La mia Libia
Le
parate di Italo Balbo viste dal terrazzo di casa, la fuga in campagna
dai nonni, la scoperta della politica e infine una nave per
l’Italia
Valentino Parlato ricorda il paese dei suoi primi
vent’anni “E di quando Gheddafi...”
la
Repubblica, 8 marzo 2015
SUL
FINIRE di quella notte di novembre del 1951 i poliziotti inglesi
entrarono in casa nostra. Erano armati, la perquisirono e mi
arrestarono. Io avevo vent’anni. Non appena li vidi, prima ancora
che fossero dentro, buttai dalla finestra tutte le pubblicazioni
visibilmente comuniste che tenevo in casa. Avevo paura della
prigione, e invece quando capii che l’auto militare mi portava in
direzione del porto trassi un sospiro di sollievo. Espulsione, e non
galera.
All’imbarco, sul piroscafo Celio, trovai Errico
Cibelli, Antonio Caruso, Giovanni e Giuseppe Russo, Bruno Mangani,
vecchio anarchico. Quando presi la sua valigia per aiutarlo, il
braccio mi volò per aria: dentro c’erano solo due cravatte
Lavallière. Quelle degli anarchici.
Ma perché arrestati ed
espulsi? In sostanza perché stavamo facendo un buon lavoro politico.
Il Corriere di Tripoli diede la notizia titolando: “Sei persone
rimpatriate per attivismo comunista sovversivo”. Il Sunday Ghibli,
più spiccio, annunciò: “One way ticket”, biglietto di sola
andata.
Avevamo costruito — promotore soprattutto Cibelli, il
notaio più prestigioso di Tripoli, nonché il capo della banda —
un sindacato italo-libico con il compagno libico Mohamed Buras che
diresse uno straordinario sciopero del porto, il primo in cui
italiani e libici parteciparono insieme. Per il Primo maggio
riuscimmo a realizzare anche un corteo piuttosto imponente. Del
lavoro sindacale si occupavano in particolare i fratelli Russo e Nino
Caruso, che oggi è un protagonista dell’arte della ceramica
(proprio in questi giorni espone alla Galleria nazionale d’arte
moderna). La diffusione del sindacato, l’infiltrazione del Partito
comunista e, cosa forse più importante, l’Associazione per il
progresso della Libia che rivendicava una Libia indipendente e
democratica, trovarono l’opposizione non solo dell’Autorità
militare britannica che occupava il Paese ma anche della comunità
italiana che pensava che la Libia dovesse tornare all’Italia. Vale
la pena ricordare che quasi contemporaneamente alla nostra cacciata
non a caso fu rimandato in Egitto Bashir al Sadawi, che dirigeva il
Comitato di liberazione della Libia e con il quale la nostra
associazione aveva stretti rapporti.
Ci riunivamo nell’elegante
studio notarile di Errico Cibelli. Io ero il più giovane, dovevo
distribuire i volantini nelle buche delle cassette postali. Ma
partecipavo anche attivamente, con Mario Mazzarino, alla redazione di
due giornali successivamente chiusi d’autorità: Il Pinguino e il
Corriere del lunedì per cui curavo la rubrica “Visto da destra e
visto da sinistra” — dove ovviamente gli argomenti “visti da
destra” erano piuttosto stupidi.
Sono passati più di
sessant’anni da allora e sono convinto che questa mia giovanile
esperienza libica è quella che mi ha incamminato prima verso il Pci
e poi verso il manifesto. Ma non è l’unica ragione per cui provo
affetto per questo Paese oggi così drammaticamente devastato — e a
mente fredda è difficile negare che l’intervento militare del 2011
abbia prodotto l’attuale disastro. La tragedia cui assistiamo in tv
ha la capacità di riaccendere la mia memoria anche sugli anni
precedenti quelli del mio impegno politico, gli anni in cui ero
ancora soltanto un bambino nato a Tripoli nel febbraio ‘31 da
giovanissimi genitori italiani.

Uno dei miei primi ricordi è il
giorno in cui Mussolini doveva arrivare a Tripoli per impugnare la
“Spada dell’Islam”. Allora era governatore il maresciallo
dell’aria Italo Balbo (poi abbattuto dalla contraerea italiana nel
cielo di Tobruk). Per l’accoglienza del Duce organizzò serate e
serate di prove con marce, sfilate, cavalli, dromedari. Per noi
bambini era una festa. La residenza del governatore, che era vicina a
casa nostra, era una specie di palazzo reale con tre cupole e un
parco. Lì si svolgevano feste sfarzose che noi guardavamo dal
terrazzo come fossimo al cinema. La domenica, altro avvenimento: la
messa ufficiale alla quale Balbo si faceva condurre da una berlina
trainata da quattro cavalli. Entrava nella cattedrale sotto la navata
centrale e sfilava tra due fila di giovani fascisti che presentavano
le armi. Dovevano restare immobili per tutta la durata della messa.
Alcuni svenivano, ed erano prontamente allontanati.
L’Italia
entrò in guerra nel 1940, e noi tutti della quinta elementare
venimmo promossi. Ma insieme con la “promozione di guerra”
arrivarono anche le bombe di guerra sganciate dagli aerei inglesi.
Mio padre mandò tutta la famiglia — mia madre e noi tre figli —
dai nonni Giuseppe e Anna nella campagna di Sorman, un paesino a
sessanta chilometri a ovest di Tripoli e a pochi chilometri da
Sabratha, l’antica città romana, tra i più suggestivi siti
archeologici, a picco sul mare. Fu qui che mi trasformai in contadino
agli ordini di mio nonno. Lui mi insegnò a curare gli animali, a
montare a cavallo, a raccogliere le arachidi. Scopro così che le
noccioline americane nascono sotto terra e imparo anche che gli
animali hanno una memoria: una volta un cammello al quale avevo
appiccato un fuocherello sotto la pancia per farlo alzare, l’indomani
mi sferrò un calcio che mi sbatté per terra.
Tutto il lavoro
agricolo era fatto da braccianti libici, noi li chiamavamo tutti
“arabi”. L’uccisione del maiale e la festa del vino, invece, la
facevamo noi. Gli arabi abitavano in capanne di legno, tela e lamiere
che si chiamavano zeribe. Io li frequentavo, e con loro imparai anche
qualche parola di arabo. Appresi che si dividevano in kabile , le
fazioni oggi — credo — protagoniste degli scontri. In campagna
frequentai anche i soldati italiani, prima in avanzata e poi in
ritirata. Accampati nelle zone vicine venivano da mio nonno per
comprare il vino. Si sistemavano sotto gli alberi davanti casa. Ero
io che portavo loro il vino e — curioso — mi fermavo ad
ascoltarli parlare. Parlavano dei loro paesi, della guerra, e più
spesso di donne. Io che avevo tra gli undici e i dodici anni ero
tutt’orecchi. Grazie all’esercito mi feci anche una cultura,
seppur alquanto stravagante. Quando il campo d’aviazione fu
smobilitato il comandante regalò infatti a mio nonno la loro
biblioteca. Mi tuffai nella lettura: lessi Tolstoj, Palazzeschi,
romanzi d’amore, ma anche dizionari e manuali su come si curavano
le malattie veneree.
Con la ritirata arrivarono i tedeschi. Una
sera fecero un’esibizione di fuoco antiaereo, poi uno di loro che
parlava italiano disse a mio nonno che gli ufficiali avrebbero
gradito cenare al coperto. Ovviamente mio nonno accettò. Fu
preparata la cena, e mentre eravamo tutti a tavola — c’erano il
comandante del reparto, l’ufficiale medico che mi sedusse perché
aveva due coniglietti in una gabbietta sull’auto, il sergente
Springhorum che parlava italiano — la radio, che avevano portato,
annunciò la sconfitta di Stalingrado. Calò il gelo sulla tavola, e
un cupo silenzio. Poi tutti alzarono i bicchieri e l’indomani
all’alba partirono per la Tunisia.
Se i tedeschi se n’erano
andati, gli inglesi ancora non si vedevano e mio nonno, preoccupato
di essere in balìa dei libici, decise di armarci tutti. Mi insegnò
a sparare, ma per fortuna non successe niente: era il ‘43 e per noi
la guerra era finita. Tornammo a Tripoli. Le autorità inglesi
avevano riaperto la pubblica amministrazione e mio padre, che era
funzionario, tornò al lavoro. Io invece non tornai a scuola, studiai
privatamente, saltai le medie e mi iscrissi direttamente all’unico
liceo scientifico di Tripoli. Qui entro nel giro di Cibelli, qui
comincio a interessarmi di politica e sempre qui assisto al tragico
pogrom del 1945. Gli inglesi, ostili alla creazione di uno stato di
Israele, il 4 novembre lasciano partire un ferocissimo pogrom che
dura tre giorni, fa 132 morti e 365 feriti. Per tutta la durata delle
violenze la polizia e le forze armate inglesi restano consegnate in
caserma. Ho ancora il senso di colpa per non aver accompagnato in
quei giorni, insieme agli altri studenti italiani, i nostri compagni
di scuola ebrei a casa.
Paradossalmente è proprio dal lavoro
politico di quei miei primi vent’anni — venni espulso dalla Libia
che Gheddafi ne aveva appena nove — che quasi cinquant’anni dopo
il Raìs mi invitò a Tripoli. Gli avevo fatto avere i documenti
della nostra Associazione per il progresso della Libia insieme agli
articoli sulla mia espulsione. E mentre agli italiani nati in Libia
era proibito tornare, Gheddafi non solo mi invitò ma mi concesse
anche un’intervista per il manifesto. Lo incontrai altre volte. Era
un dittatore, aveva una cultura notevole. Pubblicammo un suo libro di
suggestivi e raffinati racconti. Fuga all’Inferno. Non poteva
immaginare che la Libia si sarebbe trasformata in un inferno.
