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giovedì 2 luglio 2026

Carlo Ginzburg, The Guardian


Carlo Ginzburg. Necrologio
John Foot
The Guardian, 1 luglio 2026

Non sarebbe esagerato affermare che lo storico italiano Carlo Ginzburg, scomparso all'età di 87 anni, ha rivoluzionato la pratica e la comprensione della storia. In particolare, in una serie di libri pubblicati negli anni Settanta – soprattutto Il formaggio e i vermi: Il cosmo di un mugnaio del Cinquecento (1976) – ha abbracciato un nuovo campo di studio chiamato microstoria, che ha messo in discussione i modi tradizionali di intendere la disciplina di cui faceva parte.

Lontano dagli approcci teorici generali del marxismo o del liberalismo, Ginzburg poneva l'accento sui margini, sugli emarginati, sui dettagli piuttosto che sul quadro generale. La fortuita scoperta di documenti relativi a processi dell'Inquisizione negli archivi di Udine ha aperto la strada alla comprensione di una società e di una cultura attraverso la figura di un individuo precedentemente ignorato dalla storia.

Domenico Scandella, detto Menocchio, era un mugnaio del Friuli, accusato di eresia dall'Inquisizione cattolica per le sue idee religiose eterodosse. Proveniente dalle classi rurali, possedeva un livello di alfabetizzazione insolito e la sua visione del mondo esprimeva una sorprendente tolleranza verso le credenze altrui per l'epoca. Ginzburg la ricollegò ai libri che Menocchio affermava di aver letto e al modo in cui questi lo avevano aiutato a comprendere e a plasmare il suo mondo.

Il mugnaio sviluppò una sua particolare visione della creazione in cui, a suo dire, "tutto era caos, cioè terra, aria, acqua e fuoco erano mescolati insieme; e da quella massa si formò una massa – proprio come il formaggio si fa dal latte – e in essa apparvero dei vermi, e questi erano gli angeli".

Uno degli aspetti più straordinari della storia di Menocchio è la sua perseveranza nel rimanere fedele ai suoi ideali nonostante le torture e le persecuzioni subite, diventando così, in un certo senso, un esempio di resistenza al potere. Fu infine bruciato sul rogo nel 1599.

Copertina di Carlo Ginzburg per Necrologi

Ginzburg fu influenzato dalle tecniche cinematografiche di Eisenstein e costruì il suo libro in modo che assomigliasse più a un film che a una monografia tradizionale: con montaggi rapidi, brevi sequenze, riflessioni sul metodo e suddiviso in 62 brevi sezioni. Il Formaggio e i Vermi divenne un bestseller internazionale, tradotto in 25 lingue – la versione inglese nel 1980.

Menocchio sarebbe stato ignorato dalla maggior parte degli storici come irrilevante, al massimo una nota a piè di pagina interessante. Ginzburg ha ribaltato questi preconcetti. Il Formaggio e i Vermi è diventato un manifesto per la microstoria, un modello per fare le cose in modo diverso. Si apre con la citazione: "In passato gli storici potevano essere accusati di voler conoscere solo le 'grandi gesta dei re', ma oggi questo non è certamente più vero". Ginzburg ci ha condotto in un mondo che aveva creato lui stesso.

Il libro diede inizio a una carriera accademica e intellettuale che lo avrebbe portato a frequentare università nel Regno Unito e negli Stati Uniti, pur rimanendo legato alle sue radici italiane. Frequentava assiduamente la sua biblioteca preferita, l'Archiginnasio di Bologna, con il suo splendido cortile e le magnifiche sale di lettura, e lo si poteva spesso vedere studiare lì, con i capelli arruffati e le folte sopracciglia che spuntavano da sopra gli occhiali dalla montatura nera, circondato da carte e libri (anche il suo ufficio era disseminato di pile di libri e appunti sul pavimento e sulle scrivanie).

L'infanzia di Ginzburg fu segnata da una complessa e traumatica esperienza familiare. Suo padre, Leone, nato a Odessa nel 1909, era un accademico e scrittore, cofondatore della casa editrice italiana Einaudi e un eroe della Resistenza. A causa della repressione antisemita in Italia alla fine degli anni '30, Leone fu perseguitato per le sue origini ebraiche; era inoltre un convinto antifascista, che si era rifiutato di prestare giuramento di fedeltà al regime.

Nato a Torino poco prima della seconda guerra mondiale, Carlo trascorse gran parte della sua infanzia nascosto in diverse parti d'Italia con la madre, Natalia (nata Levi). Nel 1944 Leone fu catturato e torturato a morte dalla Gestapo a Roma. Natalia divenne una delle principali scrittrici e figure intellettuali dell'Italia del dopoguerra, e la sua opera sta attualmente vivendo una rinascita grazie alle traduzioni.

Dopo gli studi a Torino, alla fine degli anni '50 Ginzburg frequentò la prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa, dove entrò a far parte di una generazione "d'oro" di futuri studiosi e personaggi pubblici, come il suo amico linguista Giulio Lepschy . Ginzburg trascorse anche un periodo al Warburg Institute di Londra e fu influenzato da un altro grande storico italiano, Arnaldo Momigliano, esiliato nel Regno Unito dal 1939.

La copertina di Carlo Ginzburg per Necrologi

Ginzburg ottenne una cattedra all'Università di Bologna, dove pubblicò il suo primo libro, "Le battaglie notturne: stregoneria e culti agrari nel XVI e XVII secolo", nel 1966 (con il titolo italiano "I Benandanti"), che si basava anche sulle cronache dei processi dell'Inquisizione.

Nel 1988 Ginzburg si trasferì all'Università della California (UCLA), dove rimase per 18 anni, ricoprendo contemporaneamente incarichi di docenza come professore ospite in tutto il mondo. Tornò in Italia nel 2006, alla Scuola Normale, ritirandosi dall'insegnamento quattro anni dopo.

La sua opera ha travalicato i confini disciplinari, abbracciando la storia dell'arte (con i suoi scritti su Piero della Francesca) e la filosofia, ed è stata accompagnata da influenti riflessioni sul metodo storico, sul ruolo delle prove e sull'importanza degli indizi e dei segni. Era interessato tanto ai silenzi e alle lacune quanto a ciò che poteva essere toccato o compreso. La sua opera ha suscitato tante domande quante risposte.

Ginzburg intervenne nella vita politica italiana in diverse occasioni, pur non essendo mai stato un attivista a tempo pieno. In seguito riconobbe che il radicale cambiamento di rotta nel suo lavoro negli anni '70 era legato ai movimenti politici e culturali che proliferarono in Italia in quel periodo.

In particolare, si batté per il suo amico Adriano Sofri , leader del gruppo di estrema sinistra Lotta Continua, accusato nel 1988 di aver commissionato l'omicidio di un alto funzionario di polizia di Milano nel 1972. Nel suo libro del 1991, Il giudice e lo storico, Ginzburg paragonò il trattamento riservato a Sofri ai processi alle streghe che aveva studiato in passato, e rifletté sulle somiglianze e le differenze tra i ruoli dello storico e del giudice.


Negli ultimi anni della sua vita, riflettendo sul suo lavoro, in particolare nell'edizione per il cinquantesimo anniversario di "Il formaggio e i vermi" pubblicata all'inizio di quest'anno, Ginzburg iniziò a vedere parallelismi tra suo padre, perseguitato e ucciso dai nazisti, e Menocchio, torturato per le sue convinzioni e giustiziato. Come ha sostenuto Anthony Pagden in una recensione di "Le battaglie notturne", Ginzburg era "uno storico estremamente sensibile e fantasioso, il cui stile di prosa riproduce gran parte della chiarezza e della precisione di sua madre Natalia. È stato in grado, come pochi altri sarebbero stati in grado di fare con lo stesso materiale, di dare vita ai suoi personaggi storici".

Ginzburg fu sposato in prime nozze con la storica Anna Rossi-Doria, dalla quale ebbe due figlie, Lisa e Silvia; il matrimonio si concluse con un divorzio. Gli sopravvivono la seconda moglie, Luisa Ciammitti, e i figli.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/jun/22/the-guardian-view-on-the-death-of-carlo-ginzburg-a-historian-who-taught-us-to-think-about-outsiders



venerdì 17 ottobre 2025

Luigi Firpo fatto a pezzi dai figli

Massimo Firpo

Cantiere Storico Filologico
agosto 2025

Non si tratta di un innocuo album dei ricordi, ma di un atto d’accusa, o meglio di una serie di atti d'accusa spietati. Luigi Firpo, il padre dei gemelli, non è semplicemente ritratto come un opportunista incapace di scrivere un libro autentico, prigioniero di una “schizofrenia morale” (p. 128) che gli impediva sistematicamente di distinguere tra il giusto e l’utile. Nelle pagine del memoir emerge un profilo ben più cupo e inquietante: un padre assente e disinteressato ai figli, un marito crudele non solo sul piano verbale ma anche su quello fisico, un uomo capace di infliggere umiliazioni e sofferenze alla prima moglie senza alcuna remora. La sua relazione con la madre, Angiola Ramella, appare intrisa di morbosità, con una dipendenza affettiva che i gemelli rievocano con toni di disprezzo. È il ritratto di una figura dominata dall’opportunismo, dall’egocentrismo e da un rancore costante, che non risparmia né la vita privata né l’attività pubblica e intellettuale. Anche l'immagine del ramo materno, la famiglia Merlini, è distrutta: riguardo il nonno materno Raffaele Merlini, si sembra assecondare la definizione di "coglione" (p. 191) che gli sarebbe stata data dallo zio Verde; la madre dei gemelli Lucia Merlini appare distante e anaffettiva e non si manca di porre l'accento sulle sue dipendenze e sui suoi ricoveri in case di cura specializzate; Cesare Merlini viene tratteggiato come figura pomposa marginale; Francesco Merlini è ridotto a comparsa caricaturale (e se ne stigmatizza addirittura l'omossessualità); la figura di Gianni Merlini è oggetto di una vera e propria demonizzazione: dipinto come ambizioso ma senza talento, cinico e autoritario, la sua guida coincide con il rapido declino della UTET, fino al tracollo finale, specchio del disfacimento della stessa famiglia. Neppure lo “zio Verde” (Carlo Verde) esce del tutto illeso: dietro la riconoscenza proclamata dai gemelli, affiora infatti un risentimento mai sopito. Non gli viene perdonata la freddezza con cui comunicò a Massimo l’estromissione dall’azienda, né l’opacità di certi aspetti gestionali. La sua posizione gli consentiva infatti di garantirsi compensi consistenti senza dover rendere conto a nessuno, anche grazie a un sistema contabile rodato che lasciava ampi margini di discrezionalità e che il Consiglio di amministrazione non era in grado di controllare davvero. E ridicolizzata è la di lui bonaria e premurosa moglie (Anna Raseri, detta Carla), "buona e generosa, ma poco intelligente e priva di ogni cultura, capace  di infilare ogni tanto nei suoi discorsi parole molto volgari, udite chissà dove, del cui significato non aveva la più pallida idea, compiendo così memorabili gaffes" (p. 203). Tra queste, gli Autori ricordano un episodio durante una cena a casa Verde, alla presenza del cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino: mentre attorno alla tavola calava un momento di silenzio imbarazzato, con i presenti incapaci di trovare uno spunto di conversazione, la donna pensò bene di rompere l’attesa esclamando con aria festosa: “Mah! viva la foca, che Dio la benedoca [sic]!” (p. 204), lasciando attoniti tutti i commensali, a partire dal porporato che "si trasformava in una statua marmorea", e scatenando l'ilarità di un domestico "che si mise a ridere sgangheratamente, del tutto a ragione, ma certo complicando ancor più la tragicomica situazione, poi risolta poco dopo dal precoce commiato di Sua Eminenza" (ancora p. 204). 
Il risultato, lungi dal memoir classico, è un catalogo di demolizioni, un regolamento di conti senza filtri che sconfina spesso nel trash letterario: non tanto per i temi trattati, quanto per il tono volutamente scandalistico, compiaciuto nel rovesciare rancori privati sulla scena pubblica. Talvolta, più che a un memoir, sembra di assistere a un copione da cinepanettone o a un pezzo di cinema spazzatura, con figure grottesche e caricaturali presentate in serie, come in una pellicola destinata più a suscitare voyeurismo che riflessione storica. Non sorprende, dunque, che gli stessi Autori ammettano candidamente: “ci rendiamo conto di quanta prepotenza di classe, di quanta razza padrona ci sia in questi ricordi e ne facciamo ammenda” (p. 197).
E l’aspetto più delicato è che a guidare questa operazione è Massimo Firpo, storico di fama. Per decenni conosciuto come studioso rigoroso, analitico ed equilibrato, con questo libro egli compromette gravemente la propria reputazione: agli occhi del lettore non appare più lo storico distaccato, ma il protagonista diretto di una resa dei conti privata trasformata in spettacolo trash.
È proprio questo il nodo. In Italia la vicenda ha fatto scalpore ma è rimasta confinata; nel mondo anglosassone, invece, dove vale seriamente il proverbio “don’t air your dirty laundry in public” e il lavaggio dei panni sporchi familiari davanti a tutti è considerato un gesto indecoroso, un’operazione del genere verrebbe percepita come una rottura scandalosa, in netto contrasto con l’immagine di serietà che un personaggio come Massimo Firpo, da storico e accademico insigne, ha sempre ostentato come tratto distintivo.
... 
 non si può eludere un interrogativo che questo memoir, forse involontariamente, apre: quale peso hanno avuto simili tratti caratteriali – asprezza, contraddittorietà, ossessione per i giudizi morali – nel lungo percorso accademico di Massimo Firpo? Per decenni ordinario di Storia moderna, coordinatore di un prestigioso dottorato in Studi Storici presso l'Università di Torino, infine approdato alla Scuola Normale di Pisa, egli ha esercitato un’influenza decisiva sul reclutamento e sulla formazione di almeno un paio generazioni di studiosi (e delle scelte fatte e/o influenzate deve assumersi piena responsabilità scientifica e morale). Chi lo ha conosciuto nelle sue contraddizioni non può non restare colpito nel leggerlo oggi scagliarsi contro la “schizofrenia morale” del padre: quasi che certe ombre genitoriali fossero state, nonostante la denuncia decisamente postuma, interiorizzate e trasmesse.
Se l’intento principale del libro era quello di abbattere per sempre la memoria di Luigi Firpo, il risultato è un boomerang velenoso. La furia demolitrice non solo travolge il padre, ma finisce per corrodere dall’interno anche l’immagine della sua prole, e in particolare di Massimo, che da storico di prestigio si espone come protagonista compiaciuto di un teatro di rancori, più vicino al trash che alla storiografia. In questa giostra di accuse e recriminazioni, la vera vittima non appare tanto o soltanto Luigi Firpo, quanto la credibilità del suo erede più illustre. Distruzione, dunque, o autodistruzione? La risposta sembra già scolpita tra le righe del libro. 

Alessandro e Massimo Firpo, Lo "zio Verde", la Utet e altre storie di famiglia, Aragno, Torino 2022