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mercoledì 24 giugno 2026

Il marmo nei dipinti antichi


Olivia McEwan
Il gioco delle pietre: come i dipinti su marmo rivelano un mondo di magico misticismo medievale

The Guardian, 24 giugno 2026

Quando pensiamo al marmo, lo immaginiamo come un materiale desiderabile: un elemento di lusso per l'arredamento d'interni, dalle cucine più raffinate agli atri più eleganti, e un prodotto di un fiorente mercato globale. Eppure, nei secoli precedenti ai Lumi portati dalla scienza e dalla nascita della geologia, il marmo catturava l'immaginazione popolare come una struttura misteriosa e viva, dotata di proprietà spirituali.

Si tratta di un modo di pensare estraneo alla conoscenza odierna, basata sulle rassicuranti conclusioni della scienza empirica: sappiamo che il marmo è una roccia metamorfica formatasi milioni di anni fa sotto pressione e calore estremi, nelle profondità della crosta terrestre. Nel suo nuovo libro, " Divine Presence" , il direttore creativo, autore ed ex musa di Wolfgang Tillmans, Karl Kolbitz, ci invita a considerare una mentalità pre-scientifica, quando le civiltà credevano nella realtà dei miracoli, dei draghi, dell'astrologia e nel governo di una divinità sconosciuta ma onnipresente, come mezzo per dare un senso al mondo.

Presenza divina: raffigurazioni del marmo nella pittura tardo gotica e del primo Rinascimento
La copertina di Divine Presence. Fotografia: Hatje Cantz

L'arte medievale e rinascimentale si fonda su una ricca iconografia, densa di simboli che possono risultare sconcertanti per uno spettatore occasionale, non familiarizzato con temi come melograno = fertilità o pellicano = sacrificio. E questo prima ancora di considerare i santi e i loro attributi distintivi. Eppure, non è necessaria alcuna conoscenza pregressa per notare che la rappresentazione del marmo nei dipinti si colloca al di fuori di questo lessico, spesso non aderendo alla prospettiva che lo circonda, e spaziando da imitazioni delle venature del porfido a vortici pseudo-marmo astratti e psichedelici dai colori soprannaturali. In un ambito poco studiato della storia dell'arte, Kolbitz si concentra su questa curiosa rappresentazione pittorica della roccia solida, considerandola un'incarnazione unica del pensiero e della spiritualità medievale e rinascimentale.

Santo calpestio… Polittico di Santa Giuliana (particolare), 1438. Fotografia: Haltadefinizione Image Bank/Per gentile concessione della Galleria Nazionale dell'Umbria.

Nella scienza greco-romana e medievale, la divinità permeava ogni materia, pietra compresa, e la sua propensione a liquefarsi e solidificarsi persistette nel pensiero popolare per molto più tempo. Kolbitz elenca l'etimologia del marmo dal sostantivo latino "marmor", che a sua volta deriva dal verbo greco "marmairein", ovvero "brillare". Aristotele considerava il marmo la solidificazione del "respiro" o dei vapori del pianeta vivente. Le teorie abbondavano, dal suggerimento di Vitruvio secondo cui la Terra genera attivamente marmo a un ritmo percettibile, alle idee astrologiche e alchemiche sulle pietre preziose che portarono un vescovo in Bretagna a suggerire che l'ingestione di lapislazzuli potesse curare l'eccessiva sudorazione, favorire la fuga dalla prigione o riconciliare i peccatori con Dio. Questi sono solo alcuni esempi dell'ampiezza del pensiero immaginativo che associa misticismo e potere divino ai materiali.

Il solido marmo blu evoca allo stesso tempo la dura terra e il cielo... Polittico di Sant'Antonio da Padova di Piero della Francesca, c. 1467-69. Fotografia: Ivan Vdovin/Alamy

Kolbitz individua casi significativi in ​​cui la raffigurazione del marmo è esente dalle regole pittoriche, proprio perché evoca una trascendenza dalla mera solidità terrena. L'Annunciazione di Zanobi Strozzi (1440-45) presenta un pavimento in marmo estremamente astratto, in sorprendente contrasto con il trattamento controllato delle figure e dell'architettura. L'Annunciazione di Piero della Francesca (c. 1467-69) raffigura un solido marmo blu nello spazio che delimita il cielo, evocando al contempo la terra e il paradiso. Anche in dipinti ampiamente studiati, veniamo indirizzati verso aspetti del marmo spesso trascurati: il motivo fittizio che suggerisce la morbilità rosso sangue del corpo di Cristo nella Lamentazione sul Cristo morto di Mantegna (c. 1483); l'imitazione della tecnica del "bookmatching", in cui il marmo tagliato viene deliberatamente disposto per creare un disegno desiderato, nella Cappella degli Scrovegni di Giotto (c. 1303-05).

Materiali celesti … Polittico di Sant'Antonio (particolare), 1467–69 circa. Fotografia: Haltadefinizione Image Bank/Courtesy della Galleria Nazionale dell'Umbria.

Particolarmente affascinante è la pratica di dipingere il verso (il retro di un'immagine) come se fosse marmo fittizio, elevando l'umile materiale di base in legno a oggetto pseudo-prezioso, proprio come i libri e i reliquiari venivano adornati con gemme. Kolbitz imita quest'idea rilegando sontuosamente il suo libro con copertina in tela e un bordo superiore dorato, e scegliendo per la copertina il verso del Cristo Addolorato di Albrecht Dürer (circa 1492-93), commentando che si tratta di "un esempio spettacolare... perché entrambi i lati di queste opere erano venerati, quindi i versi potevano fungere da meditazioni sulla creazione divina, sulla sofferenza e resurrezione di Cristo, o da luminose visioni del paradiso".

Morbosità sanguinosa… La Lamentazione sul Cristo morto di Andrea Mantegna, circa 1483. Fotografia: Heritage Images/Getty Images

È significativo che l'idea per questo libro sia nata durante le ricerche per il precedente lavoro di Kolbitz, che raccoglieva fotografie di ingressi a Milano , molti dei quali caratterizzati da splendidi marmi. Al di là di una specifica iconografia o dell'uso della grisaglia – l'illusione trompe l'oeil del marmo in una scena pittorica – la pratica di dipingere motivi marmorei offriva agli artisti l'opportunità di evocare porte verso qualcos'altro, che si trattasse del cosmo o della divinità. Parte del fascino del marmo risiede nel suo modo di oscillare tra il leggibile e l'illeggibile. L'occhio è attratto dai suoi motivi e allo stesso tempo disorientato dalla sua emulazione del caos naturale.

martedì 21 aprile 2026

La sibilla

 

ascoltare ancora i respiri della sibilla

Iconografia. Una mostra a Piacenza e un libro di Antonio Iommelli riportano l’attenzione su queste figure mitiche, codificate dagli antichi e sempre presenti nella storia dell’arte. Profetesse, veggenti, pronte a cambiare significato

Marina Mojana
Il Sole 24ore, 19 aprile 2026

 C’è stato un tempo in cui in un antro della montagna, tra le colonne di un tempio in rovina, o nelle volte affrescate di una chiesa, la pietra sussurrava: era il respiro di una Sibilla. Per secoli queste profetesse, dai capelli sciolti, la pelle raggrinzita e lo sguardo perso nel futuro, sono state una voce da interrogare oltre il tempo, ma anche sentinelle di un confine invisibile tra l’umano e il divino da rispettare; figure enigmatiche e al contempo così magnetiche da costringere l’arte a catturarle per l’eternità.

Ce lo ricorda Antonio Iommelli, direttore scientifico dei Musei Civici di Piacenza, in un’originale pubblicazione (Nomos editore, pagg. 96, € 19,90) uscita a corollario della mostra Sibille. Voci oltre il tempo, oltre la pietra, in corso a Piacenza nella Cappella Ducale di Palazzo Farnese. Qui fino al 3 maggio è ospitata la sublime Sibilla Cumana (1617) del Domenichino, proveniente dalla Galleria Borghese di Roma, posta in un inedito dialogo con le sibille scolpite da Christian Zucconi, piacentino classe 1978.

Censite dallo storico Marco Terenzio Varrone (che ne elencava dieci) e poi codificate dal domenicano Filippo Barbieri (che sotto papa Sisto IV della Rovere portò il loro numero a dodici) le Sibille diventano un tema iconografico molto presente in pittura e scultura a partire dal ciclo di affreschi della basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis (XI secolo).

Tra Rinascimento e Barocco, poi, si assiste alla loro apoteosi artistica; il mondo pagano scompariva quasi del tutto per cedere il passo a quello cristiano e le Sibille indicarono il Cristo ai gentili, come i profeti dell’Antico Testamento avevano preannunciato il Messia al popolo d’Israele. Non a caso i loro nomi compaiono spesso affiancati: Persica con Osea; Libica e Delfica con Geremia; Cimmeria con Gioele; Eritrea con Ezechiele; Samia con Davide; Cumana con Daniele; Ellespontica con Giona; Frigia con Malachia; Europea con Zaccaria; Tiburtina con Michea; Agrippa con Isaia.

Pensiamo alle Sibille di Michelangelo nella Cappella Sistina (1511 ca), di Raffaello nella basilica di Santa Maria della Pace a Roma (1514), di Lorenzo Lotto nella basilica della Santa Casa di Loreto (1552), sono gigantesse di muscolo e di pensiero e rappresentano la vetta di un percorso iniziato millenni prima nei boschi della Grecia o sulle rive del Mediterraneo.

Il testo di Iommelli traccia un limpido excursus storico, ma non ambisce a stabilire quale fu la prima Sibilla documentata, non individua l’autore più antico che ne abbia trasmesso il ricordo e neppure offre un catalogo esaustivo delle molte ipotesi sulla nascita di ciascuna profetessa. Tuttavia è uno strumento agile, dal ricco apparato iconografico e dalla chiara esposizione in grado di accompagnare il lettore nella complessa storia di queste straordinarie figure femminili, che hanno attraversato i secoli modificandosi, adattandosi e rivelando un significato sempre nuovo.

Da oscure veggenti pagane a profetesse del verbo incarnato. Nel passaggio dalla cultura greco-romana a quella cristiana, ad esempio, fu la sibilla Tiburtina a prevalere sulle altre. A lei, infatti, venne attribuito il vaticinio della nascita di Cristo rivolto all’imperatore Ottaviano Augusto, che fece depositare i libri sibillini in una teca nel tempio dedicato ad Apollo (divinità che le possedeva durante l’oracolo) sul Palatino, dove rimasero fino al 363 d.C., data dell’ultima consultazione conosciuta.

Il focus del volume si accende, quindi, sulla presenza delle Sibille dipinte nel territorio piacentino e in particolare nell’ambiente artistico emiliano tra metà Cinquecento e primo Seicento, quando grandi artisti come Pordenone, Camillo Procaccini, Ludovico Carracci, Guido Reni, Domenichino e Guercino, continuando a reinterpretarne la figura, diedero vita a immagini femminili giovani, lussuosamente abbigliate, moderne dame di corte sempre più distanti dalle antiche profetesse. Proprio Piacenza divenne testimone di questa metamorfosi; sulle volte della basilica di Santa Maria in Campagna affrescate dal Pordenone (1555) o nella cupola della cattedrale di Santa Maria Assunta decorata dal Guercino (1626-1627), le Sibille divennero portatrici del sapere universale.

Donne capaci di impadronirsi della scena e di diventare figure autonome - accomunate soltanto dal copricapo a turbante - uscirono dai luoghi di culto per entrare nelle collezioni private di principi, nobili e mercanti, apprezzate al pari di apostoli e filosofi per il loro messaggio di pace e di speranza.


Sibilla frigia, Siena, pavimento del Duomo

La Sibilla cumana nell'Eneide
VI, 42-51

L'immenso fianco della rupe euboica s'apre in un antro:
vi conducono cento ampi passaggi, cento porte_
di lì erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla:
Giunsero alla soglia, quando la vergine: "È tempo
di chiedere i fati" disse; "il dio, ecco il dio!"
A lei che parla così, davanti all'ingresso, d'un tratto,
non rimase lo stesso volto, il colore, la chioma composta;
ansima il petto, il cuore selvaggio si gonfia
di rabbia, sembra più alta e di voce sopvrumana,
ispirata dal nume, ormai vicino del dio.

traduzione di Luca Canali 

VI, 47-51

E mentre parlava su l'entrata sùbito il volto
trascolorò, i capelli si sciolsero, il petto ansante
e il cuore si gonfia di selvaggio furore; ella diventa
più grande alla vista, né voce mortale è la sua,
ché sempre più da vicino il dio possente la domina.

traduzione di Enzio Cetrangolo




Michelangelo, Sibilla delfica, Cappella sistina

domenica 9 novembre 2025

Jacques-Louis David, un maestro arrogante e dispotico

Vincenzo Trione
La moltiplicazione del potere
Corriere della Sera La Lettura, 9 novembre 2025


Il potere. Il suo volto. La sua identità. E la sua ostinata necessità di imporsi attraverso continui e calcolati giochi di moltiplicazioni. Con un fine: situare atti e gesti legati a determinate circostanze storiche nella sfera del mito. Una dinamica già conosciuta nell’antichità, come aveva rivelato Serial Classic, una bella mostra, curata da Salvatore Settis e Anna Anguissola, allestita nelle sedi di Venezia e di Milano della Fondazione Prada nel 2015. Un percorso in cui era stato interrogato l’ambivalente rapporto tra originalità e imitazione nella cultura romana. Che, sovente, si è affidata alla diffusione di «repliche», pensate come omaggi all’arte greca. L’obiettivo critico: ribaltare tante consuetudini storiografiche consolidate, rivelando la genealogia di una categoria moderna come quella di riproducibilità. Molto spesso tendiamo a considerare l’unicità come uno tra i tratti distintivi dell’arte classica. In nessun periodo dell’arte occidentale, invece, la creazione di copie di capolavori del passato è stata tanto cruciale quanto nella Roma della tarda Repubblica e dell’Impero: si ricordino le diverse versioni del Discobolo, di Venere, di Apollo, di Penelope, delle Cariatidi.

Potrebbe essere, questa, la premessa per accostarsi a un lato segreto e poco esplorato dell’opera di Jacques Louis David, celebrata ora, in occasione del bicentenario della morte (in esilio, a Bruxelles, il 29 dicembre 1825), in una grande retrospettiva, curata da Sébastien Allard e da Côme Fabre, al Musée du Louvre di Parigi (fino al 26 gennaio). Un’occasione imperdibile che consente di incontrare una figura decisiva per «sentire» l’aria di un’intera età: non solo un grande pittore, ma anche un influente attore sociale che ricoprì alte cariche politiche al fianco di Robespierre (1793-1794), per diventare poi «Primo Pittore» della Corona; impareggiabile interprete-testimone dell’incalzare drammatico della storia; aedo dell’epopea napoleonica; creatore di drammaturgie che ancora oggi abitano l’immaginario collettivo (da La morte di Marat a Napoleone che attraversa le Alpi, a L’incoronazione di Napoleone).

Siamo invitati a compiere un viaggio attraverso lo stile di un maestro arrogante e dispotico, furbo e carrierista, moralista e anche immorale, algido e spietato, arringatore di folle e devoto a ideologie contraddittorie. Cuore impavido, sedotto da Robespierre e, in seguito, da Napoleone. Ma, innanzitutto, pittore magnifico, sempre sorretto da una tensione di alta idealità. Dotato di talento naturale e di straordinaria cultura: conoscitore dell’archeologia classica; classicista influenzato da Mengs, da Milizia e da Quatremère de Quincy; profondo conoscitore dell’arte di Correggio, di Caravaggio, di Rubens, di Canaletto e di Piranesi, che insegue, imita, sfida; sedotto dalle passeggiate a Pompei e a Ercolano; affascinato dalla vita dei romani; magistrale voyeur della storia dell’arte, anello di congiunzione tra l’eros sublimato di Bronzino e di Poussin e la sessualità congelata di Canova, di Ingres, di Modigliani e di Schad.

La svolta poetica e culturale avviene durante il soggiorno romano (1775-1780), che si conclude con l’esecuzione del Ritratto equestre del conte Potocki (17801781), poi terminato a Parigi: la criniera e la coda del destriero «volano», mentre uno sgretolato muro accoglie misteriose ombre, che danno risalto ai chiari e agli scuri.

È il preludio ai ritratti equestri dedicati a Napoleone, dipinti tra il settembre del 1800 e il 1803. In filigrana, una precisa convinzione: l’Atene di Pericle e la Roma di Augusto avrebbero potuto rinascere nella Francia dell’Illuminismo. È quasi la prefigurazione della concezione estetica sottesa all’azione politica di Napoleone Bonaparte: per riprendere le parole di Alberto Arbasino, evitare gli abbandoni allegorici, prediligere le stilizzazioni monumentali, adottare «il trovarobato del classicismo rivoluzionario come stile ufficialissimo per garantire un’immagine al proprio Impero», grazie a una «formalizzazione estrema nella rappresentazione realistica della storia contemporanea».

Un ciclo in cinque «capitoli», in cui David adotta il medesimo artificio già sperimentato nelle diverse rielaborazioni de La morte di Marat del 1793 (conservate nel Musée des Beaux-Arts di Bruxelles, nel Musée des Beaux-Arts di Reims e al Louvre). La prima versione è commissionata da Carlo IV, per favorire l’intesa tra il suo regno e la Repubblica Francese; le tre successive vengono commissionate con fini propagandistici, per decorare il castello di Sant-Cloud, la biblioteca dell’Hôtel des Invalides e il palazzo della Repubblica Cisalpina; priva di committenti, l’ultima è rimasta di proprietà di David fino alla morte.

Rigidità statuaria, enfasi teatrale, retorica mitologica, una certa ipocrisia borghese affettiva. L’impianto generale del Ritratto equestre di Napoleone deriva dalla tradizione barocca. L’impetuosità del cavallo è debitrice di Van Dyck. Per «fermare» l’eroe in primo piano — imponente come una statua antica — David coniuga echi tratti dalla pittura francese e da quella inglese del Settecento. Inedita, invece, è la messa a fuoco: il personaggio è modellato con un colore denso, mentre lo sfondo è ottenuto con un colore diluito e con una pennellata veloce. Luci perfette «scolpiscono» un’oratoria stupefacente, sottolineata dallo splendore metallico dei passaggi cromatici.

Ricorrenti, alcuni elementi. Si tratta di tele di grande formato (circa 2,6 x 2,2 metri), che ripropongono sempre la medesima situazione. La scena è rivolta verso lo spettatore. In questi ritratti, Napoleone viene colto nel momento dell’attraversamento del Colle del San Bernardo. Indossa l’uniforme di generale; sul capo, un bicorno gallonato d’oro; impugna una spada; è avvolto da un mantello mosso dal vento; monta un cavallo; con la mano sinistra, si aggrappa alle briglie; con la destra, indica la direzione. In secondo piano, un gruppo di soldati risale la montagna, trasportando un cannone. In basso, a destra, si trova un tricolore che garrisce nell’aria. In primo piano, incisi nella roccia, i nomi BONAPARTE, ANNIBAL ET KAROLVS MAGNVS IMP. Una maniera per associare Napoleone ad altri due condottieri che valicarono le Alpi: Annibale e Carlo Magno, appunto.

Minime le differenze. Nelle diverse riscritture cambiano pochi elementi: il volto dell’imperatore (prima giovane, poi maturo, infine anziano); i colori del mantello; i ricami sui guanti. Eterogenee le fonti iconografiche alle quali David si richiama. Per la postura del cavaliere e per quella del cavallo, egli guarda a diversi modelli dall’antichità, del Rinascimento, del Neoclassicismo. L’Apollo del Belvedere, i personaggi ritratti sui sarcofagi romani, la stele funeraria di Dexileos. E ancora: Eliodoro cacciato dal Tempio di Raffaello, Cheveux de Marly di Guillaume Cousteau, La distruzione del tempio di Gerusalemme di Nicolas Poussin, la Battaglia di Alessandria di Charles Le Brun, il Ritratto del principe Tommaso Francesco di Savoia Carignano di Van Dyck. E, poi: la statua di Pietro il Grande di Étienne Maurice Falconet e Alessandro in groppa a Bucefalo di Nicolas-André Monsiau.

Significativa la valenza simbolica dei gesti, come

sempre nelle opere di David. Il dito di Bonaparte dice volontà di potenza e autorità, comando e determinazione. Rivelatore anche il ricorso alle iscrizioni, un altro elemento ricorrente nei quadri del maestro francese. Sulla roccia, sono incisi i nomi di Annibale e di Carlo Magno, affiancati da tre lettere inequivocabili: IMP.

Archetipo del ritratto di propaganda, questo ciclo su Napoleone suscitò l’apprezzamento di Baudelaire il quale, nelle sue divaganti cronache d’arte, annotò: «È il solo Bonaparte poetico e grandioso che la Francia possieda». Una grandiosità che è stata ripresa da allievi, da eredi e da epigoni. Jean-Auguste-Dominique Ingres la utilizza come fonte fisiognomica, per dipingere un’immagine neobizantina, di allucinata perfezione, densa di memorie raffaellesche, simbolo di un potere ieratico e ultratemporale; Théodore Géricault se ne serve per gli studi dell’Ufficiale dei cacciatori a cavallo della guardia imperiale in carica; Eugène Delacroix si ispira alla posa del Ritratto equestre di Napoleone per il cavaliere turco di Scena del massacro di Scio; Paul Delacroche ne propone una nuova versione meno eroica e più realistica; John Everett Millais ne cita gli schemi compositivi; Eduardo Arroyo sostituisce la testa dell’imperatore con quella di un cane San Bernardo, per denunciare la brutalità del regime franchista; Robert Rauschenberg rimodula la medesima suggestione in chiave new dada; Kehinde Wiley mette al posto di Bonaparte la figura di un giovane africano con in testa un turbante. Per arrivare a tante derivazioni pop, talvolta kitsch: poster, foulard, francobolli. Un’autentica disseminazione. Forme di ri-locazione, le definirebbe Francesco Casetti: un’opera d’arte viene portata fuori dalla cornice museale, per essere riattivata in luoghi diversi da quelli nei quali originariamente era stata esposta. In questi transiti, qualcosa si perde, qualcosa si guadagna.

Siamo dinanzi a tributi che possono essere letti da prospettive differenti. Per un verso, artisti di generazioni e di culture non contigue riconoscono in David un padre sulle cui spalle è possibile salire. Per un altro verso, colgono la sensibilità moderna di quell’antenato. Che, con slancio profetico, in anticipo sulle teorie di Walter Benjamin sulla riproducibilità tecnica, aveva avuto un’intuizione: per esistere, il potere ha bisogno (anche) di affermarsi attraverso sequenze fondate sulla centralità dell’«iperimmagine», che è dilatazione allucinata, gigantismo invasivo, simulazione diffusa, spettacolarizzazione totale.

È da questa idea che muoverà, con sensibilità prepostmoderna, Andy Warhol, autore di una serigrafia policroma per «Vogue», nella quale il dipinto di David viene profanato (Diana Vreeland Rampant): ne affiora una sorta di Minotauro, in cui sul corpo di Napoleone è innestato il volto di Diana Vreeland, leggendaria critica di moda. Ecco, allora, l’artista dell’impercettibile ripetizione differente, esperto nell’infrangere il principio di autenticità, cultore del già-visto, del già-fatto, del già-accaduto, impegnato a collocare le celebrities della sua epoca nella cornice di una specie di Metafisica industriale, debitrice della lezione di Giorgio de Chirico. «Tutte le mie immagini sono le stesse (...) benché al contempo siano anche diverse. Cambiano con la luce dei colori, col movimento e lo stato d’animo (...). Non è la vita stessa una serie di immagini che cambiano nel loro stesso ripetersi?», ha detto Warhol, forse memore degli omaggi a Napoleone (e a Marat) dipinti da David.

Dalla Roma antica al neoclassicismo, fino alla Pop Art. Dalle «serialità classiche» a David e a Warhol, dunque. L’arte come interminabile moltiplicazione di immagini. Per provare a lambire l’essenza del potere. Che si alimenta sempre della propria intangibilità. Dell’aura in cui è avvolto.