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mercoledì 1 ottobre 2025

Gramsci mussoliniano


Gianpasquale Santomassimo
Tra biografia e filologia: la ricezione italiana di Gramsci

Passato e presente, n. 89, 2013.

Oggetto del discorso è il testo di Leonardo Rapone, Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo, Carocci, Roma 2011.

E giustamente l’analisi parte dal 1914 e si sofferma su quella che potremmo definire la “falsa partenza” di Gramsci politico e uomo di cultura, vale a dire il famoso intervento di adesione personalissima alla mussoliniana “neutralità attiva ed operante”. Un articolo che peserà a lungo come un’ombra su Gramsci, per la nomea di “interventista” che ne deriverà, al punto che non potrà prendere la parola al Congresso socialista di Livorno (delegando il compito a Terracini) a nome della componente torinese dell’ Ordine nuovo per il pericolo di contestazioni associate al suo nome (in effetti c’era molta intolleranza nella sinistra italiana di quel tempo, e se qualcuno raccontasse a Saviano anche cos’era la destra italiana dell’epoca, ne potrebbe ricavare molti articoli). Non è a ben vedere una posizione “interventista” quella di Gramsci, che si fermerà sulla soglia che invece verrà poche settimane dopo varcata da Mussolini, ma è certamente una posizione “mussoliniana”, cosa che non può stupire ove si tenga presente che Mussolini nell’ottobre del ’14 era il leader della sinistra socialista ed era ancora visto come il rinnovatore della sinistra italiana: assieme a Salvemini, il personaggio politico forse più stimato dai giovani torinesi. Mussolini e Salvemini erano stati anche gli “eroi” della protesta contro la guerra di Libia, e il vederli volgere entrambi verso l’intervento era ovviamente fonte di grande suggestione. Ma se quella di Gramsci non è adesione all’interventismo, non è neppure prefigurazione leniniana della guerra rivoluzionaria, come a lungo si è voluto sostenere. Gramsci aveva certamente colto nello scoppio della guerra un’occasione per preparare «quel massimo strappo che segna il traboccare della civiltà da una forma imperfetta in un’altra più perfetta», ma c’era nel suo ragionamento uno 4 strano impasto di determinismo e volontarismo, che poi non si ritroverà più in questi termini negli scritti successivi. Il determinismo residuo era quello proprio di Mussolini: la borghesia deve fare la guerra, perché è nella sua natura, sarebbe impossibile e vano tentare di bloccare questo processo. Anche su altre questioni, cui accenneremo brevemente, il giovanissimo Gramsci mostrava, pur nel rifiuto totale del positivismo, di avere ancora in sé molti elementi della cultura da cui si distaccava. Ma è solo una sciocchezza scrivere - come fa Marcello Veneziani sul “Giornale” del 24 ottobre 2011 - che il giovane Gramsci era “vicino al fascismo”, poiché nemmeno Mussolini nel ’14 aveva la minima cognizione del fascismo futuro. Ed è anche il caso di ricordare che nel 1914, data da cui prende avvio il percorso politico di Gramsci assieme a quello del “secolo breve”, Mussolini e Matteotti, Gramsci e Turati, Treves e Bordiga erano iscritti allo stesso partito. Il crollo definitivo del paradigma positivista a livello europeo si avrà solo nel 1914; ma in Italia al tempo in cui Gramsci comincia a prender posto nel mondo grande e terribile che attraverserà per breve tratto (poco più di vent’anni, di cui solo dodici di politica attiva) il cambio di cultura è già in gran parte avvenuto, nel progressivo sfarinamento del precedente complesso di idee. Gli ingredienti di questa cultura sono indubbiamente eterogenei e possono condurre ad esiti molto diversi. La formazione di Mussolini (che ha otto anni più di Gramsci) era già maturata in questo tornante; ma nel magma di quella crisi matura anche la formazione di quelle che poi saranno le avanguardie antifasciste. Il terreno comune è quello della cultura antigiolittiana e delle sue riviste, nelle cui pagine si mescolavano, secondo un’immagine famosa di Eugenio Garin, le vittime e i carnefici del tempo a venire. Retrospettivamente, si resta sempre colpiti dal pregiudizio e dalla cecità di quella cultura di fronte al più grande fenomeno di trasformazione progressiva che la società italiana avesse fino allora vissuto*. 

(*)  Da cui si distaccherà Palmiro Togliatti nel suo Discorso su Giolitti, Rinascita, 1950 (conferenza tenuta a Torino il 30 aprile 1950).






venerdì 30 settembre 2022

Luca Ricolfi stravede

 
 

 
Partiti al bivio
Il Pd e le due patenti dei 5S
di Luca Ricolfi
Individuare vincitori e vinti è facile. Vincitori: Meloni sopra il 25%, Conte sopra il 15%. Vinti: Letta sotto il 20%, Salvini sotto il 10%. Il resto sono scaramucce.
Ma qual è la cifra di questa tornata elettorale?
È stato notato, giustamente, che le forze politiche per lo più ritenute populiste o sovraniste — FdI, Lega, Cinque Stelle, Italexit, partitini comunisti — hanno totalizzato circa il 55% dei consensi, mentre i partiti più “draghiani” — Pd, Terzo Polo, +Europa, Impegno Civico — hanno raccolto solo il 30%, poco più della metà. Insomma, ha perso l’establishment e hanno vinto i partiti antisistema.
È questa la novità? Non esattamente, era già successo nel 2018, quando la somma di Cinque Stelle, Lega, Fratelli d’Italia e populisti minori aveva superato il 57%.
Altri osservatori, notando che i tre partiti di centro-destra hanno ottenuto il 43% contro il 36% nel 2018, hanno letto il risultato come uno spostamento a destra dell’elettorato.
Ma è un’illusione prospettica, perché nel 2018 c’erano i Cinque Stelle, e una parte non trascurabile del voto di destra era confluito nel partito di Grillo. Se si tiene conto di questa circostanza, i risultati suggeriscono, semmai, un lieve arretramento del consenso alla destra, che nel 2018 si annidava anche nel consenso ai Cinque Stelle. Un arretramento che si può desumere anche da un’altra circostanza: i sondaggi degli ultimi due anni hanno quasi sempre attributo ai tre partiti di centro-destra qualcosa di più del 43% registrato alle elezioni del 25 settembre.
Insomma, sull’appuntamento elettorale non ha spirato alcun “vento di destra”.
Se il centro-destra ha vinto non è perché il baricentro elettorale si è spostato verso destra, ma perché la destra ha una leader che ha saputo sfruttare la logica della legge elettorale (che premia le alleanze larghe), mentre la sinistra ha un leader che non ha nemmeno provato a sfruttarla, quella logica.
La vera cifra del voto, a mio parere, è un’altra. Prima del 25 settembre 2022 non era mai successo che, a sinistra del Partito Comunista (e dei suoi successori Pds-Ds-Pd), prendesse forma un partito di dimensioni comparabili.
Partiti come Psiup, Manifesto, Democrazia Proletaria, Nuova Sinistra Unita, Rifondazione comunista, PdCI, Sel, Leu, eccetera, sono sempre stati sotto il 9%, il più delle volte sotto il 5%. Certo, c’è stata la Margherita di Rutelli, che ha spesso superato il 10%, ma la concorrenza ai Ds la faceva da destra, non da sinistra. Quanto ai Cinque Stelle, nel 2018 avevano (ampiamente) raggiunto la massa critica necessaria a competere con il Pd, ma non erano ancora percepiti come un partito di sinistra. Perché la mutazione avvenisse, occorrevano Renzi e il suo colpo di mano parlamentare, che d’un tratto — con la formazione del governo giallo-rosso — fornì ai Cinque Stelle entrambe lepatenti di cui avevano bisogno: la patente di partito affidabile e quella di partito affine alla sinistra.
Ecco perché il 25 settembre è una data spartiacque. I Cinque Stelle non solo superano il 15%, avvicinandosi al 19% del Pd, ma lo fanno presentandosi come “la vera sinistra”, non importa qui se legittimamente oppure no.
Come è potuto accadere?
È semplice. Il Pd non è un partito socialdemocratico, che si rivolge ai ceti popolari e ne interpreta i bisogni. Il Pd è il partito dell’establishment e dei “ceti medi riflessivi”, ossessionato da due soli temi: l’accoglienza dei migranti e le battaglie per i diritti civili. Dei diritti sociali gli importa quasi nulla, anche se in campagna elettorale ha dovuto fingere che gliene importasse qualcosa. In breve, è diventato un “partito radicale di massa”, come a suo tempo aveva profetizzato il filosofo Augusto del Noce immaginando il futuro del Pci.
La cosa poteva funzionare, e in parte ha funzionato, finché i problemi della gente non erano drammatici. Ma con le ripetute crisi dell’ultimo quindicennio non poteva funzionare più, qualcosa si sarebbe dovuto cambiare. I dirigenti del Pd non hanno saputo vedere la spaventosa domanda di protezione, economica e sociale, che saliva dal Paese. Per dirla con Bersani, non si sono accorti della «mucca nel corridoio», che ormai bussava alla porta.
I Cinque Stelle invece sì. Per quanto sbagliate e qualunquiste possano essere le loro proposte, molti elettori — non solo al Sud — li hanno visti come la autentica sinistra, che non si occupa solo delle “grandi battaglie di civiltà”, ma anche di problemi più terreni, di cui la sinistrad’antan si faceva carico.
Ora il Pd è a un bivio, su cui il congresso di primavera dovrà pronunciarsi: fare concorrenza ai Cinque Stelle sul loro terreno, riscoprendo la questione sociale, o prendere atto della mutazione che ha cambiato il Dna della sinistra ufficiale. Avviandosi, in questo caso, a diventare in modo esplicito il partito dell’establishment e dei ceti medi istruiti e urbanizzati.

Gianpasquale Santomassimo

Si susseguono le ricette giornalistiche sul "che fare?" del PD.
A parte le amenità del vignettista lecchino, quello che non ha mai fatto ridere nessuno nemmeno per sbaglio, e che propone il "modello Scandicci", qualunque cosa sia, e la permanenza di Letta segretario perché ha il merito di aver rifiutato Conte e il "populismo", emergono proposte più impegnative.
Oggi c'è un editoriale a tutta prima pagina del direttore di Domani, Stefano Feltri, dal titolo esplicito: "Chiudere il PD per salvare la sinistra". Una analisi impietosa su un partito divenuto inutile e ormai dannoso. Non hanno alcun senso le ipotesi di un partito degli amministratori, sostenuto da sindaci e governatori, in primis Bonaccini, e neppure la velleità della pallida sinistra interna di rilanciare un possibile partito socialdemocratico, ormai fuori tempo massimo e non più credibile. Viene demolita anche l'ipotesi Schlein e il personaggio stesso, inconsistente e opportunista.
Però il finale è rivelatore di molte cose che un po' si intuivano: il PD deve scomparire per far posto alle "energie dell'ambientalismo e agli attivisti delle questioni di genere".
Ecco, questo è sicuramente un partito che verrà incontro alle aspirazioni delle classi popolari, che non chiedono di meglio.

domenica 1 novembre 2015

Gramsci prigioniero non tanto avveduto


Gianpasquale Santomassimo
Gramsci vittima della sua strategia
il manifesto, 1 novembre 2015









A par­tire dai primi studi di Spriano, la vicenda dei ten­ta­tivi fal­liti di libe­rare Gram­sci ha cono­sciuto una for­tuna sto­rio­gra­fica che ne ha fatto un tema sem­pre più ricor­rente, e anche ine­lu­di­bile nella discus­sione sul comu­ni­smo ita­liano, per le impli­ca­zioni che con­te­neva attorno al con­tra­sto tra il «capo» dei comu­ni­sti e i suoi com­pa­gni che dall’estero tene­vano in vita le sten­tate for­tune di quel par­tito. Nel tempo si è tra­sfor­mato, anche, in un «genere let­te­ra­rio» aperto a scor­ri­bande com­plot­ti­sti­che, a pro­cessi som­mari basati su bran­delli di docu­menti decon­te­stua­liz­zati.
Oggi con il libro di Gior­gio Fabre (Lo scam­bio Come Gram­sci non fu libe­rato, Sel­le­rio «La dia­go­nale», pp. 536, euro 24,00) si esce deci­sa­mente dal com­plot­ti­smo o dalla reti­cenza (che è stata a esso spe­cu­lare), e la vicenda viene ripor­tata alla sua dimen­sione sto­rica effet­tiva, den­tro la quale però si annida anche un grumo di pen­sieri, di cose non dette e solo accen­nate o adom­brate, e che tali ine­vi­ta­bil­mente reste­ranno.
È un qua­dro molto ampio e fra­sta­gliato, di cui è impos­si­bile ren­dere conto in det­ta­glio. Forse non tutto è egual­mente signi­fi­ca­tivo, e non è detto che die­tro a ogni sin­golo gesto, sup­po­si­zione od omis­sione debba nascon­dersi parte di un dise­gno o di molti dise­gni che si inter­se­cano.
La trat­ta­zione segue le tre fasi che si suc­ce­dono: una prima col­le­gata a una spe­rata media­zione vati­cana tra potere fasci­sta e governo sovie­tico (scam­bio con vescovi) che si rivela incon­si­stente. Poi quello che Gram­sci defi­ni­sce il «ten­ta­tivo grande», fase più lunga, che inter­viene men­tre i rap­porti fra Ita­lia fasci­sta e Urss cono­scono un momento di incon­tro e col­la­bo­ra­zione (Patto di ami­ci­zia del set­tem­bre 1933), che non dà vita nep­pure sta­volta allo scam­bio auspi­cato ma che si con­clude comun­que con la con­ces­sione della «libertà con­di­zio­nale» presso le cli­ni­che di For­mia e poi di Roma. Libertà che diviene però ben pre­sto molto con­di­zio­nata e sor­ve­gliata e non si tra­duce nella con­ces­sione dell’espatrio in Rus­sia per ricon­giun­gersi alla fami­glia, che è l’ultimo ten­ta­tivo di un Gram­sci ormai pie­gato e desti­nato a spe­gnersi il 27 aprile del 1937.
Posto che la man­cata libe­ra­zione di Gram­sci dipese in ultima istanza dalla volontà di Mus­so­lini di man­te­nere uno stretto con­trollo sulla sua per­sona, la discus­sione che si apre riguarda il ruolo dei sovie­tici e, soprat­tutto, dei comu­ni­sti ita­liani.
Qui si pos­sono cogliere molte novità. Intanto, con­tra­ria­mente a quanto molti ave­vano adom­brato, si può dire che non viene mai meno l’impegno dei sovie­tici per otte­nere la libe­ra­zione di un loro uomo, mal­grado le cri­ti­che del 1926, rivolte non tanto alla mag­gio­ranza sta­li­niana quanto alle moda­lità di eser­ci­zio del suo pre­do­mi­nio. Più com­pli­cato e dolente è il qua­dro dei rap­porti con i com­pa­gni ita­liani. Lasciando da parte dis­sensi e dis­sa­pori sulle scelte dell’Internazionale, che pure agi­scono sullo sfondo, la que­stione si pone sui pochi e spesso male improv­vi­sati inter­venti nella que­stione. Alla fine, si può anche con­ve­nire con l’autore che «gli ita­liani non face­vano una gran bella figura» nella vicenda, sia per­ché «era dif­fi­cile tro­vare qual­che epi­so­dio che li vedesse posi­ti­va­mente coin­volti nei ten­ta­tivi di libe­ra­zione del loro lea­der», sia per­ché alcuni inter­venti furono con­tro­pro­du­centi e tali ven­nero seve­ra­mente giu­di­cati da Gram­sci. Imba­razzo e reti­cenza che accom­pa­gne­ranno tale memo­ria e che impe­di­ranno fino all’ultimo una rico­stru­zione veri­tiera della vicenda. Ma qui è giu­sto ricor­dare che i comu­ni­sti ita­liani si mos­sero sotto un con­di­zio­na­mento dif­fi­ci­lis­simo tanto da igno­rare quanto da accet­tare pie­na­mente.
Infatti la novità più rile­vante del libro è quella di porre al cen­tro di tutta la vicenda Gram­sci stesso, non solo in quanto oggetto di ini­zia­tive altrui ma soprat­tutto in quanto regi­sta e stra­tega delle tor­tuose strade che avreb­bero dovuto con­durre alla sua libe­ra­zione. Una stra­te­gia lar­ga­mente fal­li­men­tare, biso­gna pur dire. Fin dall’inizio, con una fidu­cia immo­ti­vata nella dispo­ni­bi­lità vati­cana a trat­tare il suo scam­bio. Ma soprat­tutto con una stra­te­gia pro­ces­suale debo­lis­sima e che si sarebbe rive­lata all’origine di tutti i con­tra­sti e di tutte le ama­rezze vis­sute nel rap­porto con i com­pa­gni ita­liani.
Volontà di Gram­sci era che gli ita­liani si tenes­sero fuori da ogni aspetto di quella trat­ta­tiva, inte­ra­mente deman­data all’impulso sovie­tico. Una pesante intro­mis­sione era stata con­si­de­rata la «fami­ge­rata» let­tera di Grieco del 1928, sulla quale molto si è scritto, e che pro­curò in Gram­sci un’irritazione desti­nata a riaf­fio­rare nel tempo, men­tre non suscitò rea­zioni simili in Ter­ra­cini e Scoc­ci­marro, che erano gli altri desti­na­tari della mis­siva. Al riguardo, biso­gne­rebbe comin­ciare pure a chie­dersi se dav­vero una poli­zia effi­cien­tis­sima come quella fasci­sta avesse biso­gno della let­tera di Grieco per «sco­prire» che Gram­sci era uno dei mas­simi diri­genti del par­tito comu­ni­sta. Ma tutta la stra­te­gia pre­scelta pun­tava ad atte­nuare e porre in dub­bio l’esercizio di quel ruolo diri­gente: il che com­por­tava anche la rac­co­man­da­zione di evi­tare cam­pa­gne pro­pa­gan­di­sti­che volte a riven­di­care la sua libe­ra­zione.
A que­sto era par­ti­co­lar­mente dif­fi­cile atte­nersi, per un par­tito clan­de­stino in patria e che aveva un com­pito natu­rale di mobi­li­ta­zione di coscienze sul piano inter­na­zio­nale. Tanto più diverrà dif­fi­cile col pas­sare del tempo, quando, ad esem­pio, col patto di unità d’azione siglato con i socia­li­sti nel 1934 il nome di San­dro Per­tini verrà sta­bil­mente ad asso­ciarsi a quello di Ter­ra­cini tra le vit­time del car­cere fasci­sta di cui si chie­deva la libe­ra­zione.
Al riguardo, è sin­go­lare che in que­sta let­te­ra­tura non si sia mai tenuto conto della let­tera di Togliatti a Turati del 30 otto­bre 1930, nella quale veni­vano segna­late le gravi con­di­zioni di salute di Per­tini nel car­cere di Santo Ste­fano, si invi­tava a una mobi­li­ta­zione uni­ta­ria e si sug­ge­riva di inol­trare la richie­sta di tra­sfe­ri­mento a un car­cere più ido­neo: come poi avvenne, nel carcere-sanatorio di Turi nel quale era recluso anche Gram­sci (San­dro Per­tini com­bat­tente per la libertà, a cura di S. Caretti e M. Degl’Innocenti, Lacaita 2006, pp. 70–71). La vicenda, tanto più signi­fi­ca­tiva per­ché avve­nuta in piena epoca di «social­fa­sci­smo», fa com­pren­dere come da parte comu­ni­sta si tenes­sero unite le dimen­sioni dell’agitazione poli­tica e dell’esperire le vie «legali» con­sen­tite dai rego­la­menti.
Se si eccet­tuano cadute appros­si­ma­tive e dilet­tan­te­sche (il modo in cui Azione popo­lare del 29 dicem­bre 1934, diretta da Teresa Noce, diede conto della scar­ce­ra­zione di Gram­sci, irri­gi­dendo la posi­zione di Mus­so­lini e dando luogo a quello che ancora nel 1969 Sraffa defi­niva un «disa­stro» rispetto alle spe­ranze di Gram­sci), la posi­zione del gruppo diri­gente comu­ni­sta fu nel com­plesso di accet­ta­zione della richie­sta di Gram­sci, se pure non con­di­visa e rite­nuta sicu­ra­mente one­rosa sul piano poli­tico. Anche il ruolo di Togliatti emerge come par­ti­co­lar­mente rispet­toso della per­so­na­lità dell’amico e vòlto a sal­va­guar­darne la memo­ria, attri­buen­do­gli per­fino colo­rite espres­sioni con­tro Tro­tskij nel momento in cui Grieco, Di Vit­to­rio e altri sol­le­ci­ta­vano un pro­cesso postumo con­tro Gram­sci, che riu­scì a bloc­care. A Togliatti si deve in larga misura anche l’invenzione della frase eroica pro­nun­ciata di fronte al Tri­bu­nale spe­ciale, dibat­ti­mento che invece si svolse in forma timida e sten­tata.
Quando all’inizio del 1934 Dimi­trov venne espulso dalla Ger­ma­nia, dopo avere trion­fato con­tro il Tri­bu­nale nazi­sta, Gram­sci dovette pro­ba­bil­mente porsi delle que­stioni e venire assa­lito da dubbi. Per­ché la stra­te­gia seguita dall’«eroe di Lip­sia» era stata esat­ta­mente oppo­sta a quella che Gram­sci aveva pre­scelto: poli­ti­ciz­zare al mas­simo il dibat­ti­mento, dare a esso la mas­sima pub­bli­cità, con­vo­gliare l’attenzione della stampa e dell’opinione pub­blica inter­na­zio­nale.
Gli ultimi anni di Gram­sci furono ama­ris­simi, segnati da delu­sione e sco­ra­mento, da sen­sa­zioni di abban­dono e tra­di­mento. Un esito di cui fu cer­ta­mente vit­tima, ma che in qual­che misura con­tri­buì anche a determinare.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/10/21/come-gramsci-non-fu-liberato/