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venerdì 1 maggio 2015

Silvia Ronchey su Ipazia

Oggi La Stampa pubblica un articolo di Silvia Ronchey su Ipazia, la filosofa pagana uccisa dai talebani cristiani. L'occasione è data da una mostra al Museo del Calcolo di Rimini (415-2015 Ipazia matematica alessandrina). L'articolo che segue risale invece al 15 novembre 2010, uscì sotto il titolo Ipazia per sempre, ancora sulla Stampa).

















Nel quinto secolo la morte di Ipazia non segna la fine di un'era, ma, come avevano intuito sia Diderot sia Chateaubriand, segna un inizio. Ipazia muore, ma passa la fiaccola. Il nucleo intellettuale di cui è erroneamente vista come l'«ultima» esponente è in realtà quello da cui germoglierà per undici secoli la fioritura più rigogliosa della cultura bizantina. Dove il paganesimo sopravvivrà non solo, nella sua accezione più alta, nel platonismo filosofico, ma anche nel culto popolare cristiano; dove all'olimpo dell'antico politeismo si sostituiranno il martirologio e il sinassario, alle narrazioni mitologiche le leggende agiografiche, alla selva dei simulacri pagani la folla delle icone.

Il quinto secolo non è l'orlo di un baratro, come spesso ha indotto storici e letterati a credere l'errata percezione del millennio bizantino come «decadenza infinitamente protratta», anche questa ampiamente legata alla propaganda papista. È, invece, l'inizio di un'inversione di tendenza, la vigilia di una rinascita della paideia antica.

La condanna di Cirillo nelle fonti bizantine, contrapposta alla sua difesa nella Roma dei papi, è la cartina al tornasole della persistente volontà di separazione tra Stato e Chiesa che a Bisanzio, Stato laico anche se con religione di Stato, si applicò senza soluzione di continuità. L'esistenza nel cuore dell'Europa di uno Stato della Chiesa, il cui capo spirituale è anche detentore di un potere temporale, è un unicum storico. Là dove questa anomalia non si è prodotta, non si è avuta interruzione della cultura antica. Lo studio dei testi antichi è continuato, insieme alla tradizione manoscritta e alla trasmissione delle idee, anche se queste potevano talvolta apparire in conflitto con l'ideologia cristiana dominante. La fiaccola di cui Ipazia è stata portatrice non si è spenta, ma molti altri uomini e donne hanno continuato a passarla.

Attraverso di loro, la philosophia di Ipazia, di Sinesio e degli antichi, eclettici o meno, philosophes di Alessandria arriverà al nostro Umanesimo e Rinascimento. E per questo tramite, all'illuminismo e a quelle altre correnti di opinione che hanno spezzato l'omertà della Chiesa occidentale e fatto di Ipazia il simbolo della libertà di pensiero.

Con distorsioni e deformazioni, perché nel mondo occidentale moderno, che non ha conosciuto finora abbastanza Bisanzio, la vicenda di Ipazia poteva difficilmente essere compresa nei suoi corretti termini storici. È stata così attualizzata e adattata ai tempi, come del resto la storia fa sempre, secondo il mai abbastanza citato detto di Croce per cui si fa storia solo del presente.

Ma su un punto non si può non essere concordi: a qualunque cosa Ipazia sia somigliata di più, a una studiosa o a una sacerdotessa, a una composta insegnante o a un'aristocratica eccentrica e trasgressiva; che sia stata giovane o no, che abbia fatto o no davvero innamorare i suoi allievi, che abbia o no – non è escluso – scoperto qualcosa di nuovo; che l'insegnamento iniziatico da lei impartito con tanto successo all'inquieta aristocrazia ellenica offrisse o no già la rivelazione che a un livello alto la teologia platonica inglobava quella cristiana e che gli improbabili dogmi di quest'ultima andavano tollerati, praticando l'arte platonica della «nobile bugia», perché utili al popolo quanto ogni antica superstizione pagana; che sia stata risoluta nello sbarrare il passo all'ingerenza della Chiesa nello Stato e troppo ingombrante nello sfidare la strategia di Cirillo con la sua parrhesia, o che la sua morte sia stata solo un incidente dovuto al subitaneo isterismo di un influente prelato cristiano ottenebrato dall'emulazione e dall'ambizione, oltreché al momentaneo disorientamento di un prefetto augustale romano messo in difficoltà da un vuoto di potere imperiale; in ogni caso, ogni volta che nella storia si ripropone, e si ripropone spesso, il conflitto tra un Cirillo e un'Ipazia, una cosa è certa: siamo e saremo sempre dalla parte di Ipazia.


Si veda inoltre http://machiave.blogspot.it/2014/06/ipazia.html (Luciano Canfora).


A. Seifert (1901)


sabato 7 giugno 2014

Ipazia


Luciano Canfora
Ipazia, il coraggio della filosofia
Corriere della Sera, 11 aprile 2010

La vicenda di Ipazia, scienziata tra le maggiori della tarda antichità, massacrata ad Alessandria su istigazione del vescovo Cirillo (poi santo e dottore della Chiesa) nel marzo del 415 d.C. divide ancora. Incombe come ineludibile testimonianza del modo in cui il cristianesimo si impadronì dell’ impero romano. Nell’autorevole Dizionario ecclesiastico diretto da Angelo Mercati e Augusto Pelzer, due pilastri della dottrina vaticana, si legge ancora che Ipazia «fu uccisa in una dimostrazione popolare perché avversa al cristianesimo», si precisa non senza improntitudine che il vescovo Cirillo fu estraneo alla cosa, e si squalificano gli storici antichi che lo inchiodano, tra cui lo storico cristiano Socrate scolastico (circa 380-440 d.C.), con l’ argomento che sarebbe vissuto «un secolo più tardi» laddove fu palesemente coevo dei fatti! Se tali dotti si abbassano alla più grossolana delle falsificazioni, ciò significa che quel crimine – con tutto il clima di intolleranza e di folle esaltazione dell’ ignoranza, creato dai cristiani padroni ormai della più grande metropoli del Mediterraneo – brucia ancora.

Un’altra fonte contemporanea, su cui gli storici clericali sorvolano, Eunapio di Sardi, così descrive le squadracce di monaci ignoranti, i cosiddetti «parabolani», che torturarono e massacrarono Ipazia dopo averla, da bravi stupratori, denudata: «Monaci li hanno chiamati, ma non erano neppure uomini se non in apparenza, poiché conducevano vita da porci e apertamente compivano e assecondavano crimini innumerevoli e innominabili». Il determinismo storiografico filocristiano che ha cercato di minimizzare «incidenti» del genere come scotto da pagarsi al maestoso incedere progressivo della storia (di cui il cristianesimo sarebbe protagonista positivo) è ormai al capolinea. Ormai per fortuna la storiografia si riappropria del diritto di riaprire tutte le questioni sopite e relegate ai margini come «prezzi» dolorosi ma inevitabili. Il film di Amenábar Agora, che ricostruisce con filologica e ammirevole perizia l’ intera vicenda della vita e della morte di Ipazia di Alessandria, ha innanzi tutto il merito di restituire alla più ampia fruizione quella vicenda così rilevante e ancora oggi così traumatica. Incontra e incontrerà censure, ma questo dimostra soltanto quanto sia stato giusto e necessario concepirlo e produrlo. Esso ha inoltre il merito di porre al centro della vicenda i libri, cioè la biblioteca del Serapeo piena di tesori della cultura antica e perciò invisa ai cristiani e da loro annientata. Le scene della distruzione della biblioteca sono di ottima fattura e di esattezza impeccabile.

La battaglia intorno ai libri, nella quale si erano illustrate le bande al servizio di Teofilo, zio e predecessore nonché mentore di Cirillo, non ha nulla da invidiare alle gesta delle orde di Pol Pot. Un altro merito della ricostruzione storica contenuta in questo film è di mostrare l’ asservimento progressivo del potere politico a quello della Chiesa e dei vescovi, in specie dei più violenti e oscurantisti. In tempi di fondamentalismi che si affrontano, in pieno XXI secolo, nel nome di contrapposti repugnanti pregiudizi, questo monumento a Ipazia è un ammonimento per tutti. Quel che ci affascina è che, nonostante tutto, la notizia di lei e della sua opera sopravvisse. Cosa c’è di più sorprendente e di più ammirevole che ritrovare dentro una enciclopedia dell’ XI secolo (Suidas) una galleria di ritratti entusiastici e commossi di filosofi neoplatonici (e pagani) come Ipazia e Olimpio? La fonte in quel caso è il neoplatonico Damascio. Contro la scuola neoplatonica di Atene si accanì Giustiniano (529 d.C.) che cacciò quei filosofi dall’ impero. Alcuni furono uccisi, altri si rifugiarono presso l’imperatore persiano Cosroe, che li accolse e ne protesse l’opera. Più tardi, contro i loro eredi si abbatterà ancora una volta la persecuzione del clero bizantino: in particolare nei confronti di Gemisto Pletone, con grave danno dei suoi scritti e della «setta» di Mistrà.

E però saranno proprio questi uomini che conquisteranno la mente di umanisti come Ficino e costituiranno l’ alimento dell’ Umanesimo e della Rinascita. Insomma quel filo conduttore di alternativa filosofica all’ imbarbarimento cristiano non si è mai smarrito. Per converso la parabola del cristianesimo come potenza politica è stata segnata dall’ accoglimento del peggio dell’eredità pagana: la superstizione. «I vescovi più rispettabili – scrive Gibbon con la consueta serenità e finezza – si erano persuasi che il popolo ignorante avrebbe più volentieri rinunziato al paganesimo, se avesse trovato qualche somiglianza, o qualche compenso, nel seno del cristianesimo» (cap. 28). E così accadde. Distanti 800 anni l’ uno dall’ altro l’ uccisione di Socrate e il massacro di Ipazia sono frutto della stessa «infamia», per usare l’ espressione cara a Voltaire. Écrasez l’infâme, resta il solo imperativo, più che mai attuale.

I libri: su Ipazia il libro da leggere è quello di Gemma Beretta, Ipazia d’Alessandria, Editori Riuniti, Roma 1993, purtroppo esaurito: perché non lo ristampano? Di buona qualità scientifica ma rese difficili dalla densità della scrittura, le pagine di Silvia Ronchey, Ipazia l’intellettuale in A. Fraschetti (a cura di), Roma al femminile, Laterza, Roma-Bari 1994.  redazione@giudiziouniversale.it