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lunedì 1 settembre 2014

Il terrorismo

Francesco Tuccari


1. Nel decennio compreso tra l’inizio degli anni Novanta del Novecento e i primi anni del XXI secolo il terrorismo ha continuato a costituire, su scala planetaria, uno strumento di destabilizzazione assai efficace, sia nelle sue molteplici e ormai ben note varianti "nazionali’ sia sul terreno assai insidioso della politica e delle relazioni internazionali. Mentre tuttavia nella sua prima e più tradizionale fattispecie – quella del terrorismo che potremmo genericamente definire "interno" – il fenomeno si è andato riproducendo secondo modalità ormai da tempo sperimentate e semmai, a seconda dei casi, con qualche relativa o anche significativa flessione, nella seconda fattispecie – quella del terrorismo "internazionale" – esso ha assunto dimensioni, intensità e implicazioni nuove e di enorme rilievo. Come infatti è stato più volte rilevato nella letteratura e come hanno drammaticamente mostrato gli spettacolari attentati dell’11 settembre 2001 contro il World Trade Center di New York e il Pentagono a Washington, il terrorismo "globale" – secondo una definizione sempre più spesso utilizzata da studiosi e osservatori politici – è divenuto parte integrante del nuovo ordine/disordine mondiale subentrato dopo il 1989-91, al tramonto dell’età bipolare. Di più: è diventato – o quanto meno sembra destinato a diventare – una delle forme privilegiate e senza dubbio più pericolose delle guerre che con ogni probabilità si combatteranno nel terzo millennio. Non soltanto in aree geopolitiche tradizionalmente instabili, ma anche nel cuore stesso dell’Occidente. È questa, per citare un unico autorevole esempio, la tesi che François Heisbourg ha fissato nel suo breve ma densissimo libro su Il futuro della guerra (Garzanti, Milano 1999). Nel quale, per l’appunto, si sostiene che nei prossimi venticinque anni, accanto alle "guerre degli Stati criminali" scatenate da violente dittature antioccidentali in possesso di armi di distruzione di massa (tra il Nord Africa e l’Afghanistan), accanto alle "guerre di secessione" innescate da sottogruppi alla ricerca del potere (dal subcontinente indiano all’Africa subsahariana, dai Balcani ai territori dell’ex Unione Sovietica) e accanto alle "guerre classiche clausewitziane" che perseguiranno obiettivi ottocenteschi con gli strumenti del XXI secolo (soprattutto in Asia orientale), si affiancherà ancora una quarta categoria di "guerre", che coinvolgeranno con gravissime conseguenze in special modo i paesi industrializzati: le "guerre di disgregazione" dirette da gruppi interni e stranieri con strumenti che spazieranno dal "terrore estremo", con l’impiego di armi chimiche, batteriologiche e al limite nucleari, alla "distruzione virtuale" della cyberguerra.

In un simile quadro, in cui gli stessi confini tra terrorismo e guerra vengono sempre più a confondersi, è difficile abbozzare un tentativo di ridefinizione di un fenomeno che è peraltro risultato quasi sempre refrattario a concettualizzazioni in qualche modo univoche. Conviene piuttosto provare a costruire una mappa, necessariamente schematica, dei principali "terrorismi" vecchi e nuovi che hanno operato nel decennio in questione*. Per poi svolgere qualche breve considerazione di carattere più generale sul rapporto che lega alcune forme di terrorismo globale" – connesse per lo più a frange estreme del fondamentalismo islamico e sostenute più o meno apertamente da quelli che vengono chiamati gli ‘Stati-sponsor’, (o ‘Stati-canaglia’) – agli scenari possibili della politica internazionale tra XX e XXI secolo**.

* 2. Sono all’incirca una cinquantina le principali organizzazioni terroristiche interne e internazionali che, sotto un numero assai più ampio di sigle e con svariate ramificazioni, operano attualmente nel mondo: in Europa, in America Latina, nel Nord America, in Medio Oriente, in Asia, in Africa e nei territori dell’ex Unione Sovietica. Molte di esse hanno una storia ormai pluridecennale. Altre, invece, sono sorte e si sono consolidate tra la fine degli anni Ottanta e il principio degli anni Novanta del secolo scorso, vale a dire alla vigilia o durante il decennio che ci interessa qui analizzare. Tra i gruppi terroristici che possiamo definire "storici", alcuni hanno mantenuto sostanzialmente intatte le proprie strutture organizzative e le proprie capacità operative. Altri, invece, sembrerebbero ormai avviati sulla strada di una crisi senza ritorno, nonostante episodici ma altamente drammatici sussulti di violenza. Più in generale, parrebbe per il momento conclusa, quanto meno in Europa, la parabola dei terrorismi di carattere ideologico-politico, che hanno conosciuto una rilevante fioritura soprattutto negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta. Mantengono invece una notevole vitalità e, in alcuni casi, grandi capacità di escalation i terrorismi legati per un verso a rivendicazioni autonomistiche, indipendentistiche e nazionalistiche, e per un altro verso a fondamentalismi religiosi e confessionali di vario tipo, in primo luogo al fondamentalismo islamico. Si è dimostrato altrettanto vitale il cosiddetto "narcoterrorismo", mentre sono andati più in genere consolidandosi i rapporti tra le attività terroristiche e quelle della criminalità organizzata, che per parte sua – così ad esempio la mafia in Italia – ha sempre più spesso fatto ricorso in prima persona a metodi di violenza e di intimidazione tipicamente terroristici. Alimentato da irrisolti conflitti di carattere nazionale (prima fra tutte la questione palestinese), ulteriormente potenziato dalle parole d’ordine dei gruppi più radicali del fondamentalismo islamico (l’appello alla "guerra santa" contro il grande e il piccolo Satana: gli Stati Uniti e Israele), sostenuto dagli interessi politici ed economici di alcuni Stati-sponsor quali l’Afghanistan dei taleban e l’Iraq di Saddam Hussein, inestricabilmente legato alle attività della criminalità organizzata (in particolare al traffico di droga e armi), deciso ad utilizzare tutti gli strumenti possibili (iella violenza politica (dall’assassinio individuale, alla strage ad opera di kamikaze sino all’impiego di armi chimiche e biologiche), è stato soprattutto il terrorismo internazionale - come si è già detto – a dominare la scena negli ultimi anni. Si deve peraltro aggiungere che, accanto a questi differenti terrorismi, hanno continuato ad essere più in generale molto diffuse le pratiche del terrore messe in opera su vasta scala dagli Stati stessi: da un lato, nel corso delle numerose guerre che hanno costellato il periodo (in particolare nella ex Iugoslavia); dall’altro lato, nei confronti soprattutto degli oppositori politici interni e delle minoranze nazionali (si pensi soltanto alla drammatica vicenda del popolo curdo).

In Europa, tra i terrorismi "storici’ che sembrano aver ormai esaurito ogni ulteriore e significativa capacità di sviluppo, si devono ricordare innanzitutto le Brigate Rosse che hanno segnato una delle pagine senza dubbio più drammatiche della storia dell’Italia repubblicana. Di fatto già in crisi all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro (1978) e del rapimento del generale americano James Dozier (1981), pressochè del tutto scomparse dopo l’uccisione del senatore Ruffilli (1988), grazie anche ad una più efficace opera di repressione da parte dello Stato, esse hanno tuttavia improvvisamente riconquistato la scena, nel maggio del 1999, rivendicando l’omicidio dell’avvocato Massimo D’Antona. già sottosegretario nel governo Dini, poi consulente del governo Prodi e. all’epoca dell’agguato, consigliere del ministro Antonio Bassolino nel governo D’Alema. Un destino in qualche modo analogo è toccato alla tedesca Rote Armee Fraktion, sorta nel maggio del 1970 dal’gruppo Eaader Meinhof e attiva per una gran parte degli anni Settanta e Ottanta come uno dei più agguerriti gruppi terroristici europei. Dopo un ultimo omicidio rivendicato nel 1991, un attentato dinamitardo nel 1993 e un silenzio protrattosi per cinque anni, nell’aprile del 1998 la RAF, con un comunicato a sorpresa, ha annunciato il proprio definitivo scioglimento, sottolineando come suo errore strategico di fondo "quello di non aver dato vita a una organizzazione sociale e politica che potesse affiancare la struttura militare illegale". Assai diversa è la parabola seguita da due altre organizzazioni storiche del terrorismo europeo, legate peraltro a due complesse questioni "nazionali": l’IRA (Irish Republican Army), sorta nel 1919, e l’ETA (Euzkadi Ta Askatasuna, Terra basca e libertà), fondata nel 1959, attive rispettivamente nell’Irlanda del Nord e in Spagna. Entrambi i gruppi, nonostante importanti momenti di tregua e di "cessate il fuoco", hanno continuato a operare con i tradizionali metodi del terrore – soprattutto omicidi e attentati dinamitardi – per tutto il corso degli anni Novanta e nei primi anni del nuovo secolo: da ultimo l’ETA, nell’ottobre del 2001, con un’autobomba fatta esplodere nel centro di Madrid. Di un certo rilievo, ancora, le azioni della Organizzazione Rivoluzionaria 17 novembre, un gruppo di estrema sinistra operante in Grecia sin dal 1975, che nell’ultimo decennio del XX secolo si è distinto in vari attentati terroristici, tra cui il lancio di alcuni missili contro l’ambasciata tedesca ad Atene e l’assassinio, nel giugno del 2000, dell’addetto militare dell’ambasciata britannica Stephen Saunders.

Fuori d’Europa il terrorismo – spesso in stretta relazione con movimenti più diffusi di guerriglia – ha in parte mantenuto e in parte assunto una grande varietà di volti, In India, ad esempio, hanno continuato a operare in modo significativo, per lo meno sino alla prima metà degli anni Novanta, le varie famiglie del terrorismo Sikh, già responsabile nel 1984 dell’assassinio di Indira Gandhi. Nelle Filippine, accanto al terrorismo islamico di cui parleremo più avanti, è rimasto attivo per tutto il decennio il Nuovo Esercito del Popolo, una formazione di ispirazione maoista sorta nel dicembre 1969, che ha preso di mira in modo particolare obiettivi americani. Nello Sri Lanka le Tigri Tamil, che sin dal 1983 combattono con le armi il governo del paese, hanno fatto ricorso in maniera assai rilevante a strategie di tipo terroristico, distinguendosi in special modo in attentati dinamitardi suicidi, realizzati dal gruppo delle cosiddette Tigri Nere. lì Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), di ispirazione marxista-leninista, fondato nel 1974 con l’obiettivo di creare uno stato curdo indipendente nelle regioni sud-orientali della Turchia (a maggioranza curda), ha operato con metodi terroristici per tutto il corso degli anni Novanta non soltanto nella stessa Turchia, ma anche in diverse città europee, contro obiettivi diplomatici e commerciali turchi, entrando in crisi dopo l’arresto del suo leader Abdullah Ocalan nel 1999 e dichiarando nel 2000 la sua intenzione di convertirsi alla lotta legale in favore dei diritti dei curdi. Sempre in Turchia, e sempre nel corso degli anni Novanta, il Fronte Rivoluzionario per la Liberazione del Popolo, una formazione di ispirazione marxista violentemente ostile agli Stati Uniti e alla Nato, ha condotto azioni terroristiche contro obiettivi turchi e americani. Anche l’Armata Rossa Giapponese – fondata intorno al 1970 con l’obiettivo di rovesciare il governo e le istituzioni imperiali giapponesi e di fomentare la rivoluzione mondiale, legata a gruppi terroristici palestinesi e divenuta drammaticamente nota per il massacro realizzato nel 1972 all’aeroporto di Tel Aviv – ha continuato a operare negli anni Novanta con basi logistiche non solo in Giappone ma anche a Manila e Singapore. Verso la fine del decennio, tuttavia, dopo il fallimento di un attentato dinamitardo negli Stati Uniti (1998) e l’arresto in Giappone della sua leader storica Fusako Shigenobu (2000). ha dichiarato ormai definitivamente esaurita la strategia del terrore.

Un interesse particolare rivestono le formazioni terroristiche e di guerriglia che hanno operato e in parte continuano ancora a operare nella complessa realtà dell’America Latina, seppure nel segno dì una crisi sempre più evidente. Tra queste si devono almeno ricordare il Fronte patriottico Manuel Rodriguez, sorto nel 1983 come frangia armata del Partito comunista cileno e ancora attivo negli anni Novanta del Novecento, sebbene profondamente indebolito da una sistematica opera di repressione; le Forze ribelli popolari Lautaro fondate, sempre in Cile, verso la fine degli anni Ottanta; l’Esercito di liberazione nazionale e i guerriglieri Tupac Katari in Bolivia, ancora attivi nella prima metà degli anni Novanta; le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, operanti sin dal 1964 in quanto ala militare del Partito comunista, spesso in connessione con i narcotrafficanti, e l’Esercito di liberazione nazionale colombiano, un gruppo marxista sorto nel 1965 e ispirato a Fidel Castro e Che Guevara, che tra il 1999 e il 2000 ha avviato, insieme alle Forze armate rivoluzionarie, un tentativo di dialogo con il governo; Sendero luminoso, sorto verso la fine degli anni Sessanta in Perù e divenuto negli anni Ottanta uno dei più attivi e violenti movimenti terroristici dell’America Latina; e, ancora, il Movimento rivoluzionario Tupac Amaru, attivo anch’esso in Perù sin dal 1983, di ispirazione marxista-leninista, salito alla ribalta delle cronache nel dicembre 1996 per un clamoroso assalto alla residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima, dove per ben quattro mesi un kommando tenne in ostaggio 72 persone, fino all’aprile del 1997, quando le forze antiterrorismo fecero irruzione nella residenza liberando gli ostaggi e uccidendo tutti i terroristi.

Un rilievo del tutto particolare hanno i gruppi terroristi in vario modo legati al fondamentalismo islamico, i quali, radicati in una area vastissima compresa tra Africa Settentrionale, Medio Oriente e Asia, e con capacità di azione su scala planetaria, hanno giocato un ruolo fondamentale nel terrorismo internazionale di questi ultimi anni. Tra essi, l’organizzazione Abu Nidal, sorta nel 1974 da una scissione dell’OLP, ritenuta responsabile nel 1985 di due gravi attentati negli aeroporti di Roma e di Vienna, tuttora attiva probabilmente con basi in Iraq; la Jihad islamica palestinese, nata già negli anni Settanta con l’obiettivo di distruggere lo Stato di Israele attraverso la guerra santa e responsabile di svariati attentati terroristici – molti dei quali con l’impiego di kamikaze – nella striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Israele; il Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, fondato nella seconda metà degli anni Sessanta da George Habbash e ostile – come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina - Comando generale (con sede a Damasco) – a qualsiasi prospettiva di pacificazione con Israele; il Fronte per la Liberazione della Palestina, divenuto celebre nel 1985 per il sequestro dell’Achille Lauro; la Jihad islamica e Al-Gama’a AI-lslamiya, due gruppi estremistici islamici fondati in Egitto negli anni Settanta, il secondo dei quali – con ogni probabilità responsabile del massacro di Luxor del 1997, che ha provocato la morte di quasi una sessantina di turisti stranieri – ha proclamato una tregua nel 1999; il gruppo Hezbollah, il "Partito di Dio", fondato in Libano, già noto per due gravissimi attentati realizzati a Beirut nella prima metà degli anni Ottanta contro una caserma di militari statunitensi (1983) e l’ambasciata americana (1984), costati la vita rispettivamente a 200 e a 14 persone; il Gruppo Islamico Armato, attivo in Algeria a partire dal 1992, l’anno in cui furono annullate le elezioni vinte dal Fronte Islamico di Salvezza, e responsabile di una catena impressionante di attentati, in cui sono morte ormai decine di migliaia di persone; i Mujahidin del Popolo, che agiscono in Iran: Harakat ul-Mujahidin, operante in Pakistan, probabilmente in contatto con Osama Bin Laden, e attivo in special modo nel Kashmir, Jamaat ul-Fuqra, anch’esso radicato in Pakistan, ma attivo attraverso alcune cellule negli stessi Stati Uniti; il gruppo Abu Sayyaf, attivo nelle Filippine con l’obiettivo di creare uno stato islamico nelle province meridionali del paese e distintosi nel 2000 per il sequestro di una ventina di turisti occidentali liberati poi, dopo diversi mesi, con la mediazione della Libia.

Tra i gruppi terroristici islamici hanno assunto un ruolo particolarmente importante Hamas e AI-Qaeda. Sorta nel 1987 in quanto gruppo palestinese della "Fratellanza musulmana", Hamas ha le sue principali basi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza ed è direttamente implicata nell’ondata di attacchi suicidi che soprattutto nell’ultima parte degli anni Novanta e nel 2000-2001 hanno insanguinato Israele e i Territori. Al-Qaeda è invece l’organizzazione fondata dallo sceicco saudita Osama Bin Laden tra la fine degli anni Ottanta e il principio degli anni Novanta con l’obiettivo di scatenare la guerra santa contro l’Occidente e gli stessi paesi arabi moderati in vario modo compromessi con il grande e il piccolo Satana: gli Stati Uniti e Israele. A questo scopo, essa ha dato vita nel giugno 1998 al Fronte internazionale islamico, a cui hanno aderito tutti i principali gruppi jihadisti radicali. Ad Al-Qaeda e al suo leader è stata attribuita la responsabilità diretta o indiretta di una lunga serie di attentati terroristici "internazionali": la bomba esplosa in un albergo di Aden, nello Yemen, in cui soggiornavano militari americani diretti in Somalia, che uccise invece due turisti austriaci (29 dicembre 1992); l’attentato con un autobomba al World Trade Center di New York, in cui persero la vita sei persone e ne rimasero ferite oltre un migliaio (26 febbraio 1993); l’uccisione di diciotto militari americani a Mogadiscio (3ottobre 1993); il fallito attentato contro il presidente egiziano Hosni Mubarak in visita ad Addis Abeba (26 giugno 1995); l’attentato contro la Guardia Nazionale dell’Arabia Saudita, in cui persero la vita cinque soldati americani e due indiani, con oltre sessanta feriti (13 novembre 1995); l’autobomba esplosa nel quartier generale dell’aeronautica statunitense a Khobar, in Arabia Saudita, che uccise diciannove soldati e ne ferì circa trecento (25 giugno 1996); il già citato massacro di turisti stranieri a Luxor (17 novembre 1997); l’attentato dinamitardo contro le ambasciate americane di Nairobi e Dar es-Salaam, in cui persero la vita complessivamente 258 persone, con migliaia di feriti (7 agosto 1998); l’attentato contro un cacciatorpediniere statunitense, nel porto di Aden, condotto da un kommando suicida su un gommone imbottito di esplosivo, che fece diciassette vittime e una quarantina di feriti (12 ottobre 2000); e infine i tragici attentati di New York e Washington dell’11 settembre 2001, i più gravi e spettacolari atti terroristici mai compiuti nella storia, realizzati attraverso il dirottamento pressoché simultaneo di tre aerei di linea poi proiettati a folle velocità da kommandos kamikaze contro le Twin Towers a Manhattan e il Pentagono (un quarto aereo, anch’esso dirottato, precipitò in Pennsylvania prima di raggiungere il suo obiettivo). Drammatico il bilancio degli attentati: quasi settemila morti, un numero elevatissimo di feriti, nonché il crollo delle Twin Towers e la distruzione di un’ala del Pentagono, i simboli del potere economico e militare degli Stati Uniti. Drammatiche le conseguenze: da un lato, l’inizio (a partire dal mese di ottobre) di una guerra di vaste proporzioni, sostenuta peraltro da un ampio consenso internazionale, contro l’Afghanistan dei taleban, i protettori di Osama Bin Laden e della rete di AI-Qaeda; dall’altro lato, sempre nel mese di ottobre, l’inizio di una nuova serie di attentati terroristici negli Stati Uniti realizzati mediante la diffusione del bacillo del carbonchio (antrace), i quali, pur non risultando quasi mai letali in relazione all’alto numero di persone esposte al rischio di contaminazione, hanno nondimeno creato un’ondata di panico senza precedenti nel paese, dando sostanza al timore di un terrorismo ormai capace e disposto a fare ricorso ad armi biologiche e chimiche, come era già avvenuto in modo del tutto episodico nel marzo 1995 a Tokyo, quando membri della setta Aum Shinrikyo ("Suprema Verità") uccisero 12 persone e ne intossicarono migliaia nella metropolitana utilizzando il micidiale gas sarin.  

** 3. Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno segnato senza dubbio una svolta nella storia del terrorismo. Alcuni vi hanno letto, forse con qualche esagerazione. il segno dell’inizio della "terza guerra mondiale", richiamando e sovrapponendo impressionisticamente due immagini scolpite per sempre nella memoria del Novecento: quella dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo (28 giugno 1914) e quella dell’attacco giapponese a Pearl Harbor (7 dicembre 1941). Di sicuro essi hanno confermato due dati generali di grande rilievo, cui abbiamo già fatto cenno al principio.

Il primo dato è che, a fronte di una crisi diffusa dei terrorismi "interni" – naturalmente con le importanti eccezioni che abbiamo sopra richiamato – Il terrorismo "internazionale" o "globale" sta mostrando di avere a propria disposizione risorse straordinarie e una capacità di offendere sempre maggiore e, nel caso dell’11 settembre, semplicemente impensabile. Una capacità, si deve aggiungere, che già nel corso del decennio 1990-2000, si era tradotta in un numero molto elevato di attacchi terroristici: in totale 4247, stando almeno alle statistiche del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, con le punte più elevate nel 1991 (565), nel 1993 (431), nel 1995(440) e nel 1996 (423). Se d’altra parte si confronta il drammatico (e ancora non del tutto definitivo) bilancio delle vittime del solo 11 settembre 2001 – lo ripetiamo: quasi settemila morti, tra l’altro per lo più civili e di svariate nazionalità – con quello delle vittime di attentati terroristici degli anni precedenti (314 nel 1994, 165 nel 1995, 311 nel 1996, 221 nel 1997, 741 nel 1998, 233 nel 1999, 405 nel 2000), il salto di qualità, del resto già implicito nella scelta stessa degli obiettivi da colpire, risulta immediatamente evidente.

Questa clamorosa escalation del potenziale distruttivo e della volontà di distruggere mostra altresì – ed è il secondo dato – che è sempre più difficile distinguere in modo chiaro e univoco quelle due forme fondamentali della violenza politica che sono la guerra e il terrorismo. E ciò perché, come si poteva in parte già intuire nell’ultimo decennio del XX secolo e come sta diventando sempre più evidente nel XXI – sia i terrorismi sia le guerre stanno probabilmente mutando in modo sostanziale la propria natura nel quadro delle profonde trasformazioni della società e della politica internazionale che hanno segnato il trapasso al terzo millennio. In un mondo, cioè, in cui gli Stati – e con essi le guerre tradizionali – cessano sempre più di essere i soggetti decisivi delle relazioni internazionali; in cui con il tracollo dell’Unione Sovietica è andata prepotentemente riemergendo la "complessità geopolitica del pianeta"; in cui potenti processi di globalizzazione delle risorse e dei flussi culturali rendono le società umane sempre più omogenee e al tempo stesso, per reazione, più frammentate; in cui agiscono spinte fortissime all’integrazione e nel contempo alla disgregazione degli spazi politici; in cui permangono profondissimi squilibri tra le cittadelle ristrette del benessere e dello sviluppo e le immense periferie della miseria, del sottosviluppo e della disperazione; in cui può diventare sempre più fertile il terreno su cui fioriscono – e di fatto stanno fiorendo – le retoriche dello "scontro delle civiltà", di cui ha parlato sin dal 1993 il politologo americano Samuel P. Huntington; e in cui, di conseguenza, possono moltiplicarsi le occasioni per l’esplosione di quelle "guerre asimmetriche" di cui il terrorismo globale – per il momento nella forma tutt’altro che metaforica della "guerra santa contro MacMondo", secondo l’espressione di Benjamin R. Barber – è oggi un attore fondamentale.

lunedì 2 settembre 2013

Che c'entra il petrolio con la Siria

Gilles Kepel
La crisi siriana
Dietro il caos in Siria l’ombra dell’Iraq e i regni dell’oro nero

la Repubblica, 2 settembre 2013

LA CRONACA di un attacco annunciato contro la Siria di Bashar al-Assad coincide più o meno con il dodicesimo anniversario dell’11 settembre. L’ostentata volontà franco-americana di bombardare un Medio Oriente in cui si moltiplicano le spaccature dopo le rivoluzioni del 2011 non è che l’ultima replica del big bang che ha aperto il XXI secolo. Ma le esplosioni ricorrenti del vulcano arabo liberano delle forze irreprimibili, protagoniste impreviste del mondo di domani. Le rivoluzioni arabe sono in primo luogo il prodotto della decomposizione di un sistema politico concepito per resistere alla paura della proliferazione terroristica dopo la «doppia razzia benedetta su New York e Washington» perpetrata da bin Laden e dai suoi accoliti. Contro Al Qaeda, avevamo eretto un baluardo di regimi autoritari e corrotti, ma dotati di servizi di sicurezza efficienti. L’esigenza della democrazia era stata sacrificata sull’altare della dittatura, ma Ben Ali, Mubarak, Gheddafi e altri come Ali Saleh, non sono stati altro che dei despoti patetici che hanno cristallizzato contro se stessi il malcontento popolare, portando a delle rivoluzioni che sono dilagate da Tunisi al Cairo e da Bengasi a Sana’a nella primavera del 2011.
Nel frattempo, Al Qaeda aveva investito le sue energie per creare un improbabile «Emirato islamico di Mesopotamia» nell’Iraq occupato dagli Usa dopo il marzo del 2003. Si è infranta nella sua corsa folle agli attentati suicidi, sognando invano di infliggere all’America un Vietnam jihadista. Nei suoi confronti, i neoconservatori americani, credendo di riscattare il loro onore militare con il dispiegamento di un arsenale invincibile contro uno «Stato canaglia», si prendevano una rivincita simbolica contro gli aerei lanciati contro le Torri Gemelle. Speravano di raggiungere un duplice obiettivo. Rovesciando Saddam Hussein, punivano un dittatore sunnita sospettato di avere creato bin Laden. E portavano al potere la maggioranza sciita in Iraq, che credevano filo-americana, amica di Israele, e perfino capace di far vacillare il regime dei mullah di Teheran. Questi ideologi imbevuti di guerra fredda si sono rivelati degli apprendisti stregoni. Lungi dal vacillare, Teheran è rapidamente diventata la fornitrice di armi e la finanziatrice dello sciismo iracheno. E sono questi sciiti che hanno spezzato le reni all’organizzazione terroristica sunnita, finanziata dai petrodollari provenienti dalla riva araba del Golfo Persico. Infine, sotto gli auspici di Maliki, Bagdad è diventata la migliore alleata di Teheran.
La guerra in Iraq ha dunque avuto due conseguenze paradossali. Ha rafforzato l’asse sciita diretto da Teheran, che ora ha un forte sostegno a Bagdad, e, inoltre, Damasco, gli Hezbollah libanesi e (fino al 2012) il movimento Hamas palestinese, unico partner sunnita della coalizione. E ha disintegrato Al Qaeda, così le dittature sono apparse inutili o addirittura dannose. Soprattutto, Teheran, fornendo via Damasco le armi ai suoi debitori di Hezbollah e di Hamas, ha proiettato la sua frontiera militare sui confini dello stato ebraico, tramite gli alleati interposti. Di fronte al rafforzamento di questo asse sciita, il cui controllo dell’arma nucleare sconvolgerebbe la geopolitica globale dell’energia, perché trasformerebbe il Golfo Persico in un lago iraniano, il mondo sunnita subisce una prima scossa con le rivoluzioni arabe. Le «primavere arabe» sono state accolte con benevolenza in Occidente, ma hanno comunicato un’ondata di panico nella spina dorsale delle monarchie petrolifere del Golfo.
La prospettiva di un «contagio democratico » ha terrorizzato queste dinastie i cui membri monopolizzano i proventi del petrolio e del gas. Il pericolo toccava ormai la penisola arabica stessa, mentre la comunità internazionale guardava da un’altra parte lasciando prevalere gli idrocarburi in pericolo sui diritti umani a rischio. Eppure, il Consiglio di cooperazione del Golfo si è diviso profondamente rispetto alle rivoluzioni arabe. Il Qatar, seconda potenza produttrice di gas al mondo, si è impegnato a dare un massiccio sostegno materiale e mediatico, attraverso la Al Jazeera, ai Fratelli Musulmani. Ha visto in questo islamismo socialmente conservatore la massa umana critica capace di farlo diventare la potenza egemonica del mondo arabo sunnita. Per contro, l’Arabia Saudita e gli altri emirati hanno fatto blocco contro i Fratelli, che fanno concorrenza alla loro intenzione di controllare l’Islam mondiale. L’Arabia ha sostenuto ovunque i salafiti, rivali dei Fratelli. Tuttavia, parte di questi elementi sono finiti nell’attività jihadista violenta. È in questo contesto che si è sviluppata la rivoluzione siriana. All’inizio, aveva lo stesso profilo che in Tunisia o in Egitto: una gioventù istruita si metteva a capo delle rivendicazioni democratiche contro un potere autoritario. Ma l’intensità della repressione e la sua trasformazione graduale in guerra civile a carattere confessionale ha impedito il sollevamento delle forze armate contro il presidente. Il finanziamento in petrodollari e la distribuzione di armi provenienti dai Paesi del Golfo — uniti per sostenere i sunniti che avrebbero scardinato l’asse sciita se Damasco fosse caduta — ha cambiato la situazione sul terreno, favorendo la penetrazione militare dei gruppi islamisti e rendendo più difficile il sostegno alle forze democratiche della resistenza. La Siria diventa dunque l’epicentro dello scontro tra l’asse sciita e i suoi avversari sunniti, ostaggio di una guerra per procura fatta prima di tutto per controllare gli idrocarburi del Golfo. La vittoria di Assad rafforzerebbe Teheran e, dietro all’Iran, la Russia, messa da parte in Medio Oriente. È su questa mappa contrastata che si è aperto nel 2013 il «terzo tempo» della dialettica delle rivoluzioni arabe: la reazione contro i Fratelli musulmani. A quel punto, si è prodotto un importante riallineamento nella regione, di cui hanno immediatamente tratto profitto i dirigenti siriani, iraniani e russi: l’esplosione del blocco sunnita in due fazioni rispetto al sostegno o all’ostilità verso i Fratelli Musulmani. Questa spaccatura profonda separa la Turchia e il Qatar, da una parte, e gli altri paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa.
Questo è il contesto in cui sono state usate le armi chimiche nella periferia di Damasco. Se si scoprisse che il regime è l’autore di questo bombardamento sarebbe una provocazione per la comunità internazionale, per la quale questa rappresenta, come ha detto Obama, una «linea rossa». È la violazione di questa norma morale che i presidenti americano e francese invocano per agire in nome dell’umanità contro la barbarie. Tuttavia, l’invocazione di questi principi riscuote poco successo tanto nell’opinione pubblica dei paesi coinvolti che tra gli alleati, dagli altri paesi europei alla Lega Araba. Soprattutto, la riaffermazione russa cambia profondamente la situazione rispetto a un’operazione militare. Mosca non vuole subire un nuovo Afghanistan. La paradossale accoppiata francoamericana ha i mezzi per prolungare l’unilateralismo che è prevalso dopo la caduta del muro di Berlino? Oppure l’Occidente, diviso, è costretto ad agire nel quadro di un nuovo multipolarismo?
(traduzione di Luis E. Moriones)

martedì 20 agosto 2013

Il ruolo dei militari in Egitto

Bernardo Valli
Mubarak e il generale. In Egitto tornano i rais
la Repubblica, 20 agosto 2013

Il generale Abdel Fattah al-Sisi è un sentimentale. Gli capita di far piangere la platea. In aprile, a conclusione di un concerto, ha preso la parola per ringraziare gli interpreti, e li ha commossi al punto che sono scoppiati in lacrime. Il generale Sisi sorride spesso. Sembra un ictus. Le migliaia di ritratti appesi alle finestre, ai balconi, in molti quartieri del Cairo, non solo quelli borghesi, anche i sobborghi operai ne sono pieni, mostrano un volto disteso, sereno, senza il piglio militaresco che verrebbe spontaneo attribuire a chi ha promosso una repressione il cui bilancio supera il migliaio di vittime. Il suo sguardo è spesso mascherato da grossi occhiali ray-ban. Gli egiziani appartengono al mondo arabo dell’ulivo (i cui alberi ombreggiano il delta del Nilo che si getta nel Mediterraneo); un mondo contrapposto dagli storici per la sua gentilezza a quello arabo assai più rude della palma (i cui alberi punteggiano le rive irachene del Tigri e dell’Eufrate che si gettano nell’Oceano).
Con i sorrisi e il linguaggio suadente, dietro i quali si nasconde un freddo calcolatore, il generale affascina oggi la maggioranza degli egiziani, riluttanti a riconoscersi investiti da un’ondata di odio, ben evidente a un osservatore straniero. L’espressione serena del generale rassicura e funziona da alibi: dà l’impressione che, nonostante il sangue versato, il paese dell’ulivo non sia cambiato. E che sia nelle mani di un uomo duro ma giusto. Il quale, per la dignità che irradia, non può essere l’istigatore di non nobili istinti popolari.
Il generale Sisi è un personaggio complesso. È riservato, dosa le parole, ma a volte si abbandona a confidenze, sia pure senza mai abbandonare il riserbo di un ufficiale che ha diretto l’intelligence militare. È religioso, la moglie porta il velo, e lui compie le cinque preghiere quotidiane prescritte dal Corano, ma non è un bigotto. Non pensa che la religione debba essere confusa con la politica. Nel 2006,
quando frequentava negli Stati Uniti l’US Army War College, scrisse alcune considerazioni sulla società americana e sulla società musulmana. Gli americani credono nella vita, nella libertà e nella ricerca della felicità. Mentre la cultura islamica punta all’equità, alla giustizia, all’uguaglianza e alla carità. A questi giudizi il generale aggiungeva che una democrazia deve appoggiarsi su principi religiosi. Ma la teocrazia non rientrava tuttavia nelle sue idee. La escludeva. Il suo scritto fu tuttavia interpretato come molto vicino alle tesi dei fratelli musulmani.
Il generale Sisi non ha mai partecipato a una guerra. Nel ‘77, a 23 anni, uscì dall’accademia militare quando l’allora presidente Sadat faceva la pace con Israele, mettendo fine ai conflitti con lo Stato ebraico. Egli appartiene quindi alla nuova generazione arrivata all’apice della gerarchia, vale a dire nel Consiglio supremo delle forze armate (Scaf), proprio quando con l’elezione dell’islamista Morsi i vecchi generali, che avevano governato per un anno con pessimi risultati, furono mandati in pensione. Il generale Sisi sembrava destinato a convivere con gli islamisti.
Non erano in pochi ad avere questa impressione, ma si sbagliavano. Nonostante l’età, 59 anni, relativamente giovane per un capo delle forze armate, e le esperienze nelle scuole di guerra americane e inglesi, il generale Sisi è fedele alla vecchia tradizione militare egiziana, che risale ai primi dell’Ottocento, all’epoca di Mohammed Ali pascià, e che è poi stata rilanciata nel 1952 dagli “ufficiali liberi” repubblicani, dopo la fine della monarchia. L’esercito è la spina dorsale e l’arbitro della vita nazionale. Controlla più di un terzo dell’economia ed è l’arbitro in campo politico. Anzi, lo domina. Il rosario di disfatte inflitte da Israele (‘48, ‘56, ‘67, ‘73) non ha intaccato il suo prestigio, perché all’interno del paese, non avendo avversari in grado di abolire i suoi privilegi e la sua autorità di fatto al di sopra delle leggi, l’esercito vanta soltanto vittorie. È passato dal socialismo al liberismo, e ha imposto non poche versioni di autoritarismo, sempre con presidenti usciti dai suoi ranghi. Naghib, Nasser, Sadat, Mubarak. Tutti leader politici e generali. Abdel Fattah al Sisi non è ancora il presidente, al momento dice di non volerlo diventare, ma la strada è tracciata. La tradizione riprende.
Il 3 luglio Sisi ha cacciato dalla presidenza l’usurpatore, l’intruso, il borghese Mohammed Morsi, e nelle settimane successive ha disperso i suoi seguaci, i Fratelli musulmani. Mentre la repressione è ancora in corso, è stato annunciato che le accuse contro Hosni Mubarak, l’ex presidente scalzato dal potere dalla “primavera araba” e condannato da un tribunale, stanno per essere alleggerite. In particolare potrebbe cadere quella di corruzione e questo trasformerebbe la detenzione di Mubarak in libertà condizionata. Il generale Sisi cancella una macchia vergognosa del suo vecchio superiore? Èun segno della solidarietà di casta? L’improvvisa clemenza nei confronti di Mubarak sconcerta molti animatori della primavera araba dichiaratisi in favore del “golpe” dell’esercito contro il presidente islamista e il governo dei fratelli musulmani. Adesso si sentono un po’ beffati. Hanno l’impressione che il vecchio rais corrotto stia per essere riabilitato. È una restaurazione rampante? Il ripristino dello stato d’emergenza, che restituisce i vecchi poteri ai militari, può essere considerato un altro segnale.
A suo modo il generale Sisi è rispettoso delle regole. È l’esercito che, contenendo e poi cavalcando l’insurrezione di piazza Tahrir, cominciata il 25 gennaio 2011, ha deposto Mubarak, e che l’ha arrestato. Poi, sempre i militari, hanno condotto il paese alle elezioni e hanno insediato alla presidenza il vincitore Mohammed Morsi. Il generale Sisi è diventato il suo ministro della difesa, di fatto il garante dell’esercito nel governo islamista. Per la sua fama di musulmano osservante sembrava l’uomo adatto. Si sospettava appunto che fosse affiliato alla Confraternita dei Fratelli. Alcuni nella sua famiglia della media borghesia (il padre era un commerciante) lo erano e lo sono. Un cugino, Khaled Lufti al Sisi, è stato ucciso durante lo sgombero di Rabaa al Adawij, a Nasr City, il quattordici agosto, giorno del massacro.
Le voci sulla supposta appartenenza alla fratellanza musulmana del generale sono state bruscamente smentite quando lui di persona, senza ricorre ad intermediari, ha invitato la popolazione a manifestare contro i “terroristi”, come ormai chiamava apertamente gli islamisti. Sentendosi appoggiata dall’esercito la maggioranza della popolazione ha sfogato la sua collera, alimentata da giornali e televisioni, contro i fratelli musulmani rivelatisi incapaci di governare e ritenuti responsabili del disastro economico. Il compassato ufficiale, con lo sguardo nascosto dietro gli occhiali neri, si è rivelato un laconico ma efficace tribuno, poiché senza perdersi in lunghi discorsi è riuscito a mobilitare la maggioranza del paese contro i fratelli musulmani, un anno prima votati come salvatori della patria. Il sospetto che fosse tutto orchestrato è abbastanza fondato. Mentre la collera montava contro il governo inefficiente, le stazioni di benzina sono rimaste senza carburante e il Cairo si è paralizzato. Per miracolo hanno ripreso a funzionare subito dopo la destituzione di Morsi. Il compassato generale Sisi si è dimostrato un buon agitatore e un esperto nel tessere trame. Non a caso ha comandato l’intelligence militare.
Molti puntano sul generale Sisi. La maggioranza del paese è con lui: dagli uomini d’affari dei tempi di Mubarak, che sperano in una restaurazione e comunque in un ritorno all’ordine, agli operai trascurati dai fratelli musulmani, insensibili ai problemi sociali. Quelli che non sperano in una sua rapida ascesa, lo detestano. L’odio è reciproco. Per gli uni, per la maggioranza, i fratelli musulmani sono terroristi, per gli altri, una minoranza, sono i difensori della legittimità essendo stati eletti con il primo libero voto nella storia dell’Egitto.
Quest’ ultima affermazione è contestata da molti. Un gesuita che vive al Cairo, Henri Boulad, sostiene che l’elezione di Mohammed Morsi alla presidenza fu una grande mascherata, e che l’esercito non aveva scelta. Le milizie dei fratelli musulmani, armate fino ai denti, seminavano il terrore in tutto l’Egitto. Omicidi, rapimenti, stupri. Chiese e scuole cristiane bruciate o saccheggiate, religiosi cattolici e copti uccisi. Padre Henri Boulad giustifica l’azione dei militari e denuncia l’atteggiamento dei paesi occidentali, e le critiche dei mass media. Il gesuita è un evidente grande sostenitore del generale Sisi.

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Sergio Romano
L’Egitto, i militari, la democrazia, quei golpe fuori dai nostri schemi
Corano e colonnelli, l’eterna tentazione
La «via militare al progresso» inaugurata da Atatürk come costante della storia moderna del mondo islamico
Corriere della Sera, 5 luglio 2013

La storia del ruolo dei militari nelle vicende del mondo arabo-musulmano comincia in Egitto agli inizi dell'Ottocento, dopo la spedizione di Bonaparte, ma è anzitutto una storia ottomana. Nel corpo di spedizione albanese, inviato al Cairo da Costantinopoli per rimettere ordine in una provincia troppo precipitosamente abbandonata dalle truppe francesi, vi era un giovane ufficiale, Mehmet Ali, spregiudicato e ambizioso. Si sbarazzò dei mamelucchi (una oligarchia militare che controllava il Paese in nome del Sultano), ottenne dall’Impero una sorta d’investitura, creò una dinastia e avviò la modernizzazione del Paese ricorrendo a tecnici, istruttori e amministratori europei.
Viene scritta così la prima legge fondamentale dello Stato arabo in epoca moderna: il ceto sociale più adatto alla sua modernizzazione è quello dei militari. Hanno constatato, a loro spese, la potenza degli eserciti europei. Si sono familiarizzati con le loro armi. Hanno frequentato le loro scuole. Hanno potuto misurare la distanza che separa le società arabe dalle società occidentali. Hanno capito che la religione è una componente essenziale dell’identità nazionale, ma può essere un ingombrante ostacolo sulla strada della modernità. Hanno un personale interesse all’esercizio del potere e possono governare, nella migliore delle ipotesi, a vantaggio della nazione.
Questa «via militare al progresso» diventa ancora più rigorosa ed efficace quando l’azione si sposta nel cuore europeo dell’impero (Costantinopoli, Salonicco, Smirne) e ha nuovi protagonisti nella persona dei giovani ufficiali che escono dalle accademie militari alla fine dell’Ottocento. Hanno studiato all’estero, hanno fatto un apprendistato diplomatico nelle ambasciate ottomane, hanno combattuto contro gli italiani in Libia, contro i greci, i bulgari, i serbi e i montenegrini nelle guerre balcaniche, hanno assistito con grande amarezza e forti sentimenti di umiliazione al declino dell’Impero. Il loro modello militare è la Germania di Guglielmo II, con cui la Turchia ha ormai una solida alleanza. Il loro modello civile, anche se adattato alle condizioni locali, è quello democratico diffuso dalle logge massoniche soprattutto là dove esiste una maggiore influenza francese. Il nome con cui desiderano essere chiamati è quello di «giovani turchi». Quando Winston Churchill, allora primo Lord dell’Ammiragliato, decide nel gennaio del 1915, pochi mesi dopo lo scoppio della Grande guerra, di colpire la Turchia a Gallipoli con lo sbarco di un corpo composto da truppe del Commonwealth, uno di essi coglie gli invasori di sorpresa e rovescia le sorti della battaglia. Si chiama Mustafà Kemal, ha 34 anni, è colonnello.
Qualche anno dopo, mentre le flotte dei Paesi vincitori gettano l’ancora nel Bosforo e l’Italia prende possesso del vecchio palazzo dei veneziani sulla collina di Galata, Kemal accetta la perdita delle province arabe, ma rivendica il cuore anatolico dell’Impero, prende la guida dell’esercito, batte i greci, depone il Sultano Maometto VI, proclama la fine del Califfato, sposta la capitale ad Ankara e crea la Repubblica turca: uno Stato laico che bandisce il fez e il velo, dà il voto alle donne, instaura l’alfabeto latino, adotta codici ispirati dalle legislazioni occidentali. E’ una dittatura, ma infinitamente più democratica, nella sostanza, degli Stati che sorgono contemporaneamente, sotto la protezione delle potenze coloniali, nelle vecchie province arabe dell’Impero ottomano.
Quando muore nel 1938, Kemal «il Padre dei turchi» (Atatürk è il nome adottato dopo la guerra della riconquista), lascia in eredità ai suoi successori uno Stato in cui le forze armate sono i custodi della laicità, i supremi protettori dell’identità nazionale. Verso questo Stato le classi dirigenti arabe hanno un duplice atteggiamento. E’ il vecchio padrone di cui è bene diffidare, ma è il solo, nella regione, che abbia la dignità dell’indipendenza, istituzioni efficaci, un rispettabile status internazionale. Da quel momento non vi è rivolta, rivoluzione o spinta al rinnovamento, nel mondo arabo, che non prenda corpo negli ambienti militari e non sia tacitamente ispirata dal mito inconfessato del grande Kemal. Sono «nipoti» di Atatürk quasi tutti i leader arabi della regione: il general Neguib e il colonnello Nasser in Egitto, il generale Abdul Karim Kassem in Iraq, il generale dell’aeronautica Hafez Al Assad in Siria, il colonnello Gheddafi in Libia, il generale Sadat dopo la morte di Nasser e il generale Mubarak dopo la morte di Sadat. Anche nei Paesi in cui le maggiori cariche dello Stato sono talora occupate da personalità civili, come nel caso dell’Algeria, la spina dorsale dello Stato, nel bene e nel male, è rappresentata dalle forze armate.
Vi sono alcune eccezioni, naturalmente. In Marocco il generale Oufkir, anima dannata del regime, non riesce a conquistare il potere con un colpo di Stato e viene frettolosamente eliminato nel 1972. In Tunisia, dove la società ha sempre vissuto in simbiosi con il modello delle istituzioni francesi, la personalità carismatica di Habib Bourghiba conquista il consenso nazionale. Nel Paese più multiculturale delle regione, il Libano, l’esercito non riesce a imporre la propria autorità sulle milizie religiose: le falangi dei cristiani e il «partito di Dio» degli sciiti (Hezbollah). In Libia Gheddafi esce dalle file dell’esercito, ma ne diffida e preferisce una sorta di forza privata costituita dalle tribù fedeli. Complessivamente, tuttavia, l’esercito è il protagonista di qualsiasi rivolgimento e il futuro dittatore è molto spesso un colonnello perché il comando di un reggimento basta spesso per rovesciare un regime e conquistare il potere.
Naturalmente l’autorità dell’esercito dipende in buona misura dalla storia del Paese e dal ruolo delle forze armate nelle vicende cruciali della storia nazionale. In Algeria è forte perché può rivendicare la vittoria contro la Francia nella lunga guerra per l’indipendenza e quella contro le formazioni combattenti del Fronte islamico della salvezza durante il lungo conflitto civile degli anni Novanta. In Egitto Nasser ha combattuto contro gli israeliani nel 1948 e la sua presidenza è sopravvissuta alla spedizione anglo-francese di Suez nel 1956. Ma ha perduto la «guerra dei sei giorni» nel 1967. Sadat può vantare qualche successo nella fase iniziale della guerra del Kippur e Mubarak, negli stessi giorni, è protagonista di una fortunata operazione sul canale di Suez. Il siriano Assad ha perduto nel 1967 le alture del Golan, ma ha curato le forze armate come un gioiello di famiglia collocando i suoi fedeli alawiti nelle posizioni di comando e riempiendo i propri arsenali con armi importate dall’Urss, dai suoi satelliti e, più recentemente, dalla Russia e dall’Iran.
Tra l’esercito turco e quelli dei Paesi arabi esiste tuttavia una importante differenza. Il primo ha mandato un primo ministro sulla forca (Asnan Menderes nel 1961) e ha brutalmente destituito, sino all’avvento al potere dell’Akp (il partito di Erdogan), tutti i governi costituiti da forze politiche islamiche. Ma ha conservato, a dispetto delle accuse di Erdogan, il senso della propria missione laica e repubblicana. Quelli dei Paesi arabi, invece, hanno una irresistibile tendenza a divenire casta militare, corpi separati, «regioni autonome» che difendono i loro interessi corporativi, gestiscono una parte dell’economia nazionale e lasciano vivere senza troppi scrupoli tutti coloro che non attentano alle loro prerogative. Quando ha abolito il secondo turno delle elezioni del 1991 e ha duramente combattuto gli islamisti, l’esercito algerino difendeva il potere che aveva conquistato per se stesso.
All’esercito egiziano, in particolare, occorre riconoscere una considerevole dose di scaltrezza e prudenza. Ha concluso un patto con gli Stati Uniti: un miliardo di dollari all’anno per tenere d’occhio Hamas nella striscia di Gaza e ed evitare, per quanto possibile, un altro conflitto arabo-israeliano. Ha coperto le spalle di Mubarak sino al giorno in cui ha capito che rischiava di condividerne la sorte. Ha convissuto con la Fratellanza musulmana sino al giorno in cui l’inettitudine della presidenza Morsi cominciava a rappresentare rischio per la conservazione del proprio status e la salvaguardia dei propri interessi. Vi è molta saggezza orientale in questa politica, ma anche cinismo, opportunismo e una certa tendenza a navigare, giorno dopo giorno, nel senso delle correnti.
Non credo che le altre forze armate della regione, a questo punto, diano migliori garanzie e offrano migliori prospettive. In Algeria la malattia del presidente Bouteflika annuncia una transizione che potrebbe mettere a dura prova la stabilità del regime. In Tunisia l’esercito deve combattere i salafiti e le formazioni ispirate da Al Qaeda soprattutto lungo i confini sud-occidentali del Paese. Ma i salafiti non sono soltanto il nemico visibile, asserragliato nelle sue trincee. Sono anche nascosti nel fronte interno e sembrano in grado di esercitare qualche influenza su Ennahda, incarnazione tunisina della Fratellanza musulmana.
In Libia esistono solo milizie, abbastanza forti per impedire che il Paese abbia un governo stabile, troppo deboli e numerose perché una di esse possa prevalere sulle altre e creare un nuovo Stato. In Libano l’esercito è una istituzione seria e rispettabile, ma troppo fragile per disarmare Hezbollah, garantire l’ordine pubblico, la pace civile e l’indipendenza. In Siria l’esercito combatte una guerra civile, difende Assad e se stesso contro una parte della società, non può essere la forza armata della nazione. In Iraq l’esercito è stato distrutto dal primo proconsole americano e molti di coloro che hanno smesso l’uniforme sono ora impegnati in una guerra civile contro gli sciiti che potrebbe rivelarsi non meno sanguinosa, alla fine, di quella siriana. E tutto questo accade purtroppo mentre la Turchia non è più, come negli scorsi anni, il Paese che sembrava in grado di conciliare la laicità, la fedeltà alle tradizioni e il dinamismo economico. In queste condizioni non è facile ragionare sul ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti nella regione. Gli Stati che zono di fronte a noi sull’altra sponda del Mediterraneo sono alla ricerca di nuove rotte, nuove bussole, nuovi timonieri. Potremo essere utili al loro futuro soltanto quando li avranno trovati.