mercoledì 2 marzo 2016
I luoghi e le donne di Montalbano
Silvia Fumarola
Fenomeno Montalbano
Batte ogni record d'ascolto, ha un pubblico fedele, piace alle donne
la Repubblica, 2 marzo 2016
I LUOGHI
I paesi del ragusano, giardini di pietre bianche, fanno da sfondo ai film: luoghi metafisici, svuotati dalle auto. Dal 1999 a oggi è nato un turismo intorno a Montalbano. I luoghi immaginari creati da Camilleri (Vigata, Marinella, Montelusa, la Mannara), sono stati ricreati da Sironi e dallo scenografo Luciano Ricceri nella provincia di Ragusa, Scicli, Modica, Comiso, Vittoria Ispica e Santa Croce. Ma altre scene sono state girate a San Vito Lo Capo e alla Riserva dello Zingaro (Trapani), a Tindari (Messina), Favignana e Siracusa. [...]
LE DONNE
"No, non è misogino". Camilleri lo ripete alle lettrici che gli chiedono spiegazioni. Ma il dubbio resta. Montalbano non sceglie e non scegliendo, in realtà, sceglie di stare solo. Sembra essere intimorito dalle donne , da cui è irresistibilmente attratto e che attrae come una calamita. Livia è lontana, non avranno figli, e forse segretamente ne soffre. Nell'Età del dubbio è il tenente Laura Belladonna (Isabella Ragonese) a farlo vacillare. Intelligente, sensibile, lo colpisce al cuore. Nel dubbio che Salvo possa cedere, Camilleri la fa morire.
https://www.google.it/search?q=le+monde+ridet+montalbano&ie=utf-8&oe=utf-8&gws_rd=cr&ei=iurWVsfbCYi0sQGO0pywAg
http://machiave.blogspot.it/2015/04/simenon-maigret-e-le-donne.html
martedì 1 marzo 2016
Donne perplesse su Vendola
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| Franca Fossati |
Paolo Conti
Vendola, il fronte delle donne
contro
Boldrini: «Riserve sulla surrogata»
Boldrini: «Riserve sulla surrogata»
La presidente della Camera: pratica che
si presta allo sfruttamento delle donne
Da Serracchiani (Pd) a Ronzulli (Forza Italia) il no all’utero in affitto
Corriere della Sera, 29 febbraio 2016 Da Serracchiani (Pd) a Ronzulli (Forza Italia) il no all’utero in affitto
ROMA «Personalmente ho molte riserve sulla maternità surrogata». Laura Boldrini, presidente della Camera, parla da Londra ma si rivolge al dibattito italiano: «É un tema molto delicato, i dubbi ci sono soprattutto quando si ha a che fare con giovani donne straniere. È una pratica che si presta allo sfruttamento delle donne». Ma il dubbio, per la presidente della Camera, esclude ogni possibile attacco alla scelta di Nichi Vendola e del suo compagno Ed Testa: «Ho sentito commenti sguaiati e volgari, è squallido arrivare a fare questo. Faccio loro i miei migliori auguri e spero che non continui questo assalto alla loro scelta. Nessuno può esprimere pareri così pesanti contro un bambino che è nato».
Le donne e il dibattito
L’orientamento
della presidente Boldrini è condiviso da molte donne dell’area
progressista e femminista. Avverte Debora Serracchiani, vicesegretario
del Pd: «Sono contenta per Nichi, per il suo compagno e per il piccolo
Tobia. Ho qualche perplessità, lo abbiamo sempre detto, sull’utero in
affitto che è vietato in questo Paese e resta vietato nonostante
l’approvazione delle unioni civili. Non facciamo confusione». Franca
Fossati, firma storica del giornalismo femminista italiano, ieri ha
affidato a questo post sulla sua pagina su Facebook il proprio
tormentato stato d’animo: «Probabilmente è già successo nel senso
comune: la gravidanza, questo meraviglioso e misterioso processo per cui
l’uno, anzi l’una, diventa due, questa relazione corporea e psichica
attraverso la quale un grumo di cellule diventa un individuo unico e
irripetibile, non vale niente. La differenza sessuale tra uomini e donne
non vale niente. Non so che mondo ne deriverà. Non so se l’umanità ne
avrà un guadagno, o se perderà se stessa. Ma sento parlare uomini e
donne di tutto questo come se il problema non esistesse, e mi fa paura».
L’appello
I
toni non sono lontani da quelli usati nel recente appello di «Se Non
Ora Quando Libere», firmato — tra i tanti — anche da Dacia Maraini,
Sonia Bergamasco, Francesca Neri: «Noi rifiutiamo di considerare la
“maternità surrogata” un atto di libertà o di amore. Non possiamo
accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di
presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a
disposizione». La falsariga è quella di un altro famoso appello lanciato
all’inizio di febbraio in Francia dall’universo femminista, legato alla
sottoscrizione internazionale contro la maternità surrogata così come
appare sul sito abolition-gpa.org. Tematica politicamente trasversale,
visto che non è dissimile da ciò che scrive l’eurodeputata Licia
Ronzulli di Forza Italia: «No all’utero in affitto. No alla
compravendita dei bambini. No allo sfruttamento delle madri in affitto».
Armeni: contro lo sfruttamento delle donne
Ritanna Armeni, già firma storica de Il manifesto ed ex caporedattore di Noi donne si ritrova sulla linea degli appelli. Così scrive, anche lei su Facebook: «Per onestà e per chiarezza. Sono contro l’utero in affitto e la maternità surrogata. Ma sono indignata e anche schifata dalla campagna contro Nichi Vendola e il suo compagno Ed. Sono addolorata per l’accoglienza che si fa a Tobia, un bambino che oggi si deve solo a amare». Poi, a voce, spiega il senso della sua scelta: «C’è di mezzo lo sfruttamento del corpo femminile. Non c’è differenza tra lo sfruttamento di una giovane donna nigeriana o di una madre americana che lo fa per pagare l’università ai figli perché comunque, in qualche modo, rimettiamo in discussione alcuni capisaldi della nostra condizione di esseri umani». E ancora: «Mi piacerebbe discutere con serenità su un punto. Noi non sappiamo ancora con certezza quali saranno le conseguenze su questi figli. Quando chiederanno notizie sulle loro origini, scopriranno di essere nati da una transazione economica. Come reagiranno? C’è chi dice che le conseguenze saranno tutte positive, altri giurano che saranno tutte negative. Ma sono posizioni per ora solo ideologiche».https://palomarblog.wordpress.com/2016/03/01/concita-de-gregorio-su-vendola/
lunedì 29 febbraio 2016
Il carisma, quando c'è
Carlo
Ginzburg
Cesare
Garboli e il suo antagonista segreto
sta
in Cesare Garboli, Tartufo, Adelphi, Milano 2014
Nel
settembre 1980 si tenne a Firenze un convegno su Roberto Longhi,
morto dieci anni prima. La seduta del giorno 27 cominciò con una
relazione di Gianfranco Contini, che parlò delle varianti del libro
di Longhi su Caravaggio. Finiti gli applausi il presidente o
presidentessa (non ricordo chi fosse) diede la parola a Cesare
Garboli. Garboli rimase immobile, con gli occhi fissi nel vuoto.
L'invito venne ripetuto. Passò forse un minuto, interminabile. A
questo punto Garboli si riscosse e parlò con voce bassissima: "Ero
tutto preso dalla stupenda relazione di Contini". Nella sala era
calato un gran silenzio. Pensai: Cesare sta recitando. Accanto
a me Enrico Castelnuovo guardava Garboli, che non aveva mai visto
prima, letteralmente a bocca aperta. (Qualche tempo dopo Castelnuovo
mi raccontò di aver provato a cominciare una conferenza rifacendo la
gag di Cesare, ma tutto gli era andato storto: il pubblico aveva
cominciato a dire "voce, voce", ecc.).
https://rassegnastampapagineculturali.wordpress.com/2014/03/09/matteo-marchesini-lastrologo-delle-parole-che-leggeva-i-destini-nella-poesia-cesare-garboli/
https://rassegnastampapagineculturali.wordpress.com/2014/03/09/matteo-marchesini-lastrologo-delle-parole-che-leggeva-i-destini-nella-poesia-cesare-garboli/
carisma s. m. [dal lat. eccles. charisma, gr. χάρισμα, der. di χάρις «grazia»] (pl. –i, ant. carìsmati). – 1.
Nel linguaggio religioso, la grazia come dono elargito da Dio. In
partic., nel linguaggio teologico cristiano il termine indica o la
semplice grazia santificante infusa a tutti i credenti col battesimo
(talora usato anche come sinon. di sacramento
in genere) o, in senso stretto, un dono soprannaturale straordinario
concesso a una persona a vantaggio della comunità (per es., il dono
dell’infallibilità, la virtù profetica, la possibilità di operare
guarigioni miracolose): possedere, esercitare un carisma. 2.
Nelle scienze sociali, il termine, introdotto nel 1922 da M. Weber, e
poi largamente diffusosi, indica il complesso delle facoltà e dei poteri
straordinarî che una persona possiede e che le vengono riconosciuti
all’interno di un gruppo religioso, culturale o economico, o nella
società, consentendole l’assunzione di un ruolo direttivo. 3.
estens. Capacità di esercitare, grazie a doti intellettuali o fascino
personale, un forte ascendente sugli altri e di assumere la funzione di
guida, di capo: il c. di un uomo politico; un attore dotato di grande c.; avere, non avere carisma.
domenica 28 febbraio 2016
Scalfari si schiera con Renzi
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| altri tempi |
Eugenio Scalfari
Se Renzi impugna la bandiera europea di Spinelli
Il premier prenda ora l'iniziativa di un'intesa dei Paesi che condividono l'obiettivo e consolidi l'identità di vedute con Mario Draghi
la Repubblica, 28 febbraio 2016
IL DIBATTITO tuttora vivacemente in corso dopo l'approvazione in Senato della legge Cirinnà sulle unioni civili, era prevedibile: in Parlamento sono presenti numerose posizioni politiche e non più, come accadeva nel Novecento repubblicano, un centro democristiano con una spolverata di piccoli partitini laici, una destra fascistoide molto minoritaria e una sinistra comunista. Ora le posizioni sono molte, la politica è estremamente frazionata non solo in Italia ma in tutta Europa, come ha analizzato con meticolosa completezza Ezio Mauro su queste pagine venerdì scorso.
Non so fino a che punto questo dibattito interessi l'opinione pubblica italiana. Direi che interessa poco, eravamo in vergognoso ritardo rispetto a tutti gli altri Paesi d'Europa e d'America e il risultato ottenuto dal Pd di Renzi rimette finalmente a posto una situazione ormai insostenibile riconoscendole diritti finora ingiustamente ignorati. Renzi ha scelto, dopo qualche tentennamento, la via giusta per vincere con una larga maggioranza di voti: lo stralcio delle adozioni per far passare finalmente la legalizzazione delle coppie di fatto e unioni civili etero e omosessuali. Non poteva far meglio.
La discussione sulla fedeltà è ridicola. È evidente che non toglie assolutamente nulla alle coppie di fatto: la fedeltà c'è o non c'è e non esiste norma di legge che tenga se viene interrotta. Spesso l'interruzione è ignorata dall'altro coniuge o convivente che la subisce e il rapporto di coppia continua inalterato. Oppure è nota e il rapporto s'interrompe. Le coppie di fatto non possono ricorrere al divorzio ma questo è un regalo, si limitano ad informare l'autorità amministrativa che il loro rapporto ha cessato di esistere con le conseguenze amministrative che la cessazione comporta.
L'altro tema di discussione - che impegna soprattutto la sinistra del Pd - è il contributo di Verdini e del suo gruppo alla vittoria renziana. Ma anche questa critica mi sembra priva di fondamento. Se la sinistra ha accettato che Alfano facesse parte della maggioranza di governo, non si vede perché non possa accettare Verdini che è perfino più ragionevole di Alfano. Una nuova destra non populista e non berlusconiana è un tentativo ancora in una fase iniziale che sarebbe da incoraggiare, così come la Dc di Aldo Moro si alleò con i socialisti di Pietro Nenni e poi alcuni anni dopo addirittura con il Pci di Berlinguer, non solo per affrontare in forze tempi assai oscuri (quelli attuali non sono oscuri ma neri come l'inchiostro) ma anche per aiutare la nascita d'una destra moderna alla quale in un futuro auspicabilmente prossimo si fosse contrapposta una sinistra riformatrice. La separazione di Alfano da Forza Italia fu incoraggiata da Monti e da Enrico Letta, la cui tempra democratica di sinistra non è mai stata in discussione.
Dunque il preteso scandalo Verdini, a mio avviso, è inesistente e la discussione è oziosa. Il problema semmai è un altro: è di sinistra il Pd guidato da Renzi? E che cos'è la sinistra del ventunesimo secolo? Nell'Europa e nell'Italia di oggi? Questo dunque dovrebbe essere il tema da discutere. In questo chiassoso e confuso dibattito il termine più ricorrente è stato "famiglia", soprattutto da chi, dichiarandosi cattolico, avversava ogni riforma che in qualche modo intaccasse la solidità e l'unicità di quella tradizionale istituzione. È certamente vero che tutti noi usiamo il termine famiglia per designare la coppia di uomo e donna che ha celebrato il matrimonio e i figli che ne sono nati, ma quella parola non è appropriata né storicamente né religiosamente.
Storicamente il termine famiglia ha sempre designato non una ma molte più numerose comunità. Nella Roma classica la famiglia si identificava col nome del capo e comprendeva non soltanto i parenti anche lontani ma i "clientes", le persone che stabilmente lavoravano, i beni materiali che ne componevano il patrimonio, i servitori e gli schiavi. Quella famiglia aveva anche il nome, la gens Claudia o Giulia o Flavia o Marcia; insomma un'infinità di famiglie che costituivano la casta senatrice degli Ottimati. Ma ci sono anche le famiglie mafiose, anche quelle sono una casta che prende il nome del boss. Religione: Gesù odiava la famiglia e lo diceva pubblicamente fin dall'inizio della sua predicazione come raccontano almeno due dei vangeli sinottici. Infine anche un'unione di fatto, etero o omosessuale, può usare il termine di famiglia, lessicalmente è corretto, è una comunità di due persone ed i loro eventuali figli, naturali o adottivi.
Oltre ad avere ben meritato con la legislazione delle coppie di fatto e delle unioni civili, Renzi ha modificato in modo sorprendente la sua visione del futuro dell'Europa. Non posso nascondere che questo cambiamento mi fa molto piacere ed è venuto in modo assai repentino. Ancora l'11 febbraio scorso, in una lettera a me diretta e pubblicata su Repubblica, rispondendo alla proposta da me più volte sostenuta sulla necessità di istituire un ministro del Tesoro unico che gestisse le finanze dell'Eurozona, con un bilancio autonomo, un debito sovrano, il potere di emettere eurobond per finanziare investimenti pubblici e incentivare quelli privati, la lettera di Renzi dice: "La risposta ad una politica di rigore che fa soltanto danni, non è un superministro delle Finanze, ma la direzione della politica economica". Sono passati pochi giorni e Renzi ha presentato alle autorità europee un documento di nove pagine diviso in tre punti e una conclusione.
Il primo punto è intitolato: "A Fragile Recovery: Challenges and Opportunities " (è redatto in inglese). Il secondo punto è intitolato: "A Comprehensive Policy Mix". Dove si descrive un complesso di misure che realizzino una politica espansiva al posto di quella di austerità e rigore fin qui imposta dalla Commissione (e dalla Germania). Bisogna aumentare le capacità di crescita, sostenere la politica monetaria della Bce, varare una politica fiscale europea che tenda a riequilibrare le politiche nazionali aiutando la loro flessibilità in modo da ristabilire tra loro un equilibrio attualmente molto alterato. Completare l'Unione Bancaria ed estendere le garanzie in favore dei depositi bancari dei singoli Paesi. Fare intervenire l'Europa anche nelle politiche sociali e sindacali dei singoli Paesi, sempre al fine di rafforzare l'integrazione europea ed una politica di crescita e di equità. Rafforzare i confini europei verso il resto del mondo e smantellare al più presto possibile i confini interni ripristinati in molti Paesi violando il patto di Schengen. Dunque una politica comune dell'immigrazione più volte chiesta dall'Italia ma finora inesistente.
Infine il punto tre del documento che rappresenta, con un titolo altamente significativo, lo sbocco istituzionale della politica europeista delineata nelle pagine precedenti: "From the Short-term to the Long-term View" e così prosegue: "Una più forte comune politica monetaria ha bisogno di istituzioni comuni. Abbiamo bisogno d'una comune casa europea adottando un sistema comune. Queste funzioni debbono essere gestite da un ministro delle Finanze dell'Eurozona che persegua una comune politica fiscale. A questo scopo abbiamo bisogno d'un bilancio dell'Eurozona dotato delle risorse necessarie. Naturalmente questo ministro deve essere politicamente dotato di poteri per svolgere questo ruolo. Un ministro del genere deve far parte della Commissione europea e deve avere forti legami con il Parlamento di Bruxelles". Debbo dire: mi sono stropicciato gli occhi a leggere queste nove pagine del documento, la loro conclusione e il titolo che è tutto un programma. Bisogna passare da una politica a breve termine ad una visione a lungo termine: una frase nella quale c'è qualcosa che somiglia molto agli Stati Uniti d'Europa.
Sembrava che Renzi fosse andato inutilmente a Ventotene e invece il messaggio contenuto nel Manifesto firmato da Spinelli, Rossi e Colorni è stato, almeno così sembra, fatto proprio da Renzi che non si limita a invocare una politica di crescita e flessibilità economica, ma sceglie anche una bandiera che guidi l'opinione pubblica europeista e i governi che decidano di rappresentarla verso un radicale mutamento delle istituzioni: la visione di lungo termine, che però non può essere attesa senza darle subito un avvio. Bisognerà accendere una serie di motori e quello iniziale che dia inizio al percorso. Così accadde negli anni del dopoguerra con Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schuman. Allora nacque la Comunità del carbone e dell'acciaio e furono firmati nel 1957 i Trattati di Roma. Assumere come guida politica quella bandiera dà all'Italia uno status politico completamente diverso da quello avuto finora. Non più un monello che chiede concessioni alla spicciolata, un miliardo per un progetto, un altro miliardo per un'iniziativa, alternando sorrisi e insulti alla maniera d'un questuante, ma rivendicando il progetto che fu fatto proprio dai fondatori dell'Europa ma che aspetta ancora d'essere attuato.
Se Renzi ha scelto sul serio questa strada, che non sarà certo di rapida attuazione, il suo compito è di prendere l'iniziativa di un'intesa dei Paesi che condividono l'obiettivo, consolidare l'identità di vedute con Mario Draghi affinché il motore politico si sposi a quello economico e monetario e ponga alla Germania il dilemma che quel Paese leader non può eludere. Aggiungo ancora che questo è anche il vero modo di rappresentare la sinistra. La domanda che prima ci siamo posti sulla vera natura della sinistra del ventunesimo secolo ha qui la sua risposta: la sinistra ha il compito di porsi l'obiettivo di costruire l'Europa federata che riformisti e moderati debbono far nascere insieme, come richiede una società globale governata da Stati di dimensioni continentali.
La sinistra italiana ed europea deve porsi alla testa di questo ideale e farne una concreta realtà dove le diseguaglianze siano rimosse e la produttività economica sia tutt'una con l'equità sociale, la comunione dei valori, il riconoscimento dei diritti e dei connessi doveri, la separazione dei poteri che gioia e la bandiera stellata europea, come ha proposto Laura Boldrini, divengano i simboli della Nazione Europa. Da questo punto di vista ben venga il Partito democratico se lotterà affinché la Nazione Europa diventi una realtà.
http://formiche.net/2016/01/17/scalfari-strapazza-lettianamente-renzi-sulleuropa/
giovedì 25 febbraio 2016
Quer pasticciaccio brutto
Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana / Carlo Emilio Gadda
Incipit:
Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po' tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d'Italia, aveva un'aria un po' assonnata, un'andatura greve e dinoccolata, un fare un po' tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d'olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo detto "latino", benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne ...
Un
romanzo che richiede una seconda lettura per superare alcuni ostacoli,
ma la fatica è ben ripagata. Ci sono dei passi entusiasmanti e delle
acrobazie linguistiche che fanno scattare l'applauso, almeno il mio.
Perché
leggerlo? Perché è un classico della letteratura italiana ed i classici
bisogna leggerli: sono libri più densi degli altri, arricchiti da anni e
anni di letture e di interpretazioni, di analisi critiche. Il tempo è
poco per cui bisogna scegliere ciò che vale di più e cogliere i fiori
più profumati.
La
storia e coinvolgente ed i personaggi sono vivi. La lettura mi ha messo
davanti una Roma poco trafficata, non rumorosa, un po' polverosa, con
tanta campagna intorno ancora vergine. Una Roma plebea, popolare e
impiegatizia. Ma anche piena di colori nei mercati e nella folla. Quando
un libro ti porta a vivere in un mondo diverso, insieme con i suoi
personaggi, ha raggiunto un grande risultato.
E
poi c'è il linguaggio, spesso difficile, talvolta incomprensibile, ma
che rappresenta pur tuttavia una sfida da superare per entrare in una
dimensione nuova. Ci sono descrizioni e brani che suscitano sorpresa,
meraviglia, stupore anche per la grande capacità di Gadda di presentarci
con ironia situazioni e personaggi. Questo romanzo è una festa di
fuochi artificiali.
I personaggi:

Gli inquilini di Via Merulana 219
- Liliana Valdarena Balducci, la vittima, moglie di
- Remo Balducci
- la signora Menecacci (Menegazzi), vittima del furto dei gioielli
- Commendator Angeloni, funzionario coinvolto nelle indagini sul furto alla Menegazzi
- Lulù, la cagnina pechinese che sparisce dopo il delitto
- Manuela Petacchioni, la pettoruta portiera di Via Merulana
Le forze dell'ordine
- Francesco Ingravallo, detto Don Ciccio
- il dottor Fumi, capo napoletano di Don Ciccio
- Gaudenzio Deviti, detto "er Biondone", agente in borghese
- Pompeo Porchettini, detto "lo Sgranfia", agente in borghese
Carabinieri di Marino
- Fabrizio Santarella, maresciallo
- Pestalozzi, brigadiere
- Cucullo, carabiniere
Nipoti e domestiche dei Balducci
- Gina, una delle innumerevoli "nipoti" di Liliana, come
- Assunta (Tina) Crocchiapani e come
- Virginia Troddu e come
- Ines Cionini, arrestata peri prostituzione
I sospetti
- Giuliano Valdarena, il bel cugino di Liliana, sospettato dell'assassinio
- Enea Metalli, detto Iginio, l'autore delle rapina alla Menegazzi
- Diomede Lanciani, ex fidanzato di Ines Cionini
- Ascanio Lanciani, fratello di Diomede, ha fatto il palo durante il furto
- Camilla Mattonari, nasconde nel pitale la refurtiva di Enea Metalli, cugina di
- Lavinia Mattonari
- Ines Cionini
Altri personaggi
- Don Lorenzo Corpi, il confessore di Liliana
- Zamira Pacori, gestisce la bettola lavanderia ai Due Santi,
Per l'elenco completo, vedi: http://www.carloemiliogadda.net/pasticciacciopersonaggi.htm
La
filosofia di Ingravallo
Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo"
Il
romanzo in sé è proprio uno "gnommero", un gomitolo nel quale si
avvolgono, spesso in modo confuso, le storie e le azioni dei tanti
personaggi. Non a caso, nel passo sopra riportato sembra che ci sia una
opposizione tra "le causali" (nel senso di una ricerca razionale,
causa-effetto) e il concetto di gomitolo, cioè un'idea di confuso
groviglio, inestricabile e irrisolvibile, come sarà in fondo l'inchiesta
di Ingravallo e, più in generale, come appare la vita e la realtà.
Interessante la nota critica di Pasolini (1958, da Passione e ideologia)
La
drammaticità ... consiste nell'urto violentissimo tra una realtà
oggettiva (non si può immaginare nulla di più oggettivo di un
romanzo poliziesco d'ambiente, com'è questo nello schema) e 'una
realtà soggettiva (il narratore) incompatibili ideologicamente e
stilisticamente tra loro.
Tale
urto dell'io contro il mondo avviene intanto, concretamente, contro
mille dati particolari: dall'esame stilistico della componente
dialettale ci risulta infatti come l'Italia, e nella fattispecie
Roma, si presentino a Gadda come una Babele, un coacervo di tre
strati linguistici, che rappresentano tre culture a diversi livelli:
il linguaggio letterario (cultura europea della poesia
d'avanguardia), la koinè (cultura della -piccola borghesia prima
fascista, poi democristiana), dialetto (cultura delle classi operaie,
che qui sono meridionali, e quindi di tipo sottoproletario).
Ma
a parte questi urti, diciamo, particolari, c'è un urto totale,
assoluto, che risulta, come abbiamo visto, dalla incapacità tecnica
di Gadda a fare (se non per «allusione») un racconto diretto,
logico e storico. Quindi: in Gadda sussiste la certezza di una realtà
oggettiva che può essere mimetizzata e rappresentata (secondo
formula, per intenderci, verghiana): ma è una certezza sopravvivente
dalla cultura positivistica e laica al cui lembo estremo Gadda (ch'è
ingegnere) si è formato: a questa certezza si sovrappone una
effettiva incertezza, il senso lirico della vanità e del nulla, di
tipo religioso e stoico che appartiene alla cultura in cui Gadda per
coazione e per reazione è vissuto e ha operato... Gadda dunque ci si
presenta nel Pasticciaccio come esagitato e schiacciato tra due
errori: il sopravvivente positivismo naturalistico di un liberale
prefascista di destra, ed il coatto lirismo deformante di un
antifascista limato e disgregato dall'impari lotta con lo stato.
http://renatofianco.blogspot.it/2009/12/quer-pasticciaccio-brutto-de-via.html
mercoledì 24 febbraio 2016
Ida Magli e il femminismo
Alessandra Pigliaru
L’antropologa scomoda
Ritratti. È morta a 91 anni Ida Magli. Scrisse testi fondamentali sul matriarcato, la sessualità, l'iconografia della Madonna e la storia laica delle donne religiose. Negli ultimi anni, aveva radicalizzato il suo pensiero, abbracciando posizioni reazionarie
il manifesto, 23 febbraio 2016
... In realtà, la storia tra Ida Magli e il femminismo è stata piuttosto intermittente, e questo nonostante abbia avuto da sempre il chiaro desiderio di seguirne il passo a giudicare dai passaggi che le sono stati cari.
Basti pensare a volumi come Matriarcato e potere delle donne (1978), in cui compaiono alcuni passi sulle società matriarcali e una inedita traduzione del poderoso testo Das Mutterrecht di Bachofen. Solo due anni prima, aveva fondato la storica rivista dwf.
È del 1982 La femmina dell’uomo e poi c’è lo studio in cui si concentra su Santa Teresa di Lisieux. Una romantica ragazza dell’Ottocento (1994), quello su La Madonna (1987), fino a un’interessante edizione aggiornata, dieci anni dopo, La Madonna, dalla Donna alla Statua; cruciale è stato La sessualità maschile (1989) e il suo studio sulla Storia laica delle donne religiose (1995).
Insieme ai testi forse più conosciuti vi è stato l’impegno costante verso l’antropologia che ha percorso sempre con disinvoltura e originalità di posizioni. È suo il più generale manuale di Introduzione all’antropologia culturale (1983) così come si deve a lei la fondazione e direzione (dal 1989 al 1992) della rivista Antropologia culturale.
Il nodo sessualità-religione è stato per Magli uno dei più frequentati, là dove entrambi i punti sono stati sempre interpretati con una certa ritrosia anche nella discussione politica pubblica.
Ida Magli in realtà, come ricorda Lea Melandri, che abbiamo raggiunto per telefono, è stata precorritrice lucidissima di alcuni snodi fondamentali: «Certo, non si può leggere solo parzialmente, bisogna guardarla nel suo intero e in quanto è stata capace di offrirci alla lettura. È rimasta sempre abbastanza in disparte, ma il femminismo l’ha intersecato; forse non è stata così riconosciuta come avrebbe meritato, e molto ci possono raccontare ancora i suoi libri; vi sono per esempio frammenti folgoranti, coraggiosi che mettono in chiaro alcuni aspetti forti: sessualità, immaginario e fantasie maschili sui corpi delle donne e il grande nodo religioso». Melandri prosegue citando alcuni passaggi cruciali, per esempio quelli che attengono il corpo delle donne, la sessualità e il potere che disciplina i corpi fino a diventare violenza.
Su quest’ultimo punto, infatti, anche la stessa attenzione di Melandri si è soffermata. «Ho letto e riletto alcuni suoi frammenti perché penso ci siano preziosi. Non sono stati mai scontati e andrebbero ascoltati. Ma penso anche alla lezione sulla storia laica delle religiose, un lavoro straordinario che andrebbe accolto con maggiore generosità».
domenica 21 febbraio 2016
Apocalittici e integrati
Marco Belpoliti
Fortuna e storia di un titolo
Doppiozero, 2 luglio 2014
Quando alla fine del 1963 Umberto Eco porta a Valentino Bompiani, suo editore, il dattiloscritto di quello poi che sarà Apocalittici e integrati, non sa ancora di aver coniato uno dei titoli più fortunati del secondo dopoguerra, una vera e propria formula, che dominerà in tutte le discussioni a seguire sui mass media: fumetti, televisione, computer, web. Un’endiadi che funziona ancora oggi per descrivere il campo dei pessimisti e degli ottimisti, dei critici e degli entusiasti.
In verità, quel titolo non è proprio opera del giovane studioso di estetica; se ne stava annidato in una piccola sezione finale. Eco vuole intitolare il libro Psicologia e pedagogia delle comunicazioni di massa. Bompiani, che di editoria se ne intende, lo guarda e gli dice: “Ma lei è matto”. Eco prova a correggere: “Diciamo allora, Il problema della cultura di massa”. Bompiani sfoglia il dattiloscritto e trova quel titoletto finale. “Eccolo!”. Eco replica. “Ma non c’entra nulla con il resto del libro”. “C’entra, c’entra”, risponde l’editore. Così l’autore è costretto a scrivere un’ampia introduzione per giustificare il titolo.
Sono passati cinquant’anni e questo è ancora uno dei libri più famosi del semiologo, ma forse uno dei meno amati da lui. Nel corso degli anni si è ben guardato dal rimetterci mano, come ha invece fatto con Opera aperta e altre opere successive. Il successo fu immediato, anche grazie alle recensioni critiche. Pietro Citati, nel suo pezzo su “il Giorno”, apparso nell’ottobre del 1964 e titolato “La Pavone e Superman a braccetto con Kant”, si mostra molto preoccupato. Eugenio Montale non si lascia sfuggire l’occasione per un pezzo su “il Corriere della sera”, articolo semi-apocalittico e di stampo pessimistico.
L’accoglienza della stampa comunista è invece un po’ più favorevole, anche se con qualche punta critica, quella di Vittorio Spinazzola su “Vie nuove”, settimanale del PCI. Se ne occupa persino il “Times Literary Supplement” con un articolo abbinato a un fumetto ricopiato da Lichtenstein: un cane che fa “Sniff sniff sniff”. Forse ancora più che con Opera aperta, il libro della nascente neoavanguardia, apparso poco prima, è con Apocalittici e integrati che Eco diventa un intellettuale di rilievo nella cultura italiana, e non solo lì.
In Sudamerica è ancora oggi, ha detto di recente a un convegno dedicato al libro, una delle sue opere più note e citate. Ma di cosa parla questo libro? Del Kitsch, per esempio, prima che esca la celebre antologia di Gillo Dorfles del 1968. Dei fumetti, con una serrata analisi di Steve Canyon, Superman, e Charlie Brown, con un saggio davvero innovativo, ben presto tradotto in inglese. Poi di canzonette, della produzione meccanica della musica e della televisione (è uno dei primi studi, dieci anni dopo la nascita di questo mezzo). Il bersaglio polemico del libro è un intellettuale allora di moda, pubblicato dal medesimo editore, Elémire Zolla, campione degli apocalittici.
Come Eco è arrivato a occuparsi di questi temi ritenuti di cultura “bassa”? Grazie alla sua passione per i fumetti, per la letteratura popolare, in genere, per il rapporto tra parola e immagine, come ha rivelato molti anni dopo nelle pagine del romanzo semiautobiografico La misteriosa fiamma della regina Loana. Nel 1961-62 il giovane studioso era stato invitato a un convegno su “Demitizzazione e immagine” da Enrico Castelli, intellettuale e studioso oggi dimenticato. Vi devono partecipare Kerényi, Ricoeur e vari teologi. Eco pensa di parlare del mito nei fumetti.
Ha un armadio con decine e decine di copie di albi con le storie a colori di Superman. Sono un mito del nostro tempo, pensa. Così si porta dietro gli album e va a Roma. Posa la pila dei fumetti sul tavolo dei relatori e comincia a parlare. L’effetto è un interesse immediato, tanto che dal ripiano, racconta, spariscono alcuni album. Nel 1977, ricapitolando la storia della nascita del libro in una riedizione tascabile del volume, Eco spiega come sono nati i vari saggi del libro, e anche altri che non sono stati non inclusi, e come la vera ragione della pubblicazione fosse un concorso universitario per una cattedra di “Pedagogia e psicologia delle comunicazioni di massa”, che poi non vince.
La domanda che i lettori si fanno a partire dal momento della pubblicazione è: Eco è un apocalittico o integrato? Walter Pedullà su “l’Avanti” risponde che è un terzaforzista tra apocalittici e integrati: “un realista che accetta il dialogo e fa concessioni per non perdere tutto. E il suo libro è una sorta di splendido memoriale di Yalta sulla cultura di massa”. Forse in questo dilemma, rovesciato sulla cultura italiana, ma anche di riflesso su se stesso, sta la ragione del successo dell’opera. A distanza di tempo l’autore si chiederà perché non fu capito: perché ambiguo, problematico o dialettico? Forse i suoi critici e lettori avevano bisogno allora di una risposta a tutto tondo, bianca o nera, un sì oppure un no, giusto o sbagliato: “come se fossero stati inquinati dalla cultura di massa”.
L’osservazione di Eco è interessante, perché questa è ancora la situazione attuale che vige nella società italiana di fronte ai prodotti della cultura di massa: respingerli o assumerli? Web come peste, e prima la televisione, oppure indispensabile strumento di comunicazione? Social network sì o no? La schiera degli apocalittici è ancora folta; un esempio recente è il Premio Nobel Vargas Llosa che scaglia contro la cultura di massa; e tra gli integrati Carlo Freccero, guru televisivo, con il suo Televisione (Bollati Boringhieri). Leggendo la prefazione estorta da Bompiani, si capisce come Eco usi gli apocalittici contro gli integrati e viceversa, come trovi ragioni negli uni come negli altri, ma senza essere un terzaforzista, come sosteneva Walter Pedullà cinquanta anni fa.
Né apocalittici né integrati, questo sembra l’atteggiamento buono anche per il presente, che Eco, a quel tempo gran appassionato di cultura di massa, mostra in azione attraverso le sue intelligenti analisi (l’uso del personaggio come tema innovativo). Gli esempi sono numerosi. Prendiamo il Kitsch, questione che ha occupato molti autori, tra cui Milan Kundera e Italo Calvino, diventando un tormentone per la cultura contemporanea. Eco mostrava nel 1964 come le avanguardie artistiche avessero utilizzato il Kitsch, così come il Kitsch aveva fatto con l’alta cultura (nella definizione, anno 1939, del critico americano Greenberg, il Kitsch è ciò che usa gli effetti dell’arte). Un atteggiamento che Eco ha poi rinnovato con la nozione di “guerriglia semiologica”, altra formula entrata nel circuito della discussione culturale nel decennio successivo.
Eco è senza dubbio uno straordinario creatore di temi e formule – e anche di feticci culturali – che gli permettono, tra l’altro, di non farsi mai trovare là dove ci si aspetti: scarta sempre di un po’. La polemica tra apocalittici e integrati continua anche ora con risultati alterni, dato che nessuno riesce a sopravanzare gli avversari. Nella prefazione del 1964 l’autore fa notare come esistono proprio quei “concetti feticcio”, come “industria culturale”, allora di gran moda grazie ad Edgar Morin, di cui lui stesso ha fatto, più o meno volontariamente, uso. Scrivendo che l’industria culturale nasce con Gutenberg, Eco spiazza il dibattito, e allarga la prospettiva temporale.
La vera lezione, quella che resta attuale, è lo studio concreto dei prodotti culturali e dei modi in cui vengono consumati – aspetto importante –, indispensabile per capire il mondo che ci circonda. Sapere prima che giudicare. Gli apocalittici non lo fanno quasi mai, ma neppure gli integrati, entusiasti senza perché, non pare si cimentino frequentemente. Dopo cinquant’anni, nonostante il suo naturale invecchiamento – ma si legge ancora con piacere –, il libro resta una lezione di metodo pratico. Per fortuna sua, e nostra, non si è intitolato Psicologia e pedagogia delle comunicazioni di massa, ma se questo fosse stato il titolo, c’è da chiedersi se avrebbe avuto il medesimo effetto sui lettori. Colpo di genio o sfacciata fortuna? La dea bendata, si sa, aiuta quasi sempre gli audaci.
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