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mercoledì 9 settembre 2026

Il paganesimo di massa

Franco Cardini
Il paganesimo contemporaneo si alimenta della lotta con Dio

Avvenire, 9 settembre 2026

I lettori più pazienti fra quelli che hanno seguito nei giorni scorsi le avventure delle parole “pagano” e “paganesimo” (QUI e QUI gli articoli) si saranno spesso confrontati, nel nostro lessico quotidiano – molto comune specie nell’omiletica delle nostre messe domenicali, con tali termini usati per indicare vizi e difetti della nostra società, condivisi magari fra gli stessi credenti e magari perfino tra quelli che non si vergognano di mostrarsi osservanti. Il “paganesimo”, in forme magari diverse da quello che incontriamo nei libri di scuola o in certi spettacoli, si presenta soprattutto in contrasti di estrema opposizione: è quello “residuale”, “superstizioso”, delle immaginette, dei gadget di tipo sacro, in quelle che decenni fa i nostri austeri professori di religione a scuola – gente in abito talare – definivano ancora con dotta citazione scolastica vanae observantiae, come quella di farsi il segno della croce prima di cominciar a mangiare (in certi ambienti ancora semplice segno di buona educazione) o di biascicare una giaculatoria se un povero gatto nero ti attraversa la strada, o di passar di chiesa per accendere una candelina all’altare della madonna la mattina degli esami; oppure, al contrario, la pessima abitudine di “nominare il Nome di Dio invano” (e basta poco: anche esclamare “oddio!” se si scivola per strada) o addirittura di bestemmiare. Poi ci sono il “paganesimo di massa”, quello dei cinema, dei concerti, delle partite di calcio, dei fan delle attrici e dei campioni sportivi; e quello degli usi quotidiani come l’abitudine consumistica di riempirsi di compere inutili nei Centri Commerciali. Il “paganesimo” ostentato nei gesti e negli indumenti indossati, infine, è uno dei più tipici della “società opulenta”, e non sembra che la crisi attuale lo metta in crisi. Si diventa virtuosi e parsimoniosi solo dinanzi a ciò che non c’interessa.
Questo è il “paganesimo strisciante” dei nostri giorni: e non sembra certo avviato ad entrare in crisi. Ma del “paganesimo” tale al livello storico-sociologico, come quello illustrato dal libro di Carolina Lanzani, e di quello residuale dell’età antico-medievale, di cui è ancora piena la nostra memoria inconscia, nessuno si cura.
Viceversa, non è lontano il giorno nel quale cominceremo a occuparci del nostro passato prossimo: ch’altro non è se non il presente che comincia a sapere un po’ di stantio e che tra poco diventerà passato remoto. È sempre più frequente, ad esempio, imbatterci in espressioni anche rigorose e ponderate di critica alla democrazia rappresentativa occidentale e ai suoi lati meno condivisibili; e tutte le volte che l’anticonformismo si trasforma in una regola ostentata e magari in una moda, quello è segno certo che i tempi stanno per cambiare. È allora che il nostro presente sta diventando passato prossimo e che bisogna cambiar registro o prepararci a remare in vigorosa controcorrente.
È quanto c’invita a fare Aldo Rizza, filosofo cattolico allievo di Carlo Mazzantini e di Augusto Del Noce, in un libro il titolo del quale potrebbe sembrare lo sfogo di uno studioso conservatore in vena di antimodernità (e non sarebbe il solo...) mentre invece è una storia certo non asettica – al contrario! -, comunque equilibrata rivolta a cogliere le radici più profonde e forse nascoste ma anche più forti della cosiddetta Modernità; che di solito si definisce educatamente come «il tempo delle scelte individualistiche», o quello «della regressione del senso comunitario a vantaggio dell’individualismo», o magari «del processo di secolarizzazione»; se non addirittura «del tramonto (e/o della fine) del teocentrimo e dell’affermazione dell’antropocentrismo». Tutte discrete definizioni, anche alquanto sorvegliate. Che però Aldo Rizza, nel titolo del suo libro, preferisce definire così (papale papale: se volete, appunto nel senso di Leone XIV) : L’uomo moderno in lotta contro Dio. Per una fenomenologia della rivoluzione e dell’ateismo (Iusto – Libreriauniversitaria.it edizioni, pagine 384, euro 19,90).
In realtà, un libro che fa riflettere. A ciò invitano del resto sia il dialogo serrato dell’autore col suo maestro Del Noce (rispetto al quale mai, nemmeno una volta, si ricorda Renzo De Felice: il che è strano, specie nelle molte e dense pagine dedicate all’interpretazione – una volta tanto non demonologica – del fenomeno fascista), sia la partecipata e mai distrattamente concorde postfazione di Giuseppe Feyles, il che ci conduce in un’area frassatiana che non va mai sottovalutata.
Qualcuno parlerà, con sollievo o con preoccupazione, di un “ritorno a Marx”. Certo, l’abuso che del Gigante di Treviri si è sconsideratamente fatto nella seconda parte del XX secolo farebbe quasi sperare in una finalmente riequilibratrice Marx-Renaissance, se non altro per liberare il filosofo di Das Kapital da certe sue maldestre rivalutazioni “da destra”, ancora più deleterie della noiosa scolastica di sinistra che alcuni decenni fa scendeva dall’autoreferenzialistico Olimpo delle cattedre e oggi rimonta dai bassifondi di un attardato ribellismo sedicente “resistenziale”. Il fatto è che ha tutte le ragioni Rizza a rimpiangere la fine dell’ateismo “scientifico” marxiano (chi non ricorda le sussiegose cattedre universitarie sovietiche dedicate a “filosofia e ateismo”!) a vantaggio di un nihilismo davvero volgare in tutti i sensi possibili del termine, quello che ha invaso il nostro beato Occidente cavalcando un diffuso analfabetismo di ritorno e che non ha nulla nemmeno alla lontana da spartire con i suoi supposti “padri nobili”, Dostoevskji e Nietzsche... e nemmeno con Noam Chomsky.
Il fatto è che il titolo, caratteristica del quale è il tentativo non sempre riuscito di abbracciare in una visione generale storia e sociologia, filosofia e politica, religione e costume, rivoluzione e dissoluzione, rende in sintetica misura buona ragione a se stesso e alla sua tesi di fondo. L’“Eccezione occidentale” ha rappresentato un titanico attacco al cielo; la trasformazione dell’antico equilibrio di un globo “a compartimenti stagni” in un’“economia-mondo” e la volontà dell’homo oeconomicus occidentalis di soggiogare tutta la realtà a quella dell’onnipotenza del danaro e di costruire una società profondamente ingiusta sul presupposto insincero e fallimentare della costruzione di oligarchie fondate sul prevalere dell’arbitrio dei pochi più forti ha finito con il gettare la maschera e a ribadire così, lo voglia o no, l’antico ed eterno principio sulla base del quale non esiste società umana che possa ambire di costruirsi su un presupposto che non sia divino. E’ così che la rivolta dell’Uomo moderno contro Dio è l’esatto contrario della lotta di Giacobbe con l’Angelo. E, come si comincia a intravedere, si concluderà con qualcosa di molto peggiore di una slogatura.

venerdì 3 luglio 2015

Čechov, l'amore rimosso

Annalena Benini
Era uno sguardo d'amore
Il Foglio, 27 giugno 2015
















E di nuovo quel senso di vicinanza, come se ci si fosse ritrovati dopo tanto tempo, e un’impressione irresistibile, sconvolgente, di bellezza, la tentazione di abbandonarsi a quegli occhi, e nessun altro intorno, seppure in mezzo a tanta gente che arriva, saluta, vuole parlare e ridere. “E subito sentii in lei un essere vicino, già conosciuto, come se questa persona, questi occhi cortesi, intelligenti, li avessi già visti un tempo da piccolo, in un album che c’era sul comò di mia madre”. E’ il primo incontro tra un uomo e una donna, e Anton Čechov l’ha descritto in un racconto intitolato “Sull’amore”, è l’alba di un sentimento impossibile che deve restare segreto o venire soffocato, ma adesso è ancora presto, non si è compreso che quel turbamento, quel calore che si posa addosso come un’ombra leggera si chiama amore e nessuno, oltre a quell’uomo e quella donna, potrà mai chiamarlo così. Non ci sono ancora le lacrime, non c’è ancora la spossatezza e il tormento. Il mondo, poi, andrà avanti senza darsi pena di loro, il mare si comporterà sempre allo stesso modo, perfino loro due, messi l’uno accanto all’altra una sera, per scherzo, continueranno a vivere come hanno sempre vissuto, anche se tutto, dentro, è cambiato.
Da quel primo incontro passarono tre anni. ‘Pensavo spesso a lui’ scrisse molti decenni dopo Lidija Avilova a proposito di Anton Čechov ‘e sempre con un velo di tristezza trasognata. Avevo già tre figli: Lev, Vladimir e Nina, appena nata’”. Perché l’uomo del racconto “Sull’amore” è Anton Čechov, questa è la storia di un reale amore nemmeno troppo trasfigurato, l’amore impossibile di tutta la vita, tenuto segreto fino dopo la morte, da lui e da lei, che non si concesse mai alcuna allusione a quello sconvolgimento, a quella gioia infinita che in una sera soltanto aveva illuminato il mondo intero e che doveva però ripiegare le sue ali e anzi nasconderle. Lidija Avilova era una scrittrice, sposata, giovane madre bionda, infine poverissima e infelice (Čechov era morto da molti anni e in Russia c’era stata la Rivoluzione), e il suo libro di memorie “Čechov nella mia vita” (pubblicato in Russia nel 1947, tradotto in Italia da Lerici editori) venne alla luce solo dopo dieci anni dalla sua morte e pochi diedero importanza a quelle parole, che invece raccontano con delicatezza e precisione il loro incontro: “Certe volte è difficile spiegare, se non addirittura capire, ciò che accade. E in sostanza, non è che fosse accaduto granché. Ci eravamo guardati negli occhi. Tutto qui. Ma era stato moltissimo. Fu come se nel mio cuore fosse esploso qualcosa, fu come un razzo che spiccava il volo gioioso, entusiasta, vivico. Non ebbi alcun dubbio che Anton Pavovlic avesse provato la stessa sensazione e ci guardammo stupiti, felici”.
Si erano guardati negli occhi, ed era stato moltissimo. Ivan Bunin, poeta, narratore e amico di Čechov (e di Lidija Avilova, senza mai sospettare nulla) ha letto queste memorie brillanti e leali come una rivelazione, per la sincerità, il dolore profondo e il legame fortissimo che trapela dalle pagine. Così in un libro azzurro uscito questa primavera per Adelphi, “A proposito di Čechov”, Ivan Bunin (morto nel 1953, che verso la fine della vita scrisse e dettò alla moglie i suoi ricordi su Čechov) ha ridato vita alla rivelazione sul grande amore impossibile che da una sera di aprile del 1889 e per sempre occupò il cuore di due che si amarono, senza nemmeno diventare mai davvero amanti (forse si baciarono una sera a una festa in maschera, ma è l’impressione di noi che leggiamo, perché li guardiamo entrare in un palco deserto e bere champagne, e sedere l’uno accanto all’altra, protetti dalle maschere: una volta tornati nella sala piena di gente lei guardò Čechov negli occhi e disse: “Ti amavo. Amavo te, soltanto te… Ti pensavo in continuazione, ogni momento. E quando ti incontravo non riuscivo a smettere di guardarti. Era una felicità tale da risultare intollerabile. Non mi credi? Amore mio!…”).
La seconda volta che si incrociarono per caso tra la folla, dopo che tre anni prima si erano soltanto guardati negli occhi ed era stato moltissimo, lui le chiese di restare seduti l’uno accanto all’altra, non importa che tutti arrivassero e volessero conversare con Čechov (lui si alzava in piedi, ascoltava i complimenti a testa bassa e poi si risiedeva con un sospiro di sollievo). Gli occhi castani di Čechov, dolci e ironici e allegri, non la lasciarono un attimo. E le disse: “Che bellezza. Ditemi, non pare anche a voi che il nostro primo incontro, tre anni fa, in realtà non fosse solo una conoscenza ma un ritrovarsi dopo un lungo distacco?”. Lei rispose: “Sì”, perché è quello che succede a due che si innamorano, anche senza speranza: quel rimpianto per non essersi incrociati prima, quando era ancora tutto possibile, innocente, il desiderio di tenere a mente ogni attimo, ogni parola, ogni volta che per sbaglio lui le sfiora il braccio e lei gli sorride. Il marito di Lidija Avilova già le andava incontro, di cattivo umore, e stringeva la mano a Čechov che si sforzava, senza riuscirci, di sorridergli, e cercava di farla tornare a casa, le mostrava intera la sua gelosia e la sua debolezza, lo sgomento per quella luce nuova negli occhi che non si accendeva per lui ma per un altro.
Lei rimase alla festa, il marito se ne andò solo, ma poco dopo le mandò a dire di tornare a casa, perché i bambini stavano male, avevano la febbre, anche se non era vero, per staccarla da Čechov, da quello sguardo in cui c’era già tutto. Lei tornò a casa di corsa e il marito le chiese perdono. “Io non posso vivere senza di te”. Era tutto accaduto, ormai, e senza che accadesse nulla. “In quel preciso istante, capii per la prima volta e senza dubbio alcuno, distintamente, e in piena coscienza, che amavo Anton Pavlovicˇ”. Amava Čechov, lo aveva amato subito, e lui nel suo racconto “Sull’amore” non tace il disprezzo per un uomo, il marito, che possedeva tutto quello che lui desiderava, ma senza meritarlo: “Ero infelice. Sia a casa, sia in campagna, sia nel capannone pensavo a lei, mi forzavo di capire il mistero di una donna giovane, bella, intelligente, che sposa un uomo non interessante, quasi un vecchio (il marito aveva più di quarant’anni), ha dei figli da lui; di capire il mistero di quest’uomo non interessante, un bonaccione, un sempliciotto, che ragiona con noioso buon senso (…) con un’espressione remissiva, spenta, che crede, però, suo diritto essere felice, avere dei figli da lei: e io continuavo a cercare di capire come mai fosse successo di incontrarla proprio a lui, e non a me, e perché fosse necessario che nella nostra vita avvenisse un errore tanto orribile”. Perché lui, e non me, perché una possibilità di felicità avvelenata in partenza dal prezzo del dolore brutale degli altri, perché amarsi in silenzio e senza speranza? Lidija Avilova l’aveva già capito, con addosso quel senso misterioso di vicinanza: “Ma amare significa forse essere felici?”.
La felicità data da quell’amore irrealizzato e silenzioso è uno strano tipo di felicità, che contiene in sé il dolore, quindi sempre malinconica, appagante solo per qualche ora e poi di nuovo insufficiente perché ha aperto la porta alla possibilità di una vita insieme, come ha raccontato David Lean in un film del 1946, “Breve incontro”: la storia di un uomo e una donna, casalinga di periferia e medico condotto, che si incontrano per caso nel caffè di una piccola stazione. Lui le toglie un pezzetto di carbone dall’occhio, lei lo ringrazia. Un nonnulla. Ma si rividero per caso una settimana dopo, stupiti e felici e ancora per qualche istante ignari di quel che stava succedendo, pranzarono insieme perché era rimasto solo un tavolino per due e andarono al cinema insieme perché non c’era niente di male, niente di strano. Non era successo granché, un film di cui ridere, una corsa fino alla stazione, ma era moltissimo. Dopo quella giornata preziosa, l’ultima che non avesse dentro di sé il senso di una fine, lei scese dal treno e tornò a casa, cone ogni giovedì pomeriggio, ma scombussolata, con gli occhi accesi, mentre il marito faceva le parole crociate e lei sentiva bruciare la colpa di “sentirmi tanto lieta lontano da lui”. Da quel momento la gioia non è più gioia, perché il mondo che bastava fino a poche settimane prima non basta più. “Amo i tuoi occhi, il tuo sorriso, la tua timidezza”, le dice lui in quel bar della stazione dove si svolge un’intera storia d’amore impossibile, “lo sai che è accaduto, vero?”, e lei che pure non ha letto molti libri, non ha vissuto molto, non si è mai fatta molte domande, risponde “sì”, perché sa che è accaduto.
Quel senso di riconoscimento, di abbandono e di precipizio, per un pezzetto di carbone, per un niente fra due persone che si incontrano per un attimo, come Meryl Streep e Robert De Niro alla libreria Rizzoli di New York nei giorni prima di Natale in “Innamorarsi”, con il treno che aspetta entrambi per tornare a casa, dal marito, dai figli, dal Natale insieme, i regali scambiati per errore.
Il treno è forse il posto preferito degli amori impossibili, è anche il luogo in cui Anton Čechov e Lidija Avilova si rividero per l’ultima volta. Nelle memorie della Avilova lei sistema il cappotto a lui, che è molto malato eppure ha voluto a ogni costo passare a salutarla, a Mosca (è il primo maggio ma fa molto freddo), per un quarto d’ora soltanto, portando le caramelle ai suoi bambini e mettendoseli sulle ginocchia, accarezzando i capelli biondi di Nina, la più piccola. “Sapete, sono dieci anni che ci conosciamo”, disse Čechov. “Dieci anni, sì. Eravamo giovani, all’epoca”. In dieci anni si erano scritti molte lettere, che lei riceveva fermoposta per nasconderle al marito, in dieci anni non avevano mai smesso un giorno di pensare l’uno all’altra, lei gli aveva portato fiori in ospedale, lui le aveva fatto promettere che sarebbe tornata, lui aveva letto nei suoi occhi che lei lo aveva sempre aspettato anche quando gli diceva: “Non posso”, e lei aveva capito una cosa definitiva: “Sapevo e capivo una cosa soltanto: che la vita mi aveva fatto prigioniera e che non c’era modo di liberarmi dalla sua morsa: se la mia famiglia mi impediva di essere felice con Anton Pavlovicˇ, Anton Pavlovicˇ mi impediva di essere felice con la mia famiglia”.
Non c’era scampo da quella vicinanza apparsa come un dono, come un miracolo, e poi però negata, stretta in un angolo, in pochi minuti di respiri insieme. Era quello il senso nuovo della loro vita: rubare qualche attimo, qualche parola, incontrarsi tra la folla, sedersi accanto, passeggiare. Così su quel treno nella memoria della Avilova Čechov nemmeno la salutò, andandosene: “Non vidi se aveva salutato i bambini. Di certo non aveva salutato me. Lo seguii. Lui si girò di colpo. Mi guardò severo, freddo, quasi in collera”. Fu quella l’ultima volta che si videro, lui scese dal treno e non si girò mai più. Nel suo racconto, invece, e quindi forse nel suo desiderio, nel suo rimpianto, Čechov la abbracciò: “Qui nello scompartimento, quando i nostri sguardi si incontrarono, le forze di spirito abbandonarono tutti e due, la abbracciai, lei strinse il viso al mio petto e le lacrime le sgorgarono dagli occhi; baciandole il volto, le spalle, le mani bagnate di lacrime – oh, quanto eravamo infelici! – le dichiarai il mio amore, e con un dolore bruciante nel cuore capii quanto fosse inutile, meschino e ingannevole tutto ciò che ci impediva di amarci”. Tutto ciò che impediva loro di amarsi era la vita prima di loro, la vita piena di ieri e di oggi e di sempre. La vita che, scrive Lidija Avilova, “era fatta di quattro vite diverse. La mia e quella dei miei figli. Misˇa me li avrebbe forse lasciati? E Čechov li avrebbe forse voluti con sé?”. E che tipo di felicità avrebbero costruito sopra quel dolore? Loro due parlano d’amore, in mezzo agli altri che parlano d’amore e di matrimonio, una sera a una festa in cui come sempre siedono vicini, disperati ma forse felici perché vicini, e lui le chiede sottovoce la sua opinione: “Bisogna capire se ne vale la pena. Il nuovo sentimento vale le vittime che farà? Perché ci saranno delle vittime”.
Lidija Avilova scelse, con un’idea alta del dolore, di essere lei stessa la vittima dell’amore impossibile, preferì avere Čechov “nella mia vita”, in un modo segreto e silenzioso e incompiuto, piuttosto che una vita con Čechov, scelse di tormentarsi per le lettere fredde in cui lui le parlava soltanto del gelo e dell’umidità, e di accendersi e accarezzare tutte le volte in cui lui le disse: io vi amo. “Seriamente. Vi amavo. Ero convinto che non avrei amato nessun’altra quanto amavo voi. Eravate bella, commovente, la vostra gioventù era un tripudio di freschezza e splendore. Vi amavo. Ogni mio pensiero era per voi. Quando poi vi rividi, a distanza di tempo, eravate perfino più bella, eravate un’altra, eravate una persona nuova, e io avrei dovuto conoscervi di nuovo per amarvi in modo nuovo e ancora di più”. Amarsi quindi forse non significa essere felici. Significa sentirsi vivi, e più forti perfino di quell’amore. Capaci di spegnerlo, o di metterlo in un posto segreto, e rinunciarci continuando a tenere dentro quella sensazione di vicinanza, e l’idea che da qualche parte sarà possibile incrociare gli occhi, di nuovo, almeno una volta ancora.