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sabato 20 giugno 2026

Il retroscena della foto

Ilario Lombardo
Meloni e il retroscena della foto: l'ansia nei giorni del G7 e i tentativi di ricucire con Trump

La Stampa, 20 giugno 2026

La diplomazia ha i suoi codici e i suoi artifici: Donald Trump li infrange sistematicamente tutti. Su quel particolare palcoscenico che sono i vertici internazionali tra i leader ci sono delle regole: si sorride a favore di telecamera, ci sono conversazioni private i cui contenuti non vanno svelati, c’è tanta retorica («ottimi rapporti», «sono molto soddisfatta»), e una buona dose di ipocrisia messa in scena. Le fotografie sono una parte fondamentale di questo spettacolo. Quelle di gruppo, e quelle che invece immortalano come un ritaglio un confronto tra due leader, colgono le espressioni dei volti e la loro spontaneità, a volte sapientemente costruita. Il fotografo dei leader si aggira, durante le pause dei lavori, ben posizionato, nei saloni dei vertici o nei giardini, pronto a scattare al momento giusto.
Per questo è interessante capire cosa c’è dietro l’immagine incriminata di Giorgia Meloni e Donald Trump seduti su un divanetto al termine del G7 di Evian, e perché il presidente americano ha detto quello che ha detto, e cioè che la premier lo ha «implorato» di fare una foto con lei, che se la voleva risparmiare ma che gli «ha fatto pena», a tal punto da aver ceduto.

Durante la conferenza stampa, al termine del G7, Meloni dirà di non riconoscersi nelle ricostruzioni giornalistiche. Sosterrà che non ci sono state «battute scherzose», come è stato scritto da tutti, né che «c’è stato bisogno di chiarimenti», che il rapporto con Trump «è immutato», e che le incomprensioni sul pontefice, sullo Stretto di Hormuz, sulla base militare di Sigonella non concessa all’esercito Usa, sono la conseguenza di «due caratteri forti» che «difendono» il proprio interesse nazionale. Meno di 48 ore Trump smentirà queste dichiarazioni di Meloni, umiliandola pubblicamente.

Va detto che è la premier ad annunciare personalmente, sempre in quella conferenza, di aver avuto un incontro con il leader statunitense, poco prima, proprio al termine dei lavori. Subito dopo, sarà sempre la parte italiana a diffondere fotografie e video di Trump e Meloni sul divanetto. La richiesta era partita da Palazzo Chigi. Uno scambio di pochi secondi, in cui si vede la premier sorridere insistentemente, l’americano dire qualcosa, poi alzarsi, stringere la mano di lei e andare via. Una situazione quasi identica a quella dell’anno scorso, al G7 in Canada: stessa strategia, stessa foto tra i due, in disparte, fornita dallo staff italiano, lei che parla e lui che ascolta. In un clima diverso: di amicizia e fiducia, prima dello strappo dei mesi scorsi.

Per tutte le quasi 72 ore di G7 filtra una certa agitazione nella cerchia di Meloni: come se la premier avesse l’ansia di controllare il racconto dei suoi scambi con Trump. Nelle immagini dei circuiti internazionali la si vede spesso cercare il tycoon, raggiungerlo ovunque sia, affiancarsi a lui, parlargli con una spigliata familiarità, modi che faranno anche discutere i media in Giappone perché paragonati a quelli invece descritti come più remissivi della premier Sanae Takaichi.

Ma così come possono esaltare un momento di confidenza, le immagini possono anche essere traditrici. E Meloni non può certo controllare cosa viene registrato a sua insaputa dai canali internazionali. Come quando con le braccia sui fianchi, in una posa inquieta, come stesse sulle spine, si piazza davanti a Trump e al cancelliere Friedrich Merz ad attendere il suo turno per parlare il tycoon. O, poco dopo, quando il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa scherzando chiede: «Siete ancora amici?», lei risponde: «Siamo sempre stati amici» e con una risata piena di complicità accoglie quella battuta maliziosa di Trump: «Mi hai abbandonato». Battuta che ora assume tutt’altro significato, dopo la rottura definitiva, e rivela quello che ieri ha detto il magnate repubblicano: «Era una mia fan, non lo è più». È la maniera di intendere i rapporti di fedeltà del leader Usa. Chi indossa il cappellino Maga, chi ha sposato la dottrina del Make America Great Again, come Meloni, è considerato un seguace, non un alleato. Con il risultato che la premier è precipitata nel cortocircuito della destra sovranista, nonostante abbia continuato testardamente a credere che lei, solo lei, potesse rabbonirlo, pensando di parlare la stessa lingua.

Alla fine tra i colleghi leader i primi a dirsi colpiti e a offrirle pubblicamente la propria solidarietà non sono stati due amici ma il francese Emmanuel Macron e lo spagnolo Pedro Sánchez. Quando erano stati loro a essere sbertucciati, offesi, insultati da Trump, Meloni non commentò. A gennaio, dopo la pesante derisione di Macron e della moglie Brigitte, con tanto di messaggi privati svelati in pubblico dal tycoon, le venne chiesto se ci si potesse ancora fidare di Trump. La premier rispose che la domanda era inopportuna.

martedì 7 aprile 2026

Alta acrobazia cinese

Luca Miele
Prove di dialogo: l'incontro (storico) tra la leader dell'opposizione di Taiwan e Xi

Avvenire, 7 aprile 2026

Per gli analisti dovrà muoversi su una corda tesa. Sul vuoto. La leader dell'opposizione taiwanese Cheng Li-wun sarà, da domani, in Cina per un “potenziale” incontro con il presidente Xi Jinping. Cheng guiderà una delegazione del Kuomintang (Kmt) a Jiangsu, Shanghai e Pechino dal 7 al 12 aprile, ha riferito l’agenzia cinese Xinhua. Non accadeva da dieci anni che un presidente del principale partito di opposizione di Taiwan, si recasse nella “tana del lupo”. Si tratta di una visita dalle valenze soltanto simboliche? O, al contrario, la “missione” può aprire scenari di cambiamento nella politica taiwanese? Una cosa è certa: la tempistica – il viaggio anticipa il faccia a faccia slittato a maggio tra il presidente Usa Donald Trump, impelagato nella guerra in Iran, e il “collega” cinese Xi Jinping – suggerisce che siamo davanti a “una mossa politicamente carica di significato” non priva però di rischi per la stessa Cheng.

La leader del Kuomintang sbarca a Pechino con un messaggio, più volte ribadito. Vuole dimostrare ai taiwanesi che "una guerra nello Stretto di Taiwan non è né inevitabile né necessaria". "La pace è l'unico fondamento per la prosperità e la speranza per il futuro di Taiwan", è il mantra ripetuto dal Kuomintang. Cheng, diventata leader pochi mesi fa, si è fatta promotrice della costruzione di un "ponte di pace" e punta a ritessere il dialogo tra le due sponde dello Stretto sul cosiddetto “Consenso del 1992”, un quadro che riconosce "una sola Cina" e che il Partito Progressista Democratico, al potere a Taipei dal 2016, ha a lungo respinto. Una linea che la avvicina alle posizioni di Pechino: se dovesse vincere le elezioni nel 2028, è verosimile un cambio di rotta della politica taiwanese più favorevole al Dragone.

Come scrive Asia Times, con il dialogo ufficiale tra Taipei e Pechino sostanzialmente congelato, il Kuomintang vuole accreditarsi come intermediario informale, rilanciando il binomio "pace e riconciliazione". Ma, così facendo e recandosi nella Cina continentale, Cheng Li-wun “potrebbe condurre il suo partito dritto in un campo minato politico”. Di fatto avvalorando un’altra narrazione: quella del partito di opposizione come uno strumento docile nelle mani di Xi. Per l'economista e commentatore politico taiwanese Wu Jia-lung “la visita serve a dimostrare che Xi ha un modo per penetrare nella politica interna di Taiwan e, attraverso il Kuomintang, bloccare il bilancio speciale per la difesa".

Un ostruzionismo che sta mettendo in difficoltà i piani di Taipei. Il Parlamento dell’isola, dominato dall'opposizione, ha bloccato l'approvazione del bilancio, congelando anche una proposta separata per 40 miliardi di dollari di spese militari aggiuntive. L'amministrazione del presidente Lai Ching-te, lo scorso agosto, ha annunciato che la spesa per la difesa aumenterà del 22,9% raggiungendo i 949,5 miliardi di dollari taiwanesi nel 2026. Con il 3,32% del prodotto interno lordo, la cifra supererà la soglia del 3% per la prima volta dal 2009.

Gli Stati Uniti hanno approvato la vendita di armi a Taiwan per un valore di 11 miliardi di dollari a dicembre. Altri accordi sono in fase di negoziazione. Ma a Taiwan seguono gli sviluppi della guerra in Iran con grande preoccupazione, con un occhio alle conseguenze per la deterrenza che Washington ha a lungo mantenuto nell'Indo-Pacifico. Come scrive il sito di analisi The Conversation, “l'attuale crisi nello Stretto di Hormuz è stata seguita con attenzione a Taiwan come esempio di come la perturbazione di un punto strategico cruciale possa avere un impatto rapido sul mondo. Ciò solleva interrogativi sulla possibilità che dinamiche simili possano emergere nello Stretto di Taiwan e sulla preparazione degli attori esterni – inclusi gli Stati Uniti – a reagire. Gli Stati Uniti non sono stati in grado di impedire che la guerra con l'Iran si estendesse agli Stati del Golfo Persico. Questo solleva dubbi sulla possibilità di contenere una guerra per Taiwan o sulle sue possibili ripercussioni a livello regionale”.

giovedì 19 febbraio 2026

La strana coppia


Mattia Ferraresi
I buchi nell'acqua di Witkoff e Kushner, una "strana coppia" per risolvere le guerre

Domani, 19 febbraio 2026

L’amministrazione Trump potrebbe iniziare «molto presto» un’operazione militare contro l’Iran. Lo riferiscono fonti dell’amministrazione ad Axios, testata solitamente molto informata e piuttosto incline a mettere in risalto gli interessi inespressi del governo di Israele. Alla luce delle monumentali proteste di piazza e della repressione del regime, un’operazione contro Teheran assumerebbe i contorni di una campagna su larga scala, tutt’altra cosa rispetto alla guerra dei dodici giorni dello scorso giugno.

Secondo Axios, che parla di un Donald Trump «che si sta spazientendo» delle lungaggini negoziali, si tratterebbe di un’azione congiunta Usa-Israele, con obiettivi estesi al programma nucleare e missilistico iraniano e con potenziali implicazioni esistenziali per il regime. Mentre si moltiplicano le indiscrezioni bellicose, gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, gestiscono tre crisi simultanee.

Negoziatori e miliardari

La coppia formata da un immobiliarista vecchio amico di Trump e il genero per tutte le stagioni ha incontrato a Ginevra funzionari russi, ucraini e iraniani, prima di fare ritorno verso Washington per la riunione del Board of Peace.

I due miliardari gestiscono la diplomazia del presidente Trump, una rete informale che aggira il dipartimento di Stato e fatalmente sovrappone le ragioni della politica estera americana agli interessi patrimoniali della famiglia presidenziale (i figli di Witkoff e Trump sono a capo dell’impero crypto, ma è soltanto uno dei tanti esempi).

Nella missione di Ginevra, Witkoff e Kushner hanno operato su due binari. Da un lato i colloqui tra Ucraina e Russia, nel tentativo di frenare una guerra che Mosca combatte con crescente forza. Dall’altro, un incontro con funzionari iraniani per evitare l’escalation mentre Washington schiera le armate a distanza di tiro da Teheran.

Le speranze per un accordo con l’Iran sono avanzate ben poco. Gli iraniani hanno parlato di «principi guida» fissati per negoziare, ma da Washington il vicepresidente, JD Vance, ha detto che Teheran rifiuta le linee rosse fissate dalla Casa Bianca.

Witkoff è un ricco immobiliarista e un amico di vecchia data di Trump. Kushner il marito di Ivanka Trump. Sono entrambi imprenditori che disprezzano le strutture diplomatiche e affrontano i conflitti come negoziati d’affari. Il mandato diretto del presidente è il loro lasciapassare, ma i risultati della loro azione finora suscitano soltanto preoccupazioni.

Witkoff esce dagli incontri con Vladimir Putin e i sui emissari ripetendo le posizioni del Cremlino, e Bloomberg ha anche rivelato una telefonata in cui l’inviato istruiva un funzionario russo su come rivolgersi a Trump. Il piano di pace in 28 punti sembrava scritto da Mosca e ci sono volute settimane di limature e negoziati prima che potesse servire da base.

Witkoff e Kushner possono però rivendicare uno dei successi diplomatici, se così si può definire l’arciviolato cessate il fuoco a Gaza. La loro diplomazia discreta ha prodotto una fine ufficiale dei combattimenti, con il ritorno degli ostaggi israeliani in cambio del rilascio di prigionieri palestinesi.

Ma la prima fase era quella facile. La seconda coinvolge il disarmo di Hamas, una forza di stabilizzazione internazionale e un piano di ricostruzione monitorato dal Board of Peace. Trump ha promesso uno stanziamento di 5 miliardi di dollari promessi, ma la fase 2 appare come un vicolo cieco.

Tre crisi, stessi ostacoli

Ogni tentativo negoziale si scontra con il rifiuto di compromessi su questioni fondamentali. Putin vuole – come minimo – continuare a combattere fino alla conquista del Donbass, territorio che Kiev non vuole assolutamente cedere per ragioni fondamentali di giustizia, ma anche perché sarebbe soltanto il preludio a un attacco futuro verso la capitale.

L’Iran ha le sue linee rosse. A parole gli ayatollah sono pronti a discutere del programma nucleare, ma Teheran rifiuta di negoziare i sui missili balistici e gli alleati regionali. Trump perderebbe credibilità se firmasse qualcosa che assomiglia al rinnegato patto nucleare dell’era Obama, e pensa che un cambio di regime sia «la cosa migliore». Ma forzarlo scatenerebbe conseguenze imprevedibili.

L’approccio immobiliaristico e irrituale di Witkoff-Kushner ha svuotato lo sforzo istituzionale del dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio, a sua volta diviso fra mille compiti e nomine presidenziali, fra cui quella di viceré del Venezuela, consigliere per la sicurezza nazionale e scintillante portavoce presidenziale ora che la stella di Vance si è appannata. Gli inviati torneranno a Washington per la riunione del Board of Peace, mentre si allunga l’ombra di un attacco all’Iran e la Russia non accenna a smettere di bombardare.

giovedì 22 gennaio 2026

La retromarcia. Una Guantanamo per la Groenlandia

Vivian Motzfeld e Lars Løkke Rasmussen

Giuseppe Sarcina
Così il segretario Nato (con Merz e Starmer) ha convinto Donald

Corriere della Sera, 22 gennaio 2026

NUUK (GROENLANDIA) Mark Rutte ha iniziato a muoversi subito dopo il fallimentare incontro, il 14 gennaio a Washington, tra il vicepresidente Usa JD Vance e i ministri degli Esteri della Danimarca, Lars Løkke Rasmussen, e della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Il segretario dell’alleanza Atlantica ha condotto un largo giro di consultazioni, coinvolgendo non solo i danesi e gli alleati europei, ma anche l’ambasciatore Matthew Whitaker, il rappresentante americano alla Nato.
Rasmussen e Motzfeldt avevano offerto a Vance la disponibilità della Groenlandia a ospitare tutte le basi militari ritenute necessarie. Vance, però, aveva rilanciato: noi vogliamo diventare proprietari dell’isola. Controproposta: in Groenlandia, per legge, la terra non è in vendita; possiamo concedervi una concessione pluriennale. È l’ipotesi che Donald Trump ieri ha bocciato dal palco di Davos. Il 19 gennaio, Rutte riceve a Bruxelles la ministra della Groenlandia Motzfeldt, accompagnata stavolta dal ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen. I tre mettono a punto uno schema più ampio, un accordo che preveda l’intervento dei Paesi disponibili a rafforzare la sicurezza militare in Groenlandia e dintorni. Congedati i due, Rutte chiama Trump. Gli prospetta non tanto una formula finale, quanto una cornice: tutti gli alleati accetterebbero la leadership americana nell’area. E aggiunge, solleticando l’interesse del presidente, che i partner sono pronti a spendere di più nell’artico, comprando mezzi militari dagli Stati Uniti. Nel corso della conversazione, Rutte cita proprio l’esempio della Danimarca, già affezionata cliente dell’americana Lockheed Martin per gli F-35. Trump si limita a una risposta interlocutoria. Non sono chiaramente gli unici contatti con la Casa Bianca. Si mobilitano anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier britannico Keir Starmer.
Il 20 gennaio Rutte riferisce il senso di questa operazione agli ambasciatori dei 32 Paesi membri, riuniti nel Consiglio Atlantico a Bruxelles. Il segretario propone di proseguire il confronto all’interno del «gruppo di lavoro» tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia: unico esito del vertice con Vance. Suggerimento accolto dai danesi e da altri componenti di spicco del consiglio, come i britannici. Ma, soprattutto, l’impostazione di Rutte ottiene il via libera dell’americano Whitaker. Naturalmente serviva il sigillo di Trump. Nel bilaterale di ieri, Rutte avrà dispiegato tutta la sua arte adulatoria di cui ha già dato diverse prove. «Abbiamo un accordo quadro», ha detto il presidente americano. Ora vedremo i dettagli, scivolosi come sempre. Resta centrale la questione della proprietà del territorio. Qualcuno suggerisce il modello Guantanamo, la base navale concessa con un prestito perpetuo nel 1903 dal governo di Cuba agli Stati Uniti.