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domenica 1 novembre 2015

Gramsci prigioniero non tanto avveduto


Gianpasquale Santomassimo
Gramsci vittima della sua strategia
il manifesto, 1 novembre 2015









A par­tire dai primi studi di Spriano, la vicenda dei ten­ta­tivi fal­liti di libe­rare Gram­sci ha cono­sciuto una for­tuna sto­rio­gra­fica che ne ha fatto un tema sem­pre più ricor­rente, e anche ine­lu­di­bile nella discus­sione sul comu­ni­smo ita­liano, per le impli­ca­zioni che con­te­neva attorno al con­tra­sto tra il «capo» dei comu­ni­sti e i suoi com­pa­gni che dall’estero tene­vano in vita le sten­tate for­tune di quel par­tito. Nel tempo si è tra­sfor­mato, anche, in un «genere let­te­ra­rio» aperto a scor­ri­bande com­plot­ti­sti­che, a pro­cessi som­mari basati su bran­delli di docu­menti decon­te­stua­liz­zati.
Oggi con il libro di Gior­gio Fabre (Lo scam­bio Come Gram­sci non fu libe­rato, Sel­le­rio «La dia­go­nale», pp. 536, euro 24,00) si esce deci­sa­mente dal com­plot­ti­smo o dalla reti­cenza (che è stata a esso spe­cu­lare), e la vicenda viene ripor­tata alla sua dimen­sione sto­rica effet­tiva, den­tro la quale però si annida anche un grumo di pen­sieri, di cose non dette e solo accen­nate o adom­brate, e che tali ine­vi­ta­bil­mente reste­ranno.
È un qua­dro molto ampio e fra­sta­gliato, di cui è impos­si­bile ren­dere conto in det­ta­glio. Forse non tutto è egual­mente signi­fi­ca­tivo, e non è detto che die­tro a ogni sin­golo gesto, sup­po­si­zione od omis­sione debba nascon­dersi parte di un dise­gno o di molti dise­gni che si inter­se­cano.
La trat­ta­zione segue le tre fasi che si suc­ce­dono: una prima col­le­gata a una spe­rata media­zione vati­cana tra potere fasci­sta e governo sovie­tico (scam­bio con vescovi) che si rivela incon­si­stente. Poi quello che Gram­sci defi­ni­sce il «ten­ta­tivo grande», fase più lunga, che inter­viene men­tre i rap­porti fra Ita­lia fasci­sta e Urss cono­scono un momento di incon­tro e col­la­bo­ra­zione (Patto di ami­ci­zia del set­tem­bre 1933), che non dà vita nep­pure sta­volta allo scam­bio auspi­cato ma che si con­clude comun­que con la con­ces­sione della «libertà con­di­zio­nale» presso le cli­ni­che di For­mia e poi di Roma. Libertà che diviene però ben pre­sto molto con­di­zio­nata e sor­ve­gliata e non si tra­duce nella con­ces­sione dell’espatrio in Rus­sia per ricon­giun­gersi alla fami­glia, che è l’ultimo ten­ta­tivo di un Gram­sci ormai pie­gato e desti­nato a spe­gnersi il 27 aprile del 1937.
Posto che la man­cata libe­ra­zione di Gram­sci dipese in ultima istanza dalla volontà di Mus­so­lini di man­te­nere uno stretto con­trollo sulla sua per­sona, la discus­sione che si apre riguarda il ruolo dei sovie­tici e, soprat­tutto, dei comu­ni­sti ita­liani.
Qui si pos­sono cogliere molte novità. Intanto, con­tra­ria­mente a quanto molti ave­vano adom­brato, si può dire che non viene mai meno l’impegno dei sovie­tici per otte­nere la libe­ra­zione di un loro uomo, mal­grado le cri­ti­che del 1926, rivolte non tanto alla mag­gio­ranza sta­li­niana quanto alle moda­lità di eser­ci­zio del suo pre­do­mi­nio. Più com­pli­cato e dolente è il qua­dro dei rap­porti con i com­pa­gni ita­liani. Lasciando da parte dis­sensi e dis­sa­pori sulle scelte dell’Internazionale, che pure agi­scono sullo sfondo, la que­stione si pone sui pochi e spesso male improv­vi­sati inter­venti nella que­stione. Alla fine, si può anche con­ve­nire con l’autore che «gli ita­liani non face­vano una gran bella figura» nella vicenda, sia per­ché «era dif­fi­cile tro­vare qual­che epi­so­dio che li vedesse posi­ti­va­mente coin­volti nei ten­ta­tivi di libe­ra­zione del loro lea­der», sia per­ché alcuni inter­venti furono con­tro­pro­du­centi e tali ven­nero seve­ra­mente giu­di­cati da Gram­sci. Imba­razzo e reti­cenza che accom­pa­gne­ranno tale memo­ria e che impe­di­ranno fino all’ultimo una rico­stru­zione veri­tiera della vicenda. Ma qui è giu­sto ricor­dare che i comu­ni­sti ita­liani si mos­sero sotto un con­di­zio­na­mento dif­fi­ci­lis­simo tanto da igno­rare quanto da accet­tare pie­na­mente.
Infatti la novità più rile­vante del libro è quella di porre al cen­tro di tutta la vicenda Gram­sci stesso, non solo in quanto oggetto di ini­zia­tive altrui ma soprat­tutto in quanto regi­sta e stra­tega delle tor­tuose strade che avreb­bero dovuto con­durre alla sua libe­ra­zione. Una stra­te­gia lar­ga­mente fal­li­men­tare, biso­gna pur dire. Fin dall’inizio, con una fidu­cia immo­ti­vata nella dispo­ni­bi­lità vati­cana a trat­tare il suo scam­bio. Ma soprat­tutto con una stra­te­gia pro­ces­suale debo­lis­sima e che si sarebbe rive­lata all’origine di tutti i con­tra­sti e di tutte le ama­rezze vis­sute nel rap­porto con i com­pa­gni ita­liani.
Volontà di Gram­sci era che gli ita­liani si tenes­sero fuori da ogni aspetto di quella trat­ta­tiva, inte­ra­mente deman­data all’impulso sovie­tico. Una pesante intro­mis­sione era stata con­si­de­rata la «fami­ge­rata» let­tera di Grieco del 1928, sulla quale molto si è scritto, e che pro­curò in Gram­sci un’irritazione desti­nata a riaf­fio­rare nel tempo, men­tre non suscitò rea­zioni simili in Ter­ra­cini e Scoc­ci­marro, che erano gli altri desti­na­tari della mis­siva. Al riguardo, biso­gne­rebbe comin­ciare pure a chie­dersi se dav­vero una poli­zia effi­cien­tis­sima come quella fasci­sta avesse biso­gno della let­tera di Grieco per «sco­prire» che Gram­sci era uno dei mas­simi diri­genti del par­tito comu­ni­sta. Ma tutta la stra­te­gia pre­scelta pun­tava ad atte­nuare e porre in dub­bio l’esercizio di quel ruolo diri­gente: il che com­por­tava anche la rac­co­man­da­zione di evi­tare cam­pa­gne pro­pa­gan­di­sti­che volte a riven­di­care la sua libe­ra­zione.
A que­sto era par­ti­co­lar­mente dif­fi­cile atte­nersi, per un par­tito clan­de­stino in patria e che aveva un com­pito natu­rale di mobi­li­ta­zione di coscienze sul piano inter­na­zio­nale. Tanto più diverrà dif­fi­cile col pas­sare del tempo, quando, ad esem­pio, col patto di unità d’azione siglato con i socia­li­sti nel 1934 il nome di San­dro Per­tini verrà sta­bil­mente ad asso­ciarsi a quello di Ter­ra­cini tra le vit­time del car­cere fasci­sta di cui si chie­deva la libe­ra­zione.
Al riguardo, è sin­go­lare che in que­sta let­te­ra­tura non si sia mai tenuto conto della let­tera di Togliatti a Turati del 30 otto­bre 1930, nella quale veni­vano segna­late le gravi con­di­zioni di salute di Per­tini nel car­cere di Santo Ste­fano, si invi­tava a una mobi­li­ta­zione uni­ta­ria e si sug­ge­riva di inol­trare la richie­sta di tra­sfe­ri­mento a un car­cere più ido­neo: come poi avvenne, nel carcere-sanatorio di Turi nel quale era recluso anche Gram­sci (San­dro Per­tini com­bat­tente per la libertà, a cura di S. Caretti e M. Degl’Innocenti, Lacaita 2006, pp. 70–71). La vicenda, tanto più signi­fi­ca­tiva per­ché avve­nuta in piena epoca di «social­fa­sci­smo», fa com­pren­dere come da parte comu­ni­sta si tenes­sero unite le dimen­sioni dell’agitazione poli­tica e dell’esperire le vie «legali» con­sen­tite dai rego­la­menti.
Se si eccet­tuano cadute appros­si­ma­tive e dilet­tan­te­sche (il modo in cui Azione popo­lare del 29 dicem­bre 1934, diretta da Teresa Noce, diede conto della scar­ce­ra­zione di Gram­sci, irri­gi­dendo la posi­zione di Mus­so­lini e dando luogo a quello che ancora nel 1969 Sraffa defi­niva un «disa­stro» rispetto alle spe­ranze di Gram­sci), la posi­zione del gruppo diri­gente comu­ni­sta fu nel com­plesso di accet­ta­zione della richie­sta di Gram­sci, se pure non con­di­visa e rite­nuta sicu­ra­mente one­rosa sul piano poli­tico. Anche il ruolo di Togliatti emerge come par­ti­co­lar­mente rispet­toso della per­so­na­lità dell’amico e vòlto a sal­va­guar­darne la memo­ria, attri­buen­do­gli per­fino colo­rite espres­sioni con­tro Tro­tskij nel momento in cui Grieco, Di Vit­to­rio e altri sol­le­ci­ta­vano un pro­cesso postumo con­tro Gram­sci, che riu­scì a bloc­care. A Togliatti si deve in larga misura anche l’invenzione della frase eroica pro­nun­ciata di fronte al Tri­bu­nale spe­ciale, dibat­ti­mento che invece si svolse in forma timida e sten­tata.
Quando all’inizio del 1934 Dimi­trov venne espulso dalla Ger­ma­nia, dopo avere trion­fato con­tro il Tri­bu­nale nazi­sta, Gram­sci dovette pro­ba­bil­mente porsi delle que­stioni e venire assa­lito da dubbi. Per­ché la stra­te­gia seguita dall’«eroe di Lip­sia» era stata esat­ta­mente oppo­sta a quella che Gram­sci aveva pre­scelto: poli­ti­ciz­zare al mas­simo il dibat­ti­mento, dare a esso la mas­sima pub­bli­cità, con­vo­gliare l’attenzione della stampa e dell’opinione pub­blica inter­na­zio­nale.
Gli ultimi anni di Gram­sci furono ama­ris­simi, segnati da delu­sione e sco­ra­mento, da sen­sa­zioni di abban­dono e tra­di­mento. Un esito di cui fu cer­ta­mente vit­tima, ma che in qual­che misura con­tri­buì anche a determinare.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/10/21/come-gramsci-non-fu-liberato/

mercoledì 15 maggio 2013

Tornano le Lettere dal carcere

Donatello Santarone
Lo stile ritrovato di una scelta di vita, il Manifesto, 14 maggio 2013
Riproposta da Sellerio dopo quasi venti anni di assenza l'edizione completa delle lettere dal carcere. Un libro che introduce a un'opera che ha segnato il clima culturale dell'Italia repubblicana
«La storia è ciò che ci tocca più direttamente ... perché costituisce l'unico oggetto di studio in cui gli uomini si presentano davanti a noi nella loro interezza». Queste parole di Erich Auerbach possono aiutarci a penetrare nei pensieri e nella sofferta (ma anche a tratti felice) umanità delle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci. La frase del filologo tedesco ci rammenta che un corretto approccio alle Lettere, come ai Quaderni e agli scritti precedenti il carcere, non può non considerare l'interezza dell'uomo, dell'intellettuale marxista e del militante comunista, in cui la molteplicità e la ricchezza delle questioni affrontate si comprendono restituendole alla storia. Solo dopo questa paziente ricostruzione, il lascito di Gramsci può divenire, come è ormai accaduto in tante parti del mondo, l'opera di un «classico», capace di parlare al presente anche in contesti storici diversi da quelli che l'hanno generata.
Va salutata perciò con gioia la ricomparsa nelle librerie italiane della più completa raccolta dell'epistolario carcerario gramsciano, che l'editore Sellerio ripropone nell'edizione critica curata nel 1996 da uno dei maggiori studiosi al mondo di Gramsci, Antonio A. Santucci (Lettere dal carcere 1926-1937, Sellerio, pp. 886, euro 28). Si tratta di un corpus di 478 lettere a cui se ne aggiungono 16 indirizzate ad autorità giudiziarie, ministeriali e governative, ed altre 12 indirizzate a Gramsci da parte di Tatiana e Giulia Schucht, Giuseppe Berti, Ruggero Grieco e una inviata da Umberto Cosmo a Piero Sraffa, utili, scrive il curatore, per «consentire la ricostruzione immediata di alcuni scambi significativi del carteggio gramsciano».

La lima sottile del carcere

Immergersi nella lettura di queste pagine rappresenta una straordinaria avventura dello spirito, consente di misurarsi con alcuni fondamentali problemi dell'esistenza umana, facendo conoscere a un lettore del XXI secolo un viaggio di formazione e di conoscenza che solo un classico può offrirci. Un'opera compiuta, ricorda Santucci nella nota introduttiva, nata dalla condizione di un uomo recluso e privato della libertà dal fascismo, di un uomo che «affida al dialogo epistolare il compito di rallentare gli effetti devastanti della "lima sottile" che disgrega la mente e la volontà del condannato».
Questo dialogo epistolare è un continuo intreccio di autoanalisi e di descrizioni della condizione psico-fisica del prigioniero, a più riprese gravemente sofferente, ma sempre lucidamente consapevole delle ragioni storiche della sua condizione. Scrivendo alla sorella Teresina ed esprimendo preoccupazione per lo stato d'animo della madre, scrive: «Per lei (la mamma) il mio incarceramento è una terribile disgrazia alquanto misteriosa nelle sue concatenazioni di cause ed effetti; per me è un episodio della lotta politica che si combatteva e si continuerà a combattere non solo in Italia, ma in tutto il mondo» (Lettera 92, 20 febbraio 1928). Gramsci paragona la sua condizione di carcerato e quella di un altro famoso detenuto, il patriota abruzzese Silvio Spaventa, deputato al Parlamento napoletano del 1848, il quale mantenne sempre una grande coerenza di ideali, «né - afferma Gramsci - si diede alla devozione, anzi, come scrive spesso, si andò sempre più persuadendo che la filosofia di Hegel era l'unico sistema e l'unica concezione del mondo razionali e degni del pensiero d'allora» (Lettera 171, 13 gennaio 1930).
L'ostinata volontà di comunicare e dialogare è un tratto precipuo della personalità di Gramsci: «Sarà perché tutta la mia formazione intellettuale è stata di ordine polemico; anche il pensare "disinteressatamente" mi è difficile, cioè lo studio per lo studio. (...) Ordinariamente mi è necessario pormi da un punto di vista dialogico o dialettico, altrimenti non sento nessuno stimolo intellettuale. Come ti ho detto una volta, non mi piace tirar sassi nel buio; voglio sentire un interlocutore o un avversario in concreto; anche nei rapporti familiari voglio fare dei dialoghi» (Lettera 211, 15 dicembre 1930).
Ci sono poi i temi più esplicitamente politici, storici, filosofici, letterari, pedagogici, nei quali Gramsci, pur dentro quella criptografia carceraria necessaria per eludere la censura, affronta, o semplicemente vi allude, alcune delle questioni approfondite nei Quaderni del carcere. Tra questi vi è quello educativo. Nel tentativo di contrastare la morte di una rosa, che «ha preso una terribile insolazione», e cercando di sostenere la crescita di nuove «pianticelle», Gramsci scrive a Tania: «A me ogni giorno viene la tentazione di tirarle un po' per aiutarle a crescere, ma rimango incerto tra le due concezioni del mondo e dell'educazione: se essere roussoiano e lasciar fare la natura che non sbaglia mai ed è fondamentalmente buona o se essere volontarista e sforzare la natura introducendo nell'evoluzione la mano esperta dell'uomo e il principio d'autorità. Finora l'incertezza non è finita e nel capo mi tenzonano le due ideologie». (Lettera 148, 22 aprile 1929). Questo brano è emblematico di un procedimento molto frequente nelle Lettere: a partire da una descrizione della vita in cella, da un raccontino, da una memoria dell'infanzia in Sardegna, da una vicenda naturale, Gramsci introduce temi di rilevanza teorica, come questo relativo al rapporto educativo, all'alternativa pedagogica (così Mario Alighiero Manacorda volle intitolare un'antologia gramsciana sull'educazione) tra spontaneità e coercizione, individualità e autorità, libertà e necessità.
La fatica intellettuale

In tutta l'opera e l'azione politica di Gramsci il tema della formazione riveste infatti un'importanza particolare, fin dagli anni del movimento consiliare torinese e dell'Ordine nuovo, perché convinto che non è possibile pensare alla politica senza un solido fondamento culturale. La classe operaia, sostiene Gramsci, potrà esercitare una duratura egemonia nella misura in cui essa sarà dotata di una solida coscienza di classe («il rivoluzionario qualificato») frutto di un molecolare e serio tirocinio intellettuale che parta dalle lotte e che si accompagni a momenti di discussione e di studio. A questo proposito va ricordato che curò personalmente le dispense per un corso di formazione dei primi quadri del nascente partito comunista, che si adoperò per la costituzione di club di discussione culturale, che più volte intervenne per ricordare quanta importanza avesse la conquista di una cultura generale di base per la classe operaia necessaria per avere idee generali sul mondo in opposizione alla aridità e alla meccanicità delle vecchie scuole professionali che trasformano i lavoratori in «mostri aridamente istruiti». Così scriveva sull'Avanti! del 24 dicembre 1916: «Al proletariato è necessaria una scuola disinteressata. Una scuola in cui sia data al fanciullo la possibilità di formarsi, di diventare uomo, di acquistare quei criteri generali che servono allo svolgimento del carattere. Una scuola umanistica, insomma, come la intendevano gli antichi e i più recenti uomini del Rinascimento».
Costretto a non rivedere più i figli Delio e Giuliano, Gramsci scrive lettere toccanti e piene di umanità ai suoi bambini e alla moglie Giulia, chiedendo notizie sulla loro crescita intellettuale e morale, sulla scuola, sui loro interessi. Il dirigente comunista si interroga sulla funzione educativa del Meccano, indicato come il gioco più vicino alla nuova cultura industriale di quegli anni, sull'importanza dei classici della letteratura per l'infanzia, sui racconti legati alla natura e agli animali, sullo studio della storia, che «riguarda - scrive al figlio Delio - gli uomini viventi (...), tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi» (Lettera 468, data incerta).
Nel frattempo Gramsci matura (otto mesi dopo la lettera sulla rosa) una sua posizione sull'educazione, intimamente connessa alla sua concezione della politica e del partito, in cui centrale è ciò che nei Quaderni definisce il «conformismo dinamico», cioè un processo di acculturazione, istruzione e socializzazione unitario e omogeneo (simile, in questo, ai nuovi processi di standardizzazione industriale del fordismo statunitense e dei piani quinquennali sovietici), solo a partire dal quale è possibile far emergere l'individualità e la creatività. Distante dal puerocentrismo di tanta pedagogia attivistica (non ci si deve abbandonare «alla pura contemplazione estetica del bambino, che viene implicitamente degradato alla funzione di un'opera d'arte»), alla quale pure Gramsci guarda con molta curiosità e considerazione, egli si propone di passare dalla fase della scuola attiva a quella della scuola creativa.

Il rumore di fondo della merce

Per questa ragione lo studioso marxista, a proposito dell'educazione del figlio Delio, ha l'impressione che la concezione della moglie e della sua famiglia «sia troppo metafisica, cioè presupponga che nel bambino sia in potenza tutto l'uomo e che occorra aiutarlo a sviluppare ciò che già contiene di latente, senza coercizioni, lasciando fare alle forze spontanee della natura o che so io. Io invece penso che l'uomo è tutta una formazione storica ottenuta con la coercizione (intesa non solo nel senso brutale e di violenza esterna) Questo modo di concepire l'educazione come sgomitolamento di un filo preesistente ha avuto la sua importanza quando si contrapponeva alla scuola gesuitica, cioè quando negava una filosofia ancora peggiore, ma oggi è altrettanto superato. Rinunziare a formare il bambino significa solo permettere che la sua personalità si sviluppi accogliendo caoticamente dall'ambiente generale tutti i motivi di vita». (Lettera 170, 30 dicembre 1929).
Questo accoglimento caotico dall'ambiente generale è ciò che il Franco Fortini chiamava il «rumore di fondo», cioè la pervasiva e molecolare penetrazione del capitale attraverso i media e le merci, con tutto il loro carico evocativo e educativo, nella formazione delle persone. E tale penetrazione, ricordava Fortini, accompagnata dalla rinuncia ad opporvisi da parte della maggioranza della sinistra italiana, ha contribuito alla gigantesca rivoluzione passiva che ha segnato la storia d'Italia degli ultimi venticinque anni.

sabato 6 aprile 2013

Piero Sraffa da giovane

l'amico di Gramsci
Federico Fubini

Nel 1921 Sraffa era un ragazzo in visita a Londra, studente Erasmus ante litteram, quando un incontro cambiò la sua vita. Mary Berenson, moglie dello storico d’arte Bernard Berenson che si era rintanato in villa sulle colline di Firenze, lo presenta a John Maynard Keynes. Sraffa aveva 23 anni e veniva da una laurea a Torino con Luigi Einaudi, e prima ancora da un anno passato in divisa nelle retrovie del fronte. Keynes era allora trentottenne, non aveva ancora prodotto nessuna delle teorie che avrebbero cambiato il Novecento, ma il suo pamphlet sulle conseguenze economiche della pace ne aveva già fatto una rockstar intellettuale dell’epoca: un Nouriel Roubini del trattato di Versailles. Keynes soppesa quel ragazzo introverso, percepisce la sua forza mentale nascosta da qualche parte dietro i fitti capelli nerissimi. Per la sua serie Reconstruction in Europe, il dandy inglese decide di commissionare al piccolo venuto da Torino un articolo sui guai ben nascosti delle banche italiane. Apparirà l’anno dopo sull’«Economic Journal», poi ancora in versione semplificata sul «Manchester Guardian» (il «Guardian» di oggi). Alla seconda uscita, quando il ragazzo è ormai rientrato in patria, se ne accorgono i banchieri di Roma e Milano e si lamentano con Mussolini. Il capo del governo proprio allora sta cercando di salvare il Banco di Roma, operazione delicata, e perde le staffe. Detta un rabbioso telegramma non a Sraffa, ma a suo padre, definendo il lavoro del ragazzo «una diffamazione contro l’Italia». Sraffa junior risponde che è tutto basato sui fatti, verificabile, e non ritratta una parola. Aveva rotto la cappa di conformismo e sapeva bene che da quel momento per lui non c’era più nulla da fare. Con il Paese aveva chiuso. Alla fine Keynes lo prenderà sotto la sua ala, inventandogli dei lavoretti a Cambridge pur di tenerlo al riparo. Bibliotecario, poi redattore del giornalino universitario: Sraffa non avrebbe più lasciato il King’s College e nel 1961 avrebbe ricevuto la medaglia dell’Accademia di Svezia, equivalente al Nobel per l’Economia formalmente istituito a partire dal 1969.
Corriere della Sera, la Lettura
13 gennaio 2013

http://lettura.corriere.it/debates/i-giovani-fanno-scena-muta/

Si veda poi di Amartya Sen http://www.inventati.org/sofiaroneyproductions/images/Sraffa_Wittgenstein_e_Gramsci.pdf 

sabato 2 febbraio 2013

Gramsci: manca un pezzo?

 “Togliatti e Sraffa nascosero il Quaderno mancante”
Franco Lo Piparo: nuovi dettagli sul caso del taccuino che avrebbe imbarazzato il Pci Il “Migliore” e il grande economista avrebbero sottratto il documento alla cognata del filosofo

 Simonetta Fiori

 Per Franco Lo Piparo, lo studioso lanciato sulle tracce di Gramsci, non vi sono più dubbi. È esistito un quaderno di 26 pagine, targhetta XXXII, poi scomparso. Bisognerebbe cercarlo tra le carte di Togliatti e Sraffa. Il suo contenuto? Non è dato saperlo. Forse riportava feroci critiche all’ex amico, forse l’abiura al comunismo tout court.
L’unica cosa certa, si trattava di un materiale scottante, «di difficile digestione per una mente comunista di quegli anni». Bisognava tenerlo nascosto. Lontano dal Comintern. Secretato anche per i compagni italiani. Ne andava di mezzo il destino del partito. Ma il taccuino è esistito eccome, ribadisce Lo Piparo alla fine di una sua nuova investigazione sugli originali dei manoscritti gramsciani, confrontati con una riproduzione fotografica realizzata negli anni Quaranta e fin qui sconosciuta.
L’enigma del quaderno (pagg. 162, euro 18) è il titolo del suo nuovo saggio in uscita da Donzelli, ultima puntata di una spy-story che non accenna a chiudersi. Le critiche piovute sul suo precedente Gramsci e i due carceri, peraltro insignito del Viareggio, non sembrano averlo scoraggiato. Sono stato sbeffeggiato, dice l’autore, ma non importa, io vado avanti. E vi dimostrerò che ho ragione.
Davvero è in grado di dimostrarlo? Il libro esce ancor prima degli esiti definitivi della commissione promossa dall’Istituto Gramsci per far luce sul quaderno scomparso. Quasi volesse giocare d’anticipo, nell’eccitata contesa che divide la cittadella gramsciana. Per Lo Piparo — affiancato nell’impresa da Luciano Canfora — è tutto chiaro. I quaderni di contenuto storico-teorico-politico sono trenta e non ventinove, come invece risulta dalle diverse edizioni, e qualche mano abile ha sottratto un taccuino.
Il colpevole? La regia è attribuita a Togliatti — astutissimo stratega della pubblicazione dell’opera — ma il responsabile materiale del furto viene individuato nel suo complice Piero Sraffa, l’insigne economista citato da Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche.
Secondo la ricostruzione di Lo Piparo, fu Sraffa a ingannare la povera Tania Schucht, la cognata incaricata dallo stesso Gramsci di porre in salvo i manoscritti, destinandoli non ai compagni italiani ma alla moglie Giulia. Il trappolone scatta tra il 30 giugno e il 1 luglio del 1937 (Gramsci è morto in aprile). Il “compagno Piero” viene a Roma e chiede a Tania di portargli a casa tre dei quaderni che la donna andava affannosamente catalogando. Di questi tre taccuini, nessuno è restituito a Tania. Due però raggiungeranno gli altri quaderni intanto volati a Mosca (La filosofia di Benedetto Croce
e Niccolò Machiavelli).
Il terzo, invece, rimarrà nello scrigno segreto di Togliatti. Per sempre condannato all’oblio.
Perché proprio Sraffa nel ruolo del trafugatore? L’economista è persona informata dei fatti. Conosce i contenuti di quel taccuino, presumibilmente annotato durante il ricovero nella clinica Quisisana, tra l’agosto del 1935 e il 27 aprile del 1937. Il suo amico Antonio deve avergli detto qualcosa. Fu durante una di quelle conversazioni che Gramsci demolì la pratica dell’autoaccusa su cui si reggevano i processi staliniani. «Diceva che la confessione è un principio giuridico del Medioevo », riferirà Sraffa ad Alfonso Leonetti. Sraffa sa che quel quaderno è troppo pericoloso. Non può finire nelle mani sbagliate. È necessario sottrarlo alla ignara Tania.
Fin qui il suggestivo racconto di Lo Piparo, non privo di un suo fascino romanzesco. Ventisei pagine finora segrete in cui Gramsci distrugge le fondamenta del comunismo sovietico: una golosità per il lettore democratico di oggi. Ma come dimostrarlo? Con commovente acribia l’indagine porta alla luce tutta una serie di incongruenze nella catalogazione. Fa notare che su un quaderno privo dell’etichetta vergata da Tania ne è stata aggiunta un’altra, che lo studioso attribuisce “probabilmente” a Valentino Gerratana (targhetta XXXIII). Insiste sulla bizzarra circostanza che sotto un’etichetta che indica il numero XXIX ne figura un’altra con il numero XXXII. Passa in esame tutte le curiose discrepanze tra gli originali russi e le traduzioni italiane “ufficiali” (qui il bersaglio è soprattutto Giuseppe Vacca, accusato di aver tradotto un’indicazione precisa di Tania — «Sono in tutto XXX pezzi» — nell’espressione più vaga: «I quaderni saranno una trentina»). Richiama l’attenzione su un secondo quaderno dove Tania avrebbe continuato ad annotare l’indice dei Quaderni, anche questo scomparso. Si dà da fare, Lo Piparo, nell’ina nellare una serie di sparizioni, pagine strappate, singolari contraddizioni. Ma quest’affastellamento di indizi, frutto di una dedizione stupefacente, stenta a tradursi in prova filologica convincente.
Per andare avanti, il racconto necessita di quella che lo studioso definisce “phantasia logiké”, «immaginazione sorretta da argomentazioni a loro volta ancorate a fatti reali». Un esercizio anche legittimo, che però è cosa diversa dalla ricostruzione storica, su fonti certe e non su congetture. Seguendo gli stessi indizi, si può approdare a risultati opposti. Ne è chiara dimostrazione proprio l’editore di Lo Piparo, Carmine Donzelli, antico cultore di Gramsci: in una sua recente pubblicazione fa morire il prigioniero da leninista duro e puro, e non da liberademocratico, come in fondo vorrebbe Lo Piparo. Senza poi trascurare il curioso effetto di straniamento che l’esercizio indiziario può produrre nel lettore. Prendiamo la lettera scritta da Tania a Sraffa il 7 luglio del ‘37, poco dopo il presunto “furto”. «Ieri ho consegnato i quaderni (tutti quanti): ed anche il catalogo che avevo iniziato», annota meticolosamente la cognata di Gramsci. Secondo lo studioso, l’inciso parentetico — (tutti quanti)— sarebbe un segnale di disappunto e sta a significare: ho eseguito l’ordine, non ho trattenuto nessun quaderno e, naturalmente, non ho potuto consegnare quelli che ti sei preso. Interpretazione abbastanza lunare, ma forse la “phantasia logiké” è un’arte che non ammette confini.
L’immaginazione galoppa anche sul versante delle etichette. Delusa e ferita da Sraffa, Tania avrebbe escogitato uno stratagemma da agente segreto — e Lo Piparo lascia intendere che ne conoscesse bene l’arte — per far capire a Giulia (la moglie destinataria degli scritti) che esistevano altri tre quaderni (quelli rubati da Sraffa). Cosa inventa Tania? Prende le etichette destinate ai tre quaderni rubati, già scritte ma non ancora incollate sui libri portati a casa di Piero, e decide di utilizzarle comunque incollandole sugli ultimi tre quaderni che erano ancora senza etichetta. Poi sulle etichette “false” incolla quelle vere, con il numero delle pagine e con le descrizioni dei quaderni. Da qui Lo Piparo non esita a individuare in quel numero XXXII nascosto sotto l’etichetta XXIX l’inequivocabile cifra del quaderno mancante.
A fare le spese di questa nuova ricostruzione è principalmente Sraffa, ritratto con un profilo bifronte: da una parte astuto agente del Comintern (che però nasconde al Comintern la natura esplosiva dei Quaderni); dall’altra figlio d’una influente famiglia ben inserita nei gangli del potere fascista, che si adopera in mille modi per la scarcerazione del prigioniero. Un’immagine poco limpida, che sembra riacquistare l’antica luce solo quando Lo Piparo ritorna sul terreno che più padroneggia — la linguistica — e accenna agli interessantissimi intrecci tra le conversazioni con Gramsci e le conversazioni con Wittgenstein, di cui rinviene traccia negli ultimi scritti del filosofo austriaco. Ma è solo una parentesi purtroppo, subito chiusa perché estranea all’indagine in corso. Che – promette (o minaccia) l’autore – non mancherà di darci presto nuove sorprese.

la Repubblica,
2 febbraio 2013

Il libro di cui si parla è  “L’enigma del quaderno” di Franco Lo Piparo (Donzelli, pagg. 128, euro 18).
Per l'opinione di Vacca in proposito si può consultare  http://spogli.blogspot.it/:
Repubblica 2.2.13
La replica di Vacca “Un’ipotesi che sembra inverosimile”
di S. F.