domenica 18 settembre 2016

Recalcati e l'elogio del fallimento


Da psicanalista rilessivo a tuttologo scatenato il passo non è così lungo come potrebbe sembrare. Tu sei uno psicanalista giovane con una formazione filosofica alla spalle. Sai parlare in modo persuasivo e accattivante. Ami apparire in pubblico. Hai qualcosa da dire, per questo ti trascini dietro folle innumerevoli di ascoltatori rapiti dal tuo verbo. Ed ecco che ti immedesimi nel ruolo. Diventi una sorta di consolatore universale. Hai considerato a lungo il tema del fallimento. Hai scritto un libro su questo. Adesso ti chiamano a un festival di filosofia. Tieni a Carpi una lezione in cui tracci l'elogio del fallimento (hai già scritto un articolo in proposito, anni fa). Ti intervistano, ti chiedono di riassumere il tuo pensiero. Viene fuori che il fallimento è una buona cosa, guai a farne a meno. Chissà se un fallito di quelli veri in cuor suo la pensa così. E forse questo non è neppure il tuo pensiero. No, il fallimento non è una buona cosa, dipende. Diventa una buona cosa se sappiamo reagire ad esso. Massimo Recalcati si avvia a diventare un banale clone del tuttologo Crepet? Speriamo di no. Andiamo intanto a vedere cosa può avere realmente scritto e detto, prima dell'esplosione mediatica, sul fallimento il nostro psicanalista filosofo. (Giovanni Carpinelli)

Elogio del fallimento

La psicoanalisi non tesse affatto l’elogio della prestazione. Il lavoro dell’analisi è antagonista al narcisismo dell’apparizione, a quel successo dell’io che abbaglia e cattura i giovani di oggi. L’esperienza dell’analisi punta piuttosto a scorticare l’involucro narcisistico dell’immagine per porre il soggetto di fronte alla verità del proprio desiderio. Tutto nell’esperienza analitica mira a ridurre i falsi prestigi dell’io, come si esprimeva Lacan. La psicoanalisi non sostiene il culto ipermoderno della prestazione, ma tesse l’elogio del fallimento. Essa raccoglie i resti, i residui, le vite di scarto; lavora sulle cause e sulle vite perse. Per fare lo psicoanalista bisogna amare le cause perse… Ma cosa significa tessere un elogio del fallimento? Il fallimento non è solo insuccesso, sconfitta, sbandamento. O meglio, è tutto questo: insuccesso, sconfitta e sbandamento, ma è anche il suo rovescio. Il fallimento, secondo Lacan, è proprio del funzionamento dell’inconscio. La sua definizione di atto mancato è tutta un programma: un atto mancato è il solo atto riuscito possibile. Perché? Perché è un atto mancato per l’io, ma è riuscito per il soggetto dell’inconscio. Lo stesso accade in una sbadataggine o in un lapsus. Il fallimento è uno zoppicamento salutare dell’efficienza della prestazione. E, in questo senso, la giovinezza è il tempo del fallimento o, meglio, è il tempo dove il fallimento dovrebbe essere consentito. È quel tempo che esige il tempo del fallimento, dell’errore, dell’erranza, della perdita, della sconfitta, del ripensamento, del dubbio, dell’indecisione, delle decisioni sbagliate, degli entusiasmi che si dissolvono e si convertono in delusioni… del tradimento e dell’innamoramento…

http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-formazione-passa-per-la-via-del-fallimento/


WM: Professor Recalcati, quali sono i malesseri tipici del nostro tempo e perché i giovani d'oggi sono così infelici e tormentati?
MR: I malesseri sono vari e sono diffusi epidemicamente: abuso di sostanze, anoressie, bulimie, obesità, attacchi di panico, depressioni, dipendenze patologiche di vario genere, violenza. Ma sotto queste maschere sintomatiche i giovani d'oggi – non tutti i giovani d'oggi ma i giovani che stanno male – sembrano afflitti dalla difficoltà di accedere all'esperienza del desiderio. Sono soggetti senza desiderio.
WM: Soddisfacimento, godimento e desiderio: quale connotazione assumono nel contesto odierno?
MR: Nel nostro tempo domina il godimento compulsivo, la ricerca affannosa della nuova sensazione, del nuovo oggetto. Ma questa ricerca riproduce sempre la stessa insoddisfazione. Il godimento che oggi appare come un vero e proprio dio cannibale al quale i giovani sacrificano le loro vite non procura alcuna soddisfazione. La ricerca del nuovo, della nuova sensazione, si esaurisce nella ripetizione della stessa insoddisfazione.
WM: La frase sempre più comune tra i giovani "vivo alla giornata", secondo lei ha ragione di esistere?
MR: Progettare la vita significa differire il godimento immediato, canalizzarlo – appunto – in un progetto. Ed ogni progetto implica anche l'esperienza del limite, dello sforzo, della costanza, dell'impegno. Rinnovare la fedeltà nei confronti della propria aspirazione, della propria vocazione, del proprio desiderio: questo comporta una assunzione di responsabilità rischiosa e difficile. Vivere alla giornata solleva da quella assunzione, ma la sua offerta di felicità è illusoria ed effimera.
WM: Anoressia e bulimia: malattie del corpo o malattie sociali?
MR: Sono malattie che investono il corpo e che lo conducono sul baratro della morte. Nel campo della salute mentale non esistono malattie mortali come sono anoressie e bulimie. E tuttavia questo corpo che rende schiavi – schiavi della sua fame o della sua immagine estetica – è anche un corpo esaltato dalla nostra cultura. I due miti che reggono la nostra industria culturale sono gli stessi che agiscono come miti guida nell'anoressia-bulimia. Il primo è il mito del consumo, il mito che esiste un oggetto capace di risolvere il dolore di esistere, il mito di un consumo fine a se stesso, di un consumo di consumo che trova la sua esplicitazione più drammatica nell'abbuffata bulimica: mangiare tutto senza mai raggiungere il senso della sazietà. Il secondo è il mito dell'immagine estetica del corpo. Avere un corpo magro significa per una donna assimilarsi al corpo alla moda, avere la giusta divisa, essere assimilata all'ordine di ciò che deve essere una donna. Questi due miti ci introducono a forme paradossali di schiavitù dove nel massimo di una falsa libertà il soggetto si scopre prigioniero del cibo o della sua stessa immagine.
WM: Se dovesse dare un consiglio ai genitori di un adolescente in merito a regole, cattiva condotta e trasgressione, cosa direbbe loro?
MR: Quello che fa bene ai giovani non è voler fare il loro Bene. Anche perché quando qualcuno vuole fare il bene di qualcun'altro non c'è, solitamente, più limite al male. Quello che i genitori possono fare è offrire ai loro figli una testimonianza di come si può unire il desiderio al senso del limite. Desiderare non significa semplicemente praticare una libertà senza vincoli; desiderare significa fare del proprio desiderio una vocazione, un impegno, una possibilità che non esclude il senso del limite ma lo implica profondamente.

https://www.wellme.it/approfondimenti/interviste-recensioni/4152-elogio-del-fallimento
il libro: Massimo Recalcati, Elogio del fallimento. Conversazioni su anoressie e disagio della giovinezza, Edizioni Erickson 2011.

sabato 17 settembre 2016

Hopper a Cape Cod


 

Nel corso dei decenni, mentre il suo lavoro continuava a svilupparsi, Hopper è tornato ogni anno a questa semplicità: vecchie case di legno in un paesaggio aperto di spiaggia, brughiera e bosco. (Gregory Dicum, New York Times, 10 agosto 2008)

http://www.nytimes.com/2008/08/10/travel/10cultured.html?_r=0

http://www.minimaetmoralia.it/wp/il-mito-di-cape-cod/

 
Hopper, Edward. - Pittore statunitense (Nyack, New York, 1882 - ivi 1967). Studiò a New York ed esordì come illustratore. Fu a Parigi nel 1906 e nel 1909. Indifferente a ogni tendenza d'avanguardia, da allora andò maturando uno stile inconfondibile, trattando gli aspetti della vita e del paesaggio americano, fissati in atmosfere immote e solitarie, con realismo accentuato. (Treccani)


Corn Hill






ottobre

tramonto
sera
mattino
pomeriggio







giovedì 15 settembre 2016

Per Tiziana Capone

 

Annalena Benini, La ferocia di una gogna che trasforma una ragazza in un niente a disposizione di tutti, Il Foglio, 15 settembre 2016

La ferocia non è una soltanto. La ferocia materiale di chi insultava Tiziana per strada, dopo averla vista nel video hard che lei aveva affidato agli amici (ai nemici), la ferocia di chi stampava magliette con la frase da lei pronunciata nel video, la ferocia immateriale che trasforma moltissimi spettatori, linkatori, guardatori, in linciatori quasi inconsapevoli, convinti di avere davanti, con il filtro di uno schermo, non una persona ma una cosa, uno scherzo, un gioco anche crudele ma pur sempre un gioco, un corpo, nient'altro che un corpo. Invece, al contrario, una ragazza che per sventatezza, per un minuto di eccitazione, per fiducia e per allegria affida se stessa a qualcun altro, invia come un regalo qualcosa di sé, qualcosa anche di segreto e di spavaldo insieme, un'esibizione, una bravata, quella ragazza pensa sempre, sempre, di avere a che fare con gli esseri umani. Con persone che non la tradiranno. Che non la tratteranno come una cosa disprezzabile, massacrabile. Quella ragazza non pensa di avere a che fare con la ferocia, in tutte le sue forme, materiali e immateriali. Invece ha lasciato il lavoro, ha lasciato il paese che per lei ora esplodeva in risate, insulti e canzoni e impossibilità di avere una vita, ha cercato di difendersi, ha speso soldi in avvocati, ha cercato di cambiare cognome, ha provato per due anni a immaginare un futuro e non ce l'ha fatta. Si è impiccata a trentun anni nello scantinato della casa in cui era tornata a vivere con la madre [...]
Tiziana era sola contro un mondo intero, reale e virtuale, che cliccava sulla sua faccia e rideva, si eccitava, si annoiava, se ne fregava, ma sempre pensando di averne diritto. Perché appena lei ha affidato quel video agli amici, ha smesso di esistere, ha smesso di essere una persona, è diventata una foto, un frame, un nulla a disposizione di tutti. 

http://m.iltirreno.gelocal.it/italia-mondo/2016/09/15/news/il-suicidio-di-tiziana-il-sociologo-del-web-gli-unici-anticorpi-della-rete-siamo-noi-1.14100521?id=2.3521&fsp=2.3422&refresh_ce

http://www.lastampa.it/2016/09/15/italia/cronache/lallarme-del-garante-per-la-privacy-ammettiamolo-la-tutela-impossibile-pIs9hHBhoEAEIoHpd2peRN/pagina.html 


mercoledì 14 settembre 2016

Cosa ha fatto De Luca




Si è data troppa importanza a ciò che De Luca ha detto. Più importante è ciò che ha fatto: ha tentato di spezzare un incantesimo. Ci ha provato e ha trovato ascolto: tutto questo non era scontato, qualche tempo fa sarebbe stato inconcepibile. Lasciamo stare ora la distinzione tra partito e movimento. Lasciamo stare anche la pretesa di rappresentare l'antipolitica. I Cinque stelle non hanno un gruppo dirigente all'altezza del compito. Anche Carlo Freccero ne ha preso atto, decidendo di puntare su Chiara Appendino. (Giovanni Carpinelli)

Che gente, questi dei Cinque stelle! Per anni hanno coperto di insulti, infamie e letame tutti quelli che capitavano a tiro, e adesso di fronte all'ironia di un genio partenopeo come De Luca fanno le educande offese... (Massimo Rostagno)

Vincenzo De Luca senza freni. Paragona il M5s a una «scorfana» di cui gli elettori si sono innamorati credendola una «principessa». E attacca il  trio Di Maio, Fico, Di Battista definendoli «galli cedroni» «falsi come Giuda», «che vi possano ammazzare tutti quanti». Il governatore della Campania, intervistato dal Fatto Quotidiano Tv, è andato a ruota libera sul Movimento cinque stelle. Con metafore e affondi che hanno suscitato il divertimento dei suoi difensori e l'indignazione di tutti gli altri.
GLI AVVISI DI GARANZIA DEGLI ALTRI? CONDANNE A MORTE. Prima gli elettori, è il ragionamento del politico di Salerno, non vedevano niente. «Gli psicologi, quando si riferiscono all’innamoramento, parlano di anestesia percettiva: quando ti innamori, non vedi più niente, c'è una nuvola che ti avvolge, non vedi più la realtà. Una scorfana ti pare una principessa: magari non vedi neanche i suoi pelacci, i suoi baffi, le sue varici. Questo vale ovviamente anche per gli uomini, non vorrei che l’associazione 'Amici delle bambole' mi accusasse di sessismo».
De Luca ha ricordato il giustizialismo a targhe alterne dei grillini: «Vi ricordate quando facevano i balletti in mezzo alle strade: 'Onestà, onestà, giustizia'». «Vi ricordate quante persone sono state offese ingiuriate per un avviso di garanzia?» «Quelli degli altri sono condanne a morte, quelli propri vanno valutati nel merito», ha attaccato il presidente della Campania, rivolgendosi a Virginia Raggi: «Quando riempivate di vaffa il mondo intero, non le dovevate leggere le carte?»
«FALSI COME GIUDA, CHE VI POSSANO AMMAZZARE». Ma il passaggio più forte, un affondo violentissimo, è quello sui membri del direttorio: «Abbiamo visto emergere un trio, già li avevamo visti nella vicenda di Quarto, li avevamo visti appollaiati, il Di Battista, il Di Maio e il Fico, ecco oggi si rivelano all'Italia nelle vesti proprie: Giggino il chierichetto, Fico il moscio ovviamente, e l'emergente Di Battista detto Dibba, il gallo cedrone, ora ognuno ha trovato il suo ruolo in commedia».
«L'Italia dovrebbe essere diretta da questi signori», ha proseguito De Luca, secondo il quale la sola cosa che hanno in comune è «che sono delle mezze pippe», perché ha ricordato De Luca, quando si sono presentati alle elezioni con la loro faccia hanno perso o raccolto poche decine di voti. «Sono tre miracolati che hanno sfruttato o l'onda grillina. Sono falsi come Giuda, ognuno vorrebbe accoltellare alla schiena l'altro, però in pubblico baci e abbracci... che vi possano ammazzare tutti quanti», è arrivato a dire, «La maggior parte di quelli che votano Cinquestelle, certo non votano per voi».
Un attacco che già ha diviso i giudizi sull'esponente del Partito democratico, noto per il suo uso e soprattutto abuso del linguaggio.

Lettera 43, 10 settembre 2016

domenica 11 settembre 2016

L'11 settembre del Cile. Giravolte della memoria



Claudio Vercelli 

 Mah, che dire, al di là dei ricordi in parte oramai sbiaditi, comunque ingialliti benché non per questo cancellati? Ricordi, nel caso mio, traslati dal tempo anche se all'epoca ero già nato. La vicenda cilena fu molto vissuta, nel mentre si consumava il golpe ma anche negli anni successivi. Poiché da subito, oltre a dare il segno brutale della disintegrazione di un sogno tanto intenso quanto illusorio - quello di una rivoluzione "democratica", quasi azionista, se dovessimo usare i nostri paradigmi culturali e politici, dove la parte "buona" della borghesia, quella cosciente e "riflessiva", di cui Allende si era candidato ad essere la punta di diamante, traghetta una collettività verso "equilibri più avanzati" - comunicò all'opinione pubblica internazionale che il tradimento poteva rivelarsi consustanziale ad una democrazia. Il bacio di Giuda nella versione contemporanea, in altre parole. L'orrore per figure come Pinochet derivava non solo dal riscontro di ciò che stavano facendo, e avrebbero continuato a fare pressoché indisturbati, ma anche dalla consapevolezza che per potere tradire avevano dovuto e voluto giurare fedeltà ad un assetto istituzionale del quale erano parte a pieno titolo. Si sa che nel novero dell'alta ufficialità cilena, spaccata al suo interno, Pinochet era considerato un "lealista", risolvendosi a partecipare al golpe solo in prossimità di esso, più per paura di essere scavalcato dai suoi pari che non per una profonda convinzione sulla sua necessità politica in quel preciso momento. Non di meno, i golpisti si mossero quando una parte della Democrazia cristiana cilena diede il suo assenso, condizionato al fatto che non si trasformasse in un redde rationem. Le cose seguirono poi il loro corso, che fu dettato da una miscela di feroce rivalsa sociale (quella di una parte della borghesia che intendeva impedire qualsiasi processo redistributivo), di repressione belluina, con la distruzione di qualsiasi forma di dialettica politica e di creazione di un nuovo ceto medio - il vero, grande risultato dei golpisti, in ciò imbeccati dai Chicago Boys - che costituì la chiave del duraturo successo del regime pinochettista, declinato solo con la fine degli anni Ottanta, nel periodo delle "grandi transizioni". In Italia, allora, ne temevamo qualcosa, se si pensa anche solo alla traiettoria razionalmente delirante di un personaggio come Feltrinelli, alla paura che lo accompagnava del pari ad un'ombra, al timore che serpeggiava in molti "ambienti" rispetto alla ripetibilità della soluzione greca e così via. Le bombe e la strategia della tensione stavano lì a dimostrare non tanto la materiale praticabilità di una deriva golpista quanto la capacità di condizionamento che il fantasma di essa, ossia il solo evocarla, esercitava sulle forze politiche e sulle organizzazioni collettive democratiche. Queste dinamiche, insieme alle scelte scellerate delle Amministrazioni statunitensi nel "cortile di casa", che nel decennio successivo si sarebbero ripetute nel Centro America, con il brutale ridimensionamento della presenza politica e civile delle componenti amerindie (penso in particolare al Salvador e al Guatemala), non ci hanno permesso di formulare un giudizio definitivo sul "radicalismo" (più che sul socialismo) di Allende e dei suoi uomini. Ovvero, il Cile di Allende, trasformato poi in un vero e proprio laboratorio del neoliberalismo mercatista, dal quale presero esempio Thatcher e Reagan, continua ad esser ricordato essenzialmente come istanza affettiva e riscontro emotivo. Un bel film statunitense, di nove anni dopo il golpe, "Missing", fotografa e racchiude questo approccio, risolvendolo in un senso di sconsolata malinconia: quella per il figlio scomparso poiché assassinato, quella per la fine di un esperimento che si sarebbe rivisto, fatte le debite proporzioni e le molteplici differenze, come copia populista con il Venezuela di Chavez, quella per una democrazia menzognera nell'incarnato di alcune Amministrazioni di Washington (la prece di Billy Carter fu solo parentesi, non risarcimento). Della visionarietà dell'allendismo ma anche dei suoi molti limiti - hanno parlato a loro tempo, tra gli altri, Regis Debray, così come sagaci considerazioni dal vivo erano quelle che Alain Touraine consegnò quasi nel mentre - poco si continua a sapere. Così come un personaggio ricco di ispirazione ma anche politicamente contraddittorio quale fu Salvador Allende Gossens, animato da un interiore furore prometeico, abile nel tessere rapporti ma debole sul piano delle alleanze strategiche, uomo politico di lungo corso ma comunque di minoranza, quindi destinato ad essere in qualche modo emarginato se non spodestato, rimane l'immagine del martire. Qualche idiota per questo forse arriva a contrapporre il 1973 al 2001. E' tutto dire.

Michelle Bachelet saluta la presidente de Senato, Isabel Allende (2014)



sabato 10 settembre 2016

Casanova e il pudore sabaudo



«La città mi piacque, e vi trovai tutto bello; la corte, il teatro e le donne, a principiar dalla duchessa di Savoia, ma non potei fare a meno di sorridere, quando se ne vantò l’eccellenza, dei servizi di polizia. Siccome la città è piccola e molto popolata, vi sono spie dappertutto. Quindi per potervi godere una certa libertà, si devono usare grandissime precauzioni, ricorrendo a mezzane molto abili, che si fanno pagar bene perché rischiano di essere barbaramente punite se vengono scoperte. Non sono tollerate né le donne pubbliche, né le mantenute, e ciò fa molto comodo alle maritate, come l’ ignorante polizia avrebbe potuto prevedere». è ovvio che, trattandosi di Casanova, la sua principale attenzione fosse concentrata sopra tutto il sesso femminino. Ma se le grazie della duchessa di Savoia, ossia di Maria Antonia Ferdinanda di Borbone, erano blindate a partire da quel nome inibente ogni intimità, l’intraprendente gaudente ripiegò su più facili bocconi, come la figlia della sua lavandaia. Ma Torino è sempre Torino anche con gli amori ancillari, costringendo addirittura il casanova per antonomasia ad andare in bianco. «Stizzito di veder respinte tutte le mie lusinghe, mi nascosi in fondo a una scala segreta dov’ ella soleva passare, deciso di riuscire nel mio intento anche a costo di adoperare un poco di violenza. L’ assalii di sorpresa e ci ritrovammo presto lei nella positura più adatta ed io in piena azione. Ma il nostro congiungimento era appena iniziato che un’esplosione non debole invero rallentò alquanto il mio ardore, molto più che la giovinetta si coverse il viso con le mani quasi per nascondere la vergogna di ciò che le era sfuggito». Insomma ad ogni assalto del libertino infoiato corrispondeva una deflagrazione della pudìca sabauda, che difendeva visceralmente la sua virtù. (A. Cipolla, la Repubblica 4 febbraio 2005)

SANTO_BUCATO (2)

Aucun penchant amoureux n’altéra à Turin la paix de mon âme, si ce n’est la fille de la blanchisseuse, avec laquelle il m’est arrivé un accident que je n’écris que parce qu’il m’a donné une instruction en physique.
Après avoir fait tout mon possible pour avoir un entretien avec cette fille chez moi, chez elle, ou ailleurs, et n’y être pas réussi, je me suis déterminé à l’avoir en usant d’un peu de violence au bas de l’escalier dérobé qu’elle descendait ordinairement en sortant de chez moi. Je me suis caché au bas, et lorsque je l’ai vue à ma portée, je suis sauté sur elle, et en partie par la douceur, et en partie par l’action vive je l’ai subjuguée sur les dernières marches ; mais à la première secousse de l’union, un son fort extraordinaire sortant de l’endroit voisin de celui que j’occupais ralentit un moment ma fureur, d’autant plus que j’ai vu la succombante porter la main à son visage pour me cacher la honte qu’elle ressentait à cause de cette indiscrétion.
Je la rassure par un baiser, et je veux suivre, mais voilà un second bruit plus fort que le premier ; je poursuis et voilà le troisième, puis le quatrième, et si régulièrement que cela ressemblait à la basse d’un orchestre qui bat la mesure au mouvement d’une pièce de musique. Ce phénomène de l’ouïe se saisit tout d’un coup de mon âme, joint à l’embarras et à la confusion où je voyais ma victime ; tout cela représenta à mon esprit une idée si comique que le rire s’étant emparé de toutes mes facultés j’ai dû lâcher prise. Elle saisit cette conjoncture pour se sauver.
L’episodio risalente al 1750 è richiamato da Marina Valensise, Un veneziano a Parigi, Il Foglio 6 aprile 2013, p. V
Da segnalare inoltre l’uscita nella Pléiade di Jacques Casanova, Histoire de ma vie, Tome I, sous la direction de Marie-Françoise Luna avec la collaboration de Gérard Lahouati, Furio Luccichenti, Helmut Watzlawick. Bibliothèque de la Pléiade, n° 132,  achevé d’imprimer le 07 février 2013, 1488 pages.

martedì 6 settembre 2016

Zweig in Brasile


Alberto Riva

“Laddove, in questi nostri tempi difficili, scorgiamo una speranza per un futuro migliore in zone semi-sconosciute, è nostro dovere additarle, indicandone le possibilità. È per questo motivo che ho scritto questo libro”. Fuggiva dall’Europa annichilita dal nazismo l’ebreo viennese Stefan Zweig quando, nel 1941, pubblicò Brasile, terra del futuro, che Elliot riporta finalmente in libreria (traduzione di Vincenzo Benedetti, pp. 244, euro 18,50) restituendoci un magnifico e straziante reportage di viaggio dell’autore di Il mondo di ieri e della Novella degli scacchi. Non mentiva, Zweig, in quella sua dichiarazione d’intenti, sebbene lui la speranza l’avesse già persa per sempre. In Brasile, nella piccola casa che aveva scelto come rifugio nella montagnosa Petropolis, a pochi chilometri da Rio, lo scrittore si sarebbe infatti suicidato la notte del 23 febbraio 1942 insieme alla sua giovane seconda moglie Lotte Altmann.
Nel suo ultimo, acutissimo diario di viaggio (il cui titolo si è appiccicato al destino brasiliano come una promessa a volte realizzata altre invece tradita), Zweig non si era soffermato solo su Rio, ma aveva parlato anche di San Paolo, allora già metropoli (“Per descriverla bisognerebbe essere cultori di statistica e di economia politica”) e del Nordest, dove cinquecento anni prima il portoghese Pedro Álvares Cabral era attraccato con le sue caravelle: “Bahia rappresenta per il nuovo mondo ciò che per noi europei sono le metropoli millenarie, Atene, Alessandria e Gerusalemme: un luogo sacro della civiltà”.
Zweig volge lo sguardo indietro: “Oro, zucchero, caffè, gomma o legname: sino a oggi in ogni secolo il Brasile ha rivelato sempre nuovi aspetti della sua ricchezza e offerto nuove sorprese”. Poi si lascia andare a riflessioni che oggi risulterebbero quantomeno controcorrente: “Alcune cose singolari che rendono Rio così colorita e pittoresca sono purtroppo già minacciate. Anzitutto le favelas, i villaggi negri all’interno della città. Li vedremo ancora da qui a un paio d’anni?”. Ma sarebbe stato felice, Zweig, di sapere che la sua preoccupazione era infondata? In numero assai esiguo ai suoi tempi, le favelas oggi a Rio sono circa settecento e non accennano a diminuire. Altre volte invece lo scrittore ci azzecca, come quando indica i tram e si chiede: “E scompariranno anche i vecchi bondes, le carrozze tranviarie aperte e saranno sostituite da vetture chiuse, moderne?”. Profetico: l’attuale amministrazione ha fatto sparire, non si sa bene per quale idea di futura speculazione turistica, l’intera flotta dei bondes che risalivano la collina di Santa Teresa nel centro della città e rappresentavano il mezzo di trasporto più popolare e meno caro del mondo: 25 centesimi di euro la corsa.

 http://ilmiolibro.kataweb.it/recensione/catalogo/2315/lultimo-viaggio-straziante-e-profetico-di-stefan-zweig/


John Dos Passos, Sulle vie del Brasile, Donzelli 2012

«I fiumi scorrono nel verso sbagliato. Le montagne sorgono nei punti più inopportuni. La regione orientale è afflitta da siccità perenni. Le malattie tropicali rappresentano una minaccia per lo sviluppo urbano. La principale risorsa del Brasile sono i brasiliani».
Rio, San Paolo, la nascita di Brasilia, le favelas, l’architettura modernista, l’incipiente urbanizzazione, e poi l’Ovest impervio, il Rio delle Amazzoni, il Mato Grosso – da nord a sud, da est a ovest, non c’è regione che Dos Passos non abbia visitato e raccontato ai suoi lettori, nei tanti reportage firmati per «Life», la celeberrima rivista americana, a cavallo di un quindicennio, tra il 1948 e il 1962. Un arco di tempo che vide cambiare il volto del Brasile, alle prese con un rivolgimento economico, politico e sociale che l’avrebbe trasformato nel paese che oggi conosciamo. Ma Dos Passos non è solo un testimone d’eccezione dell’impatto del Brasile con la modernità, è una delle prime penne d’America che si alimenta di una dichiarata empatia con quella terra e soprattutto con i suoi abitanti. Sono infatti proprio loro la principale ricchezza del Brasile. Dai capi di Stato agli imprenditori in ascesa, dagli indiani delle foreste ai lavoratori delle miniere, non c’è incontro che Dos Passos non inscriva nel percorso di espansione su cui il Brasile si è appena incamminato. Ecco perché oggi, mentre il paese si afferma tra le superpotenze mondiali, le pagine di Dos Passos ci svelano l’essenza più recondita e le radici profonde dei mille luoghi e delle mille culture che lo compongono.
(presentazione editoriale)

Esiste inoltre un libro di Tullio Ascarelli, Sguardo sul Brasile, A. Giuffrè, Milano 1949