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martedì 14 aprile 2026

Il comunista impossibile

Massimo Raffaeli
Nel laboratorio vivido di Paul Nizan

il manifesto, 14 aprile 2026

Breve e incandescente fu la vicenda letteraria e politica di Paul Nizan (1905-1940) i cui scarni dati biografici tornano al presente come immagini di repertorio: l’amicizia fraterna che lo unì a Jean-Paul Sartre fin dagli anni del liceo e della École Normale Supérieure, il folgorante esordio con un libello anticolonialista, Aden Arabia (’31), il matrimonio con Henriette Alphen detta Rirette, la militanza a tempo pieno nel Partito comunista francese, la pubblicazione di alcuni romanzi (tra cui, nel ’38, La cospirazione) infine l’uscita dal partito per essersi opposto duramente al Patto Molotov-Ribbentrop e la morte durante la rotta di Dunkerque, il 23 maggio del 1940, per una pallottola vagante. Decenni di silenzio e di diffamazione da parte degli stalinisti del Pcf trascorsero prima che Sartre, con una smagliante prefazione ad Aden Arabia, affidasse l’opera del suo amico ai giovani degli anni sessanta.

Pubblicato in Italia quasi integralmente nel decennio successivo, Nizan era molto amato da Rossana Rossanda (che ne introdusse il libello I cani da guardia, del ’32, contro i borghesi in cattedra alla Sorbona) e da Goffredo Fofi che suggerì all’editore Bertani di Verona, nel ’72, la pubblicazione del suo capolavoro, un romanzo autobiografico del ’33, Antoine Bloyé che ora torna da Ago Edizioni nella storica versione di Diego Cainelli (pp. 370, euro 22). Di questo romanzo di formazione in cui vibrano vicendevolmente motivi esistenziali e storico-politici la più indicata a parlare è colei cui si deve il primo profilo monografico dell’autore (Paul Nizan communiste impossible, Plon 1980), cioè Annie Cohen-Solal, storica delle idee e raffinata scrittrice nella cui ingente produzione compare peraltro una biografia di Sartre tradotta in tutto il mondo (da noi è nel catalogo del Saggiatore).

Come è arrivata a Paul Nizan? È stata la sua opera a portarla a Sartre o viceversa?
È successo tutto insieme. Un giorno, durante la classe di Hypokhâgne (che prepara a l’École normale supérieure), Nicolas Grimaldi, il nostro insegnante di filosofia (che è appena mancato), ci assegnò una bibliografia a supporto di un saggio sulla delusione e, tra i numerosi testi, ci suggerì «la prefazione di Sartre a Aden Arabie di Paul Nizan». Di tutta quella lista, ho sentito solo una parola: «Aden». Avevo sedici anni, ero arrivata da Algeri due anni prima ed ero appassionata di poesia, in particolare di Rimbaud. Ho quindi colto al volo quella parola e ho comprato il libro. Dovevo, infatti, addentrarmi in un universo completamente diverso della poesia, quello degli intellettuali francesi alle prese con la propria cultura, con la politica, con il Partito comunista francese. E questo, per quasi venticinque anni. Di fatto, non ho mai separato completamente Nizan da Sartre.

Lei ha collaborato con Henriette Alphen, sua moglie? Che ricordo ne ha?
Sì, è stata un’esperienza incredibile. Era una donna molto lontana dall’ambiente accademico (sebbene fosse cugina di Claude Lévi-Strauss). Era una pianista, era diventata traduttrice negli Stati uniti dopo la morte di Nizan e aveva vissuto una vita da donna libera o da «vedova allegra», come diceva lei stessa. Spesso le venivano poste domande su Nizan e lei rispondeva sempre la stessa cosa. Si era costruita una corazza per proteggersi dagli intrusi e anche dalla sofferenza che accompagnava quelle domande intime, immagino. Ma avevo passato mesi, se non anni, a ricopiare a mano tutti gli articoli di Nizan su L’Humanité e Ce Soir trovati sui microfilm alla Bibliothèque nationale de France, e le ponevo domande molto precise, per le quali mi aspettavo delle risposte precise.

Ecco perché le sue risposte meccaniche mi irritavano. Tanto più che mi suggeriva di sedermi su una cassa di legno, dove si trovavano archivi affascinanti. Un giorno, aprì quella cassa, e riuscii a trovare una risposta a domande chiave come l’adesione di Nizan a La Revue Marxiste nel 1925, i suoi attacchi contro Henri Barbusse nel 1931 nel periodo detto «classe contro classe», i suoi rapporti con Aragon, più tardi. Ma quando il manoscritto del mio libro è stato completato, ho deciso di mostrarglielo dicendole: «Forse, ora, ritroverai i tuoi ricordi…».
Lei ha detto «Ok, lo leggerò», e se n’è andata a vivere nell’appartamento di una sua amica per un mese, tagliando ogni legame. Al suo ritorno, aveva scritto dei testi meravigliosi all’interno del mio libro, perché la solitudine le aveva permesso di ritrovare i propri ricordi.

Nizan è letto di solito come un figlio delle religioni politiche, e relativi conflitti, del suo secolo. È d’accordo?
Sì e no: è una figura emblematica di quella classe del 1924 della Scuola Normale Superiore che comprese quanto il massacro della guerra del 1914-18 fosse un errore mostruoso, per poi diventare permanent del Partito Comunista Francese all’età di vent’anni; tuttavia, la sua «posizione critica» è assolutamente attuale e può essere utilizzata oggi.

Qual è il suo giudizio sui romanzi di Nizan e di «Antoine Bloyé» in particolare?
Adoro Antoine Bloyé con l’inizio ambientato al funerale del padre, e poi tutto il flashback sulla sua vita da operaio. Mi piace molto anche La Cospirazione, con la scena del trasferimento delle ceneri di Jaurès al Pantheon, e le sue belle osservazioni retrospettive su quei giovani studenti dell’École Normale che non sanno ancora «quanto sia pesante e fiacco il mondo…»

Nella celebre prefazione a «Aden Arabia» Sartre affida il suo amico ai contestatori degli anni sessanta. È possibile, secondo lei, un simile «uso» di Nizan al presente?
È possibile oggi, a quasi un secolo dalla pubblicazione di Aden Arabia e a quasi 70 anni dalla prefazione di Sartre, mentre ci troviamo nel pieno del caos mondiale che conosciamo, riprendere il progetto di Sartre e lasciare che «quell’adolescente parli ai suoi fratelli», come se si trattasse dello stesso contesto? Se Sartre scrisse questa prefazione nel 1960, fu per motivi congiunturali. Si trattava di salvare dall’oblio le opere di Nizan che il Pcf aveva vietato, sulla scia della campagna diffamatoria seguita della dimissione di Nizan dal Pcf nel 1939. Se si era dimesso, si diceva, e me l’ha anche confermato Aragon nel 1980, era perché era un «traditore all’interno del partito». Direi che, nonostante contesti molto diversi, l’idea che la voce delle giovani generazioni sia importante, utile e portatrice di verità mi sembra fondamentale. Guarda quanto il voto dei giovani abbia influito sul rifiuto del progetto di statuto dei magistrati proposto da Giorgia Meloni qualche settimana fa. E i miei studenti di marketing, finanza e management alla Bocconi, ai quali tengo un seminario intitolato «Broaden your frame», mi dicono quanto sia per loro fondamentale aprirsi a tematiche artistiche, politiche o etiche. «Questi seminari non erano semplici lezioni, scrive uno di loro; erano esperienze /…/ Li porto sempre con me, consapevole che i nostri percorsi – e il lavoro di chi ci ha preceduto – possono avere un impatto duraturo».

*

SCHEDA. Annie Cohen-Solal, poliglotta per vocazione

Nata in Algeria, poliglotta e cosmopolita per vocazione, la storica delle idee e scrittrice Annie Cohen-Solal (nella foto accanto) ha insegnato in numerose università europee e americane e attualmente è Distinguished Professor alla Bocconi di Milano. Ha curato mostre ed eventi fra cui una memorabile «Sartre Night» alla École Normale Supérieure e, di recente, «Picasso» a Palazzo Te. «Poesia e Salvezza» (Mantova 2022) e «Picasso lo straniero» (Palazzo Reale, Milano 2024). Nella sua ricca bibliografia, anche per la qualità della scrittura, spiccano i profili biografici: oltre a quelli di Paul Nizan (’80) e Sartre (’85), vanno almeno segnalati «Leo & C. Storia di Leo Castelli» (Johan & Levi 2009), «Picasso. Una vita da straniero» (Marsilio 2024) e, appena pubblicato, «Mark Rothko. Riparare il Mondo» (Einaudi, pp. 364, euro 26.00).


domenica 21 settembre 2025

L' ultima consegna

 


Valeria D'Autilia
Nicola, lo studente morto in bici a 18 anni ad  Andria. "Era l'ultima consegna"
La Stampa, 21 settembre 2025

Si divideva tra la scuola e le consegne a domicilio. Studente al quarto anno e rider per arrotondare. Nicola Casucci era stato assunto da meno di un mese. La mattina in classe e poi in sella alla sua bicicletta per consegnare cibi pronti. E venerdì sera è morto così, sull’asfalto, nell’impatto con un’auto. Ad Andria, in pieno centro. Aveva appena compiuto 18 anni.

«Un destino crudele» commenta la dirigente scolastica del Polo tecnico liceale “Carafa”, Palma Pellegrini, dove Nicola studiava. Era arrivato l’anno scorso. Nonostante il carattere introverso, era riuscito ad integrarsi. «Volenteroso, responsabile, il classico bravo ragazzo. Nella classe era un po’ più grande degli altri e riusciva ad essere un modello positivo per tutti».

È stata lei a raccogliere il dolore dei suoi compagni che, ieri mattina, hanno lasciato sul banco vuoto un mazzo di fiori bianchi. Poi un minuto di silenzio. Tra rabbia e incredulità. Molti di loro avevano trascorso la notte in ospedale: appena la notizia era rimbalzata nelle chat, avevano iniziato ad affollare la camera ardente. Per sentirsi vicini a quel compagno che, come dicevano, «faceva il fattorino» per guadagnare qualcosa e aiutare la famiglia.

Nicola, venerdì sera, era alla sua ultima consegna. Da lì a poco sarebbe dovuto tornare a casa. Ma, prima di mezzanotte, lo scontro fatale tra la sua bici e un’auto. Ad un incrocio che in città tutti considerano pericoloso. L’impatto non gli ha lasciato scampo: è rimasto a terra, privo di sensi. Poi il decesso in ospedale. La donna alla guida della Panda, una 28enne, è sotto shock. È risultata negativa ai test alcolemici e tossicologici.

La procura di Trani ha aperto un’inchiesta per omicidio stradale e sequestrato i mezzi coinvolti nell’incidente. In corso le indagini dei carabinieri. Per ricostruire dinamica e responsabilità potrebbero essere determinanti le telecamere di videosorveglianza della zona.

Nicola Casucci lavorava da poche settimane per la Godez, un servizio locale di consegne a domicilio con sede a Trani e ad Andria. Serrande abbassate in segno di lutto.

Accarezzava l’idea di una laurea e poi, da grande, di un’attività in proprio. Economia era la sua materia preferita e l’anno scorso aveva dato vita ad una start up, ma poi non aveva avuto il tempo di seguirla. Con il resto della classe, aveva partecipato ad un concorso per un disegno di legge in Senato sull’eutanasia.

«Sarebbe riuscito a fare qualsiasi cosa- racconta una delle sue professoresse - era così tenace da far diventare anche un sassolino una pietra preziosa».

La sindaca di Andria, Giovanna Bruno, ha fatto sapere che la comunità, che in questi giorni si appresta a vivere la festa patronale, dedicherà momenti di silenzio per ricordare Nicola.

Martedì ci sarà l’ultimo saluto. I suoi compagni lo ricordano con parole commosse: «Sei andato via troppo presto, troppo in fretta. Eri uno di quei ragazzi che non hanno bisogno di fare rumore per farsi notare: bastava il tuo modo di essere sincero, rispettoso, buono. Ci hai insegnato che si può lasciare un segno anche senza volerlo, solo essendo se stessi. Con infinito affetto e dolore la tua 4E».

La tragedia di Nicola ne segue altre accadute di recente. Nel Padovano, il mese scorso, Shahzad Baluch, 35 anni, era morto in un incidente mentre lavorava per una piattaforma di delivery. Sempre nel Veneto, un anno prima, Alì Jamat, 31 anni, era stato investito durante l’ultima consegna. A Milano, a fine 2024, il 44enne Muhammad Ashfaq aveva perso la vita in sella alla sua bici. I dati diffusi dall’Inail raccontano di 1.364 incidenti denunciati, in un triennio, che hanno coinvolto lavoratori delle consegne a domicilio. E sette di loro sono morti.


mercoledì 10 settembre 2025

Stefano Benni, la vertigine

Antonio Gnoli
Intervista a Stefano Benni: meglio vivere nel tempo della letteratura

la Repubblica, 13 agosto 2017, ripubblicata il 9 settembre 2025

Non so se sia un ricordo completo o solo un frammento. Ma nel momento in cui sento la voce di Stefano Benni, mi torna alla mente. Assisto a una lezione che lo scrittore tiene sul tempo comico, davanti a una platea in prevalenza di giovani. Spiega che la difficoltà di pronunciare una battuta è nella scelta di tempo. Che la sua efficacia è nel momento giusto in cui la si dice. Già, ma qual è il momento? Il comico lo sa e noi ne sperimentiamo la forza. Anche la vita, che non è affatto comica, si compone di momenti. Più che un flusso, la vita è un lungo tempo fatto di piccole rotture, strappi, salti, senza di che non sapremmo mai chi siamo davvero. Ieri Benni ha compiuto settant'anni.

È un uomo solare con qualche striatura malinconica. Mi fa pensare a quei sognatori di biliardo persi dietro geometrie impossibili: "Ho giocato soprattutto in gioventù, abbastanza a lungo per sapere che anche la vita ha le sue traiettorie, sponde, buche, colpi vincenti e perdenti. I giocatori eccelsi sono pochi. Gli altri sognano, sognano appunto di diventarlo. Mi chiedi cosa siano stati i miei settant'anni. Non lo so. Non ho voglia di bilanci. Chiedimelo di nuovo fra settant'anni".

È come se il tempo che passa e quello che resta ti provochi assuefazione o noia.

"Col pensiero razionale è impossibile affrontare quanto è già passato e quanto ti resta senza provare vertigine. Per questo preferisco vivere nel tempo circolare della letteratura, dove posso leggere un libro scritto mezzo secolo fa come se l'autore fosse davanti a me, o posso inventare un personaggio che nell'anno tremila parla del suo passato. Un grande scienziato, credo Niels Bohr, diceva: ogni tanto vorrei avere l'idea del tempo che hanno i bambini".

Hai spesso raccontato la tua infanzia, gli anni trascorsi in campagna, le figure dei nonni. Cos'era quel mondo prolungato e vissuto nell'appennino bolognese?

"Era un minuscolo borgo che si chiamava Biolo, dove ho passato molto tempo. La mia casa fu distrutta dal passaggio dell'autostrada. Ho cominciato molto presto a fare i conti con la catastrofe ambientale e la speculazione. L'Autostrada del sole era forse necessaria, ma non fatta in quel modo. Allora però si ribellò solo chi fu ferito, non esisteva un vero movimento per l'ambiente. Nei miei primi libri parlavo di un'Italia che franava, restava senza acqua e andava a fuoco. Speravo di avere esagerato. Mi sa di no".

È vera la storia che ti trovarono a ululare insieme ai cani e che preoccupati ti spedirono da uno psicologo?

"Molte parti della mia biografia sono inventate, è un modo di difendere la mia privatezza. Ma quell'episodio è vero, è da lì che viene il mio soprannome "lupo". Fu una bellissima follia notturna".

Sei nato a Bologna. Quanto ha contribuito a formarti?

"Se intendi alludere alle mia formazione culturale ho letto e amato di tutto, con sacro disordine. Bologna è stata la capitale dei nuovi fermenti culturali degli anni 60 e 70, era una città ispirata dalle Muse, da Eros e da Dioniso. Adesso è consacrata a San Cibo, ha più ristoranti che sampietrini. Ma qualche realtà interessante resiste ancora".

C'è una mitologia della città che ti piace?

"Ho vissuto la maggior parte della mia vita sull'Appennino, a Roma, in Sardegna, all'estero. Mi sento bolognese solo per gli affetti. Perciò la mia più grande mitologia è la formazione del Bologna dello scudetto 1963: Negri, Furlanis, Pavinato, e così via, la mia generazione la sa ancora a memoria".

Quali sono stati i personaggi del mondo emiliano (intendo scrittori, artisti, cantanti, personaggi anche comuni) con cui hai avuto rapporti più stretti?

"Moltissimi, da Roversi a Celati, da Cuniberti a Pazienza, da Guccini a Freak Antoni, ma anche persone non troppo conosciute dai media, come Morgantini e le sue mense sociali o Fabian Lang e la sua Harambe di sostegno ai migranti, o il gruppo di Psicoterapia e Scienze umane. Ho avuto invece pochissimi rapporti con l'università e col Comune".

Il luogo cui hai dato la massima riconoscibilità (antropologica e culturale) è il famoso Bar Sport. Forse la prima accademia del quotidiano. Davvero i luoghi " eterni" sono solo nei nostri ricordi?

"Sì, li ricordiamo con nostalgia un po' imprecisa. Erano belli, ma rievocandoli ci sembrano ancora più sereni e divertenti di quanto in realtà fossero. Quello che rimpiangiamo davvero è che eravamo giovani".

Lo dici quasi con una forma di rimpianto.

"Lo dico consapevole di non essere mai invecchiato, è il mio corpo che ha deciso di invecchiare".

Un corollario del Bar Sport è l'altrettanto famosa "Luisona", la pasta non pasta, su cui sospetto siano state scritte dotte tesi di laurea. Forse è il primo esempio totemico di come il cibo oscilli tra divieto e trasgressione, con quello che ne consegue. Insomma cos'era "Luisona" un'idea platonica nel cielo di un'anonima vetrinetta?

"La Luisona era un ingenuo sogno di abbondanza, la speranza di non provare più la fame e la miseria della guerra. Era la Dea dei trigliceridi, una Venere che usciva corposa dalle acque, prima delle pasterelle top-model di adesso".

A proposito di cibo e antropologia hai mai conosciuto quel personaggio assai bizzarro e straordinario che è stato Piero Camporesi?

"Sì l'ho conosciuto e ho assistito a qualche sua lezione. Lui, Enzo Melandri e Roberto Dionigi furono grandi intellettuali bolognesi che non sono stati abbastanza considerati, forse perché erano degli irregolari".

La tua professione di scrittore è cominciata con il giornalismo (mi pare al Manifesto), che ricordi hai delle persone che hanno fondato e diretto quel giornale: Rossanda, Pintor, Parlato?

"Pintor mi ha insegnato che un corsivo non può essere lungo tre colonne. Rossana mi ha fatto capire quanto dovevo approfondire la mia scarsa preparazione, Parlato mi ha insegnato che l'allegria era rivoluzionaria. Una grande scuola, anche se io ero considerato un anarchico e Rossana, all'inizio, mi chiamava "quel pazzo che ride sulle cose serie". Ma poi cambiò idea".

Cosa è stato il 68 per te? Spesso dai l'impressione di starci non dico di malavoglia, ma in controtendenza, per esempio con letture scarsamente canoniche: Pound, Céline, Eliot eccetera. Se capisco bene hai evitato il versante americano- protestatario (Beat Generation, per intenderci), privilegiando una certa reazionarietà. È così?

"Assolutamente no. Ho letto avidamente la Beat Generation: Kerouac, Ginsberg, Corso. Ma poi tenevo nella borsa Nietzsche e Gramsci. La cultura dovrebbe essere fatta di differenze e sani litigi, non di "scomuniche". Leggevo quello che mi pareva, mi sembrava giusto avere un giudizio personale e non imposto dall'ideologia. Pound non l'ho mai amato troppo, Céline è un misantropo spietato e geniale, ha fatto incazzare sia la destra che la sinistra. Eliot secondo me è un rivoluzionario che ha usato la tradizione classica, le sue "rovine" e le ha trasformate in qualcosa di nuovo e moderno, ha "osato" mettendo insieme poesia, gnosi e fede".

Lo stile è tutto in uno scrittore?

"Non saprei dire cos'è questo stile. Per me il dono di uno scrittore è la sua musica, il suo modo di parlarti, il suo mondo, la sua forza e la sua fragilità. Tutto questo può chiamarsi stile?".

Le tue storie prendono spunto dalle realtà più diverse e da mondi differenti ( donne, adolescenti, gente comune o anonima, gente che conosce la dignità e gente che l'ha persa, mostri o in via di mostrificazione), a volte prevale il grottesco, o il surreale, altre sembra farsi strada la solitudine e il dolore. Come vivi queste differenti tonalità?

"Il fatto che il mondo comprenda tutte queste tonalità, che sia vario e pieno di angeli e diavoli, di mostri e eroi, è un buono stimolo per uno scrittore. Ogni mattina i volti, le conversazioni, i paesaggi mi suggeriscono una storia. Mi piacerebbe raccontarle tutte, ma non è possibile. Ho scritto anche troppo".

Troppo?

""Ho scritto troppo" è una battuta, altri più bravi di me hanno scritto meno".

Una persona che è stata credo importante nella tua attività letteraria fu Grazia Cherchi. Che ricordo ne hai?

"Ero un giovane scrittore sospeso tra presunzione e insicurezza, che si accontentava di fare un po' ridere. Lei mi ha spinto, mi ha criticato, mi ha incoraggiato, ha tirato fuori dalla mia scrittura ricchezze che non sapevo di avere, mi ha insegnato a riscrivere cinquanta volte la stessa pagina, mi ha dato fiducia. Le devo moltissimo ".

Per tutto quello che hai fatto e scritto sei considerato uno scrittore di "sinistra" ( lo metto tra virgolette perché ho la convinzione che sia una gabbia strettissima per te). Scrivere a o per la sinistra (diciamo per un certo pubblico di lettori) non è un equivoco che ci siamo trascinati dietro dal dopoguerra?

"Se qualcuno dice che sono un scrittore di sinistra non lo considero certo offensivo. Non sono mai stato iscritto a nessun partito e non credo lo sarò mai. Ma chiudere gli scrittori entro piccole gabbie di definizioni è come dici tu, un equivoco e un costume perverso. Per fortuna, parecchi scrittori scappano dalle gabbie e volano via".

Cos'è oggi sinistra: un feticcio? Una speranza più o meno tradita? Un'occasione mancata? Un'inutile sceneggiata per attori mediocri? O cosa?

"Non mi piace il restringimento simbolico e culturale che le parole sinistra e destra hanno subito, fino a immiserirsi, pietrificate in risse e slogan elettorali. Non è vero che non hanno più senso, non lo cercano più. Per un pugno di voti sembrano dimenticare la loro parte migliore, la complessità e le contraddizioni, che hanno accompagnato la loro storia. Nella parola sinistra ci sono totalitarismi ma anche grandi battaglie per la libertà, ci sono sacrifici e lotte sacrosante, opportunismi e tradimenti. Perché arrendersi davanti allo scenario problematico del Duemila?".

Vale anche per la destra?

"Anche la destra potrebbe ripensare ai suoi grandi filosofi, o accettare la sfida di una società multietnica, invece che rimpiangere l'orbace, riciclare vecchi razzismi o rubacchiare i soldi statali. Sinistra e destra potrebbero ritornare costellazioni di idee, senza affogare nella palude rassicurante del "centro", o riciclarsi sotto mentite spoglie. Dobbiamo rassegnarci a pronunciare queste due parole con disprezzo? Se continua così, resterà solo il dominio della tecnologia, che se ne frega se parlano male di lei, va avanti e basta".

Un tuo romanzo si intitola "La grammatica di Dio", naturalmente è un pretesto per chiederti in quali forme vedi questo vecchio signore che ci ostiniamo a immaginare padrone delle nostre vite?

"Il mio ultimo libro Prendiluna dice molte cose non su Dio, ma sull'idea umana di Dio. Se qualcuno mi chiede se sono " credente" rispondo che sono molto, molto credente: credo in moltissimi tipi di amori, nelle infinite meraviglie dell'homo sapiens, e anche nella sua ferocia e nel dolore. Ma non credo per nulla nelle religioni monoteiste, quelle che usano le parole Infedele e Eretico. Nessuno pretenda di avere l'esclusiva della parola "credente"".

Il fatto di aver privilegiato nella tua vita professionale anche la satira, la comicità, il grottesco a quale riflessione ti ha portato? Voglio dire che approccio è stato alla vita e al mondo?

"Il senso dell'umorismo mi ha salvato la vita in più occasioni".

Mi ha colpito che nella tua biografia convivano due esperienze così diverse come quella della rivelazione del mondo rock con David Bowie e quella più esistenziale con Fabrizio De André.

"Fabrizio era un amico e un grande poeta, solo lui, Baldini, Marin e pochi altri hanno usato il dialetto con tanta espressività. Di Bowie fui subito fan, vidi i suoi primi concerti a vent'anni. Scriveva testi ermetici bellissimi, era un artista totale e non solo un feticcio glamour. Adoro Dylan, ma provocando, ho detto che avrei dato il Nobel a David".

Quali sono stati i romanzi che hanno formato la tua educazione?

"Molti, moltissimi, ecco perché amo la letteratura: mi ha nutrito con abbondanza, dopo settant'anni ho letto un decimo dei libri che vorrei leggere".

Quali sono i tre libri che porteresti con te all'inferno (o in paradiso)?

" Non credo all'inferno o al paradiso Ma dalle descrizioni che ne fanno, direi che non sono posti adatti alla lettura. In uno i diavoli ti tormentano e ti svelano il finale dei gialli, nell'altro gli angeli ti bombardano di consigli di lettura e ti epurano i testi".

Che tipo di lettore ritieni di essere?

"Onnivoro, e mi piace pensare che leggiamo per sapere che non siamo soli".

domenica 8 giugno 2025

Esserci e non esserci


Ne La signora Dalloway (Mrs Dalloway) di Virginia Woolf, il passo «Non avrebbe mai più detto che uno è così o cosà. Si sentiva molto giovane; e al tempo stesso indicibilmente vecchia» riveste un'importanza particolare perché dà il tono all'intero romanzo. All'inizio del racconto la protagonista esce per comprare i fiori e, mentre si muove per le strade della città, rimugina tra sé e sé queste idee. Clarissa non sta parlando degli altri o dell'universo che la circonda, la natura, la casa in cui abita, il paesaggio. No, no, il discorso si apre e si chiude intorno a lei stessa e lei stessa si va a collocare su un crinale tra la vita (la giovinezza, l'essere) e la morte (la vecchiaia, il nulla). Subito il personaggio acquista uno spessore inconsueto. La signora Dalloway non è semplicemente la signora Dalloway. Il romanzo è ben più del ritratto di una signora della Londra bene scritto da da una signora scrittrice della Londra bene, diventa un quadro della condizione umana (e più specialmente femminile) in un certo momento della storia, ossia negli anni successivi alla fine della grande guerra. 

Nel testo originale in inglese la frase recita:

“She felt very young; at the same time unspeakably aged.”

Ed è parte di un flusso di coscienza più esteso:
Clarissa si sente “very young” e “unspeakably aged”, e subito dopo l’autrice aggiunge che “she plunged into things like a knife, and yet remained outside, watching”  ("Affondava come una lama nelle cose; e al tempo stesso ne rimaneva fuori, osservava") — affinché si capisca quanto questa tensione interiore sia centrale nella narrazione. 

Il passo segna subito il tema della dualità esistenziale di Clarissa: la freschezza del presente e la prospettiva della morte, che la accompagnerà per tutta la vicenda narrata nel romanzo.

Sara SullamLa signora Dalloway e il bacio censurato
Il Sole 24 ore, 8 giugno 2025


lunedì 21 aprile 2025

L'apprendistato dell'amore


Secondo una tradizione quanto mai classica (Dafni e Cloe) i due ragazzi si innamorano l’uno dell’altra, ma non sanno spiegarsi i propri sentimenti e non hanno il coraggio di confessarli, anche se noi lettori sappiamo che i due sono promessi l’uno all’altra dalla nascita. E' il tema di Paul et Virginie, romanzo pubblicato per la prima volta nel 1788 da Bernardin de Saint-Pierre. L'apprendistato dell'amore ricompare sullo schermo con le numerose trasposizioni cinematografiche e televisive di Paul et Virginie. A loro volta Dafni e Cloe danno luogo a un film minimalista nel 1963, Giovani prede (titolo italiano). Lo stesso tema si ritrova ancora in due pallidi e imperfetti surrogati, prima John and Mary (1969, interpretato da Dustin Hoffman e Mia Farrow), poi Laguna blu (1980).  

Tommaso Braccini
Quante avventure per leggere i classici!
Il Sole 24ore, 20 aprile 2025 

Il romanzo forse non è tra i generi letterari per i quali l’antichità è più famosa. Più facile pensare a tragedie, commedie, poemi e opere storiche. Eppure, Greci e Romani coltivavano anche i romanzi. Tra questi, ce n’è uno che da quasi duemila anni sa ammaliare i lettori che lo incontrano sulla loro strada. Sono Le avventure pastorali di Dafni e Cloe dell’oscuro Longo Sofista, la storia dei due teneri trovatelli che, crescendo insieme nel paesaggio bucolico dell’isola di Lesbo, scoprono insieme l’amore. Goethe, che l’adorava, raccomandava di leggerla almeno una volta l’anno, per rigenerarsi nella sua grazia e bellezza. Come in ogni romanzo d’amore che si rispetti, il primo bacio tra i protagonisti è uno dei vertici della narrazione. Per ironia della sorte, tuttavia, quest’episodio cruciale è rimasto ignoto per lunghissimo tempo ai tanti lettori che si sono lasciati incantare dai due pastorelli di Longo Sofista. Le pagine con il primo bacio di Dafni e Cloe, infatti, erano sopravvissute in un unico manoscritto, ignorato da tutti, conservato a Firenze. Fu un dotto ufficiale dell’esercito napoleonico, Paul-Louis Courier, ad accorgersi per primo che quel codice era l’unico a contenere il testo integro del romanzo. Fu lui il primo, tra i moderni, a leggere di quando la dolce Cloe, per impulso, accosta finalmente le sue labbra a quelle di Dafni, con un bacio «inesperto e ingenuo», ma che incendiò il cuore del ragazzo. E soprattutto fu lui, Courier, a decidere, come un amante geloso, di custodire solo per sé questa scena, e di rivendicarne per sempre il monopolio. Sì, perché subito dopo aver terminato di trascriverla, tra i tavoli della Biblioteca Laurenziana, Courier, per una “disattenzione” alla quale forse non avrebbero creduto nemmeno i due candidi pastorelli, infilò proprio tra le pagine inedite una carta assorbente zuppa d’inchiostro, che si incollò alle righe coprendone i ghirigori bizantini con un’impenetrabile coltre di nero. Si cercò di staccare quel foglio maledetto, ma il testo sottostante era ormai illeggibile, ancor più dopo uno scriteriato trattamento smacchiante con un nuovissimo ritrovato, l’acido muriatico. Scoppiò uno scandalo. I bibliotecari fiorentini denunciarono l’ufficiale, che tuttavia riuscì a farla franca potendo godere di alte protezioni. E la sua trascrizione, a tutt’oggi, è ancora fondamentale per integrare la storia di Dafni e Cloe. Ma resterà per sempre il dubbio che Courier abbia travisato qualcosa.

Gustave Flaubert, Emma Bovary, capitolo VI, traduzione di Gabriella Pesca Collina

Emma aveva letto Paolo e Virginia e aveva sognato la casetta di bambù, il negro Domingo, il cane Fido, ma soprattutto la tenera amicizia di un buon fratellino che va a cogliere frutti rossi su grandi alberi più alti dei campanili o che corre a piedi nudi sulla sabbia per portarvi un nido di uccelli.

Guido Gozzano, Paolo e Virginia (estratto)

Ti chiamavo sorella, mi chiamavi
fratello. Tutto favoriva intorno
le nostre adolescenze ignare e belle.
Era la vita semplice degli avi,
5la vita delle origini, il Ritorno
sognato da Gian Giacomo ribelle.
Di tutto ignari: delle
Scienze e dell’Indagine che prostra
e della Storia, favola mentita,
10abitavamo l’isola romita
senz’altro dove che la terra nostra,
senz’altro quando che la nostra vita.
Le dolci madri a sera
c’insegnavano il Bene, la Pietà,
15la Fede unica e vera;
e lenti innalzavamo la preghiera
al Padre Nostro che nei cieli sta...

https://machiave.blogspot.com/2025/03/luceva-una-blandizie-femminina_20.html

sabato 23 maggio 2015

Marco Travaglio e l'italica ossessione della vecchiezza


Guido Vitiello
L'elogio della sacra prostata di Sorrentino segna un piccolo evento nella psicostoria dell'ultimo ventennio (vero Travaglio?)
Il Foglio, 23 maggio 2015








Ricapitoliamo. C'è "Youth" di Sorrentino con i suoi dialoghi sulla caducità e sulla prostata. C'è Scalfari che minaccia a mezzo stampa un suo "De Senectute". C'è Berlusconi che fa capolino su Instagram stritolando cagnolini. Da quando Jep Gambardella ha sollevato il coperchio il contagio è irrefrenabile, e la sua eau de parfum si effonde per tutta la nazione. Alludo all'odore delle case dei vecchi, quell'odore che il dandy della "Grande bellezza" diceva di preferire addirittura alla "fessa". Non tutti reagiscono allo stesso modo. Silvia Truzzi per esempio ci immerge il naso con tossica avidità, e ha appena pubblicato "Un paese ci vuole", un libro di conversazioni con ottuagenari che al solo aprirlo manda zaffate di salotto gozzaniano. Ma il caso più interessante è quello di Marco Travaglio nella nuova veste di critico cinematografico. Il suo elogio di "Youth", a leggerlo bene, segna un piccolo evento nella psicostoria dell'ultimo ventennio.
Il meno che si possa dire di uno che sfida il professor Fiandaca a duello dicendo che troverà "pane per la sua dentiera" è che ha in orrore la vecchiaia. ...
Ma l'odore delle case dei vecchi ha conquistato anche lui. Il film gli pare un inno all'eleganza, all'amore, all'arte, alla bellezza. "Anche sullo scorcio degli ottant'anni si può essere tutte queste cose insieme".
Non sappiamo se la visione della sacra prostata di Sorrentino avrà su Travaglio lo stesso effetto che ebbe il Cristo morto di Holbein su Dostoevskij. Ma questo piccolo smottamento aiuta a illuminare la storia profonda degli ultimi anni, e la segreta simmetria tra mitologie berlusconiane e antiberlusconiane, tra gli uomini del lifting e gli uomini delle manette. Da questa specola più alta quel che ci appare è il panorama di un paese ossessionato dalla decadenza e dalla corruzione, che non sa se appigliarsi alla chirurgia estetica o alla magistratura inquirente.

lunedì 13 ottobre 2014

Edward Gibbon a Ferney, in visita a Voltaire


... Forse ero troppo colpito dalla ridicola figura di Voltaire che settantenne recitava la parte di un conquistatore tartaro con una voce rotta e cavernosa, e si profondeva in effusioni amorose con una nipote assai bruttina di cinquant'anni. Lo spettacolo cominciò alle otto di sera e finì (tra intrattenimento e tutto) circa alle undici e mezzo. All'intera compagnia fu chiesto di restare e ci mettemmo a tavola verso mezzanotte, partecipando a una cena assai raffinata con un centinaio di coperti. La cena terminò verso le due, e si danzò fino alle quattro; quando ci congedammo, salimmo sulle carrozze e arrivammo a Ginevra proprio mentre si aprivano le porte. Fatemi un esempio vero o inventato di un poeta famoso, settantenne, che abbia recitato egli stesso nelle sue opere, ed abbia concluso lo spettacolo con una cena e un ballo per un centinaio di persone. Quest'ultima cosa è forse la più straordinaria.

La traduzione di Chiara Guidelli sta in Alfred J. Ayer, Voltaire, Il Mulino, Bologna 1990 [1986]

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Gibbon also visited Voltaire at les Délices in 1757. Gibbon writes to Mrs. Gibbon, from Lausanne, 6 August 1763.

I made a little excursion some days ago to Geneva, not so much for the sake of the town which I had often seen before, as for a representation of Monsieur de Voltaire's . He lives now entirely at Fernay, a little place in France, but only two Leagues from Geneva. He has bought the estate, and built a very pretty tho' small house upon it. After a life passed in courts and Capitals, the Great Voltaire is now a meer country Gentleman, and even (for the honor of the profession) sometimes of a farmer.
He says he never enjoyed so much true happiness. He has got rid of most of his infirmities, and tho' very old and lean, enjoys a much better state of health than he did twenty years ago. His playhouse is very neat and well contrived, situated just by his Chappel , which is far inferior to it, tho', he says himself, que son Christ est du meilleur faiseur, de tout le pays de Gex. The play they acted was my favourite Orphan of China. Voltaire himself acted Gengis and Madame Denys Idamé; but I do not know how it happened: either my taste is improved or Voltaire's talents are impaired since I last saw him. He appeared to me now a very ranting unnatural performer. Perhaps indeed as I was come from Paris, I rather judged him by an unfair comparison, than by his own independent value. Perhaps too I was too much struck with the ridiculous figure of Voltaire at seventy acting a Tartar Conqueror with a hollow broken voice, and making love to a very ugly niece of about fifty. The play began at eight in the evening and ended (entertainment and all) about half an hour after eleven. The whole Company was asked to stay and set Down about twelve to a very elegant supper of a hundred Covers. The supper ended about two, the company danced till four, when we broke up, got into our Coaches and came back to Geneva, just as the Gates were opened. Shew me in history or fable, a famous poet of Seventy who has acted in his own plays, and has closed the scene with a supper and ball for a hundred people. I think the last is the more extraordinary of the two.


Charles-Nicolas II Cochin, Voltaire e Madame Denis, c.1758-70

Voltaire, Lettere d'amore alla nipote, Sellerio, Palermo 1993, presentazione editoriale

Fino al ritrovamento di queste lettere negli anni Trenta del nostro secolo, pochissimi hanno sospettato che Madame Denis, col grande zio, avesse vissuto un legame duraturo di amore, che la lusingava e inorgogliva, senza legarla esclusivamente.
Intorno al 1745, quando l'affetto di Voltaire per la nipote, Marie-Louise, vedova Denis, si è trasformato in relazione stabile, il filosofo ha poco più di cinquant'anni e Madame Denis circa trentatré. Sono gli anni in cui Voltaire, cessato l'ostracismo, comincia ad essere apprezzato nelle corti; dal ritiro in campagna a Cirey - dove l'amore più importante della sua vita, quello con l'impareggiabile Madame du Châtelet, volge al declino - viaggia per le città d'Europa; vive in pieno l'ambiguità dei rapporti con i potenti, insieme maltollerati e inseguiti, e la lotta tra l'ambizione e il desiderio di una vita nascosta e studiosa. I posteri non hanno amato Madame Denis: «fresca, polposa e priva di scrupoli» (più o meno tutti concordano con questo ritratto minimo), e fino al ritrovamento di queste lettere negli anni Trenta del nostro secolo, pochissimi hanno sospettato che col grande zio avesse vissuto un legame duraturo di amore, che la lusingava e inorgogliva, senza legarla esclusivamente. Con la Châtelet, nobile intelligente coltissima libera, non sembra reggere il confronto: Voltaire, sinceramente convinto dell'eguaglianza tra i sessi, reputava l'amica di tutta la vita superiore a lui stesso, sognando di realizzare un sodalizio di spiriti eletti. Madame Denis sembra (da queste lettere che coprono gli anni 1740-1750) invece offrirgli un piccolo nido sicuro e, insieme alle galanterie spinte e quasi indecenti figlie del secolo, sembra ispirargli un desiderio intenso e malinconico di gioventù.