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lunedì 6 luglio 2026

Il tempo dei burattini

Marco Iasevoli
Centrodestra e centrosinistra, perché sono in crescita solo i consensi degli "estremi"

Avvenire, 4 luglio 2026

Giorgia Meloni ha mandato in avanscoperta la sorella, Arianna, per capire se ci sono i margini per siglare una tregua con il Pd quantomeno sulla legge elettorale. In un’intervista al Corriere della sera, il capo della segreteria politica di FdI spiega che con il nuovo sistema di voto «facciamo un favore alla sinistra, li costringiamo a fare un programma insieme... ». Mentre ai suoi alleati Arianna Meloni ricorda che le preferenze sono uno strumento «fondamentale» per stabilire un rapporto con i territori. Al di là dei toni più o meno propagandistici, la presidente del Consiglio sta cercando di convincere tutti, alleati e indirettamente anche avversari, circa l’utilità di una legge elettorale che favorisce l’aggregazione e il “voto utile”, unica vera arma difensiva rispetto alle insidie che stanno crescendo a destra (Vannacci) e ora anche a sinistra, con il semi-annuncio di discesa in campo di Alessandro Di Battista. La premier ha dunque una tesi del tutto opposta rispetto a chi ritiene che l’ascesa delle estreme debba condurre a una riflessione - e a un passo indietro - sul nuovo sistema di voto. Per la leader del centrodestra una legge per la «governabilità» ha senso ora più di prima. Perciò è valso la pena concordare un rinvio dei tempi parlamentari, nella speranza che una finestra più ampia consenta di riaprire un dialogo minimo col Pd, in cui il segnale di buona volontà del centrodestra potrebbe essere proprio una mezza unità sulle preferenze.
Ma il problema più serio, in questa fase, è un altro. Il muro contro muro tra centrodestra e centrosinistra è ormai totale e riguarda temi percepiti come distanti dalle reali esigenze dei cittadini. Lo scontro della settimana è quello sulla Rai, con le dimissioni di massa delle opposizioni dalla Vigilanza. L’altro scontro che sta diventando un tunnel è quello sul Covid, con la Commissione divenuta un vero terreno di battaglia. Ma si parla di fatti accaduti anni fa, mentre il Paese oggi fa i conti con il ritorno della benzina ai prezzi “di mercato” e con i costi del riarmo che potrebbero incidere sulla fiscalità generale. E su questi terreni molto più popolari non solo Vannacci, ma ora anche Di Battista, stanno conducendo una campagna sfiancante. L’ex parlamentare M5s per contarsi e girare il territorio sta raccogliendo firme per abolire il finanziamento pubblico ai giornali. Come lui stesso ha ammesso, è una sorta di pretesto per capire se la sua associazione, “Schierarsi”, può «provare a portare avanti battaglie all’interno delle istituzioni». E così come Meloni sinora ha etichettato Vannacci come una «sponda della sinistra», non c’è dubbio che presto Schlein e Conte inizieranno a indicare Di Battista come “amico occulto” della destra.
Intanto però le estreme si muovono, fanno rumore, mentre i due centri dei due poli sembrano in stallo. Il rinnovamento di Forza Italia auspicato da Marina Berlusconi non trova riscontri nei sondaggi. Mentre la gamba moderata o riformista del centrosinistra a oggi è un’addizione di sigle che si parlano poco e male: Renzi è piazzato lì con la sua Casa riformista che però ogni giorno deve fare i conti con veti trasversali, lì in quello spazio ci sono anche Progetto civico di Onorato, Più Uno di Ruffini, i socialisti, Più Europa, aggregazioni locali. Uno spazio senza nome, già accusato di essere solo un cartello elettorale. E anche questo aiuta Vannacci e Di Battista.


Alessandro De Angelis
Schlein & Co. Svegliatevi, il mondo è altrove

La Stampa, 6 luglio 2026

Duemila chilometri, questa la distanza geografica tra Ankara e Napoli. Lì inizia oggi, per tre giorni, uno dei vertici Nato più importanti degli ultimi anni. Qui, in concomitanza con la sua conclusione, Conte, Schlein e gli altri, terranno una loro manifestazione. Duemila chilometri, forse anche di più è la distanza politica. Non cercate qui risposte a ciò che avverrà lì.

Risposte, non foto per celebrare un’unità di facciata. O comizi con qualche slogan già sentito su sanità e salario minimo e, da ultimo, sulla Rai. Anche questa volta sarà rimosso il tema difesa e sicurezza. Al pari degli altri argomenti difficili, come l’Europa, l’immigrazione e tutti i temi più divisivi. Peccato, sono il terreno su cui si gioca la partita vera per l’Italia. L’interesse nazionale, si sarebbe detto una volta. Che, in un mondo così confuso e così interconnesso, si difende soprattutto fuori dai confini nazionali.

Ciò che avverrà non è una supposizione. A completare l’harakiri comunicativo, i nostri eroi del campo largo, dopo aver scelto per l’evento un giorno buono per pagina 20 dei giornali, hanno pure fatto sapere che di programma si parlerà seriamente a ottobre. Sembra un po’ come la “rivoluzione” nella canzone di Gaber: oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente.

L’istantanea racconta un “altrove”. Come lo racconta la mancata visita a Kiev, da parte degli stessi leader, in quasi quattro anni e mezzo di conflitto, più della Prima Guerra Mondiale. Recentemente, hanno anche disertato Confindustria e l’ambasciata americana. Questo “altrove” è il proprio recinto identitario. La priorità non è conquistare, attorno a un’idea di Paese, chi la pensa diversamente, ma la competizione, tutta simbolica e interna al proprio schieramento, su chi è più a sinistra, quantomeno a parole.

In attesa di capire come e quando ci si cimenterà su una proposta comune che dia un senso a questa storia, l’unico collante resta solo l’anti-melonismo, elisir di lunga vita per la premier come l’antiberlusconismo lo fu per il Cavaliere. Suggerimento non richiesto: attenzione a trasformare, secondo questa logica, le prossime elezioni, da contesa sul governo, in un referendum sulla Costituzione e su chi va al Quirinale. Se Costituzione e Quirinale diventano bandiere di parte, in caso di sconfitta, vengono trascinate nel gorgo.

Tutto ciò accade nel momento di più acuta difficoltà del governo Meloni proprio sulla spese militari, tema che la destra ha a cuore: ha rinunciato ai fondi Safe – prestiti europei senza interessi – per ragioni interne al governo. E ad Ankara sarà una impresa per la premier rassicurare Trump sugli impegni presi con eccessivo entusiasmo (il famoso 5 per cento), mantenendo le esigenze di bilancio. Ma davanti a tutto ciò non è sfidata, perché difesa e sicurezza per il campo largo sono un tabù. Eppure, il Safe non è “riarmo nazionale” per compiacere Trump, ma l’opposto. Costruire l’Europa della difesa è un modo per contenere Trump, che conosce solo il linguaggio della forza.

Anche su Kiev il racconto del governo è più appannato. E tuttavia, anche qui: nel momento in cui Giorgia Meloni arriva a sostenere, come Sergio Mattarella, la necessità di un «inviato comune dell’Europa», dall’altra parte ci si avvita sull’invio delle armi. Chissà, magari se la giocheranno ai gazebo: se vince Schlein, si mandano, ma un po’ meno, se vince Conte si mettono fiori nei cannoni. E davvero non si comprende questo doppio standard tra Gaza e Kiev, come se ci fosse una differenza tra i bambini massacrati da un autocrate (Putin) e da uno che aspira ad esserlo (Netanyahu).

Facciamola breve. La madre di tutte le difficoltà si chiama Donald Trump: «Nec tecum nec sine te vivere possum». È Ovidio ma forse è anche quel che pensa Giorgia Meloni: la svolta europeista, senza Trump, le costerebbe scomuniche ben peggiori di quelle ricevute finora; l’appartenenza a quel mondo, con Trump, ha un costo, e non solo elettorale. Lo sanno bene le imprese che si sono viste cancellare il business forum di Miami.

È una condizione di “sospensione” politica, che sarebbe messa in difficolta da un europeismo forte, concreto, non declamatorio, anche nel rapporto con la commissione Ursula, che non brilla di iniziativa. Difficile che l’alternativa prenda corpo tra chi è ancor più sospeso rispetto al principio di realtà. E lievita da terra sospinto dalle proprie ambizioni e vanità. Svegliatevi, il mondo è “altrove”. Fuori dal recinto.

sabato 6 giugno 2026

Democrazia senza popolo

Il gioco delle tifoserie contrapposte non si esaurisce, continua a impazzare. Da tempo la scena pubblica si presenta come composta da due aree separate. La sfera del potere da una parte, l'arena sociale dall'altra. Il Palazzo e la Corte corrispondono ai luoghi in cui il potere si esercita e trova consenso. Qui si svolgono eventi che in genere interessano poco l'area sociale circostante, pur mobilitando con intensità variabile tifoserie parallele o contrapposte. La gente comune, il Popolo, per lo più si muove in un mondo diverso, è spesso rinchiusa in un orizzonte ristretto di vita quotidiana, quando non manifesta la sua opinione su temi di alto valore simbolico.
Sarebbe auspicabile che qualche esponente del ceto politico riuscisse a superare la barriera che separa il Palazzo dal Popolo, ma questo normalmente non avviene o avviene raramente. In una situazione del genere il governo sembra destinato ad essere l'appannaggio di una minoranza, e non certo di una élite che riscuote un ampio consenso tra la gente comune, più semplicemente del clan che meglio riesce a mantenere e sviluppare il legame con una sua tifoseria.
Agitazione di paure a destra, evocazione di esigenze per titoli a sinistra, la propaganda politica non sembra riservare grandi sorprese.

Marco Follini
Il fantasma populista tra Meloni e Schlein

La Stampa, 6 giugno 2026

Caro direttore, due mesi dopo viene da osservare che la vittoria conseguita nel referendum non ha aiutato il centrosinistra a definire meglio il suo profilo. Ne è scaturita infatti una quasi certezza di vittoria che finisce per sommarsi all’antica abitudine di considerarsi depositari di una sorta di supremazia morale e politica, ideale e tecnica al tempo stesso. Le due cose insieme non promettono molto di buono. 

Di contro, anche la Meloni ha i suoi problemi e neppure lei sembra in grado di venirne a capo. Probabilmente anche lei immagina di risolvere le difficoltà celebrando se stessa. Tanto più ora che bussa alle sue porte un signore che appare piuttosto improbabile come alleato d’onore ma si sta rivelando invece assai più ferrato nel gioco delle astuzie e dei sotterfugi della politica minore. Questione che la premier non sembra ancora aver chiaro se si dovrà affrontare con le buone o con le cattive. Dunque, anche a destra il clangore delle trombe costringe al silenzio il ragionamento.

Infatti io credo che esistano buone ragioni per tenersi a distanza dai due progetti che vanno ora per la maggiore. Ma se invece si vuole insistere a pensare che non vi sia salvezza al di fuori di questi due poli, occorrerebbe almeno frequentarli con quel tanto di spirito critico che prima o poi potrebbe riuscire a emendarne alcuni dei difetti più evidenti. Impresa a cui invece ci si dedica assai poco. A destra perché il capo non va troppo contraddetto. A sinistra perché in luogo della fiducia nel condottiero si finisce con l’avere fiducia nella propria sfera di antropologia politica. Un difetto, anche questo, non da poco.

Così da questa parte, se una volta si era abituati a parlare anche troppo e a spaccare il capello in quattro, ora invece sembra regnare una fiducia nel proprio destino così granitica da non poter essere scalfita da una discussione appena appena più abrasiva. Infatti, se qualcuno pone problemi, si immagina che sia solo alla ricerca di un buon posto nelle liste ospitali dei vincitori annunciati. Se qualcuno prima o poi finisce con l’uscire di casa, si avverte quasi un senso di liberazione dalla fatica di dover discutere ancora. E se qualcuno segnala che una coalizione degna del nome non può dar luogo a un happening in materia di geopolitica, si ribatte che tale è l’occasione alle porte che non mette conto fermarsi a discutere più di tanto sul resto del mondo. Nessuno più ha voglia di guardarsi dentro, con uno spirito minimamente critico. Tantomeno di guardare verso quelli che guardano oltre il confine. Ma forse è proprio nelle linee tracciate lungo quel confine che si nasconde il nostro destino.

Il fatto è che tutte e due le coalizioni sembrano aver rinunciato a fare fino in fondo i conti con se stesse. E appena oltre, a fare i conti con il populismo. Ad interrogarsi cioè sulle sue ragioni, a contrastare i suoi torti, a misurare con un briciolo di esattezza le proprie distanze. Insomma, in una parola, a decidere se esso alla fine sia un malessere che va fatto proprio, ovvero un (improbabile) redentore, ovvero un antagonista che va tenuto a bada, ovvero ancora un nemico che va sfidato apertamente e magari anche sconfitto.

Ma è proprio lì che sta il problema. E cioè nella peculiare, reciproca circostanza che ormai tale è la fatica di tenere insieme la convenienza a inglobare una modica dose di populismo e la preoccupazione di farsene invece trascinare altrove; tale è l’ambiguità di ospitare i propri avversari e di pensare al tempo stesso di poterli metabolizzare senza lasciare troppe tracce; tale insomma è la confusione sotto il cielo, o sotto i due cieli opposti, che si è perso quasi irrimediabilmente il bandolo della matassa.

Così alla fine tutto si riduce a una richiesta di obbedienza rivolta ai propri cari e a una ostentazione di fiducia rivolta a tutti gli altri. In questo modo, però, si costruirà una vittoria che rischia infine di valere perfino meno di un pareggio. Il che, ovviamente, è tutto dire.

martedì 5 maggio 2026

Il congelamento della guerra

Renzo Guolo 
Il piano dell'Iran su Hormuz per congelare il conflitto

Domani, 4 maggio 2026

Hormuz, semper Hormuz! Lo Stretto che il debordante inquilino della Casa Bianca intesta a sé stesso dopo averne fatto una straordinaria arma negoziale per gli iraniani, è, più che mai, al centro del braccio di ferro tra Washington e Teheran.

Tra blocchi, controblocchi, petroliere che riescono a forzare quello Usa e dirigersi verso la Cina, colpi di avvertimento alle navi americane nello Stretto mentre Trump da il via al suo Freedom Project, ufficialmente per liberare «a fini umanitari» i reietti bloccati, da una bonaccia assai poco conradiana, su navi costrette da mesi alla fonda.

Così, non è casuale che il nuovo piano in quattordici punti sottoposto da Teheran a Washington abbia come punto chiave proprio Hormuz. La mossa iraniana di chiuderlo per cambiare il gioco ipotecato dallo strapotere militare Usa e di Israele, ha funzionato. Come si è visto nelle molteplici dinamiche, regionali e mondiali, innescate dagli sviluppi del conflitto. Persino la fresca rottura Opec, con l’uscita dall’organizzazione, con tanto di benedizione americana, degli Emirati, insofferenti verso l’ipoteca saudita sulla politica di produzione, rimanda a quegli infuocati riverberi.

Il piano ha come centro la riapertura dello Stretto in cambio della fine del controblocco americano, fondamentale perché Teheran possa riprendere la produzione di petrolio senza dover ampliare le quasi esaurite capacità di stoccaggio, mossa complicata in un contesto bellico, o peggio, interrompere il pompaggio dell’oro nero, operazione dai risvolti tecnici non irrilevanti. Sulla riapertura concordano attori internazionali portatori di visioni e interessi contrastanti ma convergenti sul punto.

E proprio sul raffronto con la situazione prebellica che Teheran articola la sua strategia negoziale. Facendo balenare concessioni su Hormuz, l’Iran vuole mostrare di rinunciare, a certe condizioni – tra i «quattordici punti» vi è l’istituzione di un meccanismo di controllo marittimo che dovrebbe sancire il riconoscimento del ruolo iraniano nella gestione di un corridoio acqueo che prima del 28 febbraio era a libera navigazione – all’inattesa rendita politica.

Mossa che, secondo il regime, permetterebbe di non varcare le linee rosse fissate dopo un dibattito che ha sancito il primato degli elmetti sui turbanti, orfani di un leader in piena efficienza e di equilibri politici ormai mutati. Nell’ipotesi di accordo, infatti, non vi alcuna rinuncia al nucleare, mentre potrebbe essere accettata una moratoria temporanea all’arricchimento dell’uranio per uso civile, che verrebbe in linea di principio consentito: ragion per cui, contrariamente alle richieste di Netanyahu e Trump, gli impianti nucleari non verrebbero smantellati. In ogni caso di nucleare si discuterebbe dopo la fine del conflitto.

Così come non sono previste limitazioni all’arsenale missilistico, unico elemento di deterrenza per Teheran; viene, poi, riesplicitato lo stretto legame tra fine delle ostilità e guerra in Libano, che ribadisce il rifiuto di «sacrificare» Hezbollah a Israele. Di più, la Repubblica Islamica chiede, oltre un solenne impegno alla non aggressione, la costruzione di un sistema di sicurezza regionale destinato a sancire il suo ruolo nell’area, la fine delle sanzioni internazionali, lo scongelamento degli asset bloccati, riparazioni di guerra a carico di Usa e Israele.
Posizioni che hanno poche possibilità di essere accettate da Netanyahu e Trump. Da qui l’altalena della Casa Bianca tra impulso a far saltare tutto o accontentarsi di un’intesa parziale che salvi la faccia e consenta di concentrarsi altrove.

Nonostante le continue tensioni nelle sue “calde” acque, foriere di incidenti capaci di far deflagrare tutto, Hormuz resta, dunque, la sola carta che i duellanti possono mettere sul piatto per poter congelare un conflitto che non pare consentire altri punti di approdo.


Alberto Negri
Verso l'abisso, trascinati dai fallimenti

il manifesto, 5 maggio 2026

Il generale e filosofo cinese Sun Tzu nella sua Arte della Guerra affermava che una strategia senza tattica può portare a una rapida vittoria, ma una tattica senza strategia può aprire la strada della sconfitta. Questa considerazione potrebbe adattarsi a quanto succede nello Stretto di Hormuz.

Ma anche a tutta la guerra americana e israeliana che voleva spazzare via il nucleare iraniano e il regime o addirittura un’«intera civiltà» come ha detto Trump.

La tensione nello Stretto di Hormuz, cruciale per l’economia globale, è ormai alle stelle. Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte. Il cosiddetto project freedom nato per permettere a centinaia di navi bloccate da mesi di riprendere la rotta si sta scontrando con l’ostilità iraniana. Il passaggio dei cacciatorpedinieri della flotta americana è stato accolto, secondo fonti iraniane, da un lancio di missili di avvertimento. Non solo, secondo quanto emerge una nave sudcoreana sarebbe in fiamme in seguito a un’esplosione avvertita al largo degli Emirati arabi.

Queste notizie mentre scriviamo sono da verificare ma già indicano che potrebbe essere cominciata una nuova escalation nella guerra contro l’Iran scatenata il 28 febbraio da Stati uniti e Israele. Da una parte e dall’altra si è incendiata subito la guerra di propaganda: le acque di Hormuz sono diventate più torbide che mai, forse già troppo affollate, visto che lo Stretto è lungo una ventina di miglia marine ma che soltanto un paio sono navigabili nei due sensi di entrata e uscita, per evitare almeno il rischio delle mine.

Gli Usa sono partiti subito sparando alto, come se la posta in gioco, la navigazione dello Stretto, fosse già nella mani di Trump. «Abbiamo il pieno controllo dello Stretto di Hormuz», lo «stiamo aprendo», ha dichiarato il segretario al Tesoro Scott Bessent in un’intervista a Fox, ribadendo che l’economia iraniana è in «caduta libera». Dichiarazione seguita non molto tempo dopo dall’annuncio del Centcom che navi della marina americana dotate di missili guidati avevano attraversato lo Stretto di Hormuz a sostegno del project freedom.

Ma una dichiarazione aveva sollevato subito qualche dubbio. Le forze americane – si leggeva nel comunicato – stanno attivamente assistendo gli sforzi volti a ripristinare il transito per la navigazione commerciale. Qual è il significato? Che la marina Usa sta scortando le navi commerciali? Nel Golfo al riguardo ci sono pochi e rari precedenti negli anni Ottanta. Nel 1987 cinque o sei navi da guerra Usa avevano scortato un paio di petroliere del Kuwait ma oggi non ci sono i numeri a Hormuz per un’operazione di questo genere.

Ma a di là delle ipotesi appare evidente che la situazione sta comunque degenerando in una escalation che rischia di trascinare il conflitto in una guerra navale nello Stretto. I segnali ci sono tutti e la guerra coinvolge anche Israele, che non solo colpisce in Iran e in Libano ma è impegnata anche contro gli Houti alleati di Teheran che possono minacciare lo Stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso (la rotta di Suez per intenderci). Questa guerra è stata voluta da Netanyahu e non è certo un caso che la scorsa settimana equipaggiamenti militari americani siano stati spostati a ritmo serrato verso Israele.

E neppure l’Europa è fuori di giochi di guerra: mentre Trump e il cancelliere Merz litigavano, aerei cargo militari Usa sono arrivati dalla Germania in Medio oriente trasportando armamenti nella regione. Quando si parla di ritiro americano dall’Europa e dalla Nato a volte si dimentica che il vecchio continente è l’avamposto degli Stati uniti verso l’Asia minore e maggiore. Ma queste cose al Pentagono le sanno bene e quasi sicuramente le dirà anche li segretario di stato Rubio quando sarà in Italia a metà settimana.

In tutto questo, escalation navale compresa, torna il generale Sun Tzu. La strategia iraniana appare un po’ grezza ma razionale. L’Iran non ha bisogno di sconfiggere gli Stati uniti in una guerra. Al regime di Teheran basta assicurarsi la sopravvivenza, con sventagliate di missili e droni per mantenere il Golfo e Hormuz sotto pressione. Anche il nucleare iraniano sembra passato in secondo piano ed è questo che volevano ayatollah e pasdaran. Quanto alla strategia Usa, che pure con Israele ha inflitto danni enormi all’apparato militare e politico iraniano, è meno chiara. Trump ogni tanto proclama che l’accordo con Teheran è vicino ma Netanyahu ha altri obiettivi: la cancellazione dell’Iran della mappa del Medio oriente, non importa se c’è questo o un altro regime.


domenica 30 novembre 2025

La debolezza dell'opposizione

Massimo Cacciari
Il riformismo che manca all'opposizione
La Stampa, 30 novembre 2025

L'Italia non sarà più il laboratorio politico di cinquant’anni fa, però qualcosa di interessante sta avvenendo tra Alpi e Lilibeo. Si delineano potenzialità e contraddizioni che potrebbero mutare lo stato delle cose. Le recenti elezioni hanno pure dato qualche segnale a proposito. Il primo riguarda l’eccezionale gravità dello stacco tra opinione pubblica e sistema politico.

I cosiddetti partiti fingono di non vederlo, poiché il Dio acceca coloro che vuol perdere, e continuerebbero a raccontare di vincitori e vinti anche laddove andassero a votare solo i candidati e i loro famigli. Ma non potranno durare nella farsa ancora a lungo. In un Paese dove il reddito reale del lavoro dipendente e della grande massa dei pensionati è in caduta da una generazione, dove il lavoro dei giovani continua a essere precario e sottopagato, e a migliaia emigrano, dove anche il sistema dei servizi essenziali, scuola e sanità, si sta rapidamente adeguando al modello americano: li ha chi paga, ebbene in un simile Paese l’insoddisfazione, la frustrazione, il disagio potrebbero in ogni momento assumere una forma assai più dura del non voto. Dipende, è ovvio, se esiste chi sappia dar loro forma e organizzazione politica.

Meloni è forte, ma trina. Questo dice con chiarezza il risultato elettorale. Non si ripeterà con lei il caso Berlusconi. E il risultato nel Veneto rende anche incerto che possa domani rivendicare primati in Lombardia. Meloni ha fatto il pieno che poteva dell’elettorato altrui, ora inizia davvero per lei la faticosa età del necessario compromesso. E le contraddizioni da superare sono stridenti. Con sé stessa anzitutto! Tutta la sua carriera politica e la sua affermazione si sono svolte all’insegna di un’idea di “destra sociale”. Il suo governo si è accreditato sul piano internazionale (e cioè presso le grandi potenze economico-finanziarie) per una politica che contraddice quella idea dai fondamenti, sul piano teorico e pratico.

Quanto potrà avere ancora corso la pura e semplice menzogna che la Meloni di prima è la stessa di ora? Il governo si è pienamente arreso al grande corso del neo-liberismo scatenato, e questo spiega anche perché Tajani regga così imprevedibilmente, saltellando tra i suoi giovani alleati.

Naturalmente, che questa evidente contraddizione, intrinseca alla forza fondamentale di governo e al suo stesso elettorato, si esprima politicamente oppure no dipende dall’azione del cosiddetto “campo largo” e del PD in primis. Se affrontare il nodo di radicali riforme in politica fiscale e ridistributiva resteranno anche per loro un tabu, Meloni potrà vivere tranquilla. Relativamente, tuttavia – poiché si è resa esplicita con queste elezioni la contraddizione di fondo tra Fratelli d’Italia e Lega.

Non si tratta di rivendicare primati su sovranismo, nazionalismo o altro. Questa è tutta fuffa ideologica. La Lega è Nord. Le elezioni dicono in via definitiva che la Lega per sopravvivere e contare deve tornare a essere nordista. Non contano i nomi, Salvini o Zaia, ma lo stato di necessità. Proprio questo pone problemi sempre meno rinviabili a Meloni. Fino a che punto le rivendicazioni della Lega in materia di autonomia regionale, rivendicazioni che sarà impossibile silenziare, e che sono evidentemente tutte pensate in chiave nordista, potranno essere digerite dal suo governo e dal suo elettorato?

Su questo terreno l’iniziativa dell’opposizione avrebbe spazi enormi. Se non si limitasse a essere opposizione. È una linea di radicale e coerente riformismo che essa dovrebbe assumere. Contro lo pseudo-federalismo della Lega e il centralismo statalistico-burocratico che procede per inerzia in Italia, stante l’impotenza riformatrice del ceto politico. Non ha alcun senso contrastare il disegno leghista difendendo l’attuale assetto regionalistico; e così neppure è ragionevole opporsi ai presidenzialismi d’accatto di Meloni sotto la solita bandiera della “Costituzione più bella del mondo”.

Alla Lega va opposta una cultura federalista reale, che comporta Regioni pienamente responsabili per le proprie entrate, una Camera delle Regioni, l’eliminazione dell’attuale Senato. Soltanto su questa base, con Regioni e Parlamento forti, non succubi delle decisioni finali dell’Esecutivo, avrebbe senso in Italia discutere anche di un modello presidenzialistico. Se l’opposizione cessasse di inseguire e costruisse una propria strategia riformatrice, potrebbe far leva sulle contraddizioni che l’attuale governo occulterà con fatica sempre maggiore e rimescolare le carte nella stessa opinione pubblica, anni luce lontana dai vecchi schemi di destra e sinistra.

La vera politica, infine, è sempre stata politica estera. Questa contraddistingue la forza di un Paese. E su questa una strategia riformatrice dovrebbe essere misurata. L’opposizione attuale semplicemente non ne ha. Aspirazioni generiche, richiami a “diritti delle genti” che non si incardinano in alcuna proposta concreta.

Una opposizione di governo dovrebbe ragionare in questo modo: mi siedo al tavolo delle trattative, quale la mia idea per porre fine al conflitto russo-ucraino? Come intenderei sistemare Crimea, Donbass, rapporti Ucraina-Nato? Quale posizione assumo nei confronti di quei leader europei in preda a un delirio russofobico? E sulla tragedia palestinese? Oltre alle ovvie condanne di eccidi di civili e di efferati atti di terrorismo, che si rincorrono gli uni agli altri, rimane o no ferma l’idea che solo la formazione di un autonomo Stato palestinese può aprire alla speranza, peraltro assai debole, di una qualche pace?

Anche qui c’entra l’interesse nazionale, non ideologie di destra o sinistra: la grande maggioranza degli italiani conosce le conseguenze di queste guerre e della impotenza europea anche solo a cooperare per porre a esse termine. Spendere in armi, aggravare il nostro deficit energetico, aumentare la spinta inflattiva, non ha nulla a che vedere con le sofferenze dei popoli che vivono la tragedia della guerra, ma neppure li aiutano, come i fatti clamorosamente dimostrano.

La linea del governo galleggia tra subalternità a Stati Uniti e moderazione in ambito europeo, cioè non ha alcuna linea. E quella dell’opposizione se domani vincesse? Fino a che alla domanda non vi sarà risposta, la Meloni può vivere serena.

lunedì 6 ottobre 2025

Macron spalle al muro

Danilo Ceccarelli
Francia, già finito il governo Lecornu: Macron accetta le dimissioni del neo primo ministro
La Stampa, 6 ottobre 2025

PARIGI. È durato meno di un mese l’incarico del primo ministro Sebastien Lecornu, che ha presentato questa mattina le dimissioni al presidente Emmanuel Macron. Ad annunciarlo l’Eliseo, dopo che ieri sera era stata presentata la nuova squadra di governo. Una lista di ministri quasi identica a quella del precedente esecutivo, che ha provocato le ire delle opposizioni, pronte a sfiduciare Lecornu alla prima occasione. Ma le scelte fatte hanno provocato malumori interni alla stessa coalizione, con i Repubblicani scontenti soprattutto della scelta di nominare il loro ex membri Bruno Le Maire alla guida del dicastero della Difesa dopo anni passati a gestire quello dell’Economia. Dal Rassemblement National di Marine Le Pen alla sinistra: tutti decisi a far cadere il nuovo governo.

Cosa succede adesso

Adesso il presidente Emmanuel Macron dovrà decidere se nominare un nuovo primo ministro o se sciogliere l’Assemblea nazionale come richiede Le Pen e indire elezioni legislative anticipate. L’ipotesi delle dimissioni, domandate a gran voce dal partito della sinistra radicale La France Insoumise, sembra essere un’ipotesi remota e difficilmente realizzabile. «Ci sarà certamente un ritorno alle urne nelle prossime settimane», ha commentato il presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, spiegando che il suo partito è pronto «ad assumersi le proprie responsabilità».

Tonfo in borsa dopo le dimissioni

Scivola la borsa di Parigi dopo le dimissioni con l'indice Cac 40 che cede l'1,75% scendendo a 7.938 punti. Lo spread tra Italia e Francia è negativo per 4,2 punti, con il rendimento annuo italiani in rialzo di 4,3 punti al 3,55% e quello francese di 8 punti al 3,59%. Tra i titoli più colpiti i bancari SocGen (-5,61%), Bnp (-4,45%) e Credit Agricole (-4,43%). Sotto pressione anche l'assicurativo Axa (-3,37%) e il colosso della distribuzione Carrefour (-2,6%).

Mariama Darame ed Elise Vincent
Sébastien Lecornu si dimette. Emmanuel Macron affronta la crisi da solo 
Le Monde, 6 ottobre 2025

Messo alle strette, il Primo Ministro Sébastien Lecornu ha presentato le sue dimissioni a Emmanuel Macron lunedì 6 ottobre, poco prima delle 10:00. Quasi quindici ore dopo l'annuncio della composizione del suo governo, l'ex Ministro delle Forze Armate, fedele sostenitore del Presidente della Repubblica, ha gettato la spugna. "Non c'erano più le condizioni" per rimanere Primo Ministro, ha dichiarato Sébastien Lecornu, un'ora dopo le sue dimissioni, sui gradini dell'Eliseo. Ha spiegato di aver "cercato di costruire un percorso con le parti sociali, le forze datoriali, le forze che rappresentano i sindacati dei dipendenti, in particolare su questioni che sono oggetto di blocco da molte settimane", come l'assicurazione contro la disoccupazione, le difficoltà e la previdenza sociale, per "ripristinare la gestione congiunta" "costruire una tabella di marcia" con il "nucleo comune"

Citando il fatto che i partiti politici "talvolta fingevano di non vedere il cambiamento, la profonda rottura rappresentata dal mancato utilizzo dell'articolo 49.3 della Costituzione", il Primo Ministro ha concluso, con un rimprovero appena velato ai repubblicani: "Dovete sempre preferire il vostro Paese al vostro partito".

Sébastien Lecornu diventa il primo ministro con la vita più breve della Quinta Repubblica. La sua partenza da Matignon, ventisei giorni dopo il suo arrivo in Rue de Varenne, getta il Paese nell'instabilità politica dalle conseguenze incerte, poiché tre settimane dopo la caduta di François Bayrou, un terzo primo ministro della "base comune" si dimette, privo del sostegno della maggioranza. La bomba a grappolo che è stata il fallito scioglimento dell'Assemblea Nazionale nel giugno 2024 continua ad avere effetti deleteri sulla vita politica ed economica del Paese.

In un altro storico fatto inedito sotto la Quinta Repubblica, Sébastien Lecornu non ha avuto il tempo di presentare la sua dichiarazione di politica generale all'Assemblea nazionale. Il suo governo, appena nominato, stava già tornando al regime del governo dimissionario, il che significava che sarebbe stato lui a occuparsi degli affari correnti.

Gioco del domino

Per Sébastien Lecornu, il punto di non ritorno è stato raggiunto domenica sera, quando Bruno Retailleau ha guidato la rivolta della "base comune" contro un governo dominato da figure macroniste e sostenitori di Emmanuel Macron.

"La composizione del governo non riflette la rottura promessa " , ha poi affermato il presidente del partito Les Républicains (LR) sul social network X, creando così una crisi senza precedenti. L'ira del Ministro dell'Interno si spiega con la nomina a sorpresa dell'ex Ministro dell'Economia Bruno Le Maire (2017-2024) al Ministero delle Forze Armate. Per i LR, come per il resto del mondo politico, il suo ritorno al governo suona come un affronto. È visto come il simbolo della deriva delle finanze pubbliche e del riciclaggio di personaggi politici denigrati dall'opinione pubblica per i loro trascorsi.

Come in una partita a domino, le forze politiche che compongono la base comune hanno espresso, una dopo l'altra, le loro riserve, come nel caso del MoDem o di Horizons, dove la rivelazione della composizione del governo ha suscitato rabbia, in quanto sembrava favorire il partito presidenziale a scapito dei suoi alleati. L'Unione dei Democratici e degli Indipendenti (UDI) e il Partito Radicale, da parte loro, hanno confermato la loro uscita dalla coalizione di governo.

La composizione del governo Lecornu cristallizza efficacemente tutte le tensioni accumulate all'interno del campo di governo e tutte le critiche espresse dall'opposizione dall'arrivo a Matignon di questo fedelissimo di Emmanuel Macron. La riconferma di 12 dei 18 ministri dimissionari ha sconcertato i presunti sostenitori di Sébastien Lecornu, tenuti all'oscuro fino all'ultimo minuto.

Tre vie d'uscita dalla crisi

Dietro le esplosioni e le minacce di secessione dal terreno comune con la coppia esecutiva, è la "maggioranza molto, molto relativa" che ha governato dopo il fallito scioglimento del 2024 a essere scossa nelle sue fondamenta. Una constatazione crudele domina la fine del mandato di Sébastien Lecornu: il fallimento del suo metodo. Chiedendo una "rottura" nella sostanza e nella forma, Sébastien Lecornu ha suscitato una serie di aspettative impossibili da soddisfare, sia nel suo campo che nell'opposizione.

Nemmeno l'abbandono dell'articolo 49.3 della Costituzione – che consente al governo di approvare una legge senza voto parlamentare – e la promessa di un dibattito parlamentare senza restrizioni per l'adozione del bilancio sono riusciti a ripristinare la fiducia, ormai compromessa, tra i partiti e l'esecutivo dalla fine del sistema maggioritario. Come i suoi predecessori, si è trovato nell'impossibilità di unificare il proprio schieramento, di rendere possibili compromessi di bilancio con i socialisti e di liberarsi dalla tutela del capo dello Stato.

Tre strade si aprono al capo dello Stato per porre fine alla crisi. La prima, la nomina di un nuovo primo ministro, data la crescente difficoltà di espandere la maggioranza verso sinistra o l'estrema destra. La seconda opzione include un nuovo scioglimento, poiché Emmanuel Macron ha riacquistato il potere di sciogliere l'Assemblea a luglio. Una terza strada, disprezzata dal Presidente della Repubblica, rimane e rischia di acquisire notevole slancio nel dibattito pubblico: quella delle sue dimissioni, mentre il suo silenzio dopo la caduta di François Bayrou preoccupa e irrita il suo schieramento.

Emmanuel Macron si ritrova ora solo in prima linea, minacciato dalle richieste di dimissioni e dall'incitamento a sciogliere l'Assemblea Nazionale da parte dei suoi oppositori. "Dopo le dimissioni di Sébastien Lecornu, chiediamo l'immediata considerazione della mozione presentata da 104 deputati per la destituzione di Emmanuel Macron", ha dichiarato il leader di La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, su X. Da parte sua, il presidente del Raggruppamento Nazionale, Jordan Bardella, ha chiesto un nuovo scioglimento. "Non può esserci stabilità ristabilita senza un ritorno alle urne ", ha dichiarato al suo arrivo alla sede del partito di estrema destra per discutere della crisi politica con Marine Le Pen.

Simbolo della fretta ai massimi livelli di governo, le dimissioni di Lecornu hanno sorpreso l'intera catena protocollare incaricata di organizzare il passaggio di consegne tra Sébastien Lecornu e Bruno Le Maire, lunedì 6 ottobre all'Hôtel de Brienne. Sebbene i discorsi dei due politici non fossero previsti prima di mezzogiorno, la stampa era stata convocata presso la sede del Ministero delle Forze Armate a Parigi alle 9:45. Diverse decine di giornalisti erano in attesa fuori dal portico quando, alle 9:46, è suonata la sveglia che annunciava le dimissioni del Primo Ministro. Dopo qualche minuto di esitazione, i gendarmi addetti alla sicurezza dell'edificio sono stati costretti a un goffo "arrivederci" prima di sparire dietro la porta, che avrebbe dovuto schiudersi.

https://www.lemonde.fr/politique/article/2025/10/06/sebastien-lecornu-demissionne-emmanuel-macron-seul-face-a-la-crise_6644797_823448.html

La Francia nella trappola dei veti incrociati

 

Forse la parola giusta non è barocco ma "manierismo".

Treccani:  "b. In senso lato, ogni orientamento artistico fondato sull’imitazione di modelli, sulla tradizione di tecniche e norme accademiche, sia in arte sia in letteratura. 2. In psichiatria, bizzarria del comportamento, frequente spec. nella schizofrenia, che interessa la gesticolazione, il portamento e il modo di esprimersi, i quali diventano innaturali e affettati".
L'assenza di originalità e l'imitazione piatta di modelli produce quella postura rigida e artificiosa che così poco si presta all'innovazione e al compromesso. Una patologia che in Italia affetta il cosiddetto campo largo.   

Bruno Cautrès, politologo
Dimissioni di Sébastien Lecornu: "La politica francese è diventata barocca"
Le Monde, 6 ottobre 2025

Il dizionario dell'Accademia di Francia indica che l'aggettivo "barocco", in senso dispregiativo, si riferisce a una situazione o a un oggetto "che presenta un aspetto bizzarro, strano, inaspettato". Questo descrive molto bene la situazione politica francese. Come siamo entrati nella "politica barocca" che si dispiega davanti ai nostri occhi ogni giorno?

Una serie di vincoli inestricabili si è imposta ai principali attori politici, in particolare a quelli direttamente coinvolti nella ricerca di un compromesso, i macronisti e i socialisti. Primo elemento: era come se ciascuna parte ponesse come condizione che il negoziato si svolgesse nell'ambito del proprio programma, una posizione completamente contraddittoria nella ricerca di un compromesso. Mentre ciascuna parte sembrava disposta a invitare l'altra a casa propria per sedersi al tavolo delle trattative, nessuna delle due parti sembrava veramente intenzionata a costruire insieme una nuova casa. Piuttosto che essere insieme costruttori di un nuovo paradigma politico, ciascuna parte voleva che l'altra si inginocchiasse e andasse a Canossa. I socialisti erano pronti a negoziare, ma sulle modalità di attuazione delle misure previste dal loro programma, a loro volta ispirato da quello del Nuovo Fronte Popolare (NFP).

Se proponevano una "sospensione" della riforma delle pensioni anziché un ritiro, l'obiettivo era proprio quello di un ritiro basato su un'ipotetica vittoria della sinistra nel 2027. Nessuno si è chiesto se il Paese potesse essere mantenuto in sospensione dal punto di vista di una questione fondamentale come la data del pensionamento. Né si è chiesto che senso avesse chiedere a un governo di centro-destra di attuare misure di sinistra, visto che il Partito Socialista (PS) aveva rapidamente indicato che non avrebbe fatto parte del governo!

Lo scontro delle contraddizioni

Da parte macronista, ai socialisti è stato offerto di avviare negoziati, ma senza che i principali parametri macronisti potessero essere modificati in modo significativo: nessuna sospensione o revoca della riforma pensionistica di Borne, nessun ripristino dell'ISF (imposta patrimoniale), nessuna tassa Zucman o misure simili. Anche in questo caso, nessuno si è chiesto se un partito sconfitto o in difficoltà alle urne, fatta eccezione per le elezioni presidenziali del 2022, potesse reggere fino a questo punto. Né nessuno ha messo in dubbio il senso che potesse avere chiedere a un partito di sinistra di sostenere, anche con una semplice neutralità benevola, un governo in cui avrebbero siedono personalità che incarnano una posizione di destra saldamente posizionata a destra in materia di immigrazione o "welfare".

Secondo elemento: affinché lo shock di queste contraddizioni fosse assorbito e trasformato in energia creativa, era necessario rimuovere un ostacolo cruciale. Quale resoconto avrebbero dato gli attori coinvolti di questi negoziati? Se i socialisti avessero concluso un accordo di non censura con i macronisti, questi ultimi non avrebbero tardato a leggere questo accordo come il compimento della profezia del superamento della divisione tra sinistra e destra. È comprensibile che fosse impossibile per il Partito Socialista offrire al macronismo una vittoria così simbolica alla fine del processo. La natura barocca della situazione consisteva nel chiedere ai socialisti di fornire la prova che il macronismo aveva davvero ragione, dopotutto!

Quanto ai socialisti, divisi tra i loro partner dell'NFP e la loro esibizione dopo il ritorno in scena, hanno suggerito ai macronisti di adottare un atteggiamento sottomesso, nonostante Emmanuel Macron avesse ampiamente distanziato il loro candidato presidenziale. Allo stesso tempo, hanno evocato la loro quasi rottura con La France Insoumise, mentre i Nupes e poi l'NFP li avevano così avvantaggiati elettoralmente. La natura bizzarra di tutte queste contraddizioni, sempre più illeggibili a un'opinione pubblica totalmente persa in queste chiacchiere confuse, non poteva che portare a un'assurdità politica. A questo si aggiunge il peso del calendario elettorale, che avrebbe portato la sinistra, in particolare il Partito Socialista, a destreggiarsi tra diversi legami e partner nel 2025, 2026 e 2027.

Figure obbligatorie

Due elementi hanno infine aggiunto il loro tocco barocco. Innanzitutto, il campo presidenziale non ha cambiato idea nella sua lettura della situazione creata dallo scioglimento: la richiesta di compromesso, la promessa di lasciare le redini al Parlamento, le gentili parole per l'opposizione, tutto questo non risale né a Sébastien Lecornu [che ha presentato le sue dimissioni a Emmanuel Macron lunedì 6 ottobre], né a François Bayrou, né a Michel Barnier. Tutto è detto nelle dichiarazioni post-legislative di Emmanuel Macron, come il suo discorso del 10 luglio 2024, in cui invita le forze politiche "repubblicane" , "divise al primo turno, unite da reciproci ritiri nel secondo" a "costruire un ampio raggruppamento" . Questa impostazione narrativa ha pesato molto sul comportamento degli attori: costringendo alcuni a interpretare una figura imposta e ad attenersi ad essa, allertando altri sulla sincerità dei primi riguardo ai famosi "movimenti".

In secondo luogo, sebbene le carriere politiche di Michel Barnier, François Bayrou e Sébastien Lecornu parlino da sole, non erano nella posizione migliore per proporre un discorso innovativo che incarnasse un cambiamento nel paradigma politico. La cosa più bizzarra è che, col passare del tempo, siamo passati dal più lontano da Emmanuel Macron al più vicino!

Come nel dilemma del prigioniero della teoria dei giochi, macronisti e socialisti si sono ritrovati in una logica che ha prodotto il risultato opposto a quello sperato. A causa della mancanza di fiducia nell'altro e della nebbia strategica che li circondava, hanno interpretato la trattativa come un "gioco a somma zero" (ciò che uno guadagna, l'altro perde nella stessa misura), mentre molte situazioni sono più simili a "giochi a somma non zero", in cui un compromesso può produrre un guadagno collettivo. Ma questo significa indubbiamente dimenticare che in politica il barocco può competere con il razionale. Questa è forse la sua bellezza, o la sua tragedia.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/10/06/demission-de-sebastien-lecornu-la-politique-francaise-est-devenue-baroque_6644790_3232.html