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giovedì 19 novembre 2015

Le capriole di Silvia Ronchey: il Califfato occidentale

la Quarta crociata
La fiction occidentale del Califfato
La natura dell’antico regime musulmano non ha nulla a che fare con quella del sedicente Stato islamico di oggi
Quella di Parigi è una narrazione orrifica del fondamentalismo che ha poco di orientale. È una proiezione mediatica della nostra idea dell’infedele

Perché l’Is descrive e oggettiva la nostra stessa demonizzazione dell’islam
la Repubblica, 19 novembre 2015


«Se guardi ciò che Maometto ha portato di nuovo, troverai solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che predicava». La radice dell’idea tanto distorta quanto ormai vulgata sulla natura intrinsecamente violenta della religione islamica e sulla barbarie della sua tradizione bellica, che trapela dalla pubblicistica specialmente americana, sta forse nelle parole che Benedetto XVI citò nel 2006 a Ratisbona, chiamando tendenziosamente in causa l’imperatore bizantino Manuele II, rappresentante dell’impero che nel medioevo più a lungo e più da vicino aveva conosciuto l’ecumenismo egualitario, ispirato alla predicazione di Maometto e a espliciti brani del Corano, che contraddistingueva il califfato ommayade, abbaside, fatimida, poi il sultanato selgiuchide e osmano. Nel pacifico dialogo con il direttore della madrasa di Ankara, nel 1391, il basileus Manuele affermava che «la conversione mediante violenza è cosa irragionevole e contraria alla natura di Dio», ma si riferiva sottilmente alla Quarta Crociata, che nel 1204 aveva “deviato” su Costantinopoli scagliando sul ricco impero una razzia ben più vandalica e rovinosa di quella portata due secoli e mezzo dopo dalla conquista turca. Un modello di guerra santa cristiana perpetrata da eserciti cristiani che portavano nel nome di Dio devastazioni e massacri di massa.
Non solo la natura dell’antico califfato – cui la propaganda dell’Is oggi rinvia con la stessa tendenziosa attualizzazione ideologica con cui poteva rifarsi Mussolini alla Roma di Augusto – non ha nulla a che fare con quella del sedicente stato islamico di al-Baghdadi. Non solo la sovrastruttura religiosa che invoca non rispecchia quella dell’antico islam a livello scritturale, dottrinale, storico. Ma il comportamento dell’islam nelle sue guerre califfali è il contrario esatto di quello che abbiamo visto, in una sorta di aberrante trailer, nell’atroce regia degli attentati di Parigi. L’immagine del barbaro musulmano che il copione vuole offrirci, coerente con le sanguinarie performance con cui l’Is ha scandito la sua avanzata in oriente, mirante a indurre nell’occidente un delirio collettivo, porta le nostre più profonde paure al parossismo nel momento in cui ci restituisce non tanto un’immagine di sé quanto quella sedimentata dal tempo nel nostro inconscio sociale: un’immagine propagandistica creata nel medioevo, nella sua storiografia confessionale in particolare papista, e ripresa acriticamente a partire dall’11 settembre da una propaganda globale che ha insinuato l’”intrinseca negatività” della religione musulmana. Quella di Parigi è una narrazione orrifica del fondamentalismo che ha poco di fondatamente orientale, ma è essenzialmente costruita con materiali occidentali. È una riverberazione mediatica della nostra idea dell’infedele islamico come barbaro sterminatore storicamente ancora meno legittima di quella del cristiano come crociato specularmente propalata nel 2001 dal fanatico proclama urbi et orbi di Osama Bin Laden, quando, pochi giorni dopo l’11 settembre, lanciò attraverso al-Jazeera il suo storico appello “contro i crociati americani”. Lo spettacolo sacrificale di Parigi è un uso mistificato di una narrazione fittizia dell’islam: della sua fiction, concepita per produrre orrore mettendo in scena un dramma che ha l’insensatezza incalzante dell’horror occidentale, che coinvolge il giovane pubblico dello stadio e del teatro, che avvera nel sangue il suo plot e lo amplifica riecheggiandolo nell’utenza mediatica totale.
Quella di Parigi è un’autentica autodemonizzazione. Più che riuscita, se ha spinto Obama a proclamare che l’Is è il diavolo. Affermazione giusta e perfino salutare se intesa a livello psicologico, perché è appunto questo, il male assoluto, che l’Is vuole rappresentare.
Molto pericolosa e ingiusta se rischia di immedesimare quel diavolo nella religione e nella tradizione che falsamente l’Is sostiene di rappresentare. Nella fantasia di sé come incarnazione dell’islam che con la sua strategia comunicativa vuole diffondere è deviante, accecante, ambiguo, delusivo e già in questo autenticamente diabolico, secondo la tradizionale accezione patristica cristiana del diavolo, in greco diabolos, l’obliquo, il mistificatore, il tentatore che nel deserto usa le nostre stesse visioni e fantasie. Contro l’entificazione del diavolo, la sua identificazione nell’uno o nell’altro ente reale, si sono battuti due millenni di teologia cristiana, da Agostino in poi. Nel discorso più profondo di ogni religione, il demonio, il maligno, è l’ingannatore che agisce in noi. Se l’Is descrive e oggettiva la nostra stessa demonizzazione dell’islam, il fanatismo dell’Is realmente rappresenta il diavolo, ma attraverso lo specchio capovolto della nostra fragilità: la vulnerabilità all’ideologia, la semplificazione della verità storica, la censura, o autocensura, della sua e nostra complessità.

sabato 14 novembre 2015

La guerra contro il Califfato, tempo scaduto



Roberto Napoletano
Combattere  uniti per difendere la civiltà
Il Sole24ore, 14 novembre 2015

Potremmo dire siamo tutti francesi, ma non basterebbe. Potremmo dire siamo tutti europei, ma dovremmo subito prendere atto che nessuno ha avuto la dignità di dare a noi cittadini europei almeno un esercito. Potremmo ripetere, come dicemmo il giorno dell’attentato alla libertà di ridere di tutto, la “bestemmia” che costò la vita a donne e uomini della redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi, che questa macchina del male non appartiene alla religione ma al terrorismo organizzato, una minoranza pericolosissima che vuole sfruttare le contraddizioni del mondo democratico e chiudere spazi vitali alla comunità musulmana che ha dentro di sé il Corano della tolleranza e della pace, conosce in profondità la sua identità ma vuole rispettare quella del mondo Occidentale e integrarsi con essa sia pure nella diversità.
No, questa volta, diciamo che la “terza guerra mondiale che si combatte a pezzi” da troppo tempo è tornata a colpire Parigi, è arrivata dentro casa, nel cuore della casa europea, con la forza brutale dell’atto di guerra all’Occidente, qui la risacca sanguinosa del Medio Oriente si arma con un esercito di combattenti nati e cresciuti in Francia. Brucia Parigi, brucia l’Europa. Nulla, proprio nulla, sarà come prima. A questa guerra l’Occidente e i suoi alleati devono rispondere con altrettanta forza combattendo uniti senza se e senza ma il Califfato, lì dove è armato e organizzato, Siria, Iraq, Libia, e lì dove l’esercito dei suoi seguaci in casa nostra si è mobilitato. Il seme del male è cresciuto nella pancia del Medio Oriente, ma è penetrato e si è diffuso nella pancia dell’Europa tra l’ignavia dei più. L’Europa dormiente dei troppi egoismi e delle mille miserie ragionieristiche riscopra le ragioni ideali della sua civiltà e le difenda con la forza militare e con le armi della sicurezza e della coscienza perché i valori della vita e della convivenza civile non sono negoziabili, sono valori fondanti che abbiamo costruito nei secoli e appartengono al capitale umano più importante del mondo. Per questi valori, si combatte uniti e a viso aperto, c’è scritto nell’atto anagrafico costitutivo, a meno che si decida di sostituirlo con quello di morte.
PUBBLICITÀ
L’Europa dimostri di esistere almeno nelle tragedie, affermi con i fatti che è finita la stagione in cui ognuno combatte la sua guerra e chiude le sue frontiere, questa guerra la può combattere e vincere solo l’Occidente, tutto l’Occidente insieme, avendo la forza di distinguere tra alleati e nemici e chiamando a rispondere delle proprie responsabilità, di questi attentati contro l’umanità, di certo il Califfato, ma anche i troppi alleati nascosti di quel Califfato, in casa e fuori. La lezione della storia ci indica la strada da seguire, i 158 morti sulle strade di Parigi ci dicono che il tempo è scaduto e che senza l’intelligenza e la forza degli Stati Uniti d’Europa non riusciremo a superare il nostro 11 settembre.

°°°

Un commento di Ibrahim Osmani 

La terza guerra mondiale è cominciata da un bel po'... l'Europa ne sta prendendo parte attiva e non la deve cominciare adesso come suggerisce Napoletano. Parliamo di sistema di valori universali, non del loro o del nostro (anche perché secondo [certi] ragionamenti ... il mio sarebbe da includere nel “loro” e non nel “nostro”), parliamo del perché la vita di un giovane francese o europeo in generale deve valere di più della vita di un giovane siriano, irakeno o libanese così mi includo anche se tanto giovane non lo sono più. Mi spiegate perché a Parigi, Roma o Berlino bisogna poter andare al ristorante, al cinema e al teatro senza affrontare nessun pericolo di vita e a Beirut, Bagdad o Damasco anche per procurarsi un chilo di pane è nella normalità rischiare la propria vita? Le guerra del Medio Oriente ci sono non soltanto grazie agli armamenti occidentali ma anche per colpa di una politica estera occidentale che non ha fatto che destabilizzare l’area per motivi economici politici e di gestione del potere e delle risorse. Mi spiegate perché la guerra, la terza guerra mondiale, deve essere delimitata geograficamente solo in Medio Oriente e non coinvolgere i territori di tutte le parti coinvolte? L’occidente sta combattendo ed è fortemente coinvolto non soltanto attraverso i bombardamenti dei droni ma anche attraverso vendita di armi legalmente e illegalmente a gente che in pratica sta combattendo. Sono contro tutte le guerre quelle in Medio Oriente e quelle in Europa, sono contro qualunque tipo di terrorismo che esso provenga dall’Islamic State o da qualunque altro Stato… Mi ricordo alla fine degli anni 90 si diceva che era ora di portare la pace nel Medio Oriente perché era da molto tempo un'area martoriata…. Da allora si è portato di tutto ma non la pace…. L’esempio più calzante è il capolavoro realizzato in Libia, l’applicazione da manuale su come ti destabilizzo un paese… Ci sarebbero tante di quelle pagine da scrivere e tanti di quei discorsi da sviluppare… Ovviamente sulla Libia non sto prendendo le difese dell'ex dittatore... ma dico: cavolo... portate il lavoro fino alla fine e non lasciate le cose a metà in modo da avere la situazione attuale.... Sui valori Lerner sta prendendo delle posizioni in cui mi riconosco.. ma lui è un libanese come me!

https://palomarblog.wordpress.com/2015/11/14/luso-del-terrore-nella-fase-attuale-della-guerra/

sabato 27 giugno 2015

Tre libri, un percorso di lettura sul Califfato

Il percorso ideale (e in lingua italiana) per comprendere come si è arrivati alla creazione dello Stato Islamico è costituito da tre libri molto diversi fra loro: Storia dei popoli arabi di Marco Demichelis, Isis. Lo Stato del terrore di Loretta Napoleoni e Il Grande Califfato di Domenico Quirico. Si tratta di un percorso per approcciare il discorso da tre diverse direzioni: il libro di Demichelis fornisce uno straordinario affresco del mondo arabo da Maometto ai giorni nostri, quello di Loretta Napoleoni è un’attenta analisi politica e comunicazionale del fenomeno Isis, quello di Quirico è il reportage di un cronista puro abituato a mescolarsi alla realtà che racconta.


Storia dei popoli arabi, Marco Demichelis

 

Nel Medio e Vicino Oriente l’Occidente ha tracciato – un secolo fa – confini che sono stati subiti dalla popolazioni arabe e che, nel caso specifico di Israele, sono corrisposti a un’occupazione da parte dei coloni e a una ghettizzazione della popolazione palestinese. Il vulnus da cui scaturisce il conflitto con l’Occidente ha radici antiche, Storia dei popoli arabi di Marco Demichelis (Ananke) abbraccia quattordici secoli di storia dell’Islam, come specifica il sottotitolo “Dal profeta Muhammad alle primavere arabe”. Si tratta del libro ideale per chi voglia storicizzare i fenomeni che hanno sconvolto il Medio e Vicino Oriente negli ultimi anni. Ricercatore di Storia del Medio Oriente e Islamistica presso l’Università Cattolica di Milano, Demichelis individua i principali eventi della storia dei popoli arabi: dalle tribù preislamiche all’espansione degli omayyadi sino alla penisola iberica, dalle crociate all’ascesa dell’impero ottomano, dal colonialismo europeo alle guerre del Novecento, per concludere con le primavere arabe. La complessità storica, politica e religiosa dell’evolversi della società araba viene raccontata da Demichelis con una scrittura agile ed estremamente efficace per chiarirsi le idee su molti concetti che ritroviamo spesso nelle cronache senza conoscerne il background. Un libro che attraversa quattordici secoli di storia dei popoli arabi – e che inevitabilmente allarga lo sguardo ai “vicini” Israele, Turchia e Iran – consente una visione d’insieme nella quale lo stretto legame fra politica, religione e società si manifesta in tutta la sua evidenza sin dall’avvento del profeta Muhammad che coincide non soltanto con l’inizio dell’Islam, ma con lo sviluppo di una koinè linguistica che facilita il processo di unificazione delle tribù arabe. Secoli dopo questo processo di autodeterminazione, il colonialismo europeo compirà il peccato originale da cui deriverà l’instabilità cronica della regione mediorientale: l’accordo Sykes-Picot. Il “virus” inoculato dall’occidente, insomma, ha contagiato i paesi arabi ben oltre la fase della decolonizzazione.


st popoli arabi


Come sottolinea Demichelis:

in seguito alla fase di decolonizzazione nessun tentativo di unità tra due o più stati arabi (tra gli anni Cinquanta e Sessanta) ha mai avuto successo. E quindi importante rimarcare come dopo il fallimento del nazionalismo arabo, a partire dagli anni Settanta del XX secolo, l’Islam è tornato a giocare un ruolo eminente in queste società, esprimendo una fede alla quale aggrapparsi per arginare gli effetti di un mondo globalizzato che si fatica a comprendere. Tuttavia il settarismo arabo unito alle idiosincrasie causate dall’ideologia nazionalista, ha generato, in antitesi a un prevedibile ecumenismo religioso, un Islam politico ancorato o a singoli partiti (Fratellanza Musulmana egiziana, Ennhada tunisina, Hamas, ecc…) o a ideologie, come il wahhabismo, che sembrano compiacersi della disunità araba.

In questo contesto sono fiorite le primavere arabe e, successivamente, il Daesh, la cui ascesa e le ripercussioni su tutta la regione verranno descritte nell’aggiornamento del libro previsto per la fine dell’anno.

 

Isis. Lo stato del terrore, Loretta Napoleoni


Loretta Napoleoni è un’economista e un’analista politica, consulente di numerosi enti internazionali e forze di sicurezza. Il suo libro Isis. Lo stato del terrore, edito da Feltrinelli, è un approfondimento serio e documentato sui fattori scatenanti che hanno reso possibile l’ascesa dell’Isis, sulla sua strategia politica, sulle differenze con le altre organizzazioni jihadiste e, soprattutto, sul marketing della paura con il quale l’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi si è affermata agli occhi dell’Occidente. Erede di al Zarqawi, il gruppo di al-Baghdadi è, secondo Napoleoni, un terrorismo nuovo: cinico, pragmatico e aperto alla modernità che i suoi predecessori (Al Qaeda, per esempio) rifiutavano.


Il primo segnale del pragmatismo dell’Isis è l’opportunismo con il quale i suoi vertici sfruttano la guerra per procura in Siria, contro il regime di Assad, per costruire la propria base finanziaria. È, questo, un elemento che trova poco spazio nelle cronache mainstream e che Loretta Napoleoni ripropone a più riprese come una delle prove più evidenti del carattere inedito del gruppo armato:
La guerra per procura combattuta in Siria non solo dava a membri dell’Isi l’addestramento militare, ma forniva anche i mezzi finanziari per un rilancio del gruppo, non come una delle tante organizzazioni jihadiste, bensì come un attore politico chiave in grado di conquistare un suo caposaldo territoriale e di gestire una sua macchina militare.
Nulla a che vedere con Al Qaeda, dunque, che non ha mai pensato allo sviluppo della sua rete in termini territoriali. L’Isis ha sfruttato le ambizioni degli sponsor della Penisola Arabica per poi rendersene indipendente. Il suo leader al-Baghdadi ha creato intorno a sé un’aura di mistero, ha capitalizzato al massimo la sua unica apparizione pubblica e poi ha portato avanti la sua strategia espansionistica in due direzioni: l’offerta di un nuovo Welfare ai territori conquistati e un’aggressiva propaganda a sostegno dei vari canali di autosostentamento (riscatti per i rapimenti di occidentali, estrazione e distribuzione di petrolio a basso costo e persino vendita di opere d’arte trafugate dai siti archeologici).
L’altro segno di discontinuità con il passato è, come nota giustamente Napoleoni, il fatto che gli jihadisti proiettavano il loro riscatto nell’aldilà, mentre gli uomini dell’Isis sono sì pronti al martirio, ma vogliono che la rifondazione di uno stato islamico e la salvezza si realizzino nella vita terrena.
La parte più affascinante dell’analisi di Loretta Napoleoni è quella che riguarda la strategia del Daesh sui social network. La brutalità delle esecuzioni caricate su Youtube, così come la distruzione di opere d’arte e le esplosioni in mezzo al deserto sono una pura e semplice operazione di marketing:
lo Stato Islamico sa bene che la violenza estrema è un elemento che fa vendere bene la notizia: in un mondo sovraccarico di informazioni, il ciclo mediatico di ventiquattr’ore cerca immagini sempre più crude; da qui la sovrabbondanza di foto e video di brutali punizioni e torture caricate in formati che possono essere visti facilmente sugli apparecchi di telefonia mobile. Nella nostra voyeuristica società virtuale, quel che appare come una forma di sadismo confezionato in maniera attraente è diventato un grande spettacolo mediatico.
Non c’è più nulla del luddismo talebano, ma nemmeno dello sciatto utilizzo dei video da parte di Al Qaeda: i video dell’Isis sono montati alla maniera dei documentari occidentali. E sui social network i gruppi jihadisti si agganciano ai grandi eventi (come i Mondiali di calcio) sfruttandone gli hashtag per attirare l’attenzione di chi sta in realtà cercando tutt’altro. Detto ciò, il Califfato è ben conscio del fatto che per costruirsi una legittimazione attraverso il consenso popolare occorre molto di più di un’abile campagna di propaganda attraverso i social network. Ecco, allora, che l’eliminazione degli sciiti nei territori sotto il controllo dello Stato Islamico diventa importante per tre motivi: 1) garantisce l’appoggio della popolazione sunnita locale, 2) produce una società etnicamente più omogenea, scongiurando la formazione di fronti di opposizione laica, 3) libera risorse economiche da offrire ai combattenti come bottino di guerra.
Che il Califfato riesca o meno ad affermarsi nel prossimo futuro, il nuovo modello che ha sperimentato ispirerà inevitabilmente altri gruppi armati,
conclude Loretta Napoleoni che in 140 densissime pagine fornisce ai lettori uno straordinario approfondimento che si legge tutto di un fiato.

Il Grande Califfato, Domenico Quirico

Se il libro di Demichelis e quello di Napoleoni sono la testa, Il Grande Califfato è il cuore e le viscere. Domenico Quirico è un cronista di razza, uno di quei giornalisti che rischiano di venire presto spazzati via dall’egemonia del desk e del “giornalismo quantitativo”. Il libro nasce nei giorni della prigionia, in quei cinque mesi fra il 9 aprile e l’8 settembre 2013 nei quali il giornalista de La Stampa è sequestrato dagli uomini di Jabat al Nusra. In quel periodo Quirico percepisce sulla propria pelle che qualcosa sta cambiando:
Ho superato, nel momento in cui sono stato catturato, una frontiera fatale, sono entrato, me ne accorgo vivendo con loro, nel cuore di tenebra di una nuova fase storica, di un nuovo groviglio avvelenato dell’uomo e del secolo che nasce: il totalitarismo islamico globale.
Una volta tornato a casa, Quirico cerca di trasmettere l’idea di un cambio di strategia delle formazioni jihadiste, dell’idea della rifondazione di un califfato, ma la questione sembra non interessare i nostri media. Ci vorranno le esecuzioni di giornalisti e fotoreporter su Youtube per risvegliare l’interesse dell’Occidente che pensa, almeno fino all’estate 2014, che la guerra in Siria e gli attentati di sciiti e sunniti in Iraq siano una questione che riguarda esclusivamente quelle terre.
Quirico cerca di comprendere, ma lo fa da cronista più che da analista, con una scrittura che viene dalle viscere, profondamente umanista e che a tratti sfiora il misticismo. Quirico si interroga sulla natura del fondamentalismo, scavando in una sorta di inconscio collettivo:
Il radicalismo islamico si nutre della sproporzione che c’è tra l’umiliazione che l’Occidente ha imposto all’Islam, fino a farla diventare quasi senso di fatalità, e la nostra pochezza, la nostra fragilità attuale.
L’umiliazione del passato è la forza del presente:
Quello che fa la forza dei loro eserciti, spesso numericamente modesti, è che, da loro, tutti si occupano di tutto e di tutti, e l’ultima recluta ha l’impressione di essere responsabile della condotta della guerra e dell’avvento del regno di Dio. Così questi ragazzi la prendono sul serio. Obbediscono inflessibilmente agli ordini, fanno economie, senza che gli venga richiesto, sulle razioni e le munizioni. Perché sentono che quella che fanno è la loro guerra. Non quella di Bashar o Obama.
Leggere Napoleoni e Quirico, affondare nelle loro differenti narrazioni è come osservare un dipinto da lontano, in una visione d’insieme oppure da vicino, per studiarne le pennellate. Sono due letture per certi versi complementari, anche se non prive di punti di contatto, come, per esempio, quando Quirico parla dell’invisibilità del Califfo:
Al contrario di Bin Laden il califfo non si mostra perché la sua essenza è in ciò che incarna, la carica di comandante dei Credenti e il progetto che guida, creare cioè uno Stato Islamico che cancelli le nazioni imposte dal colonialismo e possa affrontare, faccia a faccia, le potenze dell’Occidente infedele.
Secondo Quirico è il concetto stesso di frontiera ad avere cambiato natura:
in questo mondo ormai i confini esistono non tanto per etnie, nazioni o fedi, piuttosto tra percezioni del mondo, comportamenti, razionalità e fanatismo, pazienza e isterismo, creatività e sete di potere distruttivo.

Per capire il Daesh la razionalità e l’analisi possono essere sufficienti, allo sguardo che abbraccia il contesto (quello di Demichelis e Napoleoni) va accompagnato quello che scava nei particolari e che cerca le ragioni nel quotidiano, quello che per comprendere ha bisogno di vedere davvero. 

 



lunedì 18 maggio 2015

Tutti gli uomini del Califfo

Guido Olimpio
Eredi di Osama, orfani di Saddam, ecco tutti gli uomini del Califfo
Luogotenenti, governatori, capi militari: la struttura dell’Isis, diffusa e in parte nascosta

Corriere della Sera, 18 maggio 2015

Se Al Baghdadi morisse, il turbante nero di Califfo passerebbe ad Abu Alaa Al Afri, un turkmeno che combina esperienza islamica, carisma e doti militari. Ci sono poi due veterani: l’ex qaedista Abdullah Alani, 51 anni, e Younis Al Mashdani, che discende addirittura dal Profeta. Ma la regola dell’Isis è andare oltre i leader, per sopravvivere all’eventuale scomparsa di emiri e quadri.

WASHINGTON La regola numero uno per l’Isis è andare oltre i leader. Il movimento deve sopravvivere all’eventuale scomparsa di emiri e quadri. Obiettivo scontato ma anche figlio dell’origine dello Stato Islamico, realtà dove sono confluiti gli eredi di al Zarqawi, gli adoratori di Osama, i nostalgici di Saddam riconvertitisi in jihadisti. Ossia tutti orfani dei loro padri politici. Ed allora chi ha aiutato il Califfo a rimettere in piedi l’organizzazione ha pensato ad una struttura orizzontale diffusa e segreta. A prepararla — secondo lo Spiegel — Haji Bakr, ex agente dell’intelligence baathista. Dunque responsabili con buona autonomia, dirigenti militari flessibili e il budget per sostenere localmente i «governatorati». Quindi il Consiglio, organismi minori e i capi dipartimento. A tenerli uniti il giuramento, il bayat. A Mosul come in Cirenaica, in Nigeria come in Afghanistan, punti geografici dove agiscono i federati dell’Isis.
Questo spiega perché Abu Bakr Al Baghdadi — in piena forma o ferito che sia — possa andare avanti con il piano. Se cade qualcuno, ecco un altro mujahed pronto a prenderne il posto. In questi mesi il Califfo ha visto morire molti dei suoi uomini, come il famoso al Turkmeni, un ufficiale saddamista, o due giorni fa il meno noto Abu Sayyaf, il contabile. La macchina bellica ne ha sofferto, ha dovuto ammettere la sconfitta su alcuni fronti ma è poi ripartita su altri. Ramadi ne è la prova.
La leadership è protetta da un’area grigia, una cortina per non dare troppi vantaggi ai tanti avversari. Si dice che nel caso Al Baghdadi dovesse morire, il turbante nero passerebbe ad Abu Alaa Al Afri, il turkmeno che combina esperienza islamica, carisma e doti militari. Non è il solo. Gli esperti fanno i nomi di due veterani: l’ex qaedista Abdullah Alani, 51 anni, con alle spalle dieci anni di conflitto e Younis Al Mashdani, 55 anni, background religioso, cresciuto in una famiglia che discende dal Profeta. Sono considerati importanti alcuni militanti molto vicini al Califfo. Il saudita Badr Al Shaalan, Turki Al Benali e due iracheni, Osman Al Nazeh e Abu Ali Al Anbari. Quest’ultimo è un personaggio: nato nella regione di Ninive, ha militato nell’esercito del raìs, è ritenuto uno stratega e spesso definito il numero due.
L’ala militare è incarnata da elementi forgiati da tante battaglie. Abu Suleiman al Naser è un altro uscito dal campo di prigionia di Camp Bucca, una sorta di università frequentata da quasi tutti gli alti esponenti dell’Isis. Attualmente avrebbe un ruolo di supervisore su tutte le operazioni, un ministro della guerra. Ha preso il posto di Abu Ayman al Iraqi, eliminato da un raid. Poi tre figure leggendarie per gli insorti: Abu Omar Al Shishani, Abu Wahib e Abu Ather Al Absi. Il primo è un ex soldato georgiano sbarcato nel conflitto mediorientale. Quando le cose si complicano lo chiamano insieme ai suoi guerriglieri del Caucaso. I «ceceni». Ha coordinato molti assalti a basi ben munite sollevando qualche perplessità sulle tattiche estremamente costose in termini di perdite. Abu Wahib è un ribelle evaso e poi diventato «ufficiale» protagonista di scontri nell’Anbar, il regno iracheno dello Stato Islamico. Al Absi, riferimento per tante reclute europee, si è imposto nella regione di Aleppo, dove è l’uomo di fiducia del Califfo.
Missioni speciali per Tareq Al Harzi. Tunisino, ha organizzato il network che deve fornire gli attentatori suicidi, la vera carne da cannone. All’inizio li hanno usati per fare stragi a Bagdad e in altre città, quindi li hanno elevati ad arma di distruzione per demolire le postazioni governative. Tecnica efficace unita a mostruosi mezzi-bomba, riempiti di tonnellate d’esplosivo.
Infine la voce. Abu Mohammed Al Adnani, siriano di 38 anni, è lo speaker dello Stato Islamico. Il suo sentiero è simile a quello di tanti compagni. Catturato, è rimasto in cella fino al 2010, quindi è tornato alla Jihad. A partire dall’estate 2014 ha diffuso alcuni messaggi via web, invitando i lupi solitari a colpire all’interno dei Paesi occidentali. Gli Usa hanno risposto mettendo una taglia di 5 milioni di dollari sulla sua testa. Sperano che qualcuno parli per farlo tacere per sempre.


domenica 6 luglio 2014

La sfida del califfo nero

Renzo Guolo
Il califfo nero
Quella sfida globale per guidare l’islam

la Repubblica, 6 luglio 2014


Esce allo scoperto il Califfo nero. Era una mossa attesa. Non si innesca una sfida simbolica di enorme portata, come proclamare la restaurazione del centro politico e religioso unitario dell’islam, senza uscire dalla clandestinità. Almeno da quella mediatica.
Per potersi imporre a uno scettico, frastornato, frammentato, mondo sunnita, Al Baghdadi ha bisogno di farsi conoscere. E, soprattutto, riconoscere. Oltre i confini del mondo delle avanguardie jihadiste.
Il nuovo ruolo gli impone l’inevitabile attenuazione delle regole di sicurezza che ne avevano sin qui occultato il volto. Almeno quello noto agli organi di sicurezza americani e iracheni, che ne avevano rilevato le fattezze sin dai tempi della sua detenzione a Camp Bucca, dove sino al 2009 è stato recluso per aver partecipato all’insurrezione seguita alla caduta di Saddam.
Così, anche per smentire le insistenti voci di una sua uccisione o ferimento, forse alimentate ad arte da rivali e intelligence ostili per farlo “emergere”, il Califfo nero si è fatto riprendere in una moschea di Mosul. Mentre pronuncia un sermone dall’alto del minbar, il pulpito usato dai predicatori musulmani. Un particolare meditato. Nella tradizione islamica, che secondo i radicali si chiude dopo la scomparsa dei primi quattro successori del Profeta, i cosiddetti ”ben guidati”, il califfo è insieme leader politico e religioso della umma, la comunità di fede islamica. Parlando in una moschea Al Baghdadi mette l’enfasi sul suo ruolo di capo religioso, legittimato dall’essere un dotto in scienze islamiche. Dunque un leader che, contrariamente ai molti autodidatti religiosi, spesso di formazione tecnica e scientifica che hanno guidato negli ultimi decenni la galassia jihadista, conosce davvero quella “teologia della legge” che è l’islam. E ne rivendica, in nome del gergo dell’autenticità tipico delle neotradizioni, il senso del messaggio originario.
Quanto alle capacità politiche e militari, altra prerogativa tipica del Profeta Muhammad, al Baghdadi le ha già dimostrate nel momento in cui ha trasformato l’Isis da un piccolo gruppo di sconfitti in nucleo combattente capace di controllare buona parte delle province sunnite irachene e siriane. E di minacciare Baghdad. Dunque di mettere in discussione, con la sua azione, l’assetto geopolitico del Medio Oriente. Ormai guadagnata sul campo la legittimazione politica e militare, Al Baghdadi ha messo l’enfasi sulla dimensione religiosa. Non a caso l’ufficio propaganda dell’ormai ex-Isis lo ha presentato come «comandante dei credenti».
Il suo discorso, pronunciato indossando il turbante nero che evoca l’appartenenza alle famiglie discendenti dalla tribù del Profeta, ha toccato i temi classici del radicalismo islamista. Come l’appello ai musulmani a considerare lo jihad come obbligo personale e a compiere la hijra, la migrazione, verso lo Stato islamico controllato dalle sue milizie: unico territorio nel quale, secondo i radicali, sarebbe possibile vivere prima della vittoria finale, secondo le regole islamiche. Ovvero, sotto il segno della sharia e la leadership califfale. Affermando che le sorti di Siria e Iraq non riguardano solo siriani e iracheni ma i musulmani tutti, Al Baghdadi ha poi voluto ribadire il rifiuto degli stati nazionali e dei confini nati dal tracollo dell’impero ottomano. Un messaggio che tende a calamitare, ancor più di quanto accada oggi, l’esodo, interiore e esteriore, dei mujahidin verso quello che un tempo fu il cuore dell’impero abbasside. E a rilanciare il messaggio dell’islam come religione che non riconosce che i legami di fede. Lo stesso accenno alla conquista di Roma, intesa come centro di riferimento religioso e spirituale delle “potenze crociate”, indica che nella lotta tra grandi sistemi culturali universali l’islam radicale non si pone limiti territoriali, bensì si presenta come forma di dominio globale.
Un discorso che metterà in allarme, per ovvi motivi, non solo le cancellerie occidentali e i governi della regione, ma anche Al Qaeda storica. Forse avremo presto un altro video: quello del Dottore. Impensabile che Al Zawahiri non si pronunci sul Califfato, istituzione che nemmeno Bin Laden aveva osato riesumare, ritenendo non ancora maturi i tempi. Accontentandosi, come faranno in seguito anche i leader delle organizzazioni regionali qaediste, a proclamare al massimo l’esistenza di un Emirato. La battaglia, non solo mediatica, tra il Califfo nero e l’Emiro di Al Qaeda è solo agli inizi. E costringerà anche gli altri gruppi qaedisti a schierarsi in una battaglia per l’egemonia che si annuncia senza risparmio di colpi. A meno che l’ingresso del vessillo nero cerchiato a Baghdad, non renda accettabile ciò che oggi anche numerosi leader jihadisti ritengono impensabile.