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mercoledì 4 febbraio 2026

Chiara Saraceno su Askatasuna. I violenti e gli altri

Franco Giubilei
"La moltiplicazione dei reati criminalizza il dissenso. Si rischia la spirale violenta"
La Stampa, 4 febbraio 2026

Chiara Saraceno, esiste davvero un'area grigia nella borghesia che simpatizza con i violenti? 

Mi sembra una definizione un po' vaga, forse la procuratrice si riferiva a certi docenti universitari, ma al di là di questo non credo si tratti di una connivenza consapevole, quanto di una difficoltà a tenere insieme la difesa del diritto a manifeatare il dissenso e l'assunzione di responsabilità nei confronti di possibili derive violente. Chi sostiene il diritto di protestare dovrebbe anche dire chiaramente che c’è un limite. La violenza di una minoranza cancella la voce e le ragioni della maggioranza, fino a favorire l’equazione manifestanti-violenti e la repressione non solo della violenza, ma anche del dissenso, che sembra l’obiettivo di questo governo.

Le frange che hanno provocato gli scontri erano una minoranza, anche la parte pacifica ha delle responsabilità?

Non era una frangia esigua, erano diverse centinaia e non è stata una sorpresa, tutti sapevano che sarebbero arrivati. Non so quanto gli organizzatori siano stati conniventi, forse una parte di loro sì, ma se è stato così hanno sfruttato le buone ragioni della maggioranza dei ragazzi e li hanno fortemente strumentalizzati. Se avessi avuto un figlio in quel corteo avrei avuto molta paura.

... C'è connivenza?

Non è connivenza, ma intenzionale cecità, o sottovalutazione. È facile fare i protettori di Askatasuna quando la sera si torna a casa propria. ... 

Ma come si previene la violenza in una manifestazione?

Servirebbe un maggior esercizio di responsabilità da parte degli adulti e delle organizzazioni non violente, non solo per legittimare chi protesta ma anche per avvertire dei rischi e per prevenire meglio. Forse un servizio d'ordine sarebbe servito, ovviamente non quelli armati di manici di piccone degli anni 70, ma gente che facesse rispettare gli accordi con la prefettura. È stata anche strana la gestione dell'ordine pubblico: possibile che i manifestanti che si sono staccati dal percorso concordato siano stati lasciati avvicinarsi ad Askatasuna?

... Ricolfi sostiene che la sinistra di Berlinguer e Lama era molto più netta nella condanna della violenza della sinistra attuale.

Mi sembra una tesi un po' superficiale. Anche il Pci all'inizio tardò a prendere le distanze nettamente dal terrorismo "di sinistra" e venne criticato perché aveva tardato a denunciare i "compagni che sbagliano". Poi, certo, si organizzò. In secondo luogo, i violenti di oggi non sono una costola della sinistra, non è neanche amarchia, è puro spirito distruttivo, un po' come quelli che vanno allo stadio per aggredire i tifosi dell'altra squadra. mi pare però che la condanna sia netta.





giovedì 5 novembre 2015

La lingua e lo sguardo dei bambini

Massimo Recalcati
Quanto realismo magico nelle parole dei bambini
Il mistero del linguaggio infantile ci interroga da sempre. Perché per i più piccoli parlare non è uno strumento ma un incontro che “crea” il mondo e apre all’Altro

la Repubblica, 5 novembre 2015





Il testo di Massimo Recalcati che qui pubblichiamo è un estratto della prefazione a Maestra, ma che ne sarà di me? di Angela Maria Borello (Grantorino pagg.222 euro 20)

I bambini non sono minorati che necessitano di un padrone che li guidi, ma soggetti di parola, inventori di teorie, sognatori, incarnazioni viventi della speranza. È questo il ritratto che di loro ci offre il bel libro di Angela Maria Borello, direttrice didattica di una Scuola d’infanzia di Torino. Il lettore che lo incontrerà farà una esperienza nuova.
[...] La parola dei bambini trova la sua matrice prima nel grido. Lo sappiamo: la vita viene alla vita attraverso il grido. Il piccolo dell’uomo è sempre, all’inizio della vita, un grido, solo un grido, un grido perduto nella notte. Questo grido è una invocazione rivolta all’Altro affinché l’Altro risponda. È questa la prima responsabilità (il cui etimo deriva appunto da “risposta”) che l’esistenza di un bambino attribuisce alla vita di coloro che si occupano di lui. È questa, se volete, una definizione primaria della genitorialità ma, più in generale, della funzione di chi deve promuovere l’umanizzazione della vita: non lasciare la vita sola, persa, non abbandonarla alla notte, rispondere al grido. L’accesso alla lingua sposta i bambini dall’universo chiuso della famiglia a quello aperto del mondo. La lingua per loro non è solo uno strumento che devono imparare ad usare, ma un incontro generativo che apre a mondi sconosciuti prima; la lingua dei bambini sa essere incantevole perché fa risorgere ogni volta l’atto mitico della prima nominazione quando fu la parola a fare esistere le cose. È così: le parole dei bambini aprono e ci aprono al mistero del mondo. È la pioggia la prima pioggia, è la lumaca schiacciata sotto la pietra la prima lumaca schiacciata sotto la pietra, è la scoperta del proprio corpo la prima scoperta del proprio corpo. Manca in queste parole l’interrogazione inquieta, forsennata, acida e assetata, dell’adolescenza; manca il pensiero critico che vuole ribaltare le convenzioni, manca la necessità spasmodica della contestazione dell’Altro. Il mondo appare al loro sguardo come un puro fenomeno ancora sottratto alle griglie corrosive della teoria critica. Il loro sguardo non è teoretico. Si posa semplicemente sulle cose del mondo con meraviglia. Per questo le parole dei bambini assomigliano a quelle dei grandi mistici. Si adagiano sulle cose trasformando le cose in parole. Facendo esistere le cose come cose; la rosa come la rosa, la pietra come la pietra. Non c’è ancora l’ansia — che irromperà con l’adolescenza — di cambiare il mondo, di trasformarlo, ma la visione del mondo come un miracolo che si ripete sempre nuovo: «Maestra lo sa che oggi la scuola è proprio bella? Grazie ma è proprio come ieri. Sì ma io ieri non l’avevo capito», dice una bimba stupita.
Le parole non servono solo a comunicare. I bambini ci insegnano che le parole servono innanzitutto a fare esistere le cose. «In bagno — Mi passi il phon? — Quale phon? — Inventalo no! Non vedi che stiamo giocando!». «Maestra, vogliono sempre farmi fare il cane... dice Paolo — Ma tu sei un cane... risponde Giacomo e ride ». «No! Io non sono un cane e mi sono stufato di fare il cane, anzi adesso il cane lo devono fare un po’ anche loro, se non non è valido, vero maestra?». «Maestra, lo sai che mi è venuta un’ape sul mio prosciutto ma io gli ho detto che se ne voleva ne poteva mangiare un po’ e lei ha mangiato e poi mi ha fatto zzzz che era un grazie e poi è volata via? Che bello! Eh sì, adesso quella è una mia amica». Anche la morte non ha uno statuto separato dalla parola, ma è innanzitutto una parola: «Maestra, lo sai che io avevo un nonno che prima era vivo e poi è morto e da quando è morto non l’ha più visto nessuno?».
I bambini trasfigurano costantemente la realtà perché hanno una necessità vitale dell’illusione. Non solo di pane vive, infatti, l’essere umano, ma di parole, segni, gesti, desideri. L’illusione è come un secondo pane, un altro alimento, un lievito che separa la vita umana da quella meramente animale. Il bambino si nutre di fantasia per non restare ustionato dal carattere osceno del reale. La scoperta del mondo, della vita e della morte, del reale del sesso, della violenza e dell’amore, deve poter avvenire attraverso il velo dell’illusione. Altrimenti la luce senza schermi del reale potrebbe bruciare le fragili pupille dei bambini.
Ce ne ha dato una immagine indimenticabile Roberto Benigni ne La vita è bella: l’orrore del campo di sterminio è filtrato dalla parola di un padre capace di inventare, raccontare, generare una storia dentro la quale il proprio figlio può trovare riparo dal trauma violento e illegittimo del reale. Per questo il fondamento del mondo per loro resta sempre l’amore dei genitori. L’affidabilità dell’Altro — il suo amore — rende affidabile il mondo. La vita riceve sempre un senso dall’Altro. Nessuno può farsi da sé il suo nome. «Io so che non sono nato dalla pancia di mia madre, però sono nato nel suo cuore, l’ho seguito e lei mi ha trovato».
Anche l’interrogazione sul mistero del mondo non assume mai le forme critiche che ritroveremo con lo sviluppo adolescenziale del potere acuminato del ragionamento astratto. Non c’è astio verso il mondo, non c’è odio verso l’essere, non c’è rivendicazione risentita. Il pensiero di Dio non è mai un pensiero fanatico. «Dio è forte come Star Trek?» chiede un bimbo alla sua maestra. L’umano non è in competizione con Dio, non lo combatte, non lo sfida ancora.
Il sapere dei bambini mostra che c’è un limite al sapere, che non si può sapere tutto il sapere. È il mistero stesso della loro esistenza fa risuonare questo limite. C’è un impossibile da sapere che i bambini sanno custodire con cura perché sanno di essere figli, cioè di non poter bastare a se stessi. Loro sanno che senza l’Altro sprofonderebbero nella notte più fredda. Sanno bene che solo l’amore dell’Altro può dare fondamento al carattere infondato del mondo. Per questo la parola evangelica affida proprio a loro il destino del Regno.

martedì 16 giugno 2015

Max Weber, La politica come professione






Tre qualità sono soprattutto decisive

Si può dire che tre qualità sono soprattutto decisive per 1’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa”, al dio o al demone che la dirige. Non nel senso di quell’atteggiamento interiore che il mio compianto amico Georg Simmel era solito chiamare “agitazione sterile”, propria di un certo tipo di intellettuale soprattutto russo (ma non certo di tutti) e che ora, in questo carnevale che si adorna del nome maestoso di “rivoluzione”, ha un ruolo cosi grande anche presso i nostri intellettuali: un “romanticismo di ciò che è intellettualmente interessante”, costruito nel vuoto, privo di qualsiasi senso oggettivo di responsabilità. E infatti la semplice passione, per quanto autenticamente vissuta, non è ancora sufficiente. Essa non crea l’uomo politico se, in quanto servizio per una “causa”, non fa anche della responsabilità nei confronti per 1’appunto di questa causa la stella polare decisiva dell’agire. Da ciò deriva la necessità - e questa è la qualità psicologica fondamentale dell’uomo politico - della lungimiranza, vale a dire della capacità di far agire su di sé la realtà con calma e raccoglimento interiore: dunque, la distanza tra le cose e gli uomini. La “mancanza di distanza”, semplicemente in quanto tale, costituisce uno dei peccati mortali di ogni uomo politico ed é una di quelle qualità che, coltivate presso la nuova generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine politica. Il problema é infatti proprio questo: come si possono far convivere nella stessa anima un’ardente passione e una fredda lungimiranza? La politica si fa con la testa, non con altre parti del corpo o dell’anima. E tuttavia la dedizione a essa, se non deve essere un frivolo gioco intellettuale ma un agire umanamente autentico, può sorgere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel saldo controllo dell’anima che caratterizza l’uomo politico appassionato e lo distingue dal mero dilettante politico che “si agita in modo sterile” è possibile soltanto attraverso l’abitudine alla distanza, in tutti i sensi della parola. La “forza” di una “personalità” politica significa in primissimo luogo il possesso di tali qualità. 


 

domenica 14 dicembre 2014

The Economist, Polizia americana sotto processo




America’s police on trial
The United States needs to overhaul its law-enforcement system
The Economist, 13 dicembre 2014

THE store camera tells a harrowing tale. John Crawford was standing in a Walmart in Ohio holding an air rifle—a toy he had picked off a shelf and was presumably planning to buy. He was pointing it at the floor while talking on his phone and browsing other goods. The children playing near him did not consider him a threat; nor did their mother, who was standing a few feet away. The police, responding to a 911 caller who said that a black man with a gun was threatening people, burst in and shot him dead. The children’s mother died of a heart attack in the ensuing panic. In September a grand jury declined to indict the officers who shot Mr Crawford.
Most people have probably never heard this story, for such tragedies are disturbingly common: America’s police shoot dead more than one person a day (nobody knows the exact number as not all deaths are reported). But two recent cases have sparked nationwide protests. First Michael Brown, a black teenager, was shot dead in murky circumstances in Ferguson, Missouri, just after he robbed a shop, and then Eric Garner, a harmless middle-aged black man guilty only of selling single cigarettes on the streets of New York, was choked to death by a policeman while five cops watched—and this time the event was filmed by a bystander.
So far much of the debate within America has focused on race. That is not unreasonable: the victims were all black, and most of the policemen involved were white. American blacks feel that the criminal-justice system works against them, rather than for them. Some 59% of white Americans have confidence in the police, but only 37% of blacks do. This is poisonous: if any racial group distrusts the enforcers of the law, it erodes the social contract. It also hurts America’s moral standing in the world (not aided by revelations about the CIA’s use of torture). But racial division, rooted as it is in America’s past, is not easily mitigated.
There is, however, another prism through which to examine these grim stories: the use of excessive violence by the state. It, too, has complex origins, but quite a lot of them may be susceptible to reform. In many cases Americans simply do not realise how capricious and violent their law-enforcement system is compared with those of other rich countries. It could be changed in ways that would make America safer, and fairer to both blacks and whites.
Don’t shoot
Bits of America’s criminaStal-justice system are exemplary—New York’s cops pioneered data-driven policing, for instance—but overall the country is an outlier for all the wrong reasons. It jails nearly 1% of its adult population, more than five times the rich-country average. A black American man has, by one estimate, a one in three chance of spending time behind bars. Sentences are harsh. Some American states impose life without parole for persistent but non-violent offenders; no other rich nation does. America’s police are motivated to be rapacious: laws allow them to seize assets they merely suspect are linked to a crime and then spend the proceeds on equipment. And, while other nations have focused on community policing, some American police have become paramilitary, equipping themselves with grenade launchers and armoured cars. The number of raids by heavily armed SWAT teams has risen from 3,000 a year in 1980 to 50,000 today, by one estimate.
Above all, American law enforcement is unusually lethal: even the partial numbers show that the police shot and killed at least 458 people last year. By comparison, those in England and Wales shot and killed no one.
Fewer armoured cars, more body cameras
One reason why so many American police shoot first is that so many American civilians are armed. This year 46 policemen were shot dead; last year 52,000 were assaulted. When a policeman is called out to interrupt a robbery, he knows that one mistake could mean he never makes it to retirement. As this newspaper has often pointed out, guns largely explain why America’s murder rate is several times that of other rich countries. And the vastly disparate rate at which policemen shoot young black men is not simply a matter of prejudice. Roughly 29% of Americans shot by the police are black, but so are about 42% of cop killers whose race is known.
If America did not have 300m guns in circulation, much of this would change. That, sadly, is not going to happen soon. But there are other ways to make the police less violent.
The first is transparency. Every police force should report how many people it kills to the federal government. And if communities want to buy gadgets, they should give their police body cameras. These devices deter bad behaviour on both sides and make investigations easier. Had the officer who shot Mr Brown worn one, everyone would know how it happened.
The second is accountability: it must be easier to sack bad cops. Many of America’s 12,500 local police departments are tiny and internal disciplinary panels may consist of three fellow officers, one of whom is named by the officer under investigation. If an officer is accused of a crime, the decision as to whether to indict him may rest with a local prosecutor who works closely with the local police, attends barbecues with them and depends on the support of the police union if he or she wants to be re-elected. Or it may rest with a local “grand jury” of civilians, who hear only what the prosecutor wants them to hear. To improve accountability, complaints should be heard by independent arbiters, brought in from outside.
The third, and hardest, is reversing the militarisation of the police. Too many see their job as to wage war on criminals; too many poor neighbourhoods see the police as an occupying army. The police need more training and less weaponry: for a start, the Pentagon should stop handing out military kit to neighbourhood cops.
In many ways America remains a model for other countries. Its economic engine has roared back to life. Its values are ones which decent people should want to spread. Yet its criminal-justice system, the backbone of any society, is deeply flawed. Changing it will be hard; but change is overdue.

lunedì 21 luglio 2014

Il lavoro, la responsabilità, il comando

Simone Weil

L’iniziativa e la responsabilità, il senso di essere utile e persino indispensabile, sono bisogni vitali dell’anima umana.
Una completa privazione di questo si ha nell’esempio del disoccupato, anche quando è sovvenzionato sí da consentirgli di mangiare, di vestirsi, di pagare l’affitto. Egli non rappresenta nulla nella vita economica e il certificato elettorale che dimostra la sua parte nella vita politica non ha per lui alcun senso.
Il manovale si trova in una situazione appena migliore.
La soddisfazione di questo bisogno esige che un uomo debba prendere spesso decisioni su problemi, grandi o piccoli, i cui interessi siano estranei ai suoi propri, ma verso i quali si senta impegnato. Bisogna anche che debba sforzarsi continuamente. E bisogna infine che possa appropriarsi col pensiero dell’intera opera della collettività di cui fa parte, compresi i settori sui quali non avrà mai da prender decisioni né pareri da dare. Per questo bisogna fargliela conoscere, chiedergli il suo interessamento, rendergliene sensibile il valore, l’utilità e, se è il caso, la grandezza; e fargli chiaramente comprendere la parte che egli ha.
Ogni collettività, di qualsiasi specie essa sia, che non soddisfi queste esigenze dei suoi membri è guasta e dev’essere trasformata.
In ogni personalità un po’ forte il bisogno d’iniziativa giunge fino al bisogno di comando. Un’intensa vita locale o regionale, una grande quantità di opere educative e di movimenti giovanili devono offrire, a chiunque ne sia capace, l’occasione di comandare durante un determinato periodo della sua vita.

S. Weil, La prima radice,  Comunità, Cremona, 1954, pagg. 21-22

giovedì 17 luglio 2014

Max Weber, La politica come professione/vocazione

 Max Weber 
Politik als Beruf
1919

Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l'uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una "causa" (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. [...] Essa non crea l'uomo politico se non mettendolo al servizio di una "causa" e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell'azione. Donde la necessità della lungimiranza - attitudine psichica decisiva per l'uomo politico - ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini.
La "mancanza di distacco" (Distanzlosigkeit), semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all'inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l'ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell'animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev'essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente "si agitano a vuoto", è solo possibile attraverso l'abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola.
La "forza" di una "personalità" politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. L'uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni "distanza", e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale. [...] Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una "causa" giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima).
La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l'uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare "sull'efficacia", ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto "dell'impressione" che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. [...]
Il mero "politico della potenza" (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell'assurdo. In ciò i critici della "politica di potenza" hanno pienamente ragione. Dall'improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell'indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto. [...]
E' perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui soffermarci in dettaglio), che il risultato finale dell'azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato e sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all'azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l'uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l'umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel "progresso" non importa in qual senso - oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una "idea", oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana - sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente - ciò è assolutamente esatto - anche sui successi politici esteriormente più solidi.

martedì 28 gennaio 2014

Come si arrivò alla guerra nell'estate del 1914

Emilio Gentile
La Grande Guerra e i suoi artefici
Il Sole 24 ore, 22 dicembre 2013

Nella conclusione di un grosso libro, dove racconta come l'Europa giunse alla guerra nel 1914, lo storico inglese Christopher Clark scrive: «I protagonisti del 1914 erano dei sonnambuli, apparentemente vigili ma non in grado di vedere, tormentati dagli incubi ma ciechi di fronte alla realtà dell'orrore che stavano per portare nel mondo». Da questa affermazione, deriva il titolo del libro, I sonnambuli, senza apparentemente riferimento alla trilogia romanzesca I Sonnambuli dello scrittore austriaco Herman Broch, pubblicata fra il 1931 e il 1932. In tre romanzi, Broch evocava la tragedia della modernità, come fu vissuta in Germania fra il 1888 e il 1918, quando l'idealismo di un'epoca animata dalla romantica aspirazione alla totalità di un mondo ordinato da valori perenni, fu alla fine travolto dall'esplosione della Grande Guerra, che lasciò l'Europa nel caos di una realtà frantumata, in balia di un realismo cinico e brutale. I sonnambuli, per Broch, erano coloro che si illudevano di controllare una realtà che si stava disgregando, mentre camminavano verso l'«assurdità prepotente e inconcepibile» di una orrenda guerra. Anche senza un riferimento esplicito, sembrerebbe che una qualche influenza la trilogia di Broch potrebbe averla avuta sul modo in cui Clark ha cercato di comprendere l'«assurdità prepotente e inconcepibile» delle origini della Grande Guerra.
Egli infatti precisa che il suo libro, più «che del perché si preoccupa di capire come si arrivò alla guerra», studiando «da vicino le sequenze di interazioni che produssero certe conseguenze». Deriva da tale metodo, al quale Clark attribuisce «il merito di inserire nella vicenda un elemento di contingenza», la scelta di porre al centro del racconto gli uomini e le loro azioni, piuttosto che cercare le cause remote degli eventi in categorie astratte, come imperialismo, nazionalismo, alta finanza, dinamiche di mobilitazione, nei confronti delle quali «gli attori politici diventano semplici esecutori di forze da tempo presenti e al di fuori del loro controllo».
Avendo da tempo adottato, per una via del tutto indipendente, un analogo metodo di ricerca storica, chi scrive ne apprezza particolarmente l'efficacia per comprendere le vicende che nel 1914 portarono l'Europa alla guerra. La scelta di privilegiare il "come" sul "perché" costituisce forse la peculiarità dell'opera di Clark nell'ambito della storiografia sulle origini della Grande Guerra. Durante gli ultimi decenni, la storiografia ha accantonato la «questione della colpa», che fin dall'inizio del conflitto aveva assillato prima gli stessi protagonisti e successivamente, per oltre mezzo secolo, gli storici, condizionati dall'articolo 231 del Trattato di Versailles, che attribuiva alla Germania la responsabilità di aver provocato il primo conflitto mondiale.
Della questione della colpa non v'è traccia nel libro di Clark, anche se nella sua minuziosa ricostruzione del comportamento e delle decisioni dei protagonisti di ogni singolo Stato coinvolto nelle origini della Grande Guerra, egli non si astiene dall'individuare le responsabilità personali. Nello stesso tempo, tuttavia, cerca di rintracciare i motivi delle loro decisioni con senso propriamente storico, senza inflessioni moralistiche o giudiziarie, osservando l'agire di ogni protagonista nel contesto della storia del suo Paese, della sua esperienza politica e del modo in cui percepiva la realtà nella quale operava. Concentrando l'attenzione sui singoli protagonisti dell'evento, che egli stesso definisce «il più complesso della storia contemporanea, e forse di qualsiasi epoca», Clark fa venire in mente lo storico vagheggiato da Benedetto Croce, che non ricerca il moto e il dramma della storia «unicamente negli urti fragorosi e nei grossi fatti appariscenti», ma «anche davanti a spettacoli di guerre e rivoluzioni, cerca sempre il vero moto e il vero dramma negli intelletti e nei cuori».
Clark esprime con chiarezza la sua valutazione complessiva sul come l'Europa giunse alla guerra nel 1914: «Lo scoppio della guerra fu il momento culminante di concatenazioni di decisioni assunte da attori politici che perseguivano consapevolmente degli obiettivi ed erano capaci di riflettere su quanto stavano facendo, e che individuarono una serie di azioni formulando le valutazioni più adeguate in base alle migliori informazioni di cui disponevano. Il nazionalismo, gli armamenti, le alleanze e la finanza furono tutti elementi che entrarono a far parte della storia, ma acquistano valenza esplicativa solo quando si possa mostrare la loro effettiva influenza sulle decisioni che, congiuntamente, fecero scoppiare la guerra». Gli eventi causali che determinarono lo scoppio della guerra furono diversi, ma Clark ammonisce «a non giudicare scontato l'esito finale», tenendo presente «che le persone, gli eventi e le forze descritte in questo libro portavano dentro di sé i semi di altri, forse meno terribili, futuri». Nel complesso intreccio degli eventi che portarono alla Grande Guerra, i responsabili delle principali decisioni, secondo Clark, «camminarono verso il pericolo con passi guardinghi e calcolati». Ma se così fecero, allora perché mai definirli «sonnambuli»?