Riccardo Fedriga
Dalla caverna di Platone alla Minerva di Hegel ogni filosofo è un pittore
Ecco
come i più grandi pensatori, in qualsiasi epoca storica utilizzano
immagini per rendere efficaci le proprie teorie
Miti, leggende,
similitudini e copertine di libri
la Repubblica, 6 settembre 2014

COME nella più classica tradizione filosofica, una delle risposte alla
domanda “cosa significa conoscere” rimanda a un’altra domanda, e cioè
“cosa significa vedere
?” A sua volta, poi, parlare di conoscenza visiva
può significare molte cose tra loro differenti. Ne parliamo infatti in
merito a quella parte della filosofia che si occupa delle immagini,
della visione e delle forme della percezione, cioè dell’estetica. Ma ne
parliamo anche, in un arco di problemi filosofici che si estende sino
alla definizione dello statuto degli oggetti, reali o meno che siano,
cioè alla ontologia.
Pensiamo agli oggetti delle illusioni: che cosa
stiamo vedendo quando osserviamo fenomeni del genere? Quando esercitiamo
i nostri sensi, cogliamo oggetti reali o siamo immersi in un mondo di
illusioni, come nel caso di un bastone che, immerso nell’acqua appare
spezzato, create da quegli stessi atti percettivi con cui cerchiamo di
entrare in rapporto col mondo?
D’altro canto, anche tralasciando
l'iconologia più nota, dalla vaticana Stanza della Segnatura di
Raffaello, con l’affresco delle tradizioni di Platone e Aristotele, alla
Melancholia di Dürer e al Pensatore di Rodin, elencare e classificare
la filosofia per immagini sarebbe comunque un lavoro più lungo del
catalogo di Leporello. Invece è utile mostrare, attraverso le immagini,
l'inesauribile ricchezza e l'efficacia dell'immaginazione visiva di cui i
filosofi sono stati capaci.
Si va da Socrate, di volta in volta
satiro e torpedine di mare, all’allegoria della caverna della Repubblica
di Platone, per passare all'immagine aristotelica del pilota e della
nave, usata per rispecchiare il rapporto complesso tra l'anima e il
corpo nell'uomo. I secoli medievali non saranno da meno: basti pensare
al fortunato aforisma dei «nani sulle spalle di giganti », con cui nel
XII secolo Bernardo di Chartres descriveva i sapienti del proprio tempo,
più piccoli dei grandi del passato ma in grado di vedere più lontano.
Neppure il rigore della rivoluzione scientifica moderna ignora
l'efficacia delle immagini ma, anzi, le sfrutta per spiegare e per
produrre consenso attorno alla nuova immagine del mondo: si pensi
all’esperimento del gran naviglio di Galilei, elaborato per dimostrare
l’uniformità e la relatività del moto. Ma anche al caso di Molyneux,
ovvero del cieco dalla nascita che riacquista la vista in età matura:
saprebbe egli, solo con la vista e senza aiutarsi con il tatto,
distinguere un cubo da una sfera? Un caso che coinvolse filosofi come
Locke, Leibniz, Diderot… Al gusto della visualizzazione concettuale non
sfuggono le grandi figure della filosofia moderna: ogni studente liceale
ricorda Kant e il suo esempio dei cento talleri, tanto reali quanto lo è
l’esistenza della realtà. Ma anche la prosa di Hegel, solitamente così
ostica e ricca di tecnicismi, si illumina a tratti con immagini come la
nottola di Minerva, che come la filosofia si alza solo sul fare della
sera, quando la vita si è compiuta.
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| Quando la filosofia dipinge il suo grigio su
grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su
grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la
nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo. (Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto) |
Ma, tra tutte, vi è un particolare tipo di immagini sulle
quali non ci sofferma mai abbastanza. Sono le immagini di quegli oggetti
materiali, i libri, che hanno trasportato la filosofia nel corso dei
secoli. Non si può capire a fondo la portata rivoluzionaria della
Instauratio Magna di Francesco Bacone se non si osserva il
frontespizio del volume, con quelle colonne d’Ercole che vengono
oltrepassate dalla nave della nuova scienza, proiettata a vele spiegate
verso i mari aperti del sapere. E che dire della tavole dell’
Encyclopédie di Diderot? Oppure del «pensare per dipinture», come
definisce Vico il frontespizio della Scienza Nuova , che funge da quadro
sinottico dell’intera opera e da ausilio visivo e mnemotecnico per il
lettore. Per finire, tornando agli antichi in un ideale circolo
virtuoso, l’immagine forse più celebre è quella della Filosofia che,
nella Consolazione della filosofia , appare in persona a Severino
Boezio. Insieme allegorica, e storicamente concreta, essa è trasportata
in diverse fogge nei secoli attraverso le miniature e le incisioni di
manoscritti e libri a stampa, come una donna dal «venerando aspetto».
Insomma, i modi di presentare ai lettori gli argomenti filosofici hanno
sempre costituito uno strumento per presentare e comunicare sia
l’astrazione sia la concretezza storica delle tesi filosofiche. Mai come
oggi questi modi sono tanti e potenzialmente alla portata di chiunque:
vedere la filosofia, e farla vedere, può costituire la maniera più
efficace per renderla presente ai ragazzi che vi si vogliano avvicinare.
Per questo si è progettato un manuale di filosofia per le scuole
proprio a partire da come viviamo la comunicazione e l’editoria. Oggi i
mille supporti a disposizione, iPhone, iPad, smartphone, lavagna
elettronica, fanno vedere la filosofia e le sue storie sotto mille
angolature possibili. Sono state così tradotte in immagini contemporanee
le relazioni tra filosofia, scienza, storia e cultura materiale. E si è
fatto sì che queste relazioni aperte fossero tutte interconnesse, dando
vita a ovviamente a un’immagine visiva, quella della rete. Per scoprire
che, così, la filosofia non l’abbiamo mai vista.
Il secolo Ventesimo è il paradiso di
chi vuole vedere la filosofia: si parte dai paradossi spiegati
attraverso immagini visive, come quello di Bertrand Russell sul barbiere
che rade tutti gli uomini del villaggio tranne quelli che si radono da
soli (e quindi chi rade il barbiere?), per giungere agli esperimenti
mentali come quello di Thomas Nagel, il quale si chiede se ci si possa
mettere nei panni di un pipistrello che di notte va a caccia di insetti:
riusciamo a concepire uno spazio costruito a partire esclusivamente da
suoni?
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Il
testo non cita la colomba di Kant. "La colomba
leggiera, mentre nel libero volo fende l'aria di cui sente la resistenza,
potrebbe immaginare che le riuscirebbe assai meglio volare nello spazio vuoto
di aria. Ed appunto così Platone abbandonò il mondo sensibile, poiché esso pone
troppo angusti limiti all'intelletto; e si lanciò sulle ali delle idee al di
là di esso, nello spazio vuoto dell'intelletto puro. Egli non si accorse che
non guadagnava strada, malgrado i suoi sforzi; giacché non aveva, per così
dire, nessun appoggio, sul quale potesse sostenersi e a cui potesse applicare
le sue forze per muovere l'intelletto. Ma è un consueto destino della ragione
umana nella speculazione allestire più presto che sia possibile il suo
edifizio, e solo alla fine cercare se gli sia stato gettato un buon fondamento.
Se non che, poi si cercano abbellimenti esterni di ogni specie per confortarci
sulla sua saldezza, o anche per evitare del tutto tale tardiva e pericolosa
verifica”. (Critica della ragion pura,
Laterza, Roma-Bari 2000, p. 38)