto improvvisamente in campagna elettorale. Che ricordi ha? 
«È successo un mercoledì sera, io ero a Roma, stavo cenando vicino al Senato. Fassino mi ha telefonato e mi ha detto: “Toccherà a te, pensaci”. Ho chiamato Carlo Bongiovanni che era l’amico del cuore di Domenico. Proprio perché c’era quest’emozione non volevo passare come un usurpatore. E gli ho chiesto: “Se tu ci stai, io ci sto, se no, no”. E lui mi ha detto che andava bene». (Si commuove). 
L’onda emotiva è stata fortissima. 
«Io ero frastornato. E sentivo la responsabilità: perdere, avrebbe significato tradire Domenico, non corrispondere a quello che aveva rappresentato per migliaia di persone e sostenere la sua eredità. E quindi l’abbiamo presa buttandoci nella mischia, nei mercati e ovunque». 
Lei passa per un orso solitario che ha dovuto trasformarsi in un primo cittadino molto popolare. 
Come c’è riuscito? 
(Sorride). «Non lo so, mi è venuto spontaneo. Credo però di essere abbastanza pop, come dimostra la mia origine. Ancora adesso la gente mi ferma per strada. L’altro giorno mi è capitato a Porta Palazzo, con uno di quegli ambulanti che venivano sempre sotto il comune a protestare. Mi ha chiamato “Chiampa” e mi ha salutato con simpatia. Mi ha fatto piacere». 
Uscito dal municipio dopo dieci anni trionfali è andato a presiedere la fondazione bancaria Compagnia di San Paolo. Aveva fatto un salto definitivo nel sistema e per questo è stato molto criticato. 
«È stato un errore, anche se non ho commesso alcuna scorrettezza. Ma mi aveva preso l’horror vacui. Dopo due anni ho lasciato, non mi sentivo al mio posto». 
Cosa fa quando è libero dagli impegni di consigliere regionale? 
«Vado spesso a Bruxelles a fare il nonno. Tommaso vive lì. Ho quattro quattro nipoti che vanno dai quattro agli undici anni. A Natale, sono partito il 22 e ho riempito la macchina di prelibatezze: vari pezzi di carne per fare il bollito, l’arrosto, i raviolini del plin. Mi sono chiuso in casa di mio figlio e ho cucinato per due giorni». 
Ah, ma allora è anche uno chef? 
«Esageruma nen. Faccio l’arrosto, i risotti, primi con le verdure. Mi piace trafficare in cucina, mi rilasso. Cucino principalmente per me ed Anna. Ogni tanto invito qualcuno ma sono un solitario... 
Dopo cena, mi rinchiudo nei libri. Sono un gran lettore». 
E cosa ha letto recentemente? 
«La mia libreria di fiducia è la Luxemburg. Ho letto la biografia della Merkel di Ursula Weidenfeld. È una interessante contronarrazione, la Germania non sta tanto meglio di noi. E l’ultimo di Ferdinando Aramburu “I Rondoni”, ma “Patria” mi è decisamente piaciuto di più., Poi, durante l’isolamento, mi sono riletto tutto Steinbeck. Che meraviglia». 
E nel tempo libero cosa fa? 
«Volontariato al Cottolengo, do una mano a preparare i pacchi alimentari. C’è una Torino che si dedica al volontariato in modo molto discreto e che fanno del bene alla città. Ne conosco tanti ma non vorrebbero essere citati». 
Qual è il luogo di Torino che le piace di più? 
«Il Po, da dentro e da fuori, quando ci vado in canoa e quando corro sulla riva».