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sabato 18 maggio 2013

Emergenza abitativa a Torino: la storia di Mohamed


foto di Stefano Bertolino

Anna Cordioli

La storia di Mohamed e della sua famiglia è simile a quella di molte altre che, in questo drammatico momento, stanno vivendo l’emergenza della perdita della casa.
Mohamed arriva in Italia clandestinamente nel 2004, grazie a un viaggio costato settemila euro, i risparmi di una vita, quelli che suo padre ha accantonato a fatica per lui, il primogenito, per permettergli di venire qui, dove le possibilità di lavorare sono maggiori e la prospettiva di vita è migliore. Il viaggio è lungo e pericoloso, specie se fatto insieme ad altre quaranta persone stipate in un container a bordo di una nave, ma con un po’ di fortuna arriva in Spagna e da lì, in taxi, raggiunge l’Italia, Torino. Qui cerca in fretta un posto dove stare e un lavoro, in modo da poter ottenere il permesso di soggiorno, ma il primo impiego che trova è al mercato di Porta Palazzo, per 13 euro al giorno, soldi che gli permettono appena di pagare un posto letto all'interno di una casa con altri ragazzi clandestini. Per avere i documenti bisogna disporre di molti soldi e in fretta, di conseguenza per molti di loro l’unica soluzione è quella di lavorare nel mondo della criminalità organizzata. Mohamed non vuole assolutamente farlo, così cerca disperatamente una nuova casa da condividere con persone oneste come lui e un nuovo lavoro, prima come lavapiatti in alcuni locali della città e dal 2006 come volantinante. Ben presto diventa il responsabile di un team pubblicitario, impiego che offre buoni guadagni e che gli permette, nel 2008, di acquistare un furgone con il quale poter lavorare. Conosce Khadija e nel 2009 si sposano, hanno una bella casa, presto nasce il primo figlio e ottengono il tanto atteso permesso di soggiorno. Dal 2011 il lavoro inizia a calare e quello che guadagna basta appena a pagare l’affitto finché, nel febbraio del 2012 Mohamed non ce la fa più. La prima intimazione di sfratto per morosità non viene ricevuta e così non si presenta all'udienza fissata il 31 luglio 2012. Riceve una la prima lettera a settembre e una seconda a dicembre che fissa lo sfratto in data 15 gennaio. Al primo accesso Mohamed oppone resistenza e riceve così una proroga di tre mesi, ma conoscendo la situazione economica del proprietario, si mette nei suoi panni e decide di non continuare con la resistenza. Dal 16 aprile 2013 lui e la sua famiglia non hanno più una casa.
Torino detiene il triste primato nazionale di sfratti, sono circa duecentocinquanta ogni mese per morosità incolpevole, ma sono in aumento anche i pignoramenti bancari dovuti all'impossibilità di pagare le rate del mutuo.
Il consigliere comunale Michele Curto sostiene che il Comune dispone, attraverso l’ATC (Agenzia Territoriale per la Casa), di molte proprietà che non vengono messe a disposizione perché non ritenute in condizioni idonee, anche se gli sfrattati potrebbero auto-recuperare queste strutture. Il consigliere ha inoltre aggiunto che «il Sindaco potrebbe addirittura fare ricorso allo stato di emergenza che costringerebbe i grandi privati (banche e istituti di credito) a fornire l’enorme quantità di case di cui sono proprietari». Eppure nulla di tutto ciò è finora stato fatto, anzi, sempre più spesso gli sfratti vengono eseguiti a sorpresa, nel cuore della notte, per evitare i picchetti che alcuni ragazzi organizzano per resistere insieme alle famiglie interessate.
Mohamed è disperato, sta cercando un impiego, ma senza grandi risultati: ha trovato un’offerta per raccogliere mandarini a 2 euro l’ora oppure per lavorare come clown in un circo itinerante a 500 euro al mese (lavoro che per altro lo terrebbe lontano da casa).
Dal 29 aprile al 5 maggio ha vissuto, in segno di protesta, in Piazza Palazzo di Città, insieme ad altre quindici famiglie magrebine che si trovano in una situazione simile alla sua. Il Comune gli ha infine concesso un incontro, lo scorso 8 maggio, dal quale non ha ottenuto molto. Gli è stato spiegato che non può far parte degli aventi diritto al programma “emergenza abitativa” poiché non è riuscito a dimostrare un calo del reddito (problema comune a molti che si sono sempre mantenuti grazie al lavoro nero). A fine anno potranno partecipare al bando per l’assegnazione di una casa popolare, ma per avere un punteggio maggiore (e quindi salire in graduatoria) gli assistenti sociali hanno proposto loro di vivere per almeno un anno separati, questo significa che Mohamed dovrebbe “arrangiarsi” mentre la moglie e i due bambini potrebbero stare in una comunità, soluzione che è stata nei giorni scorsi ritrattata dagli stessi servizi sociali che, a causa del sovraffollamento delle strutture, potrebbero ospitare i soli bambini.
Lui e Khadija non sono disposti a separarsi e per questo motivo stanno lottando giorno dopo giorno per trovare una soluzione alternativa. Non vogliono tornare in Marocco «là ci sentiamo stranieri», il loro Paese è questo ed è lo stesso per i loro bambini, che sono nati qui.
Il gruppo di famiglie che hanno vissuto per una settimana in Piazza Palazzo di Città ora hanno deciso di unirsi in un’associazione per poter gestire meglio il problema dell’emergenza casa. Sarà aperta a tutti gli stranieri che hanno bisogno d’aiuto e in una sola settimana hanno già raccolto l’adesione di ventitré famiglie. Non hanno la certezza che questa associazione possa cambiare la loro condizione attuale, ma sono determinati a portare avanti la loro “battaglia” in modo trasparente e legale. Inoltre sono convinti che questo legame li renderà meno invisibili, quando saranno in cento famiglie davanti al comune non si udirà più solo un grido, il loro sarà un boato.

lunedì 6 maggio 2013

Essadia, basta un sorriso

Anna Cordioli

foto di Stefano Bertolino


Torino, 4 maggio 2013. “Lei si chiama Zohra che significa fiore, mia figlia si chiama Alae che significa tutti i doni che dà il Creatore, lei si chiama Aya che significa miracolo e io mi chiamo Essadia che è la felicità infatti vedi come sono felice?”.
Essadia mi introduce nel loro mondo con un sorriso sereno, come se questa Italia le avesse portato via tutto, ma non quello che il suo nome ha impresso nella sua carne. Sono seduta con loro, come un’amica e mentre parliamo i bambini passano dalle braccia di una a quelle dell’altra.
Finalmente la pioggia ha dato un po’ di tregua e quel pallido raggio di sole che ci illumina ci fa sentire ancora più vicine.
Da lunedì vivono davanti al Municipio, in Piazza Palazzo di Città, determinati a chiedere una risposta concreta al dramma che stanno vivendo, attraverso una protesta pacifica, ma inesorabile. Sono una comunità, mossa da un forte senso di solidarietà e accoglienza, “il tuo problema è anche inevitabilmente il mio e allora non posso che condividere con te tutto questo”. E anche noi veniamo accolti, come se ci conoscessimo da sempre, quello che hanno ci viene offerto, che sia una tazza di the, un caffè, un piatto di cuscus o una minestra calda.
E allora ti siedi con loro sotto i portici, su una coperta, a gambe incrociate, e inizi ad ascoltare le loro storie. Gli uomini ti raccontano che per vent’anni hanno lavorato la notte, ai mercati generali, hanno faticato per risparmiare i soldi necessari per l’acquisto della tanto sognata casa dove crescere i figli, ti raccontano della facilità con cui la banca ha concesso loro il mutuo, dell’arrivo della moglie e poi della nascita dei figli. Il sogno di una stabilità economica che si realizza, con fatica e onestà. Ti raccontano del permesso di soggiorno o dell’umiliazione di essere considerato straniero anche quando hai la cittadinanza italiana. Poi la crisi, il lavoro sempre più precario e sporadico, la banca che con la stessa facilità con cui ti aveva dato una mano ora ti chiede di pagare le rate del muto arretrate altrimenti… il gesto di Mustafa è chiaro, altrimenti “smamma”, ti buttiamo fuori di casa. Ma se non c’è lavoro come si può riuscire a pagare ogni mese 500 euro di mutuo o di affitto?
Le donne ti chiedono di sederti con loro, ti ringraziano perché semplicemente sei lì, ti parlano dei loro figli, di quello che fanno, ti spiegano il significato dei loro nomi che hanno scelto nel Corano e si illuminano quando vedono che anche tu conosci (un pochino) la loro religione.
Sono 15 famiglie, alcune attendono l’esecuzione dello sfratto, una non ha più una casa. Sono una giovane coppia con due meravigliosi bambini di 2 e 3 anni. I loro corpi sono segnati dalla stanchezza, i loro occhi sono pieni di paura per l’insicurezza del domani, non hanno più nulla, tutto è rimasto nella casa dalla quale sono stati sfrattati, hanno solo una piccola valigia con qualche vestito di ricambio. La notte Khadija e i bambini vengono ospitati a dormire dagli amici, mentre il gruppo di uomini restano a dormire qui, davanti al comune, in attesa che qualcuno si accorga di loro e decida di fare qualcosa.
I passanti quasi non li notano, nemmeno il sindaco sembra farlo, scappa verso la macchina quando i bambini lo rincorrono gridandogli “basta sfratti!”. Non riesce a trovare una soluzione o forse semplicemente non la vuole trovare affatto.
Loro restano qui, sono passati sei giorni, ma non mollano. Se chiedi cosa puoi fare per loro, se hanno bisogno di qualcosa, ti sorrido e ti dicono “Nulla, per noi se sei qui basta”.