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mercoledì 18 marzo 2015

Il jhadista della porta accanto

Khaled Fouad Allam intervistato da Alberto Laggia
Famiglia cristiana, 22 novembre 2014

















L’Occidente ha sottovalutato la minaccia dell’Isis, la sua capacità di proselitismo e la radicalizzazione dei giovani musulmani in Europa. «Mi stupisce che non si siano presi sul serio gli allarmi e le analisi degli esperti che da tempo mettevano in guardia dalla pericolosità di questo fenomeno, per molti aspetti nuovo».
Si sente un po’ come una Cassandra inascoltata Khaled Fouad Allam, sociologo, islamista ed esperto di questioni mediorientali. Nel suo ultimo libro Il jihadista della porta accanto (Piemme), cerca di fare luce su questa nuova forma di totalitarismo che si muove nella globalizzazione e spiega perché è destinata a fare sempre più seguaci tra le nuove generazioni nei nostri Paesi. Nel silenzio assordante dei Governi occidentali.
«Il terrorismo dell’Isis non ha nulla a che fare con i fenomeni della fine del ’900 e di questi ultimi anni. Questo è basato sulla destabilizzazione: vuole, cioè, creare con gli attentati e le decapitazioni la paura assoluta, la globalizzazione dell’orrore che metta a sua volta in moto un sistema di sicurezza così imponente e ossessivo da creare un’ansia sul piano mondiale».
E il jihadista della porta accanto?
«Può essere chiunque, islamico d’origine o convertito, caduto nelle trappole di qualche cattivo maestro. Perciò difficile da identificare anche perché adotta particolari tecniche di nascondimento. Ecco perché la prevenzione è assai più difficoltosa rispetto a quella che si faceva coi terroristi classici».
Che caratteristiche hanno i giovani che si arruolano nell’Isis?
«Ci sono due tipologie di aderenti: la prima, di cui faceva parte, ad esempio, Khaled Kelkal, il cosiddetto primo jihadista europeo, quel ragazzo franco-algerino giustiziato vicino a Lione dai gendarmi francesi, nel 1995. Era un giovane che si era ri-islamizzato in prigione. La seconda tipologia è il giovane che, al contrario, è del tutto integrato, che si avvicina, grazie alla Rete, alla cultura fondamentalista; cade nella trappola e diventa seguace di una logica eversiva. Internet in questo senso è un pericolo se non governato».
Perché attecchisce nella nostra società questo pensiero eversivo?
«Non c’è mai un solo fattore generante. Certo, la crisi economica può influire, perché marginalizza ancor più i giovani, ma non mi sembra la ragione decisiva. Tutto parte dalla caduta del Muro di Berlino, dalla crisi delle grandi ideologie e la fine delle utopie collettive. A questi ragazzi l’islam politico può apparire, nel vuoto ideologico creatosi quasi trent'anni fa e nella secolarizzazione, come una nuova forma di utopia e speranza collettiva».
Eravamo alcuni anni dopo la rivoluzione khomeinista…
«A partire da quella rivoluzione del 1979, l’islam politico ha lavorato contro tutto ciò che è di matrice occidentale, a iniziare dalle società democratiche. La democrazia è considerata “immondizia occidentale” da cui allontanarsi per tornare alla purezza delle origini. Attenzione che non a caso il testo del califfato si chiama “La promessa di Allah”».
Perché lo jihadismo è assai più pericoloso del fondamentalismo talebano e del movimento di Al Qaeda?
«Perché l’Isis è riuscito dove hanno fallito gli altri. Ha messo insieme gran parte dei movimenti fondamentalisti, e poi ha risolto l’equazione più ardua: passare da una realtà di contestazione a una vera e propria istituzione. L’Isis è un califfato, uno Stato a tutti gli effetti, sebbene non riconosciuto dalla comunità internazionale. E Stato vuol dire tante cose: un’amministrazione, un esercito e, diversamente da Al Qaeda, un perimetro in estensione, una struttura».
La strategia di contrasto solo con i bombardamenti aerei non basta…
«No, è necessaria la guerra tradizionale, cioè soldati che combattano strada per strada. Quello che stanno facendo i curdi ora».
Ma gli Stati occidentali hanno smesso di fare la guerra tradizionale...
«Però, citando un verso di Hölderlin, “là dove cresce il pericolo, cresce la salvezza”. Ma quel che serve di più, oggi, è un dialogo su basi nuove tra islam e Occidente. È un lavoro lungo, ma decisivo. Ne va dei futuri equilibri sociali, anche perché l’islam non è più lontano, ma è dentro le nostre società. Non è più ipotizzabile un atteggiamento da “conquistatore”. Ruolo importante in questo senso possono avere la Chiesa cattolica e il Papa e quanti nel mondo musulmano condividono i valori della democrazia. Ma bisogna aiutare questi intellettuali e non silenziarli come si fa oggi».
Non le pare che la politica ascolti poco queste voci?
«Sta accadendo quello che si è verificato con la questione ambientale. Per tanti anni la politica ha negato l’effetto serra, per poi accorgersi che gli esperti avevano ragione».

lunedì 1 settembre 2014

Il terrorismo

Francesco Tuccari


1. Nel decennio compreso tra l’inizio degli anni Novanta del Novecento e i primi anni del XXI secolo il terrorismo ha continuato a costituire, su scala planetaria, uno strumento di destabilizzazione assai efficace, sia nelle sue molteplici e ormai ben note varianti "nazionali’ sia sul terreno assai insidioso della politica e delle relazioni internazionali. Mentre tuttavia nella sua prima e più tradizionale fattispecie – quella del terrorismo che potremmo genericamente definire "interno" – il fenomeno si è andato riproducendo secondo modalità ormai da tempo sperimentate e semmai, a seconda dei casi, con qualche relativa o anche significativa flessione, nella seconda fattispecie – quella del terrorismo "internazionale" – esso ha assunto dimensioni, intensità e implicazioni nuove e di enorme rilievo. Come infatti è stato più volte rilevato nella letteratura e come hanno drammaticamente mostrato gli spettacolari attentati dell’11 settembre 2001 contro il World Trade Center di New York e il Pentagono a Washington, il terrorismo "globale" – secondo una definizione sempre più spesso utilizzata da studiosi e osservatori politici – è divenuto parte integrante del nuovo ordine/disordine mondiale subentrato dopo il 1989-91, al tramonto dell’età bipolare. Di più: è diventato – o quanto meno sembra destinato a diventare – una delle forme privilegiate e senza dubbio più pericolose delle guerre che con ogni probabilità si combatteranno nel terzo millennio. Non soltanto in aree geopolitiche tradizionalmente instabili, ma anche nel cuore stesso dell’Occidente. È questa, per citare un unico autorevole esempio, la tesi che François Heisbourg ha fissato nel suo breve ma densissimo libro su Il futuro della guerra (Garzanti, Milano 1999). Nel quale, per l’appunto, si sostiene che nei prossimi venticinque anni, accanto alle "guerre degli Stati criminali" scatenate da violente dittature antioccidentali in possesso di armi di distruzione di massa (tra il Nord Africa e l’Afghanistan), accanto alle "guerre di secessione" innescate da sottogruppi alla ricerca del potere (dal subcontinente indiano all’Africa subsahariana, dai Balcani ai territori dell’ex Unione Sovietica) e accanto alle "guerre classiche clausewitziane" che perseguiranno obiettivi ottocenteschi con gli strumenti del XXI secolo (soprattutto in Asia orientale), si affiancherà ancora una quarta categoria di "guerre", che coinvolgeranno con gravissime conseguenze in special modo i paesi industrializzati: le "guerre di disgregazione" dirette da gruppi interni e stranieri con strumenti che spazieranno dal "terrore estremo", con l’impiego di armi chimiche, batteriologiche e al limite nucleari, alla "distruzione virtuale" della cyberguerra.

In un simile quadro, in cui gli stessi confini tra terrorismo e guerra vengono sempre più a confondersi, è difficile abbozzare un tentativo di ridefinizione di un fenomeno che è peraltro risultato quasi sempre refrattario a concettualizzazioni in qualche modo univoche. Conviene piuttosto provare a costruire una mappa, necessariamente schematica, dei principali "terrorismi" vecchi e nuovi che hanno operato nel decennio in questione*. Per poi svolgere qualche breve considerazione di carattere più generale sul rapporto che lega alcune forme di terrorismo globale" – connesse per lo più a frange estreme del fondamentalismo islamico e sostenute più o meno apertamente da quelli che vengono chiamati gli ‘Stati-sponsor’, (o ‘Stati-canaglia’) – agli scenari possibili della politica internazionale tra XX e XXI secolo**.

* 2. Sono all’incirca una cinquantina le principali organizzazioni terroristiche interne e internazionali che, sotto un numero assai più ampio di sigle e con svariate ramificazioni, operano attualmente nel mondo: in Europa, in America Latina, nel Nord America, in Medio Oriente, in Asia, in Africa e nei territori dell’ex Unione Sovietica. Molte di esse hanno una storia ormai pluridecennale. Altre, invece, sono sorte e si sono consolidate tra la fine degli anni Ottanta e il principio degli anni Novanta del secolo scorso, vale a dire alla vigilia o durante il decennio che ci interessa qui analizzare. Tra i gruppi terroristici che possiamo definire "storici", alcuni hanno mantenuto sostanzialmente intatte le proprie strutture organizzative e le proprie capacità operative. Altri, invece, sembrerebbero ormai avviati sulla strada di una crisi senza ritorno, nonostante episodici ma altamente drammatici sussulti di violenza. Più in generale, parrebbe per il momento conclusa, quanto meno in Europa, la parabola dei terrorismi di carattere ideologico-politico, che hanno conosciuto una rilevante fioritura soprattutto negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta. Mantengono invece una notevole vitalità e, in alcuni casi, grandi capacità di escalation i terrorismi legati per un verso a rivendicazioni autonomistiche, indipendentistiche e nazionalistiche, e per un altro verso a fondamentalismi religiosi e confessionali di vario tipo, in primo luogo al fondamentalismo islamico. Si è dimostrato altrettanto vitale il cosiddetto "narcoterrorismo", mentre sono andati più in genere consolidandosi i rapporti tra le attività terroristiche e quelle della criminalità organizzata, che per parte sua – così ad esempio la mafia in Italia – ha sempre più spesso fatto ricorso in prima persona a metodi di violenza e di intimidazione tipicamente terroristici. Alimentato da irrisolti conflitti di carattere nazionale (prima fra tutte la questione palestinese), ulteriormente potenziato dalle parole d’ordine dei gruppi più radicali del fondamentalismo islamico (l’appello alla "guerra santa" contro il grande e il piccolo Satana: gli Stati Uniti e Israele), sostenuto dagli interessi politici ed economici di alcuni Stati-sponsor quali l’Afghanistan dei taleban e l’Iraq di Saddam Hussein, inestricabilmente legato alle attività della criminalità organizzata (in particolare al traffico di droga e armi), deciso ad utilizzare tutti gli strumenti possibili (iella violenza politica (dall’assassinio individuale, alla strage ad opera di kamikaze sino all’impiego di armi chimiche e biologiche), è stato soprattutto il terrorismo internazionale - come si è già detto – a dominare la scena negli ultimi anni. Si deve peraltro aggiungere che, accanto a questi differenti terrorismi, hanno continuato ad essere più in generale molto diffuse le pratiche del terrore messe in opera su vasta scala dagli Stati stessi: da un lato, nel corso delle numerose guerre che hanno costellato il periodo (in particolare nella ex Iugoslavia); dall’altro lato, nei confronti soprattutto degli oppositori politici interni e delle minoranze nazionali (si pensi soltanto alla drammatica vicenda del popolo curdo).

In Europa, tra i terrorismi "storici’ che sembrano aver ormai esaurito ogni ulteriore e significativa capacità di sviluppo, si devono ricordare innanzitutto le Brigate Rosse che hanno segnato una delle pagine senza dubbio più drammatiche della storia dell’Italia repubblicana. Di fatto già in crisi all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro (1978) e del rapimento del generale americano James Dozier (1981), pressochè del tutto scomparse dopo l’uccisione del senatore Ruffilli (1988), grazie anche ad una più efficace opera di repressione da parte dello Stato, esse hanno tuttavia improvvisamente riconquistato la scena, nel maggio del 1999, rivendicando l’omicidio dell’avvocato Massimo D’Antona. già sottosegretario nel governo Dini, poi consulente del governo Prodi e. all’epoca dell’agguato, consigliere del ministro Antonio Bassolino nel governo D’Alema. Un destino in qualche modo analogo è toccato alla tedesca Rote Armee Fraktion, sorta nel maggio del 1970 dal’gruppo Eaader Meinhof e attiva per una gran parte degli anni Settanta e Ottanta come uno dei più agguerriti gruppi terroristici europei. Dopo un ultimo omicidio rivendicato nel 1991, un attentato dinamitardo nel 1993 e un silenzio protrattosi per cinque anni, nell’aprile del 1998 la RAF, con un comunicato a sorpresa, ha annunciato il proprio definitivo scioglimento, sottolineando come suo errore strategico di fondo "quello di non aver dato vita a una organizzazione sociale e politica che potesse affiancare la struttura militare illegale". Assai diversa è la parabola seguita da due altre organizzazioni storiche del terrorismo europeo, legate peraltro a due complesse questioni "nazionali": l’IRA (Irish Republican Army), sorta nel 1919, e l’ETA (Euzkadi Ta Askatasuna, Terra basca e libertà), fondata nel 1959, attive rispettivamente nell’Irlanda del Nord e in Spagna. Entrambi i gruppi, nonostante importanti momenti di tregua e di "cessate il fuoco", hanno continuato a operare con i tradizionali metodi del terrore – soprattutto omicidi e attentati dinamitardi – per tutto il corso degli anni Novanta e nei primi anni del nuovo secolo: da ultimo l’ETA, nell’ottobre del 2001, con un’autobomba fatta esplodere nel centro di Madrid. Di un certo rilievo, ancora, le azioni della Organizzazione Rivoluzionaria 17 novembre, un gruppo di estrema sinistra operante in Grecia sin dal 1975, che nell’ultimo decennio del XX secolo si è distinto in vari attentati terroristici, tra cui il lancio di alcuni missili contro l’ambasciata tedesca ad Atene e l’assassinio, nel giugno del 2000, dell’addetto militare dell’ambasciata britannica Stephen Saunders.

Fuori d’Europa il terrorismo – spesso in stretta relazione con movimenti più diffusi di guerriglia – ha in parte mantenuto e in parte assunto una grande varietà di volti, In India, ad esempio, hanno continuato a operare in modo significativo, per lo meno sino alla prima metà degli anni Novanta, le varie famiglie del terrorismo Sikh, già responsabile nel 1984 dell’assassinio di Indira Gandhi. Nelle Filippine, accanto al terrorismo islamico di cui parleremo più avanti, è rimasto attivo per tutto il decennio il Nuovo Esercito del Popolo, una formazione di ispirazione maoista sorta nel dicembre 1969, che ha preso di mira in modo particolare obiettivi americani. Nello Sri Lanka le Tigri Tamil, che sin dal 1983 combattono con le armi il governo del paese, hanno fatto ricorso in maniera assai rilevante a strategie di tipo terroristico, distinguendosi in special modo in attentati dinamitardi suicidi, realizzati dal gruppo delle cosiddette Tigri Nere. lì Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), di ispirazione marxista-leninista, fondato nel 1974 con l’obiettivo di creare uno stato curdo indipendente nelle regioni sud-orientali della Turchia (a maggioranza curda), ha operato con metodi terroristici per tutto il corso degli anni Novanta non soltanto nella stessa Turchia, ma anche in diverse città europee, contro obiettivi diplomatici e commerciali turchi, entrando in crisi dopo l’arresto del suo leader Abdullah Ocalan nel 1999 e dichiarando nel 2000 la sua intenzione di convertirsi alla lotta legale in favore dei diritti dei curdi. Sempre in Turchia, e sempre nel corso degli anni Novanta, il Fronte Rivoluzionario per la Liberazione del Popolo, una formazione di ispirazione marxista violentemente ostile agli Stati Uniti e alla Nato, ha condotto azioni terroristiche contro obiettivi turchi e americani. Anche l’Armata Rossa Giapponese – fondata intorno al 1970 con l’obiettivo di rovesciare il governo e le istituzioni imperiali giapponesi e di fomentare la rivoluzione mondiale, legata a gruppi terroristici palestinesi e divenuta drammaticamente nota per il massacro realizzato nel 1972 all’aeroporto di Tel Aviv – ha continuato a operare negli anni Novanta con basi logistiche non solo in Giappone ma anche a Manila e Singapore. Verso la fine del decennio, tuttavia, dopo il fallimento di un attentato dinamitardo negli Stati Uniti (1998) e l’arresto in Giappone della sua leader storica Fusako Shigenobu (2000). ha dichiarato ormai definitivamente esaurita la strategia del terrore.

Un interesse particolare rivestono le formazioni terroristiche e di guerriglia che hanno operato e in parte continuano ancora a operare nella complessa realtà dell’America Latina, seppure nel segno dì una crisi sempre più evidente. Tra queste si devono almeno ricordare il Fronte patriottico Manuel Rodriguez, sorto nel 1983 come frangia armata del Partito comunista cileno e ancora attivo negli anni Novanta del Novecento, sebbene profondamente indebolito da una sistematica opera di repressione; le Forze ribelli popolari Lautaro fondate, sempre in Cile, verso la fine degli anni Ottanta; l’Esercito di liberazione nazionale e i guerriglieri Tupac Katari in Bolivia, ancora attivi nella prima metà degli anni Novanta; le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, operanti sin dal 1964 in quanto ala militare del Partito comunista, spesso in connessione con i narcotrafficanti, e l’Esercito di liberazione nazionale colombiano, un gruppo marxista sorto nel 1965 e ispirato a Fidel Castro e Che Guevara, che tra il 1999 e il 2000 ha avviato, insieme alle Forze armate rivoluzionarie, un tentativo di dialogo con il governo; Sendero luminoso, sorto verso la fine degli anni Sessanta in Perù e divenuto negli anni Ottanta uno dei più attivi e violenti movimenti terroristici dell’America Latina; e, ancora, il Movimento rivoluzionario Tupac Amaru, attivo anch’esso in Perù sin dal 1983, di ispirazione marxista-leninista, salito alla ribalta delle cronache nel dicembre 1996 per un clamoroso assalto alla residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima, dove per ben quattro mesi un kommando tenne in ostaggio 72 persone, fino all’aprile del 1997, quando le forze antiterrorismo fecero irruzione nella residenza liberando gli ostaggi e uccidendo tutti i terroristi.

Un rilievo del tutto particolare hanno i gruppi terroristi in vario modo legati al fondamentalismo islamico, i quali, radicati in una area vastissima compresa tra Africa Settentrionale, Medio Oriente e Asia, e con capacità di azione su scala planetaria, hanno giocato un ruolo fondamentale nel terrorismo internazionale di questi ultimi anni. Tra essi, l’organizzazione Abu Nidal, sorta nel 1974 da una scissione dell’OLP, ritenuta responsabile nel 1985 di due gravi attentati negli aeroporti di Roma e di Vienna, tuttora attiva probabilmente con basi in Iraq; la Jihad islamica palestinese, nata già negli anni Settanta con l’obiettivo di distruggere lo Stato di Israele attraverso la guerra santa e responsabile di svariati attentati terroristici – molti dei quali con l’impiego di kamikaze – nella striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Israele; il Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, fondato nella seconda metà degli anni Sessanta da George Habbash e ostile – come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina - Comando generale (con sede a Damasco) – a qualsiasi prospettiva di pacificazione con Israele; il Fronte per la Liberazione della Palestina, divenuto celebre nel 1985 per il sequestro dell’Achille Lauro; la Jihad islamica e Al-Gama’a AI-lslamiya, due gruppi estremistici islamici fondati in Egitto negli anni Settanta, il secondo dei quali – con ogni probabilità responsabile del massacro di Luxor del 1997, che ha provocato la morte di quasi una sessantina di turisti stranieri – ha proclamato una tregua nel 1999; il gruppo Hezbollah, il "Partito di Dio", fondato in Libano, già noto per due gravissimi attentati realizzati a Beirut nella prima metà degli anni Ottanta contro una caserma di militari statunitensi (1983) e l’ambasciata americana (1984), costati la vita rispettivamente a 200 e a 14 persone; il Gruppo Islamico Armato, attivo in Algeria a partire dal 1992, l’anno in cui furono annullate le elezioni vinte dal Fronte Islamico di Salvezza, e responsabile di una catena impressionante di attentati, in cui sono morte ormai decine di migliaia di persone; i Mujahidin del Popolo, che agiscono in Iran: Harakat ul-Mujahidin, operante in Pakistan, probabilmente in contatto con Osama Bin Laden, e attivo in special modo nel Kashmir, Jamaat ul-Fuqra, anch’esso radicato in Pakistan, ma attivo attraverso alcune cellule negli stessi Stati Uniti; il gruppo Abu Sayyaf, attivo nelle Filippine con l’obiettivo di creare uno stato islamico nelle province meridionali del paese e distintosi nel 2000 per il sequestro di una ventina di turisti occidentali liberati poi, dopo diversi mesi, con la mediazione della Libia.

Tra i gruppi terroristici islamici hanno assunto un ruolo particolarmente importante Hamas e AI-Qaeda. Sorta nel 1987 in quanto gruppo palestinese della "Fratellanza musulmana", Hamas ha le sue principali basi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza ed è direttamente implicata nell’ondata di attacchi suicidi che soprattutto nell’ultima parte degli anni Novanta e nel 2000-2001 hanno insanguinato Israele e i Territori. Al-Qaeda è invece l’organizzazione fondata dallo sceicco saudita Osama Bin Laden tra la fine degli anni Ottanta e il principio degli anni Novanta con l’obiettivo di scatenare la guerra santa contro l’Occidente e gli stessi paesi arabi moderati in vario modo compromessi con il grande e il piccolo Satana: gli Stati Uniti e Israele. A questo scopo, essa ha dato vita nel giugno 1998 al Fronte internazionale islamico, a cui hanno aderito tutti i principali gruppi jihadisti radicali. Ad Al-Qaeda e al suo leader è stata attribuita la responsabilità diretta o indiretta di una lunga serie di attentati terroristici "internazionali": la bomba esplosa in un albergo di Aden, nello Yemen, in cui soggiornavano militari americani diretti in Somalia, che uccise invece due turisti austriaci (29 dicembre 1992); l’attentato con un autobomba al World Trade Center di New York, in cui persero la vita sei persone e ne rimasero ferite oltre un migliaio (26 febbraio 1993); l’uccisione di diciotto militari americani a Mogadiscio (3ottobre 1993); il fallito attentato contro il presidente egiziano Hosni Mubarak in visita ad Addis Abeba (26 giugno 1995); l’attentato contro la Guardia Nazionale dell’Arabia Saudita, in cui persero la vita cinque soldati americani e due indiani, con oltre sessanta feriti (13 novembre 1995); l’autobomba esplosa nel quartier generale dell’aeronautica statunitense a Khobar, in Arabia Saudita, che uccise diciannove soldati e ne ferì circa trecento (25 giugno 1996); il già citato massacro di turisti stranieri a Luxor (17 novembre 1997); l’attentato dinamitardo contro le ambasciate americane di Nairobi e Dar es-Salaam, in cui persero la vita complessivamente 258 persone, con migliaia di feriti (7 agosto 1998); l’attentato contro un cacciatorpediniere statunitense, nel porto di Aden, condotto da un kommando suicida su un gommone imbottito di esplosivo, che fece diciassette vittime e una quarantina di feriti (12 ottobre 2000); e infine i tragici attentati di New York e Washington dell’11 settembre 2001, i più gravi e spettacolari atti terroristici mai compiuti nella storia, realizzati attraverso il dirottamento pressoché simultaneo di tre aerei di linea poi proiettati a folle velocità da kommandos kamikaze contro le Twin Towers a Manhattan e il Pentagono (un quarto aereo, anch’esso dirottato, precipitò in Pennsylvania prima di raggiungere il suo obiettivo). Drammatico il bilancio degli attentati: quasi settemila morti, un numero elevatissimo di feriti, nonché il crollo delle Twin Towers e la distruzione di un’ala del Pentagono, i simboli del potere economico e militare degli Stati Uniti. Drammatiche le conseguenze: da un lato, l’inizio (a partire dal mese di ottobre) di una guerra di vaste proporzioni, sostenuta peraltro da un ampio consenso internazionale, contro l’Afghanistan dei taleban, i protettori di Osama Bin Laden e della rete di AI-Qaeda; dall’altro lato, sempre nel mese di ottobre, l’inizio di una nuova serie di attentati terroristici negli Stati Uniti realizzati mediante la diffusione del bacillo del carbonchio (antrace), i quali, pur non risultando quasi mai letali in relazione all’alto numero di persone esposte al rischio di contaminazione, hanno nondimeno creato un’ondata di panico senza precedenti nel paese, dando sostanza al timore di un terrorismo ormai capace e disposto a fare ricorso ad armi biologiche e chimiche, come era già avvenuto in modo del tutto episodico nel marzo 1995 a Tokyo, quando membri della setta Aum Shinrikyo ("Suprema Verità") uccisero 12 persone e ne intossicarono migliaia nella metropolitana utilizzando il micidiale gas sarin.  

** 3. Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno segnato senza dubbio una svolta nella storia del terrorismo. Alcuni vi hanno letto, forse con qualche esagerazione. il segno dell’inizio della "terza guerra mondiale", richiamando e sovrapponendo impressionisticamente due immagini scolpite per sempre nella memoria del Novecento: quella dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo (28 giugno 1914) e quella dell’attacco giapponese a Pearl Harbor (7 dicembre 1941). Di sicuro essi hanno confermato due dati generali di grande rilievo, cui abbiamo già fatto cenno al principio.

Il primo dato è che, a fronte di una crisi diffusa dei terrorismi "interni" – naturalmente con le importanti eccezioni che abbiamo sopra richiamato – Il terrorismo "internazionale" o "globale" sta mostrando di avere a propria disposizione risorse straordinarie e una capacità di offendere sempre maggiore e, nel caso dell’11 settembre, semplicemente impensabile. Una capacità, si deve aggiungere, che già nel corso del decennio 1990-2000, si era tradotta in un numero molto elevato di attacchi terroristici: in totale 4247, stando almeno alle statistiche del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, con le punte più elevate nel 1991 (565), nel 1993 (431), nel 1995(440) e nel 1996 (423). Se d’altra parte si confronta il drammatico (e ancora non del tutto definitivo) bilancio delle vittime del solo 11 settembre 2001 – lo ripetiamo: quasi settemila morti, tra l’altro per lo più civili e di svariate nazionalità – con quello delle vittime di attentati terroristici degli anni precedenti (314 nel 1994, 165 nel 1995, 311 nel 1996, 221 nel 1997, 741 nel 1998, 233 nel 1999, 405 nel 2000), il salto di qualità, del resto già implicito nella scelta stessa degli obiettivi da colpire, risulta immediatamente evidente.

Questa clamorosa escalation del potenziale distruttivo e della volontà di distruggere mostra altresì – ed è il secondo dato – che è sempre più difficile distinguere in modo chiaro e univoco quelle due forme fondamentali della violenza politica che sono la guerra e il terrorismo. E ciò perché, come si poteva in parte già intuire nell’ultimo decennio del XX secolo e come sta diventando sempre più evidente nel XXI – sia i terrorismi sia le guerre stanno probabilmente mutando in modo sostanziale la propria natura nel quadro delle profonde trasformazioni della società e della politica internazionale che hanno segnato il trapasso al terzo millennio. In un mondo, cioè, in cui gli Stati – e con essi le guerre tradizionali – cessano sempre più di essere i soggetti decisivi delle relazioni internazionali; in cui con il tracollo dell’Unione Sovietica è andata prepotentemente riemergendo la "complessità geopolitica del pianeta"; in cui potenti processi di globalizzazione delle risorse e dei flussi culturali rendono le società umane sempre più omogenee e al tempo stesso, per reazione, più frammentate; in cui agiscono spinte fortissime all’integrazione e nel contempo alla disgregazione degli spazi politici; in cui permangono profondissimi squilibri tra le cittadelle ristrette del benessere e dello sviluppo e le immense periferie della miseria, del sottosviluppo e della disperazione; in cui può diventare sempre più fertile il terreno su cui fioriscono – e di fatto stanno fiorendo – le retoriche dello "scontro delle civiltà", di cui ha parlato sin dal 1993 il politologo americano Samuel P. Huntington; e in cui, di conseguenza, possono moltiplicarsi le occasioni per l’esplosione di quelle "guerre asimmetriche" di cui il terrorismo globale – per il momento nella forma tutt’altro che metaforica della "guerra santa contro MacMondo", secondo l’espressione di Benjamin R. Barber – è oggi un attore fondamentale.

domenica 6 luglio 2014

La sfida del califfo nero

Renzo Guolo
Il califfo nero
Quella sfida globale per guidare l’islam

la Repubblica, 6 luglio 2014


Esce allo scoperto il Califfo nero. Era una mossa attesa. Non si innesca una sfida simbolica di enorme portata, come proclamare la restaurazione del centro politico e religioso unitario dell’islam, senza uscire dalla clandestinità. Almeno da quella mediatica.
Per potersi imporre a uno scettico, frastornato, frammentato, mondo sunnita, Al Baghdadi ha bisogno di farsi conoscere. E, soprattutto, riconoscere. Oltre i confini del mondo delle avanguardie jihadiste.
Il nuovo ruolo gli impone l’inevitabile attenuazione delle regole di sicurezza che ne avevano sin qui occultato il volto. Almeno quello noto agli organi di sicurezza americani e iracheni, che ne avevano rilevato le fattezze sin dai tempi della sua detenzione a Camp Bucca, dove sino al 2009 è stato recluso per aver partecipato all’insurrezione seguita alla caduta di Saddam.
Così, anche per smentire le insistenti voci di una sua uccisione o ferimento, forse alimentate ad arte da rivali e intelligence ostili per farlo “emergere”, il Califfo nero si è fatto riprendere in una moschea di Mosul. Mentre pronuncia un sermone dall’alto del minbar, il pulpito usato dai predicatori musulmani. Un particolare meditato. Nella tradizione islamica, che secondo i radicali si chiude dopo la scomparsa dei primi quattro successori del Profeta, i cosiddetti ”ben guidati”, il califfo è insieme leader politico e religioso della umma, la comunità di fede islamica. Parlando in una moschea Al Baghdadi mette l’enfasi sul suo ruolo di capo religioso, legittimato dall’essere un dotto in scienze islamiche. Dunque un leader che, contrariamente ai molti autodidatti religiosi, spesso di formazione tecnica e scientifica che hanno guidato negli ultimi decenni la galassia jihadista, conosce davvero quella “teologia della legge” che è l’islam. E ne rivendica, in nome del gergo dell’autenticità tipico delle neotradizioni, il senso del messaggio originario.
Quanto alle capacità politiche e militari, altra prerogativa tipica del Profeta Muhammad, al Baghdadi le ha già dimostrate nel momento in cui ha trasformato l’Isis da un piccolo gruppo di sconfitti in nucleo combattente capace di controllare buona parte delle province sunnite irachene e siriane. E di minacciare Baghdad. Dunque di mettere in discussione, con la sua azione, l’assetto geopolitico del Medio Oriente. Ormai guadagnata sul campo la legittimazione politica e militare, Al Baghdadi ha messo l’enfasi sulla dimensione religiosa. Non a caso l’ufficio propaganda dell’ormai ex-Isis lo ha presentato come «comandante dei credenti».
Il suo discorso, pronunciato indossando il turbante nero che evoca l’appartenenza alle famiglie discendenti dalla tribù del Profeta, ha toccato i temi classici del radicalismo islamista. Come l’appello ai musulmani a considerare lo jihad come obbligo personale e a compiere la hijra, la migrazione, verso lo Stato islamico controllato dalle sue milizie: unico territorio nel quale, secondo i radicali, sarebbe possibile vivere prima della vittoria finale, secondo le regole islamiche. Ovvero, sotto il segno della sharia e la leadership califfale. Affermando che le sorti di Siria e Iraq non riguardano solo siriani e iracheni ma i musulmani tutti, Al Baghdadi ha poi voluto ribadire il rifiuto degli stati nazionali e dei confini nati dal tracollo dell’impero ottomano. Un messaggio che tende a calamitare, ancor più di quanto accada oggi, l’esodo, interiore e esteriore, dei mujahidin verso quello che un tempo fu il cuore dell’impero abbasside. E a rilanciare il messaggio dell’islam come religione che non riconosce che i legami di fede. Lo stesso accenno alla conquista di Roma, intesa come centro di riferimento religioso e spirituale delle “potenze crociate”, indica che nella lotta tra grandi sistemi culturali universali l’islam radicale non si pone limiti territoriali, bensì si presenta come forma di dominio globale.
Un discorso che metterà in allarme, per ovvi motivi, non solo le cancellerie occidentali e i governi della regione, ma anche Al Qaeda storica. Forse avremo presto un altro video: quello del Dottore. Impensabile che Al Zawahiri non si pronunci sul Califfato, istituzione che nemmeno Bin Laden aveva osato riesumare, ritenendo non ancora maturi i tempi. Accontentandosi, come faranno in seguito anche i leader delle organizzazioni regionali qaediste, a proclamare al massimo l’esistenza di un Emirato. La battaglia, non solo mediatica, tra il Califfo nero e l’Emiro di Al Qaeda è solo agli inizi. E costringerà anche gli altri gruppi qaedisti a schierarsi in una battaglia per l’egemonia che si annuncia senza risparmio di colpi. A meno che l’ingresso del vessillo nero cerchiato a Baghdad, non renda accettabile ciò che oggi anche numerosi leader jihadisti ritengono impensabile.