Alessandro Bullo
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L’affaire Saint-Fiacre è il tredicesimo
romanzo della saga Maigret. Simenon lo scrisse, nel gennaio del 1932,
presso la villa Les Roches Grises di Antibes e fu pubblicato il mese
successivo da Fayard.
Trama
Maigret si trova a Saint-Fiacre di Matignon, la cittadina in cui è
nato, dopo aver letto una nota della Polizia municipale di Moulins. Alla
nota era allegata una lettera anonima, in cui si avvertiva che, durante
la prima messa del giorno di Ognissanti, nella chiesa del paese sarebbe
stato commesso un delitto.
Nella chiesa della sua infanzia, durante la funzione del mattino,
Maigret assiste alla morte dell’anziana contessa di Saint-Fiacre. Un
delitto impossibile!
“Com’era possibile parlare di delitto? Non si erano
uditi spari! Nessuno si era avvicinato alla contessa! Per tutta la messa
Maigret non le aveva praticamente tolto gli occhi di dosso! E non una
goccia di sangue, non una ferita visibile!”
Più tardi, il commissario visita il castello di Saint-Fiacre, dove
suo padre era intendente e si occupava di gestire le proprietà dei
conti. L’edificio è ipotecato, le sale sono prive degli arredi e dei
quadri antichi, venduti per far fronte ai debiti. La contessa e suo
figlio, Maurice, hanno dilapidato quasi tutto il patrimonio.
Un Maigret, particolarmente malinconico e nostalgico, faticherà a
trovare la soluzione del misterioso e macchinoso delitto, fino a che,
durante una cena al castello, l’inchiesta si concluderà con la scoperta
dell’insospettabile colpevole.
Perché leggere Il caso Saint-Fiacre?
Il caso Saint-Fiacre è uno dei più fiacchi Maigret del primo
periodo. Improbabile è il modo in cui Maigret viene a conoscenza del
delitto imminente (la lettera anonima spedita alla polizia non ha alcun
senso) così come lo è il delitto stesso, e altrettanto incredibile è il
modo in cui viene scoperto l’assassino, alla fine del romanzo. Il
problema è che Simenon non sa decidersi tra il giallo classico e quello
psicologico e ne esce un ibrido inverosimile e privo di tensione.
La scelta della chiesa per il delitto, all’inizio, e della sala del
castello per la rivelazione dell’omicida, alla fine, dicono molto sulle
intenzioni dello scrittore belga. Simenon, per
Il caso Saint-Fiacre,
recupera, infatti, la tradizione del delitto impossibile del giallo
classico, con una cerchia ristretta di persone all’interno di uno spazio
chiuso; lo stesso vale per il motivo della scena finale, ricorrente nei
romanzi ad enigma di Nero Wolfe, Ellery Queen e Agatha Christie:
Dai romanzi inglesi, e specialmente da quelli di
Agatha Christie, Simenon sembra aver preso anche il topos di una seduta
finale che riunisce tutti i personaggi del romanzo, cioè tutti i
sospetti del crimine, per identificare fra di loro il colpevole… (Ulrich Schulz-Buschhaus, Georges Simenon motivi di un successo letterario, in “Il giallo degli anni trenta”, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 51)
La scena dei capitoli 9 e 10, ambientata in una sala in penombra
rischiarata solo dalle candele, è invece un omaggio alla tradizione del
romanzo gotico e di quello storico di Walter Scott (il 9 capitolo è
intitolato
All’insegna di Walter Scott). Simenon, infatti, in
molti dei primi Maigret (1931-1934), si muove ecletticamente dal giallo
tradizionale al romanzo popolare e storico. Per quanto riguarda
l’ambientazione di molte scene nel castello dei Saint-Fiacre è
interessante notare che:
Verso la fine del XVIII secolo in Inghilterra si
forma e si stabilizza nel cosiddetto romanzo «gotico» o «nero» un nuovo
territorio di compimento degli eventi romanzeschi: il castello (per la
prima volta, in questo senso, nel Castello di Otranto [The Castle of
Otranto] di Horace Walpole, poi nei romanzi di Radcliffe, Lewis, ecc.)
…. Le tracce del tempo vi hanno, è vero, un certo carattere di museo e
di antiquariato. Walter Scott seppe superare questo pericolo
dell’antiquariato orientandosi principalmente sulla leggenda del
castello, sul legame del castello col paesaggio storicamente inteso e
interpretato … (Cfr. Michail Bachtin, Estetica e romanzo, Biblioteca Einaudi)
Simenon, a parte la scena
“gotica” finale, utilizza invece
il castello per mostrare la decadenza della nobile famiglia dei
Saint-Fiacre, attraverso le realistiche immagini di stanze e pareti
prive del mobilio.
Per il resto,
Il caso Saint-Fiacre è un “noir” psicologico alla
francese, dove contano i dialoghi e le atmosfere. Simenon, infatti,
abbandona quasi subito l’idea iniziale del
“delitto impossibile”,anche
se, in questo modo, priva il lettore del piacere di scoprire come sia
stata uccisa la contessa, come invece avrebbero fatto Dickson Carr e
Agatha Christie. Lo nota e lo sottolinea anche Sergio Sacchi:
… mai (mi sembra) il romanzo di Simenon è veramente
concepito per tirarci, col fiato sospeso, dall’enigma alla sua
soluzione; anzi, alla soluzione il suo lettore tipico probabilmente non
vorrebbe arrivarci mai: non si tratta di una liberazione, ma solo della
fine…(Simenon, l’opera al grigio, in Il “Roman Noir”. Forme e significato antecedenti e posterità,
a cura di Barbara Wojciechowska Bianco, Atti del XVIII Convegno della
Società Universitaria per gli studi di Lingua e Letteratura francese,
Lecce, 16-19 maggio 1991, pp. 403-404)
Ancora una volta, comunque, sono proprio le atmosfere il punto di
forza di un romanzo che altrimenti avrebbe ben poco da offrire. Anche il
paese di Saint-Fiacre e la vita di provincia sono ben raffigurate dallo
scrittore belga. L’ambientazione è molto curata: si inizia subito con
la descrizione di una notte
“fonda … di primo inverno”, le
foglie morte, l’acqua ghiacciata, il vento di tramontana. L’atmosfera
gelida riflette la scoperta dell’omicidio della vecchia contessa e la
squallida decadenza morale dell’antica e nobile famiglia.
… gli ambienti vivono di una vita propria, e in
Simenon, anzi, le atmosfere sono la parte più viva del libro, quella che
non si dimentica più a lettura finita …(Giuseppe Petronio, Sulle tracce del giallo, Roma, 2000, p. 108)
La stessa forza non la troviamo nei personaggi del romanzo, figure
sbiadite che sembrano muoversi senza vita, oppure che compaiono in
qualche pagina per poi essere dimenticate, come capita a Marie
Vassiliev, l’amante del giovane conte di Saint-Fiacre. Anche i dialoghi
sono poveri di invenzioni e privi della tipica tensione psicologica, che
di solito gli conferisce l’arte di Simenon. Le uniche tre figure con
uno spessore psicologico sono lo stesso Maigret, il conte di
Saint-Fiacre e Marie Tatin, quella che, nei ricordi del commissario, è
la bambina con gli occhi storti.
Marie Tatin, la locandiera del paese, è un personaggio bellissimo e
“vero”, il primo incontrato da Maigret. Marie è una donna di chiesa,
tanto devota quanto bigotta, e Simenon è bravissimo nel descrivere il
suo turbamento, all’idea che Maigret faccia la strada con lei sino alla
chiesa.
Fare la strada in compagnia di un uomo! Un uomo che
veniva da Parigi, per di più! Marie si sentiva a disagio, e camminava a
passi rapidi e brevi, piegata in avanti nel freddo del mattino.
Maigret nostalgico e malinconico …
Simenon ci offre, in questo romanzo, un commissario molto umano e
nostalgico. Maigret si muove per il paese, mettendo a confronto i suoi
idilliaci ricordi infantili e la solida e ricca dinastia dei
Saint-Fiacre di un tempo con la triste e deludente immagine del
presente. La contessa dal portamento aristocratico e rispettata da
tutti, nel ricordo di Maigret, ora è fonte di chiacchere tra il volgo.
… non poteva sopportare che infangassero i suoi
ricordi d’infanzia! Soprattutto la contessa, che gli era sempre apparsa
nobile e bella come il personaggio di un libro illustrato… E la
ritrovava trasformata in una vecchia matta che manteneva dei gigolo!
Da sottolineare come, in questo romanzo, Maigret, da protagonista
dell’inchiesta si trasforma in spettatore. Gli avvenimenti si susseguono
causticamente senza che Maigret riesca in qualche modo ad arginarli, e
anche gli altri personaggi si sentono preda del disordine.
«Il disordine chiama il disordine …»,
afferma il parroco ad un certo punto dell’indagine, parlando con
Maigret. Alla fine, infatti, sarà Maurice, giovane figlio della contessa
defunta, a farsi giustizia, scoprendo il vero colpevole.
Conte di Saint-Fiacre
Maurice, figlio della contessa di Saint-Fiacre, è per sua stessa ammissione un
“buono a nulla”.
Il giovane conte è uno smidollato, amante della bella vita, delle
macchine sportive e delle donne, che ha sempre vissuto sulle spalle
della madre (si noti come la storia richiami quella del famoso
capolavoro
Papà Goriot di Honoré de Balzac, pubblicato nel
1834). La contessa, dopo che lui se ne è andato, si è circondata di
giovani furbi e meschini, intenzionati a rubarle tutto ciò che possiede,
anche la sua dignità.
Probabilmente tutto il Berry sparlava della vecchia
pazza che gettava al vento gli ultimi anni della sua vita con sedicenti
segretari! E delle terre che erano costretti a vendere l’una dopo
l’altra! E del figlio che faceva l’imbecille a Parigi!
Nei romanzi degli anni trenta, Simenon descrive spesso famiglie
altoborghesi che hanno perduto il potere sociale ed economico, e anche
in questo si ispira alla grande letteratura del passato.
… la struttura dei più tipici romanzi-Maigret segue
un peculiare schema narrativo che rimanda ad una tradizione proveniente
dal «roman réaliste» ottocentesco … uno schema cioè che insiste
continuamente sul contrasto fra l’apparenza ingannevole di una facciata e
la realtà che si nasconde dietro la facciata: una realtà composta di
passioni oscure e soppresse che, il più delle volte, conducono alla
decadenza, alla distruzione e alla scomparsa di una famiglia
altoborghese.
(Ulrich Schulz-Buschhaus,
Georges Simenon motivi di un successo letterario, in
“Il giallo degli anni trenta”, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 54)
In questo caso, però, Simenon propone una variante significativa. La
morte violenta della madre risveglia il conte di Saint-Fiacre, lo mette
di fronte alle sue responsabilità e gli offre un’inattesa possibilità di
redenzione. Maurice comprende che è stata colpa della sua fuga a
Parigi, se la madre ha cercato in giovani segretariquell’
affetto, che lui le aveva negato con la sua assenza. Si tratta di ciò che è stato definito da Simenon il
“passaggio della linea”:
un avvenimento costringe il protagonista a valicare una linea
immaginaria, con il passaggio da una condizione ad un’altra [...]. Si
può trattare di un incontro, di una malattia o della morte, e il futuro
ne risulta stravolto.
Il mutamento di Maurice ha ancora più valore, perché egli appartiene ad
una categoria, quella dei giovani ricchi, dissoluti e scapestrati, per
cui Maigret/Simenon ha sempre dimostrato ben poca simpatia. I motivi di
questa “variante” potrebbero essere due:
- Simenon vuole dimostrare che l’evento che cambia l’esistenza e che provoca “il passaggio della linea”,
può colpire ogni essere umano, qualsiasi classe egli appartenga. È
evidente, inoltre, per quanto riguarda la figura del giovane conte,
l’influenza delle letture adolescenziali di Simenon, soprattutto quelle
dei romanzi di Stendhal: “Certo è che gli eroi stendhaliani, nei
romanzi maggiori, si aggireranno vuoti e spenti, nelle varie circostanze
della vita, finché su di loro non giunga quella chiamata impetuosa, a
fuorviarli, a investirli di una carica energetica che li rende capaci di
compiere gli atti più sbilanciati e temerari …” (Renato Barilli, La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj, edizioni Bompiani)
- Il ricordo nostalgico del periodo (dal 1923 al 1924) in cui aveva
lavorato come segretario privato presso il castello del Marchese Raymond
de Tracy, a Moulins. Un periodo felice e tranquillo. Simenon affermò: “Ho
imparato molte cose in due anni, e il marchese, in fondo, mi era
simpatico, anche se ogni tanto gli suscitavo un sorrisetto alla
Talleyrand perché restavo pur sempre il ragazzetto provinciale di
Outremeuse e il mio spirito di ribellione non si era attenuato … Ci
siamo lasciati da buoni amici, lui e io, e l’ho poi rivisto parecchie
volte in contesti diversi…” (Georges Simenon, Memorie intime, Edizioni Adelphi 2009, pp. 32-33; per altre notizie su questo periodo e sulla figura del marchese, cfr. Pierre Assouline, Georges Simenon. Una biografia, Edizioni Odoya 2014, pp. 74-82).
Lo stesso Maigret, comunque, si sente a disagio di fronte a questo
“nuovo” Maurice, e per questo, a differenza degli altri romanzi, è solo
un mero spettatore dello spettacolo finale messo in scena dal conte:
Maigret si sentiva in presenza di una forza alla
quale era impossibile opporsi. Ci sono individui che, in un dato momento
della loro esistenza, vivono un’ora di pienezza, un’ora durante la
quale essi sono in qualche modo al di sopra del resto dell’umanità e di
se stessi … Maurice de Saint-Fiacre stava vivendo quell’ora di pienezza.
Avvertiva in sé una forza insospettata, e gli altri non potevano che
chinare il capo.