Mona Ozouf
Danton
Dizionario critico della
Rivoluzione francese, Bompiani, Milano 1988, pp. 216-17
Danton,
come Robespierre e Marat, è una creazione della rivoluzione. Egli
sorge dall'immenso avvenimento senza alcun preavviso. Malgrado gli
sforzi dei suoi biografi per cercare nella sua giovinezza dei segni
premonitori, si fa fatica a scorgere nel giovane Danton dei loro
ritratti un personaggio già calamitato verso la futura rivoluzione.
Era nato ad Arcis-sur-Aube nel 1759, in un ambiente di piccola
borghesia di toga, uscita solo di recente dalla classe contadina.
Aveva compiuto studi irregolari presso gli oratoriani, era diventato
praticante nell'ufficio di un procuratore a Parigi, poi avvocato.
Alla vigilia della rivoluzione è un avvocato modesto, meno
miserabile di quanto abbiano detto i suoi avversari (per meglio
valorizzare il carattere improvviso e sconveniente della sua
fortuna), ma meno florido di quanto affermino i suoi seguaci. Senza
dubbio aveva l'Encyclopédie
nella sua biblioteca, fra
Plutarco e Beccaria, ma tale possesso, allora quasi obbligato, non
può far concludere che si nutrisse di Diderot. Nella sua prima causa
aveva dovuto difendere un pastore contro un nobile, ma a quale
avvocato illuminato non era capitato di trattare, a quei tempi,
questo magnifico soggetto? Nulla di tutto ciò basta a spiegare un
impegno rivoluzionario.
Madame Roland, che lo odiava, ha visto
giusto dicendo che egli "era nato nella sua sezione". Ciò
è confermato da una testimonianza di Laveaux, il quale scoprì con
stupore, il 23 luglio 1789, il suo collega Danton, fino allora "mite,
modesto e silenzioso", in piedi su un tavolo, intento a
sobillare i cittadini. Tale è l'ingresso di Danton nella vita
pubblica: egli appare sulla scena della rivoluzione come agitatore di
piazza. Ed è sempre come agitatore che compie il suo apprendistato
rivoluzionario a capo dei cordiglieri, il distretto del suo
quartiere. Questo distretto d'avanguardia si batte, per tutto il
1790, contro il "dispotismo municipale" e contro Bailly,
l'uomo della Pallacorda. Una guerriglia incessante, che procurerà a
Danton, eletto e rieletto presidente del distretto, un mandato
d'arresto, e che gli permetterà di mettere a punto un talento
oratorio il cui effetto, come ebbe a scrivere Thibaudeau, era
prodigioso. Al tempo stesso aumenta la sua reputazione di tribuno di
quartiere, di Mirabeau da strada.
Infatti Danton, come Mirabeau, è
un "tipo", un personaggio profondamente teatrale. Per le
sue proporzioni: "Atlante", "Ercole", "Ciclope",
i contemporanei non hanno saputo come rendere le "forme
atletiche" di cui, un po' fanfarone, egli diceva di esser stato
provvisto dalla natura. Per l'unione di tratti contraddittori: un viso
“ripugnante e atroce” con un'aria di grande giovialità”,
massacratore senza ferocia, gaudente senza avidità, terrorista senza
principi, parvenu senza avarizia, pigro frenetico, tenero colosso,
Danton ha avuto sempre la capacità dì ispirare il ritratto
antitetico. Infine, per le crisi drammatiche della rivoluzione, da
cui non può separarsi; perché, a questa "natura", la
rivoluzione darà qualcosa di più di un impiego: un'identità.
Come
Robespierre, infatti, Danton ha ricevuto in sorte il potere di
incarnare la rivoluzione. Intorno alla sua persona si è formata ben
presto una leggenda, si è scatenata una polemica ideologica e
politica, si è riunita una schiera di dantonisti militanti,
impegnati nell'immensa revisione del processo fatto a Danton da
Saint-Just e Robespierre.

Un processo in cui era stata emessa una
sentenza, ma non pronunciata un’arringa di difesa: tanto che
l'arringa postuma creata per Danton dai suoi seguaci è,
inscindibilmente, una requisitoria contro coloro che avevano
macchinato la sua rovina, e diventa un giudizio comparato di
Robespierre e di Danton. Il parallelo fra i due uomini, topos della
storiografia rivoluzionaria, è stato tracciato cento volte. Si è
contrapposto Robespierre a Danton come la virtù al vizio,
l'incorruttibilità alla venalità, la laboriosità all'indolenza, la
fede al cinismo: è la versione dei robespierristi o, come dice
Michelet, dei "cattolico-robespierristi", felici "di
'settembrizzare' la memoria degli increduli". Ma si possono
anche contrapporre i due uomini come il malaticcio al vigoroso, il
sospettoso al generoso, il femminile al maschile — o meglio al
maschio — l'astratto al concreto, lo scritto all'orale, il sistema
morto alla viva improvvisazione: ed eccoci, questa volta, in pieno
dantonismo.

L'arringa postuma
Non ci sarebbe stata alcuna Rivoluzione. Senza di me.
Non ci sarebbe la Repubblica. Senza di me.
No, non mi trascinerete verso la morte, io sono vivo.
Per sempre!
Il mondo ci osserverà e si chiederà che genere di uomini noi
fossimo.
Non lasciamo dire che non eravamo migliori di quelli che abbiamo
cacciato.
Siamo tutti condannati a morire.
Conosco questa Corte, sono stato io a crearla e di questo chiedo
perdono a Dio e agli uomini.
In origine doveva essere non il flagello dell'umanità, ma un
bastione, un'ultima istanza contro lo scatenamento dei furori della
brutalità e della paura.
Invece è diventato l'assassinio delle coscienze.
E quelli che ci giudicheranno più tardi,
vedo che io, Danton, non volevo questo.
Se parlo oggi è per
difendere ciò che abbiamo realizzato, è per tutto ciò a cui siamo
arrivati, non per salvare la mia vita.
Abbiamo rotto la tirannia
dei privilegi, abbiamo ucciso il verme nel frutto, abolendo quei
poteri ai quali nessun uomo poteva aver diritto.
Abbiamo posto
fine al monopolio della nascita e della fortuna, e questo in tutte le
grandi cariche dello Stato: nelle nostre chiese, nelle nostre forze
armate, questo vasto complesso di arterie e vene che sostiene questo
magnifico corpo della Francia.
Abbiamo dichiarato che l'uomo più
umile in questo paese è ora alla pari con il più grande.
E
questa libertà conquistata per noi stessi, l'abbiamo offerta agli
schiavi, e affidiamo al mondo la missione di costruire il futuro
sulla speranza che abbiamo promosso.
Questo è più di una
vittoria in battaglia, più di spade e armi da fuoco e di tutti gli
squadroni di cavalleria d'Europa, e l'ispirazione, questo animo per
tutti gli uomini, ovunque, in ogni luogo, questo appetito, questa
sete, nessuno sarà mai in grado di soffocare.
Le nostre vite non
sono state vissute invano.
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Il n'y aurait pas eu de Révolution. Sans moi.
Il n'y aurait
pas eu de République. Sans moi.
Non, vous ne me traînerez pas
vers la mort, je suis vivant !
A jamais !
Le monde nous
regardera et se demandera quel genre d'hommes nous étions.
Ne
laissons pas dire que nous n'étions pas meilleurs que ceux que nous
avons chassés.
Nous sommes tous condamnés à mourir.
Je
connais cette Cour, c'est moi qui l'ai créée, et j'en demande
pardon à Dieu et aux hommes.
A l'origine, elle devait être, non
pas le fléau de l'humanité, mais un rempart, une dernière instance
contre le déchaînement des fureurs de la brutalité et de la
peur.
Au lieu de cela, c'est devenu l'assassinat des
consciences.
Et ceux qui plus tard nous jugeront, verront bien que
moi, Danton, je n'ai pas voulu cela.
Si je parle aujourd'hui,
c'est pour défendre ce que nous avons réalisé, c'est pour tout ce
que nous avons atteint, et non pour sauver ma vie.
Nous avons
brisé la tyrannie des privilèges, nous avons tué le ver dans le
fruit, en abolissant ces pouvoirs auxquels n'avait droit aucun
homme.
Nous avons mis fin au monopole de la naissance et de la
fortune, et cela dans tous ces grands offices de l'État : dans nos
églises, dans nos armées, dans ce vaste complexe d'artères et de
veines qui fait vivre ce corps magnifique de la France.
Nous avons
déclaré que l'homme le plus humble de ce pays est désormais l'égal
des plus grands.
Et cette liberté acquise pour nous-mêmes, nous
l'avons offerte aux esclaves, et nous confions au monde la mission de
bâtir l'avenir sur l'espoir que nous avons fait naître.
Ceci,
c'est plus qu'une victoire dans une bataille, plus que les épées et
les canons et tous les escadrons de cavalerie de l'Europe, et cette
inspiration, ce souffle pour tous les hommes, partout, en tout lieu,
cet appétit, cette soif, jamais on ne pourra l'étouffer.
Nos
vies n'auront pas été vécues en vain.
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