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venerdì 5 dicembre 2025

Antonella Bundu ce la fa


Riccardo Chiari

Ammesso il ricorso al Tar di Bundu: «I voti si contano, non si pesano»

il manifesto, 5 dicembre 2025

I giudici amministrativi hanno dichiarato ammissibile e fissato per il 18 febbraio l’udienza di merito sul ricorso di Toscana Rossa contro l’esclusione dal consiglio regionale della candidata presidente Antonella Bundu. Alle elezioni di ottobre la lista aveva ottenuto il 4,5%, contro il 5% di sbarramento. Tuttavia il 5,2% degli elettori aveva indicato Bundu come presidente, e per i ricorrenti i voti espressi esclusivamente sulla sua candidatura, più di 11mila, devono essere aggiunti ai 57.250 voti della lista, permettendo il superamento del 5%. Questo perché Toscana Rossa era l’unica lista collegata a Bundu, e il voto espresso solo sul suo nome indicherebbe inequivocabilmente anche il sostegno alla lista. Un caso analogo, nel 2020 in Veneto, aveva permesso al M5s vittorioso al Tar di entrare in consiglio regionale.

«Abbiamo una data per il ricorso e di questo siamo contenti – ha commentato la diretta interessata – perché sarà deciso se potremo entrare in consiglio regionale oppure se dovremo andare al Consiglio di Stato». Peraltro, ha puntualizzato Bundu, «questa legge elettorale va cambiata: 72.321 persone sono senza una rappresentanza, a causa di norme regionali che hanno compromesso l’effettività del voto. In un contesto in cui la partecipazione è in calo, è fondamentale che ogni voto abbia lo stesso peso, senza discriminazioni o manipolazioni».

I voti si contano, non si pesano, ribadiscono gli attivisti di Toscana Rossa (Rifondazione comunista, Potere al popolo e Possibile). Il riferimento è alla Lega e al M5s, che hanno preso meno del 4,5% ma sfruttano un’altra incongruenza della legge toscana, per cui basta superare il 3% se si è in coalizione (i leghisti con lo sconfitto Tomasi, i pentastellati con il riconfermato Giani) per superare lo sbarramento. «La legge attuale va cambiata – tirano le somme – perché favorisce due blocchi e ostacola l’espressione delle alternative politiche».

«Se fossimo in consiglio avremmo già avviato un’azione su tre priorità – ha aggiunto Bundu – per prima la vicenda Gkn. C’è una lotta operaia a pochi chilometri e non c’è stata la capacità di immaginarsi un’opportunità da cogliere o approfondire?». Poi la Palestina «con una Regione silenziosa sulla vicenda di Francesca Albanese e con Marco Carrai che rimane alla presidenza dalla Fondazione Meyer». E infine le questioni legate «all’aeroporto fiorentino di Peretola». 

sabato 29 novembre 2025

La crisi della conversazione

 



Marjorie Philibert
David Le Breton, sociologo: "La conversazione è diventata un lusso anacronistico."
Le Monde, 29 novembre 2025

David Le Breton è professore di sociologia e antropologia all'Università di Strasburgo, specializzato in rappresentazioni e rappresentazioni del corpo umano. È autore di *La fine della conversazione? Il discorso in una società spettrale* (Métailié, 2024).

Come definiresti la conversazione?

La conversazione è, per sua stessa natura, un'interazione faccia a faccia. Quando parliamo faccia a faccia, prestiamo attenzione all'altra persona, la guardiamo negli occhi. Quando camminiamo fianco a fianco, ci scambiamo regolarmente occhiate per osservare le espressioni facciali. C'è posto per il corpo, ma anche per il silenzio. Nella conversazione, il silenzio non è un'anomalia, ma semplicemente un respiro, un modo per lasciare che lo scambio segua il suo ritmo. La comunicazione è l'esatto opposto: il volto, il corpo scompaiono. Siamo nel regno dell'utilitarismo, della raccolta di informazioni. Mentre la conversazione è il flusso e riflusso del significato: siamo nel regno dell'incertezza, della spontaneità. Quando attacchiamo una conversazione con il nostro vicino in treno, non sappiamo che direzione prenderà lo scambio. La conversazione è un gioco di equilibri, un piacere, un'arte di vivere.

In che modo si sta estinguendo oggi?

I nostri contemporanei si ascoltano sempre meno. La conversazione è diventata un lusso anacronistico, non una necessità vitale. L'avvento di Internet, e poi dello smartphone, è stato un fenomeno globale che ha creato un vero e proprio confinamento sociale all'interno delle nostre società. Lo smartphone ci divora, ci ipnotizza. Per strada, le persone passano come fantasmi, senza prestare attenzione agli altri. Quando ci si incontra, c'è sempre un interlocutore fantasma che è lì senza esserci: lo smartphone. Lo tiriamo fuori dalla tasca, lo consultiamo a piacimento, impedendoci di riconoscere completamente la persona che abbiamo di fronte. Prima, sui mezzi pubblici, quando iniziavamo una conversazione, ci scusavamo se prendevamo un libro. Oggi è il contrario: tutti sono al telefono e ci scusiamo se, per qualsiasi motivo, dobbiamo parlare con qualcuno.

Quando è scomparsa questa conversazione?

Naturalmente, non si tratta di un fenomeno recente, e la tecnologia digitale non è l'unica responsabile. Sono nato nel 1953 in un quartiere operaio di Le Mans, caratterizzato da un fortissimo senso di comunità. Eppure, già da bambino, mio ​​padre mi diceva: "Oggigiorno, nessuno si saluta più". Questo fenomeno si è accelerato negli anni '80, con il crescente individualismo e la graduale scomparsa delle culture di classe e regionali. Il quartiere in cui sono cresciuto era caratterizzato da una cultura operaia estremamente forte, in cui il sindacalismo giocava un ruolo importante.

Oggi, tutto questo è completamente scomparso. Lo vediamo chiaramente con i "gilet gialli": le persone stavano fianco a fianco ma non condividevano realmente valori comuni, con convinzioni politiche estremamente diverse. Prima, c'era orgoglio nell'essere un contadino o un operaio. Oggi, le classi lavoratrici tendono a provare un senso di indegnità, legato al disprezzo sociale che subiscono. Questo sentimento erode la solidarietà: per raggiungere gli altri, bisogna avere fiducia nella propria identità e nel proprio futuro.

Internet non ha forse ampliato lo spazio di discussione?

È vero, ma in realtà Internet ha soprattutto accelerato la polarizzazione delle opinioni e aumentato la difficoltà del dibattito. Stiamo assistendo a una radicalizzazione delle posizioni che porta rapidamente a scontri e insulti. Sui social media non c'è alcuna sfumatura: si va dritti al punto e si viene immediatamente fatti a pezzi. Il "wokismo" è il culmine di questa impasse nel dialogo: ci sono cose che si possono dire e cose che non si possono dire. Uno "spazio sicuro" è uno spazio in cui ci si sente al sicuro perché gli altri sono d'accordo con noi. Questo riflette ancora una problematica difficoltà a mettersi nei panni degli altri. La cancel culture ha una dimensione ancora più radicale: equivale a "eliminare" dal discorso chiunque non sia d'accordo con noi.

Tuttavia, questo radicalismo esisteva anche negli anni '70…

Sì, certo, a quel tempo la società era piena di ideologie radicali e intransigenti: trotskismo, maoismo, lacanismo... Tutte queste correnti si scontravano, a volte in modo estremamente violento. Ma era anche un'epoca in cui le persone discutevano costantemente: nei licei, nelle università, nei campus, nei caffè... Avevamo degli avversari, ma li affrontavamo faccia a faccia, per così dire, e a volte riuscivamo a riconciliarci. Ci provocavamo a vicenda, gridavamo a un compagno: "Allora, sei ancora trotskista?", ma andavamo a discuterne bevendo una birra al pub. Oggi, il mondo virtuale ci permette di lanciare attacchi molto violenti, nascosti dietro i nostri schermi, che non portano a un dialogo costruttivo.

La crisi della conversazione è una crisi della società nel suo complesso?

Assolutamente. Basta guardare l'attuale crisi politica e la situazione al vertice del governo: si ha la sensazione che i politici siano incapaci di mettersi d'accordo e di trovare un consenso. Viviamo in una società frammentata, dove ognuno è un'isola in un vasto arcipelago. Di fronte a questo, l'istituzione di terzi luoghi o spazi riservati alla conversazione rappresenta letteralmente una forma di resistenza.

https://www.lemonde.fr/m-perso/article/2025/11/29/david-le-breton-sociologue-la-conversation-est-devenue-un-luxe-anachronique_6655371_4497916.html

martedì 11 febbraio 2025

Il comunista



Italo Calvino
, La stessa cosa del sangue, 1946

Il comunista era un uomo basso, con una grossa testa calva, che aveva girato il mondo e sapeva tutti i mestieri. Era uno che conosceva il male e il bene della vita, vedeva tutto andar male ma sapeva che un giorno andrebbe meglio, era un operaio che aveva letto dei libri, un comunista. Lavorava a giornata per le campagne, perché l'aria delle città non era più buona per lui; e lavorava bene, s'intendeva di semine e d'ortaggi. Ma più gli piaceva starsene seduto sui muri a parlare delle cose che si perdono nel mondo, del caffè che si brucia nel Brasile, dello zucchero che si butta in mare a Cuba, delle scatole di carne che marciscono nei docks a Chicago. E ricordi suoi, di una vita impastata di miseria, d'emigrazioni, di carabinieri; ricordi di un uomo preso a botte dalla vita, di un uomo che si interessa a tutte le cose, al male e al bene del mondo, e ci ragiona sopra. 


Il sentiero dei nidi di ragno, 1947

No, i suoi pensieri sono logici, può analizzare ogni cosa con perfetta chiarezza. Ma non è un uomo sereno. Sereni erano i suoi padri, i grandi padri borghesi che creavano la ricchezza. Sereni sono i proletariche sanno quel che vogliono, i contadini che ora vegliano di sentinella ai loro paesi, sereni sono i sovietici che hanno deciso tutto e che ora fanno la guerra con accanimento e metodo, non perché sia bello, ma perché bisogna. I bolscevichi! L'Unione sovietica è forse un paese sereno. Forse non c'è più miseria umana laggiù. 

In che senso Calvino era comunista

Nel 1944, prima di unirsi ai partigiani, Italo Calvino aderisce al partito comunista. Lo scrittore poi resterà fedele a questa scelta fino al dissenso sui fatti d'Ungheria e alle dimissioni rassegnate nel 1957. Egli tuttavia ha sempre mantenuto una sua autonomia di giudizio in campo culturale, anche se a volte si è lasciato traviare da un qualche pregiudizio. Tendeva a vedere nel partito un riferimento necessario senza per questo sentirsi obbligato a sposarne gli indirizzi culturali imposti dalla tradizione. Fu sempre scettico nei confronti dell'imperativo realista nel campo dell'arte, per esempio. In una dichiarazione del 1960 definiva anarchica la sua disposizione d'animo fondamentale: "La mia scelta del comunismo non fu affatto sostenuta da motivazioni ideologiche. Sentivo la necessità di  partire da una "tabula rasa"  e perciò mi ero definito anarchico. Verso l'Unione Sovietica avevo tutto l'armamentario di diffidenze e obiezioni che si avevano di solito, ma risentivo pure del fatto che i miei genitori erano sempre stati inalterabilmente fliosovietici. Ma soprattutto sentivo che in quel momento quello che contava era l'azione, e i comunisti erano la forza più attiva e organizzata" (Album Calvino, 58-59). Certo, negli anni del più stringente legame con il partito, Calvino moltiplica i richiami a posizioni ideologiche di natura marxista. Eppure, come ha fatto notare Gianfranco Ferretti, la sua posizione era in fondo, già allora, "quella di un razionalista diviso tra i philosophes e Rousseau" (Le capre di Bikini, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 13).   


Il voto operaio per l'estrema destra in Germania


Sebastiano Canetta
Sedotti dall'Afd: l'«onore perduto» delle tute blu tedesche
il manifesto, 11 febbraio 2025

La catena di montaggio di Alternative für Deutschland, dove le tute blu si tingono di nero e la rivendicazione di base è «Prima i tedeschi!». Un’autentica fabbrica di voti per i fascio-populisti di Alice Weidel, pronti a sfruttare a fondo il diffuso malessere degli operai tedeschi: dalle centinaia di migliaia di lavoratori dell’automotive mandato in crisi dal fallimento della conversione elettrica, fino ai dipendenti altrettanto numerosi dell’industria petrolifera smontata dalle sanzioni contro la Russia.

SETTE ANNI DOPO la cacciata del leader dell’ala destra di Afd, Björn Höcke, dal presidio operaio davanti allo stabilimento Opel di Eisenach, il suo messaggio politico ha ampiamente oltrepassato il cancello.

«L’influenza dell’estrema destra ha colpito in profondità. Secondo la Fondazione Konrad Adenauer in Turingia alle ultime elezioni il 42% delle tute blu iscritte al sindacato ha votato per Afd, mentre la quota dei colletti bianchi è stata del 30%», come ricorda l’ultima analisi della Bundes­zentrale für politische Bildung (Bpb), l’agenzia federale per l’educazione civica collegata al ministero dell’Interno.

Nonostante i milioni di antifascisti scesi in piazza nell’ultimo anno, in fabbrica lo spettro nero non fa più paura come prima. «Tra gli iscritti ai sindacati si registra una banalizzazione del nazismo superiore alle previsioni» con il 13% dei lavoratori ormai su posizioni coincidenti di fatto con l’ideologia del Terzo Reich.

ALLA BASE NON C’È nessuna conversione di massa al verbo di Afd, bensì «il forte e radicato sentimento degli operai tedeschi di far parte di una classe socialmente svantaggiata, svalutata e quindi disonorata» sottolinea lo studio della Bpb intitolato non a caso a L’onore perduto delle tute blu.

MENTRE IN PARALLELO la partecipazione al sindacato è diminuita costantemente. Dall’ultima indagine generale sulle scienze sociali, che in Germania viene pubblicata con cadenza biennale dal 1980, solo il 22% degli operai ha la tessera di una delle organizzazioni di categoria.

«Da molti anni la copertura della contrattazione collettiva è in calo fra le imprese». Non è un fenomeno solo tedesco ma parte del «trend internazionale che sta dando impulso alla rivolta della destra. Già in uno studio pionieristico della fine degli anni ‘80, Stéphane Beaud e Michel Pialoux spiegarono come la progressiva decollettivizzazione dei rapporti di lavoro porta alla perdita dell’orgoglio da parte degli operai e di conseguenza al voto a destra».

Così, il nemico di classe non è più il padrone ma lo straniero che ruba il lavoro e abbassa il salario. «La ribellione degli operai tedeschi, tradizionalmente di centro-sinistra, per avere perso il proprio status sociale non ha trovato sbocchi» se non nei partiti sovranisti. Soprattutto «i teorici della nuova destra e i suoi attori politici sono riusciti a reinterpretare con successo il conflitto di classe come una lotta etnica tra interno ed esterno».

NON È UNA RIVOLUZIONE nera; piuttosto «una pseudo-rivolta che si conforma alla classe dominante, perché Afd nel proprio programma elettorale difende le leggi del libero mercato, non il lavoro degli operai».

Un piano suicida per le tute blu, emblematico però del livello di disperazione provocata dal corto circuito della politica economica tedesca. Nonostante il tasso di disoccupazione in calo, la riduzione dei disoccupati di lunga durata e l’innalzamento della paga oraria, i lavoratori sull’orlo della soglia della povertà in Germania ha raggiunto il livello record del 16%.

martedì 14 gennaio 2025

L' operaio reale






Barbara Carnevali, Se la sinistra ha perduto la bussola dei lavoratori
La Stampa, 14 gennaio 2025

 Ogni volta che si parla di crisi della sinistra lo si ricorda: la parte politica che ai tempi della Rivoluzione francese occupava il lato sinistro dell'assemblea ha perso il suo elettorato di riferimento. Non sa più rappresentare i poveri – ciò che, a seconda delle visioni, si è chiamato il popolo, gli ultimi, il Quarto stato, il proletariato, oggi di nuovo il popolo.


A leggere l'ultimo libro di Riccardo Staglianò, Hanno vinto i ricchi, sembra che la sinistra i poveri non riesca nemmeno a vederli. Qualcuno obietta che la classe operaia non esiste più, dissoltasi negli anni '80 con la fine della grande industria. Poi c'è l'accusa di farsi scippare gli elettori. La sinistra liberal, ritenuta responsabile in America dell'elezione di Trump, è ormai la classe dei borghesi cosmopoliti e colti, preoccupati dei diritti civili più che dei diritti sociali, attenti alle desinenze delle parole invece che alla perdita di potere di acquisto dei salari. Sulla versione nostrana di questo «tipo» sociale (a cui, sia detto con franchezza, appartiene in toto chi scrive questo articolo) ha detto molto Virzì nella commedia Caterina va in città: quelli di sinistra vivono in case piene di libri e poster del Che, vanno alle manifestazioni per la pace e ai girotondi, ascoltano Nick Cave (la descrizione è datata agli anni duemila, ma basta aggiornarla).
La morale del film preannunciava l'avvento dei 5 Stelle e del populismo piccolo-borghese. Ma non rispondeva alle domande: esiste ancora il proletariato? E come vive, cosa pensa? Non fu facile spiegare che questi giovani «operai», che rifiutavano anche solo l'idea di indossare le scarpe antinfortunistica fornite dalla ditta perché gli facevano schifo esteticamente, che si facevano tutti almeno un paio di lampade la settimana, che si indebitavano per comprarsi una Golf Tdi del cavolo, o per passare un paio di settimane in uno spermodromo caraibico, che passavano i fine-settimana tra discoteche e after hours, spesso e volentieri impasticcati, la cui stragrande maggioranza si professava e votava a destra, fossero irrimediabilmente estranei a quella sua immagine così arcaica da potersi considerare parte non dell'archeologia, ma della paleontologia industriale. È un brano di Works di Vitaliano Trevisan (1960-2022). Splendido, raro esempio di «letteratura vera», giustissima per stile e per fedeltà alla vita, quel tipo di lettura cui non smetti di pensare mentre fai altre cose o di notte quando hai l'insonnia, perché senti che per qualche ragione ti riguarda. Nella forma di un'autobiografia disperata e cupa (l'autore si è suicidato pochi anni dopo la sua pubblicazione nel 2016), è uno straordinario reportage sociale, del genere più attendibile perché vissuto sulla propria pelle, non per curiosità o desiderio di espiazione del privilegio, ma per necessità. Costretto a lavorare fin dall'adolescenza, Trevisan in quarant'anni ha fatto di tutto: muratore, spacciatore, gelataio in Germania, apprendista designer in un famoso studio di Vicenza, progettista di cucine, magazziniere di cuscinetti a sfera, corriere per orafi, impiegato del comune, sceneggiatore e, ovviamente, scrittore. Il suo è un giro completo del mondo sociale, ma ha i suoi momenti più intensi quando incontra il neoproletariato del Nord Est, l'equivalente italiano dell'elettorato di Trump: maschi bianchi, in prevalenza veneti, tatuati come gli avanzi di galera che talvolta sono, parlano in dialetto bestemmiando ogni due parole.
Sfruttati, pagati spesso in nero, sfiancati dal lavoro fisico, pranzano in tavolate nelle trattorie a prezzo fisso, nel tempo libero vanno in discoteca o a prostitute; politicamente scorretti, rancorosi verso le donne che prima di accettare un invito cercano di capire quanto guadagni dal mazzo delle chiavi della tua macchina, razzisti oltre che misogini, ma sempre pour cause: e questo fa tutta la differenza, perché permette di capire meglio, non certo di giustificare. ... Questa è la realtà, baby. Works è il rimprovero che deve tormentare la coscienza felice della sinistra. Bisognerebbe renderne obbligatoria la lettura: un corso di aggiornamento per politici smarriti.

mercoledì 11 giugno 2014

Nuove frontiere per la sinistra: Bobbio e oltre

Mario Lavia 
Rileggere Bobbio e cercare ancora
L'ultimo numero di Lettera Internazionale dedicato al "cantiere Europa" 
Europa, 11 giugno 2014

... Qui si riprende una bellissima intervista che gli fece uno dei fondatori di Lettera Internazionale, un intellettuale socialista la cui memoria resta negli studiosi ma forse non nel grado che gli spetterebbe, Federico Coen, che pone al grande intellettuale torinese domande acute sulla fine del comunismo, la crisi dello stesso socialismo, e sulla necessità di disegnare «nuove frontiere» per la sinistra – e quali. Bobbio risponde con pacatezza, di solito con frasi brevi ma densissime di pensiero, lungo un filo di coerenza robusta di liberale e di socialista – liberale sui generis, socialista sui generis.
Siamo a una manciata di mesi dalla caduta del Muro, cioè del fallimento dell’esperienza storica chiamata comunismo, esperienza che il liberalsocialista Bobbio aveva combattuto per una vita anche attraverso memorabili battaglie delle idee (fondamentale quella con Togliatti sul rapporto tra politica e cultura nei primi anni Cinquanta): ed ecco che nel 1989 il crollo del comunismo rischia di trascinare con sé anche l’idea socialista e finanche qualsivoglia tensione progressiva figlia della Rivoluzione francese. Un colpo gigantesco all’idea di far scorrere il Progresso dentro i canali della Politica.
Ma nella grande crisi del progressismo  Bobbio scorge invece i barlumi di un ulteriore riscatto: «Gran parte dei problemi a cui il comunismo pretendeva di dare soluzione una volta per tutte ce li troviamo davanti intatti. Dobbiamo cercare nuove risposte, altro che celebrare il trionfo del capitalismo!». Sta qui l’intima contraddizione fra tensione anticapitalistica e evoluzione della democrazia, come apparirà anche a molti intellettuali di sinistra qualche lustro più tardi.
Non solo. Il filosofo torinese si rende conto come la classe operaia, ormai «largamente minoritaria», non possa più ragionevolmente essere vista come il soggetto “liberante”, né che gli schemi politici della sinistra italiana riescano a reggere ancora: «La formula che più mi convince – dice Bobbio, abbastanza in sintonia con le prime analisi del nuovo Pds sorto dalle ceneri del Pci – è quella di una “sinistra dei diritti”».
Già, una nuova sinistra. «Resta il fatto che oggi richiamarsi alla sinistra ha una sua giustificazione – spiega il filosofo – in quanto la “sinistra” comprende i socialisti ma comprende anche tutti quei movimenti nuovi che sono sorti da situazioni di fatto che i partiti socialisti non avevano previsto. È vero che oggi la dicotomia sinistra/destra è molto contestata (su questo, Bobbio scriverà più tardi un libretto famosissimo, peraltro riedito in questi ultimi mesi-ndr), ma io ritengo che abbia ancora un valore distintivo profondo».
Nuova sinistra, nuovi diritti. Non più solo quelli “classici”, inerenti alle problematiche del lavoro o sociali ma pure quelle nuove, l’ambiente, i temi etici, la riservatezza. Più l’individuo che la classe. E qui si ritorna al più genuino filone liberale – quello che sa dialogare con la cultura “alta” del cattolicesimo – che in Norberto Bobbio ha uno dei suoi punti più alti, da rileggere sempre.

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Per il testo originale dell'articolo in questione si veda Norberto Bobbio, Le nuove frontiere della sinistra. Intervista di Federico Coen, Lettera Internazionale, n. 30, IV trimestre 1991. 

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Su ciò che rimane irrisolto dopo la caduta del comunismo si è espresso anche François Furet ne Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano, 1995. Ecco cosa scriveva in proposito Jean Birnbaum (Le Monde, 20 août 2008):

... Le vrai enjeu était ailleurs, et nous voici revenus à la conclusion du livre. Une chose est de constater le désastre auquel a abouti la "mythologie" soviétique, en effet, autre chose est de décréter que l'idée même d'une autre société est désormais épuisée. Cette objection a été formulée par Claude Lefort dans La Complication (Fayard, 1999). Le philosophe y posait la question : peut-on vraiment faire du communisme une "illusion", une simple "divagation de l'esprit", sans prendre en compte le réel social et politique des luttes idéologiques ? "La première tâche est de revenir au concret", tranchait Claude Lefort, ajoutant qu'alors, si "le communisme appartient au passé, (...) en revanche la question du communisme reste au coeur de notre temps".

Sur ce point comme sur bien d'autres, pourtant, Le Passé d'une illusion apparaît moins arrogant que ne l'ont dit ses détracteurs, fustigeant la morgue d'un manifeste "néolibéral". Bien plus contradictoire, aussi, que ne l'ont prétendu ses admirateurs, célébrant "l'audace" d'un brûlot anticommuniste. Car, loin d'être satisfait, le libéralisme de l'historien apparaissait plutôt "mélancolique", selon une jolie formule de Pierre Hassner. Lui-même ancien militant stalinien (de 1945 à 1949), François Furet savait de quoi il parlait. Cette dimension autobiographique donne au livre une fragilité et un mystère qui restent entiers.

A la toute fin de son ouvrage, du reste, il admettait que la fin de l'URSS laissait intact "le besoin d'un monde postérieur à la bourgeoisie et au Capital, où pourrait s'épanouir une véritable communauté humaine". Là est la différence entre l'auteur du Passé d'une illusion et certains de ses héritiers autoproclamés. François Furet a retracé les tragédies de la passion révolutionnaire, il a écrit l'histoire de ses emballements et de ses crimes. Mais il ne haïssait pas l'espérance. Jusque dans l'effroi, il continuait d'en témoigner.