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venerdì 1 maggio 2026

Il diavolo veste Prada 2

Luc Chessel
Il diavolo veste Prada 2 con Merryl Streep e Anne Hathaway: per chi suona il glamour

Libération, 29 aprile 2026

Se, vent'anni dopo, il secondo capitolo de Il diavolo veste Prada ci ricorda Vogue di Madonna , Work Bitch di Britney Spears sarebbe stato altrettanto azzeccato. Perché negli uffici di questa Vogue , o del suo alter ego mitico-fittizio, la rivista di moda Runway, il minimo che si possa dire è che stanno lavorando. Ma a cosa e per quale scopo? Un sequel cinematografico è davvero un film? I film, soprattutto quelli hollywoodiani, sono concepiti come opere a sé stanti, pensate per esaurire i personaggi estraendone fino all'ultima goccia di energia narrativa, quindi ben poche figure fittizie hanno ancora abbastanza energie alla fine per riempire altre due ore. Questa volta è stato il film del 2006, indubbiamente di successo (o meglio, sempre più di successo col passare del tempo, come se gli anni lasciassero intatto il suo genio per la malvagità), a diventare oggetto di un vero e proprio culto satanico, perché l'ex giovane giornalista Andy Sachs (Anne Hathaway), la sua migliore rivale Emily (Blunt) e la loro leggendaria e odiosa direttrice Miranda Priestly (Meryl Streep) trovassero i mezzi, immaginari e finanziari, per tornare al servizio – nel cuore di una Manhattan che ha definitivamente infranto la barriera del suono della gentrificazione e del suo seguito, l'inferno in terra.

Il primo film trattava già il tema del lavoro, utilizzando una cornice faustiana per mettere in discussione l'etica giornalistica, basandosi sull'idea che il diavolo non sia mai altro che ciò con cui stringiamo un patto. Il nuovo capitolo tenta di rimettere in discussione l'integrità di Andy, ora un giornalista serio e rispettato ma disoccupato, di fronte alla crudeltà glamour, gerarchica e seducente di Miranda, la più kafkiana delle icone della moda. Ma ben presto, ci spostiamo ben oltre, tutti sulla stessa barca, una Runway che affonda di fronte al mondo completamente digitale: il diavolo ha trovato pane per i suoi denti e deve essere salvato dal nichilismo dei magnati della tecnologia (un cocktail proto-Musk e Altman mal riuscito ). Come difesa di una fase precedente del capitalismo (" Adoro il mio lavoro " sarà, attenzione spoiler, la battuta finale, non immediatamente iconica) contro la sua versione più recente (il tuo sistema operativo è aggiornato?), questo sequel funziona. Ma assomiglia a una riscrittura, a cura dell'ufficio "pubbliche relazioni", dei personaggi precedenti, il cui grande difetto, questa volta, sarebbe quello di amare troppo il proprio lavoro e di non lasciarsi corrompere, come vent'anni prima, dal Male assoluto, che tuttavia rappresentava una morale un po' più Prada.

venerdì 18 ottobre 2024

Nostra Signora

 



Diversamente da ciò che sembra suggerire Denis de Rougemont nel brano che segue, il culto di Maria nella Chiesa cattolica ha un primo riconoscimento ufficiale già nel V secolo dopo Cristo, al concilio di Efeso (431), quando si decretò che nella persona di Gesù la natura umana e quella divina erano strettamente unite. Ciò non toglie che nel XII secolo la venerazione della Madonna fu ulteriormente sviluppata e rilanciata.

Denis de Rougemont, L'amore e l'Occidente, traduzione di Luigi Santucci, Milano Rizzoli 1977 (1939)

Una forma poetica del tutto nuova nasce nel Sud della Francia, patria del catarismo; essa celebra la Dama dei pensieri, l'idea platonica del principio femminile, il culto dell'Amore in contrapposizione al matrimonio, e la castità. 

[Eloisa e Abelardo, i troubadours, l'amor cortese]

A questa poderosa e pressocché universale espansione dell'Amore e del culto della donna idealizzata la Chiesa e il clero non potevano mancare di contrapporre una credenza e un culto che rispondessero allo stesso profondo desiderio, nato dall'anima collettiva. Bisognava "convertire" questo desiderio, pur lasciandosi portare da esso, ma come per meglio inserirlo nella gagliarda corrente dell'ortodossia. Da qui i reiterati tentativi, a partire dall'inizio del secolo decimosecondo, di instaurare un culto della Vergine. D'ora in poi la Madonna riceverà l'appellativo di regina coeli e l'arte la rappresenterà come regina. Alla "Dama dei pensieri" della cortezia si sostituirà "Nostra Signora".

https://revues.droz.org/RThPh/article/view/RThPh_154.1_105-121/html



Paradiso, XXXIII, 1-21

  Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio.

Tu sei colei che l´umana natura
nobilitasti, sì che il suo fattore,
non disdegnò di farsi tua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l´amore,
per lo cui foco nell'etterna pace,
così è germinato questo fiore.

Qui sei a noi meridiana face,
di caritate e giuso intra i mortali
sei di speranza fontana vivace.

Donna, sei tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disianza vuol volar senz´ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi dimanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietade,
in te magnificenza, in te s´aduna,
quantunque in creatura è di bontate.


Anna Maria Chiavacci Leonardi

Vergine Madre...: la preghiera che si leva, ferma e severa nel suo dettato classicamente sobrio, e che pure racchiude un così esteso e profondo ambito di significati, è degno preludio alla conclusione di questo Paradiso dove il narrare poetico è costantemente tenuto su un registro sempre al di sopra dell'umana sensibilità, e che pure coinvolge i più profondi sentimenti di cui l'uomo è capace. Le antitesi che, senza commento, si susseguono nella prima terzina, raccolgono secoli di teologia e devozione mariana, con quella forza di sintesi e purezza di ritmo che sono peculiari del genio dantesco. Non vi è in esse alcuna retorica, perché tali antitesi sono un fatto, la realtà stessa del mistero di Maria nella fede cristiana. Il primo verso racchiude – in due antitesi puramente enunciate – le tre prerogative che la fede cristiana attribuisce a Maria, definendone la straordinaria realtà: vergine, madre, e figlia di colui del quale è madre, cioè di Dio. Il mistero è espresso in vari modi in tutti i più noti testi mariani, dogmatici o liturgici («mater semper virgo»; «genuisti qui te fecit» ecc.), ma nessun luogo può competere con questo nudo verso dantesco, che col suo ritmo alto e la sua sobrietà assoluta – fatta di quattro parole – fa risuonare il grande mistero in apertura del canto finale del poema. Sulla struttura tripartita di questa preghiera (invocazione – vv. 1-3 – elogio – vv. 4-21 – petizione – vv. 22-39), risalente a modelli classici e biblici, si veda Auerbach, Studi, pp. 273-308. Il Dronke (lettura citata nella bibliografia) ricorda a confronto quella invocazione di Boezio al creatore del mondo (Cons. III, m. IX) tante volte da Dante riecheggiata nel Paradiso (si cfr. I 103-8; II 130 sgg.; VII 64-6 e note).