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giovedì 30 ottobre 2025

Il giovane Victor Serge

Jean Birnbaum
Le Monde, 30 ottobre 2025

Nel 1917, il giovane rivoluzionario dal portamento aristocratico, gli occhi scuri e le labbra serrate inviò una lettera in forma di riassunto. Dalla Barcellona anarcosindacalista, mentre i suoi compagni erano nuovamente tentati dalla violenza, scrisse a un amico: "Sono disgustato nel vedere le nostre idee, così belle, così ricche, finire nel fango e nel sangue, in un vile spreco di energie giovanili".

All'epoca, l'uomo che scrisse queste parole era noto principalmente negli ambienti libertari, dove gli articoli che firmava con lo pseudonimo "Le Rétif" erano apprezzati. Non era ancora il celebre Victor Serge (1890-1947), il dissidente sovietico liberato da Stalin grazie a una mobilitazione internazionale orchestrata da scrittori di fama come André Malraux, André Gide e Romain Rolland; non era ancora l'eroe solitario che i comunisti parigini avrebbero etichettato come "traditore" e "fascista" per aver osato parlare di ciò che aveva vissuto in URSS ; non aveva ancora pubblicato *S'il est minuit dans le siècle * (1939), il suo grande romanzo sulla tirannia sovietica.

Eppure, a 27 anni, Serge era già un attivista veterano. Aveva vissuto le più alte speranze e i peggiori tradimenti. Aveva trascorso cinque anni in prigione. E il doppio negli ambienti anarchici. Questo periodo libertario fu decisivo per il destino di Victor Serge, una delle figure di spicco della sinistra antitotalitaria del XX secolo ? Se il rivoluzionario evitò sempre la folla e non rinunciò mai a servire la verità, lo dovette forse al suo impegno in questa corrente nota come "anarchismo individualista"? Questa, in ogni caso, è l'idea difesa da Claudio Albertani in * Il giovane Victor Serge *.

Effervescenza intellettuale

A sostegno di questa tesi, l'autore si concentra sul giovane Victor Serge. Figlio di esuli antizaristi, nacque a Bruxelles in una famiglia povera dove le conversazioni ruotavano attorno a processi e impiccagioni. Invece di fiabe, i suoi genitori gli raccontavano storie di prigionieri politici... Da bambino, si abituò alla fame. A 13 anni visse da solo e presto intraprese diversi lavori saltuari: apprendista fotografo, tecnico del gas, disegnatore presso uno studio di architettura. Ogni giorno, si accontentava di una libbra di pane e qualche pera, più un bicchiere di latte che la sua padrona di casa gli vendeva a credito. Ma la sua privazione materiale era compensata dal suo fermento intellettuale. Dopo aver letto i testi del teorico anarchico Pëtr Kropotkin (1842-1921), in particolare il suo opuscolo intitolato Ai giovani (1880), l'adolescente prese una decisione: avrebbe trascorso la vita studiando senza studiare.

Con altri ribelli incontrati per strada, lesse Zola, imparò a boxare e frequentò una comune anarchica chiamata "L'Esperienza", situata alla periferia della capitale belga. I suoi membri organizzavano conferenze sul libero amore, coltivavano ortaggi, pubblicavano un giornale e producevano una serie di oggetti in ceramica, tra cui piatti decorati con slogan libertari. Non rimandare la felicità, vivere subito "la vita insolente, la vita anarchica" : questo era il desiderio di questi individualisti che diffidavano dei movimenti collettivi, dell'"insurrezionalismo" e di qualsiasi rivoluzione sociale: chiunque volesse cambiare il mondo doveva stravolgere la propria esistenza! "La vita, tutta la vita, è nel presente; aspettare è perderla; aspettare il domani per essere liberi, per godere dell'esistenza, per sentirsi vivi?". "Non giochiamo più a questo gioco ", scrisse Victor Serge sul quotidiano L'Anarchie nel 1911. Aveva 21 anni e ora viveva a Parigi.

Ma questo piccolo mondo era allora diviso, in particolare sulla questione dell'"illegalismo". Contro coloro che promuovevano rapine e omicidi, Serge sosteneva che non si può costruire un sistema politico sull'odio, così come non si può costruire una società giusta con la dinamite, guadagnandosi l'etichetta di "venduto". Ma quando la famigerata "Banda Bonnot" iniziò il suo massacro, si sentì in dovere di proclamare la sua solidarietà con uomini che conosceva bene. Arrestato dalla polizia, fu interrogato a lungo: "Uomo di intelligenza superiore, sebbene effeminato di natura, possiede un carattere energico ", annotava un rapporto di polizia. Accusato di essere l'ideologo della banda, Le Rétif fu condannato e trascorse cinque anni dietro le sbarre: "Colpendo lui, il mio amante e il mio compagno d'armi, avevano ucciso la mia giovinezza e il mio amore ", scrisse la sua compagna, la straordinaria Rirette Maîtrejean (1887-1968), celebrata qui in pagine commoventi. Da questa esperienza Serge trasse ispirazione per * Les Hommes dans la prison * (1930), un bel romanzo che Libertalia sta ripubblicando (314 pagine, 10 euro) insieme alla biografia di Claudio Albertani, che dovrebbe comprendere altri due volumi.

Una tesi affascinante e discutibile

Giornalista e storico residente in Messico, è egli stesso un attivista libertario. Si potrebbe essere irritati da certi pregiudizi o scorciatoie argomentative, o persino sorpresi dall'apparente indulgenza dell'autore verso la violenza "politica". Ma questa dichiarata sensibilità anarchica gli permette di perpetuare il meglio di ciò che la letteratura del movimento operaio ha prodotto, con quel mix di rigore, irriverenza e umorismo che conferisce al testo le intonazioni esilaranti, e quasi il pizzetto, caratteristici dei socialisti di un tempo. Questo mix è appropriato per descrivere l'ambiente libertario alla vigilia della Grande Guerra, dove si mescolavano rivoluzionari esperti, disertori in fuga, tipografi creativi, avventurieri eccentrici, artisti nudisti e, naturalmente, informatori della polizia.

La tesi del libro rimane, al tempo stesso seducente e discutibile. Victor Serge, autore di un romanzo intitolato *Naissance de notre force* (1931), trovò la propria forza durante quegli anni anarchici? Sebbene tendesse a minimizzarne l'importanza alla fine della sua vita, fu forse la lotta libertaria a renderlo l'anticonformista che era destinato a essere? Dopo aver terminato * Le Jeune Victor Serge *, si ha l'impressione che se scelse l'anarchismo individualista, fu perché possedeva già una sua concezione unica della coscienza umana, della sua comune mediocrità e delle sue miracolose esplosioni di energia. In prigione, ricordava, c'erano "uomini comuni e uomini straordinari, che portavano dentro di sé una scintilla divina ". Per un anarchico, questo è un modo originale di descrivere la forza interiore, il potere della ribellione, in breve, la libertà. E, per Victor Serge in particolare, un modo di affermare che ogni dissenso è una ribellione spirituale.

« Le Jeune Victor Serge. Rébellion et anarchie, 1890-1919 » (Rebelion y anarquia. El joven Victor Serge), de Claudio Albertani, traduit de l’espagnol par Christian Dubucq, Libertalia, 460 p., 14 €.

Estratti

Victor e Rirette diventarono amici e si frequentarono sempre più spesso. La mattina andavano in biblioteca o passeggiavano nei Giardini del Lussemburgo; la sera passeggiavano lungo le rive gauche e poi si recavano nella stanza di Rirette in Rue de Seine. Fu probabilmente Rirette a incoraggiarlo ad abbracciare le idee di Stirner [Max Stirner, autore de L'Unico e la sua proprietà nel 1844 ] e Nietzsche, sebbene probabilmente le conoscesse già. La domenica visitavano un museo per godersi il fascino della pittura e, quando avevano un po' di soldi, si concedevano una gita sul fiume in battello. Poi scendevano alla fermata del parco di Saint-Cloud, dove trascorrevano ore a leggere o recensire le traduzioni degli scrittori Michail Artsybachev, Konstantin Balmont e Dimitri Merezhkovsky che Victor stava curando per l'editore Povolozky.

Il giovane Victor Serge, pagina 184

“La fine spettacolare di Bonnot e dei suoi amici contribuì al loro status leggendario (…). L’indignazione pubblica che circondò il caso fu tale da suscitare la curiosità del [criminologo] Émile Michon, che ottenne il permesso di visitare i prigionieri per comprenderne il carattere e far luce sulle ragioni del loro comportamento apparentemente incomprensibile. Pur confermando ancora una volta la versione ufficiale secondo cui l’anarchismo era una sorta di malattia mentale contagiosa, il celebre scienziato si rifiutò di ripetere che i banditi erano mostri assetati di sangue. Al contrario, riconobbe che non corrispondevano allo stereotipo del criminale feroce creato dalla stampa e che dimostravano una grande umanità. Lo scienziato fu particolarmente colpito dalla forza di carattere di questi giovani.” (…) Il criminologo è pieno di elogi per Le Rétif [Victor Serge]  : “Uomo di squisita cortesia e grande dolcezza (…), possiede un’altra qualità che manca completamente alla maggior parte dei suoi coimputati: ha tatto.”

Il giovane Victor Serge, pagine 239-250

lunedì 6 gennaio 2025

Discorso sulla servitù volontaria

 




Etienne De La Boétie. DISCORSO SULLA SERVITU' VOLONTARIA. Jaca Book, Milano, prima edizione italiana ottobre 1979. A cura di Luigi Geninazzi. Titolo originale: "Discours sur la servitude volontaire". Traduzione di Luigi Geninazzi

“La libertà è la sola cosa che gli uomini non desiderano affatto, mi sembra, per la semplice ragione che se la desiderassero l’avrebbero”.

... E' una cosa davvero straordinaria osservare il coraggio che la libertà mette in animo a coloro che la difendono; ma quel che avviene in tutti i paesi, fra tutti gli uomini, tutti i giorni, e cioè che uno solo opprime cento, mille persone e le priva della loro libertà, chi potrebbe mai crederlo se fosse semplicemente una notizia che ci giunge alle orecchie e non capitasse invece davanti ai nostri occhi? E se questo accadesse in paesi lontani e qualcuno venisse a raccontarcelo, chi di noi non penserebbe che si tratta di una pura invenzione? Va aggiunto inoltre che non c'è bisogno di combattere questo tiranno, di toglierlo di mezzo; egli viene meno da solo, basta che il popolo non acconsenta più a servirlo. Non si tratta di sottrargli qualcosa, ma di non attribuirgli niente; non c'è bisogno che il paese si sforzi di fare qualcosa per il proprio bene, è sufficiente che non faccia nulla a proprio danno. Sono dunque i popoli stessi che si lasciano, o meglio, si fanno incatenare, poiché col semplice rifiuto di sottomettersi sarebbero liberati da ogni legame; è il popolo che si assoggetta, si taglia la gola da solo e potendo scegliere fra la servitù e la libertà rifiuta la sua indipendenza, mette il collo sotto il giogo, approva il proprio male, anzi se lo procura. Se gli costasse qualcosa riacquistare la libertà non continuerei a sollecitarlo; anche se riprendersi i propri diritti di natura e per così dire da bestia ridiventare uomo dovrebbe stargli il più possibile a cuore. Tuttavia non voglio esigere da lui un tale coraggio; gli concedo pure di preferire una vita a suo modo sicura anche se miserabile ad una incerta speranza in una condizione migliore. Ma se per avere la libertà è sufficiente desiderarla con un semplice atto di volontà si troverà ancora al mondo un popolo che la ritenga troppo cara, potendola ottenere con un desiderio? Può esistere un popolo che non se la senta di riavere un bene che si dovrebbe riscattare a prezzo del proprio sangue, un bene la cui perdita rende insopportabile la vita e desiderabile la morte, almeno per chi ha un minimo di dignità? Come il fuoco che da una piccola scintilla si fa sempre più grande e più trova legna più ne brucia, ma si consuma da solo, anche senza gettarvi sopra dell'acqua, semplicemente non alimentandolo, così i tiranni più saccheggiano e più esigono, più distruggono e più ottengono mano libera, più li si serve e più diventano potenti, forti e disposti a distruggere tutto; ma se non si cede al loro volere, se non si presta loro obbedienza allora, senza alcuna lotta, senza colpo ferire, rimangono nudi e impotenti, ridotti a un niente proprio come un albero che non ricevendo più la linfa vitale dalle radici subito rinsecchisce e muore. 
Gli uomini coraggiosi per conquistare il bene che desiderano non temono di affrontare il pericolo; la gente intraprendente non rifiuta la fatica. Invece gli uomini deboli e pressoché storditi non sanno né sopportare il male, né ricercare il bene, limitandosi a desiderarlo. La debolezza del loro animo toglie loro l'energia per arrivare al bene; mantengono solo quel desiderio che è insito nella natura umana. Questa aspirazione è comune ai saggi e agli ignoranti, ai coraggiosi ed ai pusillanimi e fa sì che essi continuino ad avere il desiderio di tutte quelle cose che li potrebbero rendere felici. In una sola cosa, non so come mai, sembra che la natura venga meno così che gli uomini non hanno la forza di desiderarla: si tratta della libertà, un bene così grande e dolce che una volta perduto vengono dietro tutti i mali, mentre tutti i beni che solitamente l'accompagnano, corrotti dalla servitù, non hanno più né gusto né sapore. E' così che gli uomini tutto desiderano eccetto la libertà forse perché l'otterrebbero semplicemente desiderandola [La seule liberté, les hommes ne la désirent point; non pas pour une aultre raison, ce me semble, sinon pour ce que, s'ils la désiroient, ils l'auroient]; è come se si rifiutassero di fare questa conquista perché troppo facile. 

... per tornare al nostro argomento che avevo quasi perso di vista, la prima ragione per cui gli uomini servono di buon animo è perché nascono servi e sono allevati come tali. Da qui deriva quest'altro fatto: molto facilmente sotto la tirannia ci si rammollisce e si diventa effeminati. Fu Ippocrate, il padre della medicina, ad accorgersi di questo e a scriverlo in uno dei suoi libri dal titolo "Le malattie" (6), e di questa sua intuizione dobbiamo essergli assolutamente grati. Questo personaggio aveva senza dubbio un cuore generoso e lo dimostrò in un'occasione. Poiché il grande sovrano [Artaserse di Persia] lo voleva presso di sé e lo sollecitava continuamente con varie profferte e con grandi donativi, Ippocrate un giorno gli rispose in tutta franchezza che avrebbe avuto dei problemi di coscienza nel mettersi a curare dei barbari che volevano uccidere il suo popolo e nel rendersi condiscendente al loro re che si stava preparando ad assoggettare la Grecia. La lettera che Ippocrate inviò al re contenente queste affermazioni si può leggere ancora oggi nelle sue opere e rimarrà per sempre una testimonianza del suo coraggio e del suo nobile carattere. E' ormai certo che con la libertà si perde allo stesso tempo anche il coraggio. Gli uomini sottomessi vanno in battaglia senza alcuna baldanza e ardimento, affrontano il pericolo l'uno appiccicato all'altro, intorpiditi, tanto per adempiere ad un obbligo e non si sentono bollire il sangue nelle vene per l'ardore della libertà che sola fa disprezzare il pericolo e nascere il desiderio di acquistare l'onore della gloria fra tutti i compagni con un bel morire. Al contrario fra gente libera si fa a gara per vedere chi è il migliore, combattendo per sé e per il bene comune, aspettando tutti di avere la propria parte di bene in caso di vittoria o la parte di male nella sconfitta; invece la gente asservita non ha più questo coraggio da guerrieri, anzi non riesce neppure ad essere vivace nelle altre cose, poiché possiede un animo ristretto e incapace di aspirare a qualcosa di grande. I tiranni sanno bene tutto questo e vedendo i loro sudditi prendere una simile piega li spingono in questa direzione così da renderli ancor più fiacchi e indolenti. 

belfagor: L'amicizia secondo Montaigne (machiave.blogspot.com)

martedì 31 dicembre 2024

Guccini



Aldo Cazzullo, La Locomotiva? Non era violenta. Incredibile, ho un amico cardinale
Corriere della Sera, 31 dicembre 2024


 È vero che negli anni più bui del terrorismo lei evitava di cantare la Locomotiva nei concerti? «No. Perché avrei dovuto?».
Non ha mai avuto timore che qualcuno ne fosse suggestionato?

«E prendesse una locomotiva per gettarsi contro un treno?».

No. Che prendesse le armi.

«Certo che no. È una canzone politica, ma è prima di tutto una suggestione letteraria. È ispirata al fascino del movimento anarchico di fine 800 e inizio 900. Figure come Gaetano Bresci e Carlo Cafiero, pronte a morire per il loro ideale, l’uguaglianza tra gli uomini, e certo anche a dare alla morte; come Luigi Licheni, che uccide l’imperatrice Sissi con una lima».

Come ha scritto la Locomotiva?

«In venti minuti. Eppure è lunghissima: tredici strofe. Ma ogni volta che ne finivo una, mi venivano in mente le rime di quella successiva. All’ultima ero stremato. Una canzone nata fortunata».

Successo immenso.

«L’hanno pure tradotta in catalano: La locomotora. Nel 1977, poco dopo la morte di Franco, mi capitò di cantarla a Barcellona, in un bar sulle Ramblas. Si fermò ad ascoltarmi un gruppo di giovani baschi. Quando citai “la fiaccola dell’anarchia”, impazzirono».

Succedeva anche in Italia, nei concerti: tutti

in piedi a salutare a pugno chiuso.

«Ma io non pensavo al comunismo, pensavo ad “Addio Lugano bella” di Pietro Gori, a “Nel fosco fin del secolo morente” di Luigi Molinari, che per quella canzone finì in carcere, con l’accusa di aver acceso i moti in Lunigiana del 1893… Anni in cui i poveri facevano letteralmente la fame, anche sulle mie montagne».

... L’altra strofa della Locomotiva che infiammava il pubblico era: «E sembra dire ai contadini curvi quel fischio che si spande in aria, “fratello non temere che corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria!”». Negli anni 70 molti giovani pensarono che la rivoluzione, che il partito comunista non voleva più fare, l’avrebbero fatta loro.

«Togliatti per due volte aveva chiarito che in Italia, dove erano arrivati gli americani, la rivoluzione era impossibile. Lo disse quando tornò dall’Unione Sovietica: la svolta di Salerno. E lo ripeté quando gli spararono, il 14 luglio 1948: “Non perdete la testa”. Erano anni cupi, più ancora degli anni di piombo. Nel dopoguerra la polizia sparava regolarmente su operai e contadini in sciopero. Nel 1950 lo fece a Modena, Togliatti adottò la sorella di una delle vittime».

Marisa Malagoli.

«Era il 9 gennaio quando la polizia aprì il fuoco sugli operai delle Fonderie che protestavano contro i licenziamenti. Avevo nove anni; chiusero le scuole e ci rimandarono a casa. I morti di Reggio Emilia invece sono del 1960. Nel gruppo dei brigatisti di Reggio c’erano parenti di ex partigiani. Una follia, figlia dell’ideologia. Ci vuole ben altro, per sollevare un popolo... E io, come ci siamo già detti, non sono mai stato comunista».


Musiche di Luigi Molinari
1894

Nel fosco fin del secolo morente,
sull'orizzonte cupo e desolato,
già spunta l'alba minacciosamente
del dì fatato.

Urlan l'odio, la fame ed il dolore
da mille e mille facce ischeletrite
ed urla col suo schianto redentore
la dinamite.

Siam pronti e dal selciato d'ogni via,
spettri macàbri del momento estremo,
sul labbro il nome santo d'Anarchia,
insorgeremo.

Per le vittime tutte invendicate,
là nel fragor dell'epico rimbombo,
compenseremo sulle barricate
piombo con piombo.

E noi cadrem in un fulgor di gloria,
schiudendo all'avvenir novella via:
dal sangue spunterà la nuova istoria
dell'Anarchia.


Musiche di Pietro Gori

1894
Addio, Lugano bella,
o dolce terra pia,
cacciati senza colpa
gli anarchici van via

e partono cantando
con la speranza in cor.

Ed è per voi sfruttati,
per voi lavoratori,
che siamo ammanettati
al par dei malfattori;

eppur la nostra idea
non è che idea d'amor.

Anonimi compagni,
amici che restate,
le verità sociali
da forti propagate:

è questa la vendetta
che noi vi domandiam.

Ma tu che ci discacci
con una vil menzogna,
repubblica borghese,
un dì ne avrai vergogna

ed oggi t'accusiamo
di fronte all'avvenir.

Banditi senza tregua,
andrem di terra in terra
a predicar la pace
ed a bandir la guerra:

la pace tra gli oppressi,
la guerra agli oppressor.

Elvezia, il tuo governo
schiavo d'altrui si rende,
di un popolo gagliardo
le tradizioni offende

e insulta la leggenda
del tuo Guglielmo Tell.

Addio, cari compagni,
amici luganesi,
addio, bianche di neve
montagne ticinesi,

i cavalieri erranti
son trascinati al nord.

domenica 17 novembre 2013

Francesco Ghezzi, un anarchico nella Russia di Stalin

Corrado Stajano
Ghezzi, la vita spezzata dall’utopia
La storia dell’anarchico lombardo inghiottito in un gulag 

Corriere della Sera, 30 gennaio 2014

Che vita appassionata e tragica quella dell’anarchico Francesco Ghezzi, dall’orto delle Visitandine, nel cuore di Milano, alla Lubianka di Mosca a un gelido gulag in Siberia. L’ha ripercorsa un secolo dopo, con affetto, con pena mascherata, ma con il rigore dei documenti e il rispetto dei fatti, senza sposarne le idee, un nipote, il noto sindacalista Carlo Ghezzi, già segretario della Camera del lavoro di Milano, ora segretario della Fondazione Giuseppe Di Vittorio. Ne è nato un libro, Francesco Ghezzi, un anarchico nella nebbia (edizioni Zero in condotta).
Francesco, cugino del padre di Carlo, nacque nel 1893 a Cusano sul Seveso in una famiglia numerosa di contadini poveri, di rigida educazione cattolica. Nel 1900 la famiglia si trasferisce a Milano, in via Santa Sofia 7. Il padre Giulio trova lavoro come giardiniere all’Orticoltura Longoni e ottiene anche la gestione della portineria di un istituto religioso della Curia del cardinal Ferrari, allora arcivescovo di Milano. Il quartiere ha un aspetto sereno, con i barconi carichi di merce che scivolano sull’acqua dei Navigli.
Non è serena invece Milano, in quegli anni. Il conflitto sociale è aspro, la crisi della fine dell’Ottocento si fa sentire ancora, non si sono per nulla rimarginate le ferite del tragico 1898, quando il generale Fiorenzo Bava Beccaris sparò col cannone e con la mitraglia contro gli operai in sciopero. Ufficialmente i morti furono ottanta, pare invece che siano stati quattrocento.
Il ragazzo Francesco, sveglio e intelligente, finite le elementari, lavora a bottega, tornitore di lastre, poi cesellatore del bronzo, un artigiano provetto. Forse è proprio l’ambiente un po’ codino della famiglia a far di lui un ribelle. Carlo Ghezzi non è uno storico, ma conosce bene politica e società e sa inserire la vicenda dell’anarchico nel clima che incendia la città e l’intero Paese: tra la nascita delle organizzazioni sindacali — la Confederazione generale del lavoro fondata proprio a Milano nel 1906 —, gli scontri di piazza, la guerra di Libia del 1911.
Francesco a sedici anni viene arrestato — è la sua prima volta — durante un raduno di protesta. Frequenta un gruppo di anarchici, si definisce anarchico individualista: un sovversivo, secondo i rapporti di polizia. Prende parte a manifestazioni antimilitariste, aderisce all’Usi, la più importante organizzazione sindacalista rivoluzionaria europea, conosce nel 1913 Errico Malatesta, l’uomo di maggior prestigio del movimento anarchico italiano, conosce anche il Mussolini socialista, che va a cena più volte nella sua casa in via Santa Sofia. Poi la Grande guerra, con le polemiche tra gli interventisti democratici, i neutralisti, i sindacalisti rivoluzionari, gli anarchici schierati contro il conflitto mondiale. Francesco è sempre in prima fila, grida «Abbasso la guerra, viva l’Austria», viene arrestato più volte.
Chiamato alle armi, fugge in Svizzera, disertore. Nel 1917 è a Zurigo nel corteo festante che accompagna Lenin alla stazione da dove parte il famoso treno per Mosca. Viene arrestato anche in Svizzera, espulso, si rifugia a Parigi, può tornare in Italia solo nel 1920 dopo l’amnistia del governo Nitti.
La bomba del Diana segnerà come un’ombra nera la vita di Ghezzi. È il 23 marzo 1921 quando 160 candelotti di gelatina nascosti in una cesta esplodono alle 22,40 di quella sera: al teatro milanese è di scena Mazurka blu , l’operetta di Franz Lehár. I morti sono ventuno, i feriti ottanta. I sospettati sono subito gli anarchici che prendono le distanze, sconfessano l’accaduto. Ma due di loro confessano: Giuseppe Mariani, condannato all’ergastolo, Giuseppe Aguggini a trent’anni di prigione. Su Francesco Ghezzi — non ci sono prove — viene posta una taglia di cinquanta milioni. Scappa in Svizzera, poi a Berlino. Anni dopo sarà condannato a sedici anni di reclusione per associazione a delinquere.
La Russia è la grande madre, la patria del socialismo, il sol dell’avvenire. Francesco arriva felice a Mosca, ma la realtà, dopo un sereno periodo in Crimea, sarà cruda e amara. Dal 1924 Stalin è il segretario generale del Partito comunista, Francesco Ghezzi lavora in una gioielleria, tornitore di metalli preziosi. Mantiene i contatti con i vecchi compagni fuorusciti come lui e questo lo perde. Nel 1929 viene arrestato, condannato a tre anni di campo di lavoro per attività controrivoluzionaria. Intellettuali e politici di tutto il mondo, da Romain Rolland a Claude Autant-Lara, chiedono il suo rilascio, nel 1931 viene liberato. Lavora in fabbrica. Ha rapporti con Victor Serge, rivoluzionario anarchico, poi bolscevico, oppositore di Stalin proprio negli anni delle feroci purghe staliniane. Nel 1939 Ghezzi finisce alla Lubianka, accusato di trotzkismo, di sovversivismo, ed è condannato a otto anni di lavori forzati.
Tormentato dalla tubercolosi, viene destinato a Vorkuta, a nord del Circolo polare artico. Non rinnega mai la sua fede anarchica. Da allora non si sa più nulla di lui, scompare nelle nebbie della piccola Storia. Muore nel 1942, sarà riabilitato dalla Procura di Mosca solo nel 1994.
Un’altra vittima del tragico Novecento.

Il libro di Carlo Ghezzi, «Francesco Ghezzi, un anarchico nella nebbia», è pubblicato dalle edizioni Zero in condotta, pagine 123, e 10
.......................................................la scheda nel sito Gulag Italia
http://www.memorialitalia.it/archivio_mem/gulag/gulag/frameset_ita.html

Cognome: Ghezzi
Nome: Francesco
Figlio di: Giulio
Luogo e data di nascita: Nato a Cusano Milanino (Mi) il 4 ottobre 1893
Origine sociale e percorso politico prima dell'arrivo in URSS: Di famiglia operaia, inizia a lavorare a 7 anni. Anarchico, subisce vari processi e condanne per disfattismo, organizzazione di scioperi, detenzione di esplosivi. Nel 1914 emigra in Francia per evitare l'arresto, quindi in Svizzera. Tornato a Milano nel 1920, è coinvolto nell'attentato al cinema Diana. Condannato in contumacia a 18 anni e 8 mesi di reclusione,viene inviato in URSS dall'organizzazione anarco-sindacalista milanese, per il 1° congresso del Profintern
Data dell'arrivo in URSS: 1921
Percorso professionale/politico in URSS: Tre mesi dopo l'arrivo a Mosca, si reca a Berlino al Congresso anarchico internazionale, e qui viene arrestato nel 1922. Dopo 9 mesi di carcere, è liberato e nel 1923 torna in URSS. Fino al 1926 vive a Jalta, dove lavora in una comune agricola di emigrati politici anarchici. Quindi è operaio alla "Labormetiz" di Mosca
Data, luogo e motivi dell'arresto: Arrestato l'11 maggio 1929 a Mosca con l'accusa di "aver condotto, in qualità di anarchico militante, propaganda controrivoluzionaria contro il VKP(b) e le autorità sovietiche". Arrestato nuovamente il 5 novembre 1937 e rinchiuso nel carcere interno n. 1 dell'UNKVD di Mosca
Condanna: Condannato a 3 anni di reclusione l'11 gennaio 1930 e inviato al carcere politico di Suzdal'. Dopo il secondo arresto,condannato a 8 anni di lager il 3 aprile 1939 dal PP dell'OSO dell'NKVD dell'URSS in base all'art. 58-10 e inviato al Vorkutlag. Il 13 gennaio 1943 (quando era già deceduto in lager) viene condannato alla pena di morte per partecipazione a un'organizzazione antisovietica
Data, luogo e causa della morte: Muore il 3 agosto 1942 al Vorkutlag
Liberazione: Liberato nel 1931 grazie a una campagna internazionale a suo favore, organizzata da Romain Rolland. Torna a Mosca, lavora nel reparto riparazioni della "Labormetiz" fino al nuovo arresto nel 1937
Riabilitazione: Riabilitato il 21 maggio 1956
Fonti archivistiche: GARF f. 10035 op.1 d.P-27002;
RGASPI f.513 op.2 d.69; ACS, CPC, busta 2357 


.......................................................................................................

Si può vedere inoltre 
Barbara Ielasi Mikhail Tsovma,
'Un anarchico italiano a Vorkuta', Bollettino Archivio G. Pinelli (Milano),  n. 27, luglio 2006,