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sabato 8 novembre 2014

Wu Ming, Danton alla resa dei conti

Wu Ming
L'armata dei sonnambuli
Einaudi, Torino 2014
Atto terzo, scena quarta, Primavera, § 34, pp. 547-48



Hanno accusato Hébert di aver incitato il popolo a rovesciare la Convenzione, e buona notte all'orchestrina.
J.-L. David, Desmoulins con moglie e figlio

Fatto fuori lui, pareva che la battaglia l'avevano vinta Giorgiacco Danton, il patrono dei bottegai, e l'amico suo fedele Camillo Desmoulins.
Invece fa tempo appena a passare una decade, ed ecco che Danton è sotto processo, Saint-Just lo accusa e Robespierre si domanda se la Francia sarà bastante coraggiosa da abbattere un vecchio idolo, ché oramai dentro è tutto marcio e verminoso.
Anche lui lo tirano in mezzo a una faccenda di quattrini, dicono che ha preso i quibus della Compagnia delle Indie e pure quelli di Luigino e degli Orléans. Ma a buon gatto, buon ratto: con la sua parlantina da legale, Danton restituisce colpo su colpo, pare un lottatore alla barriera dei combattimenti.
E va bene che i vermi e il marcio cominciavano a puzzare anche da fuori, va bene che Danton voleva far la pace con l'aristocrazia, ma per i noialtri di allora era pur sempre l'eroe del 10 agosto. Lascia stare che adesso dicono che lui manco c'era per strada, il 10 agosto. Non è una questione di giorni. La questione è che Danton significava la Repubblica, e a vederlo col collare Corday faceva davvero una brutta impressione.
Wille, Danton verso la ghigliottina
Eppure, anche lì, nessuno s'è mosso. Il giorno dopo siamo tornati in fila dal macellaio, a dirci che oramai quel rotolare di teste ci aveva dato l'abitudine, e per farci venire la bocca tonda e il brivido giù per la schiena ci voleva qualcosa di più grosso, qualcosa di enormissimo, tipo che pisciassero sulla tomba di Marat, o tagliassero la zucca a Robespierre.







Si veda inoltre http://www.doppiozero.com/materiali/interviste/wu-ming-sopravvivere-alla-controrivoluzione

Saint-Just




Sei mesi dopo l’uscita in libreria, L’Armata dei Sonnambuli è arrivato alla quinta edizione, per una tiratura complessiva di 65.000 copie. http://www.wumingfoundation.com/giap/?cat=1944


martedì 4 novembre 2014

Mona Ozouf, Danton: un ritratto in chiaroscuro

Mona Ozouf
Danton 
Dizionario critico della Rivoluzione francese, Bompiani, Milano 1988, pp. 216-17




























Danton, come Robespierre e Marat, è una creazione della rivoluzione. Egli sorge dall'immenso avvenimento senza alcun preavviso. Malgrado gli sforzi dei suoi biografi per cercare nella sua giovinezza dei segni premonitori, si fa fatica a scorgere nel giovane Danton dei loro ritratti un personaggio già calamitato verso la futura rivoluzione. Era nato ad Arcis-sur-Aube nel 1759, in un ambiente di piccola borghesia di toga, uscita solo di recente dalla classe contadina. Aveva compiuto studi irregolari presso gli oratoriani, era diventato praticante nell'ufficio di un procuratore a Parigi, poi avvocato. Alla vigilia della rivoluzione è un avvocato modesto, meno miserabile di quanto abbiano detto i suoi avversari (per meglio valorizzare il carattere improvviso e sconveniente della sua fortuna), ma meno florido di quanto affermino i suoi seguaci. Senza dubbio aveva l'Encyclopédie nella sua biblioteca, fra Plutarco e Beccaria, ma tale possesso, allora quasi obbligato, non può far concludere che si nutrisse di Diderot. Nella sua prima causa aveva dovuto difendere un pastore contro un nobile, ma a quale avvocato illuminato non era capitato di trattare, a quei tempi, questo magnifico soggetto? Nulla di tutto ciò basta a spiegare un impegno rivoluzionario.
Madame Roland, che lo odiava, ha visto giusto dicendo che egli "era nato nella sua sezione". Ciò è confermato da una testimonianza di Laveaux, il quale scoprì con stupore, il 23 luglio 1789, il suo collega Danton, fino allora "mite, modesto e silenzioso", in piedi su un tavolo, intento a sobillare i cittadini. Tale è l'ingresso di Danton nella vita pubblica: egli appare sulla scena della rivoluzione come agitatore di piazza. Ed è sempre come agitatore che compie il suo apprendistato rivoluzionario a capo dei cordiglieri, il distretto del suo quartiere. Questo distretto d'avanguardia si batte, per tutto il 1790, contro il "dispotismo municipale" e contro Bailly, l'uomo della Pallacorda. Una guerriglia incessante, che procurerà a Danton, eletto e rieletto presidente del distretto, un mandato d'arresto, e che gli permetterà di mettere a punto un talento oratorio il cui effetto, come ebbe a scrivere Thibaudeau, era prodigioso. Al tempo stesso aumenta la sua reputazione di tribuno di quartiere, di Mirabeau da strada.
Infatti Danton, come Mirabeau, è un "tipo", un personaggio profondamente teatrale. Per le sue proporzioni: "Atlante", "Ercole", "Ciclope", i contemporanei non hanno saputo come rendere le "forme atletiche" di cui, un po' fanfarone, egli diceva di esser stato provvisto dalla natura. Per l'unione di tratti contraddittori: un viso “ripugnante e atroce” con un'aria di grande giovialità”, massacratore senza ferocia, gaudente senza avidità, terrorista senza principi, parvenu senza avarizia, pigro frenetico, tenero colosso, Danton ha avuto sempre la capacità dì ispirare il ritratto antitetico. Infine, per le crisi drammatiche della rivoluzione, da cui non può separarsi; perché, a questa "natura", la rivoluzione darà qualcosa di più di un impiego: un'identità.
Come Robespierre, infatti, Danton ha ricevuto in sorte il potere di incarnare la rivoluzione. Intorno alla sua persona si è formata ben presto una leggenda, si è scatenata una polemica ideologica e politica, si è riunita una schiera di dantonisti militanti, impegnati nell'immensa revisione del processo fatto a Danton da Saint-Just e Robespierre.

Un processo in cui era stata emessa una sentenza, ma non pronunciata un’arringa di difesa: tanto che l'arringa postuma creata per Danton dai suoi seguaci è, inscindibilmente, una requisitoria contro coloro che avevano macchinato la sua rovina, e diventa un giudizio comparato di Robespierre e di Danton. Il parallelo fra i due uomini, topos della storiografia rivoluzionaria, è stato tracciato cento volte. Si è contrapposto Robespierre a Danton come la virtù al vizio, l'incorruttibilità alla venalità, la laboriosità all'indolenza, la fede al cinismo: è la versione dei robespierristi o, come dice Michelet, dei "cattolico-robespierristi", felici "di 'settembrizzare' la memoria degli increduli". Ma si possono anche contrapporre i due uomini come il malaticcio al vigoroso, il sospettoso al generoso, il femminile al maschile — o meglio al maschio — l'astratto al concreto, lo scritto all'orale, il sistema morto alla viva improvvisazione: ed eccoci, questa volta, in pieno dantonismo.


L'arringa postuma

Non ci sarebbe stata alcuna Rivoluzione. Senza di me. Non ci sarebbe la Repubblica. Senza di me.
No, non mi trascinerete verso la morte, io sono vivo.
Per sempre!
Il mondo ci osserverà e si chiederà che genere di uomini noi fossimo.
Non lasciamo dire che non eravamo migliori di quelli che abbiamo cacciato.
Siamo tutti condannati a morire.
Conosco questa Corte, sono stato io a crearla e di questo chiedo perdono a Dio e agli uomini.
In origine doveva essere non il flagello dell'umanità, ma un bastione, un'ultima istanza contro lo scatenamento dei furori della brutalità e della paura.
Invece è diventato l'assassinio delle coscienze.
E quelli che ci giudicheranno più tardi, vedo che io, Danton, non volevo questo.
Se parlo oggi è per difendere ciò che abbiamo realizzato, è per tutto ciò a cui siamo arrivati, non per salvare la mia vita.
Abbiamo rotto la tirannia dei privilegi, abbiamo ucciso il verme nel frutto, abolendo quei poteri ai quali nessun uomo poteva aver diritto.
Abbiamo posto fine al monopolio della nascita e della fortuna, e questo in tutte le grandi cariche dello Stato: nelle nostre chiese, nelle nostre forze armate, questo vasto complesso di arterie e vene che sostiene questo magnifico corpo della Francia.
Abbiamo dichiarato che l'uomo più umile in questo paese è ora alla pari con il più grande.
E questa libertà conquistata per noi stessi, l'abbiamo offerta agli schiavi, e affidiamo al mondo la missione di costruire il futuro sulla speranza che abbiamo promosso.
Questo è più di una vittoria in battaglia, più di spade e armi da fuoco e di tutti gli squadroni di cavalleria d'Europa, e l'ispirazione, questo animo per tutti gli uomini, ovunque, in ogni luogo, questo appetito, questa sete, nessuno sarà mai in grado di soffocare.
Le nostre vite non sono state vissute invano.



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Il n'y aurait pas eu de Révolution. Sans moi.
Il n'y aurait pas eu de République. Sans moi.
Non, vous ne me traînerez pas vers la mort, je suis vivant !
A jamais !
Le monde nous regardera et se demandera quel genre d'hommes nous étions.
Ne laissons pas dire que nous n'étions pas meilleurs que ceux que nous avons chassés.
Nous sommes tous condamnés à mourir.
Je connais cette Cour, c'est moi qui l'ai créée, et j'en demande pardon à Dieu et aux hommes.
A l'origine, elle devait être, non pas le fléau de l'humanité, mais un rempart, une dernière instance contre le déchaînement des fureurs de la brutalité et de la peur.
Au lieu de cela, c'est devenu l'assassinat des consciences.
Et ceux qui plus tard nous jugeront, verront bien que moi, Danton, je n'ai pas voulu cela.
Si je parle aujourd'hui, c'est pour défendre ce que nous avons réalisé, c'est pour tout ce que nous avons atteint, et non pour sauver ma vie.
Nous avons brisé la tyrannie des privilèges, nous avons tué le ver dans le fruit, en abolissant ces pouvoirs auxquels n'avait droit aucun homme.
Nous avons mis fin au monopole de la naissance et de la fortune, et cela dans tous ces grands offices de l'État : dans nos églises, dans nos armées, dans ce vaste complexe d'artères et de veines qui fait vivre ce corps magnifique de la France.
Nous avons déclaré que l'homme le plus humble de ce pays est désormais l'égal des plus grands.
Et cette liberté acquise pour nous-mêmes, nous l'avons offerte aux esclaves, et nous confions au monde la mission de bâtir l'avenir sur l'espoir que nous avons fait naître.
Ceci, c'est plus qu'une victoire dans une bataille, plus que les épées et les canons et tous les escadrons de cavalerie de l'Europe, et cette inspiration, ce souffle pour tous les hommes, partout, en tout lieu, cet appétit, cette soif, jamais on ne pourra l'étouffer.
Nos vies n'auront pas été vécues en vain.
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venerdì 4 luglio 2014

Robespierre e la monarchia (1789-1792)



Ancora al tempo della discussione sul veto regale nel settembre 1789 nessuno nell'Assemblea nazionale francese metteva in discussione la monarchia (N. Hampson, Robespierre,  Bompiani 1974, p. 67). Gli stessi giacobini erano allora favorevoli come tutti i deputati al mantenimento del re sul trono. Non ci può essere nessuna meraviglia per questo. Più singolare è il fatto che Robespierre abbandonò il carro della monarchia solo dopo l'assalto del popolo alle Tuileries e il conseguente sequestro del re, il 10 agosto 1792. Per questo è stato definito un repubblicano del giorno dopo. L'accusa è fondata, secondo George Rudé, ma non per questo Robespierre mancava di coerenza. Ecco il ragionamento - starei per dire l'arringa difensiva - dello storico in questione: 


Il punto è che per Robespierre la questione di optare per un sistema di governo repubblicano invece che monarchico fu mai una questione di principio. Il principio fondamentale cui egli rimase tenacemente fedele fu la sovranità popolare, il cui esercizio poteva essere favorito, a seconda delle circostanze, dall’una o dall’altra forma di governo. […] Durante la prima fase della rivoluzione, non c’è dubbio a che sistema egli fosse favorevole. “Si può sostenere – chiese retoricamente in uno spassionato discorso da lui tenuto al Club dei giacobini il 10 aprile 1791, - che io desidero rovesciare la monarchia? […] Come se fossi così stupido da desiderare di distruggere il tipo di governo che meglio si accorda con gli interessi di un grande popolo e meglio garantisce i suoi diritti e la sua prosperità; come se io fossi più geloso del governo della Polonia che di quello della Russia o di Venezia […] Non è il re che io temo; non è l’appellativo di re che può esserci funesto; è la costante tendenza ad aumentare il potere arbitrario nelle mani dei ministri”. (G. Rudé, Robespierre, Editori Riuniti 1979,  p. 168).


Nell’aprile 1791 non c’era stata ancora la fuga di Varennes, che si verificò invece nel giugno di quell’anno. Il re tentò di scappare oltre frontiera;  il tentativo fu scoperto quasi per caso e sventato. Allora cominciò per davvero il distacco del popolo dalla monarchia. Il ritorno della famiglia reale alla residenza parigina avvenne tra due ali di folla, in un silenzio glaciale. Robespierre in quel caso tacque per parecchio tempo. Temeva di compiere un passo falso. Si pronunciò poi contro la repubblica, senza per questo accettare la finzione ufficiale del re in fuga contro la sua volontà:


“Sono stato accusato di essere repubblicano, mi si è reso un onore troppo grande: non lo sono. Se mi avessero accusato di essere monarchico, mi avrebbero disonorato: non sono neppure questo”. (13 luglio 1791, discorso alla Costituente).

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Discours contre le véto royal, absolu ou suspensif, 21 septembre 1789

Robespierre era un fautore della monarchia costituzionale e non certo della monarchia assoluta, come a volte si legge su internet.

Celui qui dit qu'un homme a le droit de s'opposer à la Loi, dit que la volonté d'un seul est au-dessus de la volonté de tous. Il dit que la nation n'est rien, et qu'un seul homme est tout. S'il ajoute que ce droit appartient à celui qui est revêtu du pouvoir exécutif, il dit que l'homme établi par la Nation, pour faire exécuter les volontés de la Nation, a le droit de contrarier et d'enchaîner les volontés de la Nation ; il a créé un monstre inconcevable en morale et en politique, et ce monstre n'est autre chose que le veto royal.

Discours de Robespierre sur le droit de guerre accordé au roi, 15 mai 1790

Si vous décidez de cette question, conformément aux prétentions de la cour, vous devez craindre qu'une guerre étrangère ne soit une machination formée par les cours ou par les cabinets ministériels contre les nations, dans le moment où la nôtre a reconquis sa liberté, et où les autres sont peut-être déjà tentées d'imiter ce grand exemple.



Sur l'inviolabilité royale, 14 juillet 1791
Le crime légalement impuni est en soi une monstruosité révoltante dans l'ordre social, ou plutôt il est le renversement absolu de l'ordre social, si le crime est commis par le premier fonctionnaire public, par le magistrat suprême. Je ne vois là que deux raisons de plus de sévir : la première que le coupable était lié à la patrie par un devoir plus saint ; la seconde que comme il est armé d'un grand pouvoir, il est bien plus dangereux de ne pas réprimer ses attentats.






 

venerdì 30 maggio 2014

Mary Wollstonecraft, la ragione unita al sentimento (1759-1797)

Elena Stancanelli 
La Wollstonecraft, madre della Shelley, fu scrittrice e femminista militante
L’altra Mary e l’enigma Frankenstein

la Repubblica, 30 maggio 2014

  







«Il maschio insegue, la femmina concede» scrive Mary Wollstonecraft nell’introduzione al suo Rivendicazione dei diritti della donna, pubblicato per la prima volta nel 1792. Gli uomini, spiega, sono fisicamente più forti delle donne ma non paghi di questa superiorità tentano di spingerci più in giù, «con l’intento di trasformarci in momentanei oggetti del desiderio». Le donne, intossicate da questa adorazione, puro abbaglio dei sensi, cedono e si beano, anziché capitalizzare e trasformare quel trasporto in un sentimento solido e duraturo.
Antidoto, e unica forma possibile di emancipazione femminile, è l’istruzione.
Mary Wollstonecraft era nata il 27 aprile 1759, lo racconta William Godwin, filosofo illuminista radicale e anarchico, che amò e sposò Mary e ne scrisse la biografia. Non giocò mai con le bambole e crebbe come un maschio in una fattoria nella foresta di Epping, vicino Londra, correndo per i campi dietro ai fratelli. Ma attenzione, scrive Mary: accusare una donna di mascolinità è solo un’altra tattica degli uomini. In questo modo vorrebbero farci tornare a quella debolezza nefasta e artificiale, che produce, nella donne, «una propensione alla tirannia, generando astuzia, rivale naturale della forza, e inducendo a esibire quelle spregevoli arie infantili che ne minano la stima, nonostante al contempo eccitino il desiderio...». Sembra di ascoltare una tirata di Elizabeth Bennet, l’eroina di Jane Austen, o meglio ancora di leggere nella mente di Jane Eyre, l’impavida istitutrice.
Mary, per diventare la donna che voleva essere, studiò sul serio, e più che poteva. Non era facile, non veniva da una famiglia molto istruita. A sedici anni conobbe Fanny Blood, una ragazza colta, capace di cantare suonare disegnare e mantenere tutta la famiglia lavorando. Con Fanny, Mary aprì una scuola a Islington, dove mise a insegnare anche le sue sorelle. Quando Fanny, pochi anni dopo, morì di parto a Lisbona, Mary disperata chiuse la scuola, scrisse un romanzo, si occupò di politica, e infine partì per Parigi, innamorata della rivoluzione. Robespierre la deluse, ma nel frattempo conobbe un uomo, Gilbert Imlay. Un faccendiere americano, forse addirittura una spia, che speculava lavorando per i Giacobini, coltivando ambizioni politiche. Faceva la spola tra Parigi e Londra, fin quando in Francia non tornò più.
Mary partì per cercarlo, dopo averlo atteso a lungo insieme alla piccola Fanny, la loro figlia alla quale aveva dato il nome dell’amica adorata. Ovviamente, lo trovò sistemato con un’altra, «una giovane che lavorava come attrice in una compagnia di girovaghi», scrive Godwin. Pianse, tentò il suo suicidio, ma poi tornò da lui. Difficile capire per quali ragioni si legò a un uomo così, a una passione infelice e pericolosa. «Una delle ultime impressioni che una mente può essere in grado di cogliere è quella relativa al valore della persona per cui prova ammirazione», scrive il saggio Godwin. Imlay la spedì in Svezia a cercare una nave con un carico importante e ricco, sparita chissà come. Da lì scrisse all’amato (Lettere scritte durante un breve soggiorno in Svezia, Norvegia e Danimarca, edizioni Rubettino) d’amore, di politica, di paesaggi.
Una corrispondenza che la figlia Mary doveva aver letto, che dovrà esserle servita di ispirazione. Il suo Frankenstein è infatti un romanzo epistolare, la vicenda che conosciamo è inserita dentro le lettere del capitano Walton a sua sorella Margareth. Capitano di una nave, in viaggio verso il Polo Nord, una notte vede passare una creatura mostruosa che corre sui ghiacci, il giorno successivo un uomo su una slitta. L’uomo, che salirà a bordo e racconterà la sua storia, è il dottor Victor Frankenstein di Ginevra, l’incauto Prometeo.
Ma quando la madre è in Svezia, persa dietro vascelli fantasma, Mary non è ancora nata. Anzi, rischia di non nascere per niente perchè Mary Wollstonecraft, tornata dal suo viaggio, trova di nuovo Imlay con un’altra e si butta nel Tamigi.
Anche questa volta viene salvata, e, esaurito il lutto, si innamora finalmente di una persona perbene, William Godwin. Il 10 settembre 1797 nasce Mary e poche ore dopo la madre muore di setticemia. Lui, Godwin, qualche anno più tardi incontrò un’altra donna, fondò una casa editrice per bambini, scrisse la biografia di Mary, sua moglie, e si occupò di dare un’educazione vera a Mary, sua figlia. Che però a sedici anni si innamorò del poeta Percy Shelley, che ruppe un matrimonio e abbandonò due figli per seguirla. Godwin, pur seguace e teorico dell’amore libero - «non ci sposammo », scrive nella biografia di Mary, «non c’è nulla di più distante dalla spontaneità che far dipendere la grandezza di un sentimento da una cerimonia e lasciare che acquisisca valore solo perché riconosciuto pubblicamente » - non la prese bene. Ma i due fuggirono comunque insieme.
E una notte, per gioco, a Villa Diodati sul lago di Ginevra, Mary inventò e poi scrisse uno dei romanzi più belli della modernità, Frankenstein. Storia di un mostro, nato dalla presunzione di un uomo. Messo al mondo e abbandonato a se stesso, cresciuto senza che nessuno si prendesse cura di lui. Buttato nella vita senza istruzioni, costretto a vagare per la terra cercando, invano, qualcuno che potesse affezionarsi alla sua deformità. Come una figlia, la cui madre sia morta partorendola?
Mary Wollstonecraft è oggi riconosciuta come una delle prime e più importanti teoriche del pensiero femminista. Ma subì una lunga censura, per la sua vita considerata libertina e la sua impudicizia, anche sentimentale, nell’esporla. Fu George Eliot, a metà dell’ottocento, a riscoprirla, e dopo di lei Virginia Woolf che le dedicò uno dei saggi in Four Figures. Proprio quella sua vita libera, le lettere appassionate, unite al suo pensiero razionale, scrive Woolf, fanno di lei una figura speciale, rendono la sua esistenza, e il suo pensiero immortali. Ragione e sentimento, avrebbe infatti riconosciuto il Novecento, è molto più potente di ragione contro sentimento.