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lunedì 25 novembre 2024

Il parricidio grillino




Massimiliano Panarari, La parabola dell'Elevato, La Stampa, 25 novembre 2024


 Game over: fine del grillismo. E della grilleide che ha sbeffeggiato e intimidito la politica italiana, finendo decisamente più per inquinarla (dal taglio dei parlamentari senza contrappesi alla criminalizzazione di qualsivoglia finanziamento pubblico) che per rinnovarla come da annunci programmatici. Ascesa, trionfi e, in queste ore, caduta di Beppe Grillo, il vero profeta per parecchi anni dell'antipolitica nazionale, e il dominus del «populismo al pesto». Sepolto dalla Costituente di «Nova», tramutatasi per lui in un buco nero che lo ha risucchiato, sotto la valanga del 63,24% dei consensi degli iscritti alla modifica dello statuto interno, con l'archiviazione della norma-tabù sui due mandati. E, soprattutto, l'abolizione del ruolo del Garante che equivale alla defenestrazione di colui che è stato il monarca assoluto del M5S. L'«ultima metamorfosi» del Movimento richiedeva l'espulsione nei fatti dell'unico fondatore rimasto, e l'uccisione simbolica del padre-padrone che lo aveva creato, comportatosi in modo sistematico come Crono che divora la prole, prima di questa nemesi in cui sono stati molti dei suoi ex pupilli e delfini - a lungo derubricati al rango di meri portavoce di una sedicente volontà generale popolare - a mangiarselo.

Nell'età del «divertirsi da morire» (descritta in maniera lungimirante dal sociologo Neil Postman), non
poteva certo mancare il capo comico che si erige a capo politico. Grillo è, per l'appunto, un figlio della società dello spettacolo e un prodotto dell'intrattenimento eletto a principio di vendita di qualunque cosa - politica compresa - che, per una serie di ragioni, «scende in campo». Atteggiandosi prima a vox clamantis in deserto, quindi a eretico perseguitato dal sistema e, dopo il debutto del ciclo delle vittorie elettorali, a «messia» salvatore del popolo oppresso dalle élites, ribadendo sempre una vena (anche lessicale) mistico-religiosa. Nel 1982, infatti, si era già molto calato nella parte del protagonista del film di Luigi Comencini «Cercasi Gesù», e siamo ancora lontani anni luce dalla sua versione di primattore della politica italiana. Per arrivarci transiterà attraverso i debordanti successi televisivi degli Anni Ottanta, la conversione ecologista e il luddismo degli Anni Novanta travasati in vari recital teatrali, le campagne contro banche e multinazionali dei Duemila. Ovvero il processo incubatore dell'attivazione di comitati civici - spesso portatori insani della «sindrome Nimby» - e gruppi territoriali impegnati in battaglie (e polemiche) di vario genere, pronti a trasformarsi nei meetup e nella rete degli Amici di Beppe Grillo, da lui coordinati attraverso il Blog e impiegati come le «falangi armate» dell'indignazione contro le classi dirigenti locali. Ecco, quindi, i sanculotti, resi operativi online, dell'incipiente ribellione antisistema che trovò i suoi palcoscenici nei Vaffaday del 2007 e 2008, autentiche dimostrazioni di forza e rappresentazioni di piazza dell'indignazione e della rabbia contro tutte le «caste». Il 2008 è l'anno della svolta e dell'avvio della campagna permanente del grillismo: il cantiere delle «liste civiche a 5 Stelle», approvate e certificate dallo showman ormai leader (anti)politico, e la sua candidatura alle primarie del Pd che sarà, infine, rigettata. E che viene cavalcata come la finestra di opportunità per indicare una sola strada praticabile: quella della fondazione di un movimento alternativo, presentato pubblicamente il 4 ottobre 2009, il giorno della festività di San Francesco, invocato da allora quale icona protettrice (o, per meglio dire, «santino») dell'azione del Movimento 5 Stelle. Era nato il «non-partito», di fatto il primo caso di «partito bipersonale» nell'Italia culla di quelli personali. Una formazione che rivendicava la propria alterità rispetto alla forma-partito e il proprio Dna di agitazione e movimentismo perenni, ma scaturiva innanzitutto dalla perfetta intesa e simbiosi, basata su una divisione funzionale dei compiti, della coppia che deteneva il controllo assoluto di questa organizzazione. Dentro la quale Gianroberto Casaleggio rappresentava l'eminenza grigia e il «tecnocrate», e Grillo il «visionario in seconda» e il trickster che diceva le verità che gli establishment vietavano di pronunciare. Soprattutto, nella postmodernità della politica come performance, il suo ruolo era quello del frontman e del comiziante, chiamato a recitare la buona novella antistemica e ad applicare via web - descritto come il luogo delle sorti magnifiche e progressive della partecipazione («ve la do io la partecipazione…») - le stesse strategie comunicative che gli avevano regalato tutta quell'audience in Tv nella fase precedente. Non per nulla, a dispetto dello storytelling dell'«uno vale uno» e della retorica della disintermediazione, l'utilizzo di Internet da parte dei dioscuri cofondatori si è rivelato altamente verticalizzato e top-down (e, dunque, manipolativo). Con una spruzzata di pauperismo (a parole), pseudo-spiritualismo new age e da «Silicon Valley di Ponente», e francescanesimo prêt-à-porter, brandito anche ieri da Grillo mediante uno stato di Whatsapp tanto critico e poco criptico: «Da francescani a gesuiti». Così, il «leader guitto e giullare» acerrimo nemico del berlusconismo comandava, insieme a Casaleggio, su un «non-partito» che costituiva, però, de facto un partito azienda, e fatturava lautamente col suo «sacro blog». La contraddizione incarnata, pronto a compiere slalom e a giustificare testa-coda repentini: ossia l'identikit del politico politicante più che di quello intransigente e «rivoluzionario». D'altronde, il personaggio è innanzitutto un (amorale) performer della vita pubblica, giustappunto, su cui cala adesso definitivamente il sipario dopo il «VaffaGrilloday».
Nondimeno, il lupo - non di San Francesco - perde i peli (e i grilli…), ma non certi vizi di posizionamento in politica estera, come mostra la corrispondenza di amorosi sensi antiliberali e antioccidentali fra il «Nuovo M5S-PdC (Partito di Conte)» e la formazione politica personale della rossobruna Sahra Wagenknecht. Ecco, quel lascito (e grumo) profondo del grillismo pare proprio destinato a perpetuarsi ancora a lungo. 

sabato 23 settembre 2017

Pentastellati, i dubbi persistenti


Paolo Madron, Le Dimaiarie sono il requiem del Movimento 5 stelle, Lettera 43, 22 settembre 2017

Informa il programma che il congresso riminese del Movimento 5 stelle inizierà con una partita di calcetto tra militanti. Di calcetti (sugli stinchi) per la verità se ne stanno già dando in abbondanza fuori dal campo. Ma sono falli tattici, di ostruzione e non di cattiveria. Roberto Fico, il grande oppositore, si guarda bene dall’attaccare a viso aperto: tace, sguscia via, gioca morettianamente sino all’ultimo sulla decisione di esserci o di non farsi vedere: mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo affatto? Tace anche un altro dei big, Alessandro Di Battista, che formalmente sta con Di Maio ma che ai suoi fa sapere di non essere per nulla contento del pasticciaccio che ha portato alla designazione del candidato premier.
L’IMPIANTO CHE NON REGGE. In effetti il clima della vigilia è surreale, condito com’è da una serie di incognite, disguidi e complottismi vari: reggerà la piattaforma Rousseau all’onda d’urto degli hacker, quanti voti si mangeranno le falle del sistema, siamo sicuri che un clic vale uno? Ma al di là delle tecnicalità, è tutto l’impianto simbolico che non regge. Far scegliere via web agli iscritti un vincitore già designato è roba che nemmeno i dorotei all’apice del loro splendore avrebbero potuto immaginare. Poi si può anche strologare sull’affluenza oltre le aspettative, tanto da dover prorogare l’apertura virtuale dei seggi, sull’entusiasmo della base nell’ora delle scelte fatali, come può essere quella di decidere chi mandare in caso di vittoria a Palazzo Chigi.
Ma è solo propaganda, tentativo di rimediare in zona Cesarini a una figuraccia mondiale. Che oltretutto pone un problema di natura identitaria grande come una casa. Nella sua strabordante prolissità narcisa, lo ha ribadito numerose volte Lettera43.it e lo ha riassunto bene il professor Becchi, ideologo grillino della prima ora poi diventato grande oppositore: i pentastellati erano nati come movimento e ora sono affetti da una snaturante metamorfosi che li sta trasformando in un partito. E queste primarie ne sono l’esempio più illuminante e ipocrita. Di Maio da tempo è stato incoronato dalla premiata ditta dei fondatori ma per salvare le apparenze la sua designazione deve passare per la Rete.
VERTICISMO DA VECCHIA NOMENCLATURA. Sarebbe bello, ma temiamo non sia così, che gli ortodossi alla Fico e compagni avessero rifiutato di correre non perché invidiosi della scelta fatta da Grillo e Davide Casaleggio, ma perché convinti che il modo in cui è avvenuta l’incoronazione di Di Maio sia quanto di più estraneo ai principi fondanti del movimento. Che sta passando dalla configurazione liquida, orizzontale, a un’organizzazione chiusa e verticista propria delle vecchie nomenclature. Quanto questo poi incida sul consenso di cui godono i 5 stelle tra gli elettori, granitico a tal punto che nemmeno le imbarazzanti figure rimediate a Roma, Genova e più di recente in Sicilia almeno a sentire i sondaggi sono riuscite a scalfire, saranno le Politiche di primavera a deciderlo.

https://www.ft.com/video/f29e8f29-24c7-4f41-a7b1-ebb0effdec83

James Politi and Hannah Roberts, Five Star Movement: the unanswered questions about Italy’s populist party, Financial Times, 19 settembre 2017 (segnalato da Fabio Bordignon)