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lunedì 19 agosto 2024

La prevalenza del cretino

 

 

Qual è la prima e più vistosa conseguenza della “prevalenza del cretino”?

F&L Sono saltati i normali parametri del giudizio: politici, metodologici, settoriali. Nessuno funziona più. Si è costretti a fare aggiustamenti tutti i giorni. La misurazione della gente è la base della vita quotidiana, ma adesso come si fa? Che cosa collega questa serie di disastri che ci stanno intorno? Noi rispondiamo che è il cretino, il quale ha finalmente assunto il suo volto autentico di cretino orizzontale, nel senso che attraversa indiscriminatamente ogni categoria sociale.

A parte quelli che nascono cretini, c’è anche un modo per diventarlo?

F&L Finché uno sta nei suoi limiti, non è mai un cretino. Purtroppo, accade come per i peccatori: se non c’è tentazione, non peccano. Invece il mondo si è organizzato in modo che la tentazione di diventare cretini sia perpetua. Non c’è più selezione, non c’è più senso del limite, e il cretino è uno che non vede i suoi limiti.

Stupido e cretino sono la stessa cosa?

F&L Assolutamente no. Per lo stupido vale la definizione di Schopenhauer: è colui che non sa riconoscere la relazione fra causa ed effetto. Invece il cretino, il “post stupido”, nega che ci sia relazione tra causa ed effetto.

Esistono diverse tipologie di cretino?

F&L Il nostro volume tenta una classificazione per temi della vasta materia: il cretino nella scuola, il cretino in viaggio e in vacanza, il cretino nella pubblica amministrazione, il cretino in politica, il cretino intellettuale, il cretino mass-medianico, il linguaggio del cretino, ecc. Un capitolo riservato alle donne ci ha portati alla curiosa scoperta semantica che dire: “è una cretina” non ha, misteriosamente, lo stesso significato sferico, irrevocabile, che dire: “è un cretino”.

Un sinonimo per “cretino”?

F&L Per definire gl’imbecilli, non certo rari neanche allora, i vecchi piemontesi usavano un vivace accoppiamento di parole: quello, dicevano, è una fiera ciula. Dove “fiera” stava per “cospicua”, “eccezionale”, “ammirabile nel suo genere”, come registra il Tommaseo. Nessuno poteva immaginare che col tempo sarebbe cresciuta una varietà di ciula letteralmente, impudicamente, disastrosamente fiera di esserlo.

Il contrario di “cretino”?

F&L Pensiamo a volte che il contrario di cretino non sia “intelligente” ma “sobrio”, nel senso di non ubriaco.

Ritenete esaurito il vostro compito?

F&L E come sarebbe possibile? Il terreno è vastissimo e in gran parte inesplorato, i meccanismi sono ancora ignoti. Bisognerebbe studiare il cretino come Konrad Lorenz studia le sue oche. Per la comune salvezza s’impone una nuova branca del sapere: la cretinologia.

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Massimiliano Panarari, Perché è scomparsa la razionalità e l'opinione pubblica è diventata emotiva, La Stampa, 19 agosto 2024 

... l'overdose mediale generata dal web ha sostituito l'"emozione pubblica" all'opinione pubblica ...

Denis Collin, Libre comme Spinoza. Une introduction à la lecture de l’Éthique (Max Milo Éditions, 2014)

«Si può vedere in questo pensiero dell’impotenza umana una traccia dell’idea greca che sottomette l’uomo all’ordine dell’universo e condanna le pretese umane di sfuggire a tale ordine, condanna la dismisura, ciò che i Greci consideravano come il solo vero peccato – ricordiamo che il ’conosci te stesso’ significa prima di tutto: ’conosci la tua propria misura’. Qui si può anche vedere una prefigurazione di alcune correnti del pensiero moderno, le quali condannano la folle pretesa umana di dominare la natura».

Carlo Invernizzi Accetti, Così la politica delle emozioni può vincere su paura e rabbia, La Stampa, 22 agosto 2024

Un registro emotivo alquanto inusuale per la politica odierna permea la campagna elettorale di Kamala Harris per la presidenza degli Stati Uniti: la gioia. Già nel suo primo comizio da candidato vicepresidente, l'attuale governatore del Minnesota Tim Walz esordiva ringraziando Harris per aver «riportato la gioia» in questa competizione.
Successivamente, nelle loro molteplici apparizioni congiunte, i due si sono spesso descritti come «guerrieri gioiosi» ["guerriera gioiosa" è stata anche definita Kamala dal marito Douglas] determinati ad aprire nuovi orizzonti alla politica americana. E il clima alla convention del partito democratico di questi giorni è quello di una festa, come se la coscienza di aver riaperto i giochi in vista delle elezioni di novembre costituisse già di per sé una vittoria.
Il contrasto con i sentimenti a cui fa appello la campagna di Donald Trump non potrebbe essere più netto. La paura, prima di tutto. Paura dell'immigrazione, della criminalità, di un presunto radicalismo del duo Harris-Walz, ma anche di un percepito declino nel prestigio internazionale degli Stati Uniti a cui fa riferimento lo slogan Make America Great Again.
E poi la rabbia. Rabbia nei confronti delle élite liberali, considerate colpevoli di questo declino, ma anche per un loro presunto atteggiamento sprezzante verso gli strati della popolazione che costituiscono lo zoccolo duro del trumpismo: i cosiddetti forgotten men delle zone periurbane e lontane dalle due coste, di cui JD Vance tesse le lodi nella sua elegia del mondo rurale statunitense, la Hillbilly Elegy.
Sembra quindi che queste elezioni si giocheranno sul piano delle emozioni, prima ancora che su quello delle politiche di governo. Ci sono ovviamente anche differenze significative nei programmi dei due principali contendenti. Trump promette di abbassare le tasse, di far scendere i prezzi rilanciando l'estrazione petrolifera e di dispiegare l'esercito per riportare ordine al confine e nelle zone più degradate del Paese.
Harris punta invece su un'estensione dei programmi di redistribuzione sociale, attraverso aiuti diretti alle famiglie bisognose, e addita le grandi imprese come responsabili principali dell'inflazione, promettendo implicitamente regolamentazioni più stringenti.
Ma è noto che gli elettori americani sono poco e male informati rispetto a queste differenze, soprattutto laddove conta. Coloro che si interessano dei contenuti delle policies proposte, nella maggior parte dei casi, hanno comunque già deciso per chi voteranno – e si dividono grosso modo in due campi di uguale dimensione. Sono invece gli elettori più suscettibili alla mobilitazione emotiva, e che hanno bisogno di uno stimolo in più per andare a votare, quelli che potrebbero fare la differenza.
Vale quindi la pena riflettere sui punti di forza e di debolezza della "strategia della gioia" di Harris e Walz contro la politica della paura e della rabbia di Trump e Vance. Nella parte del suo trattato sull'Etica dedicata agli affetti, Baruch Spinoza sostiene che le passioni umane possono essere contrastate solo da altre passioni, in quanto la ragione è impotente contro questa parte della nostra anima.
Questo è stato senz'altro uno dei punti di debolezza della campagna per la rielezione di Joe Biden, inizialmente incentrata sui successi della Bidenomics e in seguito ricaduta su una difesa dell'ordine istituzionale dalla minaccia autoritaria inerente al trumpismo. Se l'intuizione di Spinoza è corretta, ragione e sobrietà possono poco contro la paura e la rabbia.
Lo confermano anche i primi risultati positivi dell'iniezione di ottimismo operata da Harris e Walz: secondo la maggior parte dei sondaggi, i due avrebbero già recuperato il distacco di cui godeva Trump nei confronti di Biden. In alcune circoscrizioni cruciali – come per esempio il Michigan, il Wisconsin e la Pennsylvania – sarebbero addirittura in vantaggio di qualche punto.
Con il cambio di registro emotivo c'è quindi stato anche un cambiamento reale nelle prospettive di successo del partito democratico. Ma mancano mesi alle elezioni di novembre e quanto può durare una mobilitazione collettiva basata sulla gioia?
Se lo chiedeva già implicitamente Niccolò Machiavelli, nel suo trattato Il Principe, quando poneva la famosa domanda se fosse più opportuno per colui che aspira a governare gli altri essere da loro amato o temuto. Dovendo scegliere, Machiavelli consiglia di optare per il timore, perché le emozioni "affermative" – come per esempio l'amore o la gioia – sono effimere e quindi meno affidabili.
Spinoza è meno pessimista, in quanto concepisce la gioia come "coscienza del proprio potere" e quindi come ingrediente essenziale per rendere efficace ogni azione. La paura e la rabbia sono invece per lui passioni "tristi", che tendono più all'annichilimento che alla mobilitazione.
Del resto, nemmeno la storia permette di prevedere con certezza quale registro emotivo abbia più probabilità di successo in uno scontro diretto tra gioia e speranza da un lato e paura e rabbia dall'altro. Nel passato remoto e recente troviamo esempi di grandi mobilitazioni collettive basate su entrambe i registri: le rivoluzioni liberali e democratiche d'inizio modernità, ma anche i movimenti studenteschi e per i diritti civili degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, dal lato della gioia e della speranza. Dal lato della paura e della rabbia, invece, le contro-rivoluzioni conservatrici che hanno fatto seguito alla maggior parte di queste mobilitazioni.
Forse allora il risultato alle prossime elezioni presidenziali statunitensi non dipenderà tanto dal contenuto delle emozioni messe in campo ma dalla loro intensità, cioè dalla capacità di ciascun candidato di far prevalere il suo registro emotivo su quello dell'altro.
Ciò significa che è ancora troppo presto per prevedere chi vincerà, ma almeno ora si combatte ad armi pari. —

giovedì 30 dicembre 2021

La donna della domenica



 
Luigi Firpo, La donna della domenica. Giallo a Torino, La Stampa, 25 aprile 1972  

Non mi resta nella giornata molto tempo per leggere romanzi. E quelli che mi capita di leggere non suscitano in me troppi rimpianti per gli altri che sfrecciano sotto gli occhi, copertine multicolori, nudi titoli […] Le parole ci sono, magistrali talvolta: mancano le cose da dire.

Ben venga dunque questo grosso racconto di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, La donna della domenica, scritto a due mani senza un’incrinatura né un percepibile salto di stile, che si degusta pagina per pagina con complicità maliziosa e si vorrebbe poter leggere tutto d’un fiato, tanto si impossessa di noi con i suoi ironici sortilegi. Non vorrei che qualcuno lo guardasse con sufficienza o se ne sbrigasse alla brava, trattandolo da sottoprodotto di letteratura poliziesca. Certo è la storia di due misteriosi delitti e il più simpatico dei tanti protagonisti è un commissario di polizia siciliano. In ogni caso non si tratta di “giallo” alla britannica, gremito di enigmatici sospetti e di angosce notturne, né di un “giallo” made in Usa, carico di esplosiva violenza e tutto risolto nell’azione: semmai si potrebbe richiamare Simenon e il suo lentissimo scavo psicologico tra velleità contuse e reticenze risentite, sullo sfondo di grigie città di provincia.

L’intreccio non ha nulla di artificioso o di gratuito: la macchina complessa muove i suoi rotismi con una naturalezza quasi fisiologica, l’ingegnosità è tanto sottile da mimetizzarsi totalmente. Ne deriva un intrigo tanto capillare da apparire casuale, da identificarsi con il caso stesso nella sua gratuità pura. Personaggi si incrociano, sfiorano, urtano, estranei in gran parte l’un l’altro, eppure connessi da sotterranei fili; tutti si implicano e compromettono vicendevolmente, ignorandosi, come appunto accade nella vita. I conati più diversi si intersecano, guidati ciascuno da una sua interna razionalità, ma volti a scopi illusori, settorialmente angusti: l’esito non è perciò l’ordine, ma il caos, un brulichio d’insetti multicolori.

La difficoltà dell’indagine risolutrice sta appunto in questa sfuggente logica dell’insieme, nella regìa di una rappresentazione in cui troppi personaggi recitano a soggetto. Il segreto filo conduttore non è tanto l’intreccio, quanto il giocare con la sostanziale ambiguità di ogni comportamento e parola: l’artificio scontato della suspense tradizionale, cioè la moltiplicazione dei possibili indiziati attraverso illusori sospetti (fino a celare il vero colpevole sotto le spoglie più candide e insignificanti) qui si rende superfluo. Sono le cose in sé che offrono significati molteplici, non in quanto soggettivamente elusive, ma perché oggettivamente polimorfe. […]

A questo gioco scontato fa da sfondo una Torino che sembra di toccare tanto è vera – muri, atmosfere, strade, botteghe, gente per via – messa a nudo con realismo impietoso. Ogni lettore che ci abiti non potrà fare a meno di ravvisarvi il ritratto di un vicino di casa,di un compagno di lavoro. Questa città individualista e reticente, rimasta a mezza via tra passato e futuro, sterminata periferia industriale che sommerge il centro storico risorgimentale e i quartieri perbene dei burocrati umbertini senza trovare idee e slancio da metropoli del Duemila, è uno scenario ideale per rappresentare alienazioni e compromessi, snobismi e luoghi comuni, l’affollamento disorganico e l’incomunicabilità. E’ una Torino vera fino alla sfumatura dialettale dei diversi ceti o al dettaglio topografico; ogni particolare vi è perfettamente riconoscibile e collima. […] qui uno dei protagonisti, la prima vittima, abita in una delle ultime trincee del perbenismo piccolo borghese, in via Peyron, e ha un pied-à-terre in via Mazzini, in uno di quei cortili declassati e promiscui in cui si ravvisano a stento i relitti di un funereo decoro ottocentesco. E’ una Torino vista con occhi impietosi, anonima e involgarita, frustrata e sterilmente ironica, fra l’esibizionismo di incolti dirigenti industriali che investono rotonde gratifiche in dipinti falsi e l’ostinazione di vecchi rentiers che difendono con espedienti e finzioni le parvenze di un’agiatezza perduta. 

Quasi sintetizzando la loro insofferenza per questi provincialismi e grettezze, gli autori sembrano denunciare con animosità eccessiva “difetti e virtù di una Torino sepolta di fresco o comunque in rapida decomposizione: la parsimonia, ma incancrenita nei modi del morto di fame; il riserbo, ma degradato a losca elusività; il conformismo, ma fermentato in progressive purulenze; la cortesia, ma liquefatta in adulazione; il vecchio stile, ma mangiato dai vermi di abbiette civetterie, di atroci vezzi*”. Sono parole molto dure, ma tutto il racconto poi le discioglie in impercettibili compiacimenti e tenerezze, si abbandona a vibrazioni di luce, suoni indistinti, lembi di cielo, prospettive consuete, fino a tradire in modo quasi commovente, sotto la censura dell’intelligenza, il moto segreto del cuore e un amore inconfessato, trepidante di pudore e di gelosia. Perciò, anche dove Fruttero e Lucentini graffiano e pungono con capricciose perfidie e allusioni impietose, il tono generale resta quello stimolante dell’arguzia, senza le verghe sanguinose della  satira.

Tante altre cose ci sarebbero da dire di questo libro così vivo d’intelligenza e così intriso d’ironia, che si vorrebbe poter leggere d’un fiato e che si depone col rammarico della fine, come di chi guarda il cielo nero dopo che l’ultimo fuoco d’artificio s’è spento: segno che è un romanzo vero e non solo un “giallo” di cui si legga frettolosamente l’ultima pagina tanto per sapere chi è l’assassino. L’ultima pagina poi, anzi, per l’esattezza, l’ultima riga, rappresenta la più pudica e allusiva narrazione di un adulterio nelle letterature di tutti i tempi, il che, in epoca di erotismi ostinati e triviali, non è cosa da poco. 

Quanto a me, sono grato agli autori per avermi liberato da un complesso inibitorio: grazie a loro dopo tanti gratuiti arzigogoli e noie mortali, posso dire di aver letto finalmente un libro divertente. E, alla buon’ora, non me ne vergogno.


http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,3/articleid,0142_01_1972_0097_0003_4983896/

* F&L stanno parlando dell’architetto Garrone e attribuiscono in realtà a lui le caratteristiche elencate.

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Attorno ai personaggi principali ruotano numerose altre figure, delle più diverse estrazioni sociali: le anziane sorelle Tabusso, rintanate con la domestica nella loro villa in collina, assediata da un florido traffico di prostitute e clienti; il gallerista Vollero che, pur temendo di essere scoperto dai suoi clienti, si rifornisce di cornici al Balon; l’americanista Bonetto, un intellettuale immaturo, perso dietro improbabili, inutili (e probabilmente immaginarie) schermaglie culturali con odiati colleghi. Per tale ricchezza di personaggi e per la profondità dell’analisi psicologica il romanzo costituisce un vivido ritratto della società torinese di quegli anni. [Wikipedia]

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Giovanni Damele, Facebook, 20 settembre 2024

Quando ero all’università, andavo dallo stesso tabacchino di Lucentini. Cioè, ero andato per caso, una volta, da quel tabacchino all’angolo di piazza Vittorio e ci avevo trovato Lucentini, che viveva lì accanto. E da allora ci andavo sempre sperando di ritrovarcelo ancora (accadde, al massimo, ancora un paio di volte in 4 anni). Lui comprava Gitanes senza filtro, che avevano un pacchetto caratteristico (una specie di grande scatola di fiammiferi con la gitana nera che danzava su uno sfondo blu, avvolta in spire di fumo bianco), io il tabacco e le cartine Gauloises, che mi sembravano degne di uno studente di filosofia a Torino (per uno che aveva fatto il liceo a Savona, era un po’ come passare da Marsiglia a Parigi, si parva licet). F&L li scoprii negli anni dell’università. Per me, liceale di provincia e ancor di più del Ponente ligure, Torino era il Calvino degli anni dell’Einaudi o, al massimo, Pavese. Da quando lessi La donna della domenica, per me Torino è rimasta, e sarà sempre, F&L. Sembrava anche un po’ impossibile, ai miei occhi, che due torinesi avessero uno sguardo così meravigliosamente scettico e ironico su Torino e la sua società. Era un punto di vista un po’ minoritario, un po’ laterale, ma che avrei trovato anche in un mio grande maestro: Carlo Augusto Viano. Ma c’era, ovviamente, un’altra cosa che, all’inizio, non sapevo. E cioè che Lucentini non era torinese, e che quella meravigliosa combinazione tra un torinese tutto sommato abbastanza tipico e un romano alquanto atipico era stata indispensabile per dar vita a quel libro perfetto e, più in generale, a quell’ingranaggio infallibile che era la loro prosa. Lucentini mi stava istintivamente più simpatico. Un giorno lessi che da giovane liceale aveva lanciato a scuola dei volantini con degli slogan antifascisti, ma per non indulgere in una retorica uguale e contraria, su alcuni aveva scritto “viva la fica”. Divenne un mio eroe. Negli anni dell’impegno furono accusati di qualunquismo, ma negli anni dell’impegno chi era più qualunquista: loro o chi li accusava? Per me, la risposta divenne abbastanza semplice. Soprattutto osservando i miei compagni di università che frequentavano i famosi “centri sociali” torinesi. Ho letto tanto di F&L, ma nulla è entrato a far parte del mio canone personale come La donna della domenica e A che punto è la notte, i loro due romanzi più torinesi. E anche se la mia Torino è stata quella degli anni 90, e non quella dei romanzi, alla fine un pezzetto di quella città l’ho condiviso con loro e sento che senza F&L non sarebbe diventata una delle “mie” città. Oggi sarebbe il compleanno di Fruttero.


mercoledì 31 luglio 2013

La fantascienza: Urania e oltre

Giuseppe Lippi
L'Indice, 22 luglio 2013

Tempo fuori luogo di Philip K. Dick, Cyberiade di Stanislaw Lem, Anni senza fine di Clifford Simak, Drive-in di Joe R. Lansdale: sono soltanto alcuni dei classici della fantascienza oggi ripubblicati, rispettivamente, da Sellerio, Marcos y Marcos, Nord ed Einaudi che hanno visto originariamente la luce su “Urania”. Quando una collana editoriale vanta milleseicento titoli in un catalogo che spazia per oltre mezzo secolo e altri cinquecento tra ristampe, volumi apparsi in collane satelliti e supplementi, smette di essere soltanto una serie periodica (per giunta umilmente venduta nelle edicole) e diventa patrimonio collettivo. È il caso di “Urania”, la più longeva collana italiana di fantascienza, fondata nel 1952 da Giorgio Monicelli, nipote acquisito di Arnoldo Mondadori, e dal secondo figlio dell’editore, Alberto. I due cugini diedero vita a un nuovo tipo di periodico italiano, sull’esempio delle riviste americane di science fiction, e inventarono la parola “fantascienza”, un conio che era stato anticipato soltanto dalla rivistina amatoriale “Fantascience Digest”, edita negli Stati Uniti tra il 1937 e il 1941. Di quel periodico ciclostilato e oggi rarissimo, nei giorni di Internet esiste una voce completa su Wikipedia, ma ci si chiede quanto possa essere stato familiare a Monicelli e Mondadori nel 1952. Influenzati o no dal neologismo americano (e però di gusto classico), l’editore e il primo curatore di “Urania” permisero al romanzo di fantascienza moderno di diffondersi sul nostro mercato. Da allora la loro collezione, diretta successivamente dalla coppia Fruttero & Lucentini, da Gianni Montanari e dal sottoscritto, ha continuato a stuzzicare l’immaginazione di migliaia di lettori, fino a toccare il traguardo dei sessantun anni di pubblicazioni ininterrotte.
È evidente come un arsenale del genere fosse destinato a diventare sinonimo di utopia, inventiva e futuribile: per questo, fin dai primi anni della sua vita editoriale, “Urania” non ha mai smesso di influenzare altre collezioni con spunti, idee e una quantità di titoli migranti. L’esodo di autori e romanzi tradotti originariamente sulle sue pagine e passati nei cataloghi di altri editori è tanto vario quanto vasto. La prima a riproporre i propri classici fu “Urania” stessa, che negli anni sessanta creò la vetrina dei “Capolavori”, cioè ristampe dei migliori titoli della fase pionieristica. Successivamente apparvero i “Classici Urania”, una collana durata dal 1977 agli anni Duemila, cui sarebbe seguita l’attuale “Urania collezione”.
Questo gusto di riscoprire il passato, di ritrovare il meglio di un genere alonato di leggenda nella memoria dei lettori, ha avuto conseguenze molto importanti tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta. In quel periodo alcuni editori di battaglia diedero il via a collane rilegate o librarie volte a presentare la science fiction a un pubblico ormai maturo. Scoppiò la febbre delle traduzioni integrali, con il restauro dei vecchi caposaldi spesso maltrattati o sunteggiati nelle versioni da edicola. Prima l’esclusiva Libra di Bologna, poi la Nord di Milano e quindi, a Roma, la Fanucci attinsero a piene mani, quando poterono, ai testi della fantascienza eroica che la collana di Monicelli aveva divulgato quindici o vent’anni prima. Le traduzioni vennero rifatte o aggiornate, mentre in qualche caso si assisté al fenomeno delle versioni gonfiate, il contrario di quelle adattate degli anni cinquanta: libri dove non solo non si espungeva una virgola rispetto all’originale inglese, ma addirittura si aggiungeva del proprio, chiamando in causa (a proposito e a sproposito) non so quale lezione di Vittorini.
Fu una stagione folle e indimenticabile. Da ancella dei chioschi, per più di un decennio la science fiction diventò un settore che “tirava” in libreria. La sovrapproduzione divenne spaventosa, le collane specializzate si distinguevano per i marchi d’argento e d’oro, questi ultimi riservati alle ristampe tratte da “Urania” o da altri corni dell’abbondanza. Non che non ci fossero state, in passato, altre iniziative librarie, a partire dalle antologie einaudiane a cura di Sergio Solmi, Carlo Fruttero e Franco Lucentini (Le meraviglie del possibile, 1959; Il secondo libro della fantascienza, 1961), per continuare con le pregevoli collezioni dello Science Fiction Book Club di Piacenza, dirette da Roberta Rambelli: ma erano state mosche bianche. Negli anni settanta e ottanta, invece, editori diversi come Dall’Oglio e Sugar, Meb e Sonzogno, Nord e Fanucci (oltre, naturalmente, alla stessa Mondadori, che nel 1963 aveva lanciato una serie di antologie rilegate tratte dal catalogo di “Urania”, gli “Omnibus fantascienza” a cura di Fruttero & Lucentini) portarono i classici e le ultime novità del genere ovunque.
I giornali ne parlavano volentieri, i dibattiti si accendevano su autori e tendenze, le riviste letterarie e politiche si disputavano gli approfondimenti su un genere che non solo commentava ma, in un certo senso, creava il futuro. Forse per l’ultima volta prima del boom informatico di metà anni ottanta, che avrebbe costretto a ripensare tutto, sembrò davvero che la science fiction fosse la chiave per entrare materialmente nel mondo nuovo, con la testa e non solo con i piedi. E già i film di Kubrick della trilogia avveniristica, Il dottor Stranamore, 2001 odissea nello spazio e Arancia meccanica, avevano dipinto un domani prossimo venturo che in qualche modo era ormai arrivato, o un avvenire grandioso nel cosmo che sembrava in linea con il pensiero immaginoso di Gerard O’Neill, l’autore di Colonie umane nello spazio, e di Stanislaw Lem, l’autore polacco di Solaris. Non dimentichiamo che proprio mentre in Italia usciva 2001, per il Natale 1968, tre uomini a bordo dell’Apollo 8 circumnavigavano per la prima volta la luna, e che il 21 luglio dell’anno successivo Neil Armstrong e Edwin Aldrin vi sarebbero scesi davvero.
In quel periodo d’entusiasmo, e negli anni che seguirono, le ristampe dal catalogo di “Urania” riproposero l’aspetto più spettacolare della fantascienza, quello che aveva fatto la fortuna del genere negli anni cinquanta, anche se non necessariamente il più aggiornato. La Libra ritradusse City di Simak, cioè Anni senza fine, un’elegia del lontano futuro che si risolve con la dispersione dell’umanità in una serie di mondi nascosti e privati; la Fanucci rifece Crociera nell’infinito di A. E. van Vogt, forse la più elettrizzante “space opera” degli anni quaranta, fonte di ispirazione per i futuri film di mostri nello spazio come Alien; la Nord ripropose Schiavi degli invisibili di Eric Frank Russell, un romanzo del 1939 che illustrava la teoria paranoide di Charles Fort secondo cui noi esseri umani saremmo il bestiame di più evoluti e invisibili horlà. Insomma, mentre nel campo della fantascienza nuova e aggiornata si cominciavano a riscoprire Philip K. Dick e Lem, Robert Silverberg e il Kurt Vonnegut delle Sirene di Titano, quando si trattava di conquistare le simpatie degli appassionati, lo zoccolo duro della fantascienza, non si poteva sbagliare. Un classico degli anni trenta-quaranta, importato da “Urania” nei cinquanta e ritradotto per la gioia dei lettori dei settanta.
Ma poi questa situazione finì, e del resto già gli “Omnibus” di Fruttero & Lucentini avevano privilegiato un altro genere di produzione, quella più moderna degli anni sessanta, saccheggiando il catalogo recente di “Urania”. A metà anni ottanta i due torinesi abbandonarono la direzione della loro collana e un’altra rivoluzione, quella del computer domestico, mutò ancora una volta la faccia del presente, quindi del futuro. Niente sarebbe stato più come prima: videoscrittura, televisione ventiquattr’ore su ventiquattro e negli anni novanta Internet, i telefoni cellulari. Un modo di vivere avveniristico e sempre più dispendioso, che tuttavia non aveva alle spalle la spinta ideale dei tre decenni precedenti, ma anzi una rigida programmazione neo-capitalista. Quando Sellerio, negli anni novanta, provò a tradurre alcuni titoli di fantascienza letteraria, alcuni li ripescò anche dal catalogo di “Urania” e non furono certo titoli trionfalistici: Orfani del cielo alias Universo di Robert A. Heinlein postulava il volo in un’astronave tanto grande da essere scambiata, dai suoi occupanti, per il mondo, anzi l’universo intero: si potrebbe chiamarlo il classico della science fiction claustrofobica. L’anno successivo (1996) lo stesso editore ripropose un gioiellino dei primi anni sessanta, Il viaggio di Joenes di Robert Sheckley, opportunamente ritradotto e manifestamente cinico: un “viaggio sentimentale nel lontano Ventesimo secolo”, una crociera per il mondo dorato del consumismo e delle promesse pubblicitarie. Terzo e importante recupero da “Urania” fu L’uomo dei giochi a premio di Philip K. Dick, dato in questa versione con il titolo Tempo fuori luogo (1959): un incubo che promette lo sfaldarsi del reale quotidiano a favore di “giochi” apocalittici manovrati dal futuro. L’errore di Sellerio, se vogliamo definirlo così, fu di inserire questi capolavori in una collana segregata, dedicata appunto alla fantascienza. Andarono male. Liberati dalla gabbia e immessi nella fortunata collezione della “Memoria”, alcuni di essi continuano a essere goduti dai lettori ancora oggi.
Negli anni Duemila, numerosi editori letterari hanno accolto la celestiale eredità di “Urania”, soffermandosi anche sulla produzione più recente: Marcos y Marcos ha riproposto la Cyberiade e altri titoli di Stanislaw Lem, Einaudi si è portato a casa il dittico del Drive-in di Joe R. Lansdale (un autore che noi avevamo importato in Italia nel 1993), Fazi ha volto le sue attenzioni a Ray Bradbury e Fanucci a Richard Matheson, tutti capisaldi della gloriosa collezione fantascientifica. E intanto almeno un autore italiano, apparso per la prima volta su “Urania” nel 1994, conquistava i vertici di una meritata popolarità nel campo dell’utopia fantastorica: Valerio Evangelisti. Ma quello è uno scrittore che Mondadori si tiene gelosamente in casa.

lunedì 29 aprile 2013

Jane Austen, Emma (1815), incipit



Emma Woodhouse, handsome, clever, and rich, with a comfortable home and happy disposition, seemed to unite some of the best blessings of existence; and had lived nearly twenty-one years in the world with very little to distress or vex her.

Traduzione di Pietro Meneghelli, Newton&Compton 2010
Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un carattere allegro, sembrava riunire in sé il meglio che la vita può offrire, e aveva quasi raggiunto i ventun anni senza subire alcun dolore o grave dispiacere.

Traduzione di Giuseppe Ierolli*, http://www.jausten.it/jarce01.html
Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un buon carattere, sembrava riunire in sé alcune delle migliori benedizioni dell'esistenza, ed era al mondo da quasi ventun anni con pochissimo ad affliggerla o contrariarla. 

Traduzione di Bruno Maffi**, BUR 1954
Bella, intelligente, ricca, con una casa fatta per viverci bene e un'indole felice, Emma Woodhouse sembrava riunire alcuni dei beni più preziosi della vita; e, in realtà era vissuta quasi ventun anni nel mondo  al riparo da grosse noie e fastidi.

Traduzione di Mario Praz, Garzanti 1965
Emma Woodhouse, avvenente, intelligente e ricca, con una casa provvista di ogni agio e un'indole felice, pareva riunire in s alcuni dei migliori vantaggi dell'esistenza; ed era vissuta circa ventun'anni nel mondo senza quasi conoscere dispiaceri o contrarietà.

Traduzione di Fruttero e Lucentini, 1993
Emma Woodhouse era bella, intelligente, ricca. Aveva una casa particolarmente confortevole e un temperamento felice. Pareva che le fossero toccate tutte le fortune, insomma.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel capitolo dedicato a Jane Austen della sua Letteratura inglese (in: Opere, Mondadori, Milano, 1995, pag. 982), scrive: "La Austen è uno di quegli scrittori che richiedono di esser letti lentamente: un attimo di distrazione può far trascurare una frase che ha un'importanza primaria: arte di sfumature, arte ambigua sotto l'apparente semplicità."

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 * http://www.unteconjaneausten.com/2011/09/leggere-jane-austen-in-italiano-quale.html

** http://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Maffi
Emma come romanzo giallo ante litteram: http://fr.wikipedia.org/wiki/Emma_%28roman%29