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martedì 23 giugno 2026

Riflessioni di Camilleri



pensieri dalle «pietre eterne»

Intervista (quasi) impossibile. Un frammento di un testo più ampio (liberamente accessibile) che propone un confronto, basato su suoi testi e dichiarazioni con il maestro di Porto Empedocle. E aiuta a chiarirsi le idee sulla sua profondità di pensiero, al di là dei romanzi

Giuseppe Marci

Il Sole 24ore, 20 giugno 2026

Lo lascerò parlare cercando di non intromettermi con troppi preamboli in questa intervista che sarebbe quasi impossibile, se non fosse per la gran mole di informazioni disseminate da Camilleri, come se prevedesse ogni nostra domanda. Il problema è che molte volte non lo abbiamo letto con attenzione, abbiamo finito col sovrapporci, perdendo la possibilità di comprendere. E lo chiamerò Professore, come reciprocamente abbiamo sempre fatto.

La sua lingua, Professore Camilleri, è un idioletto familiare?

Lei, Professore Marci, vuole affondare il coltello in una piaga che ancora duole, per l’incomprensione riguardante la parte essenziale del mio lavoro. Tutti hanno avuto in dono un idioletto familiare, il lessico di una famiglia e di una comunità, fatto di consuetudine, vicinanza e affetti: freschezza propria delle parole dette e ascoltate. La scrittura, però, è altra cosa e pensare di travasarvi le forme dell’oralità come facessimo un copia e incolla è atteggiamento ingenuo dal quale spero che lei rifugga, come dovrebbero rifuggire i suoi colleghi accademici.

Lei spesso mette in relazione gli esseri umani col mondo naturale, il mare, la terra, gli alberi: gliene fa percepire il respiro, udire i suoni che sono quasi una musica, concorrono a comporre l’armonia universale.

Molti miei personaggi hanno una visione del mondo e in base a quella agiscono. O, come minimo, ci provano: non è facile percepire l’armonia universale, ma rinunciare a ricercarla significa perdere la possibilità di trovare, insieme, un equilibrio interiore e una strada verso la conoscenza.

Prima di fare lo scrittore lei è stato regista.

Così pare, a guardare dall’esterno le differenti fasi professionali che ho interpretato.

Perché invece?

Ripensandoci a cose fatte, mi sembra di poter pensare alla mia vita come a un lungo apprendistato iniziato quando ero bambino con la scoperta dei libri, in poesia e in prosa, diversi per genere letterario: tutti capaci di accendere la fantasia, di generare l’innamoramento per la scrittura, il gusto delle parole cariche di valori semantici. Mi incantavo a osservare come ciascuno scrittore, ognuno a suo modo, riusciva a combinarle. Per passione ho studiato i dizionari; ero affascinato dalla ricchezza dei vocaboli, una serie che alle volte mi sembrava immensa e che immaginavo potesse dare una libertà altrettanto sconfinata a chi sapesse impiegare le parole per costruire racconti. Ho letto molto, e traccia di tali letture è rimasta nella mia mente.

Mario Ceroli ha realizzato un’opera intitolata «La tela di Penelope», che già dal titolo trasmette un’idea. L’artista, osservando da bambino, con occhi di meraviglia, il lavoro della nonna al telaio, lo percepiva senza fine, come se i gesti della tessitura si potessero moltiplicare all’infinito. Così è stato per me, e forse per gli altri telespettatori, ascoltandola mentre, in tv con Domenico Iannacone, descriveva sfumature di colori, anch’esse infinite. Come infinite mi sembrano, in certi momenti, le sue parole, nelle variazioni che mi fanno dannare mentre cerco di incasellarle nell’ordine di un dizionario della lingua vigatese: sapendo che cercare di incasellare ciò che è fluido e in continuo divenire e un’impresa al limite dell’assurdo.

Oh, ecco: finalmente si parla del vigatese. Me lo ha fatto sospirare per tutto il tempo dell’intervista, ma almeno è riuscito a dirlo passabilmente.

Professore Camilleri, cosa è l’eternità?

Professore Marci, mi consente di parlare con lei come Stesicoro faceva con me, quando gli feci un’intervista impossibile?

Lo considererei un privilegio.

Allora, figlio mio, ascoltami e cerca di capire, anche se il concetto alla maggior parte degli uomini appare difficile. Ostinarsi su un’opinione come fosse l’unica, può non condurre a un buon risultato. Vale nelle scelte della vita privata e in quelle delle attività pubbliche. Vale, quel che più conta, nell’orientamento dei pensieri e nei conseguenti modi d’agire. Ho impiegato una vita, più di novanta anni, per arrivare non a definire il concetto, ma a non rifiutarlo per consuetudine di ragionamento. Non sono riuscito a capire, ma a intuire: mi sembra! A questo sono giunto, come vi ho detto qualche tempo fa, una sera in Sicilia, conversando su Tiresia: “venendo qui […] su queste pietre eterne”. Stai attento: non ho detto sulle pietre che formano il teatro greco di Siracusa, non ho parlato del monumento, che certo è importante e dice della storia e della cultura dell’uomo. Io ho parlato di “pietre eterne”, come quelle che vivono pure nella terra dalla quale vieni, spero che tu ne abbia avvertito il respiro, la voce silenziosa che parla a chi riesce a udirla. Occorre un lento esercizio, per riuscire a percepirla, un esercizio del corpo e della mente che deve rendersi libera dagli schemi cui per praticità ci siamo abituati. Bisogna riuscire a pensare l’impossibile, a confidare in ciò che abbiamo sempre rimosso, temendolo. Ti auguro di percorrere la strada delle possibilità che non hai mai preso in considerazione. 

venerdì 10 aprile 2026

Gardoncini di mare e di terra

Silvia Francia
In edicola con La Stampa "Vento fresco, il noir marinaro del giornalista Gardoncini

La Stampa, 7 aprile 2026

Dal giornalismo alla narrativa giallo-noir. Battista Gardoncini torna in libreria con Vento fresco, un romanzo che segna una svolta rispetto ai suoi lavori precedenti, immergendo il lettore tra barche a vela, Mediterraneo e segreti familiari. Il volume, edito dal Capricorno per la collana Piemonte in noir, sarà da oggi in vendita anche nelle edicole, insieme con “La Stampa”, al costo di 10, 50 euro oltre al prezzo del giornale.

Una vita nel giornalismo, la sua, Battista, prima di approdare alla narrativa.

«Sì, ho iniziato negli anni ’80 come cronista di nera all’ “Unità”, poi sono passato in Rai, dove ho condotto giornali radio e telegiornali, poi sono stato responsabile di “Leonardo”, il tg scientifico. Ora sono in pensione e ho più tempo per scrivere».

Quando è nata la passione per la narrativa?

«Ho sempre letto molti gialli, soprattutto autori come Dashiell Hammett e Raymond Chandler, che considero maestri assoluti. A un certo punto ho pensato di raccontare il giornalismo di una volta attraverso un romanzo. Così sono nati i primi due libri, “Redattore ordinario” e “Servizio pubblico”».

In “Vento fresco”, cosa cambia rispetto ai primi libri?

«Cambia molto. I primi due erano legati al mio mondo, quello del giornalismo. Questo invece non è autobiografico. Vero che ruota intorno alla pratica della vela, una mia grande passione, ma il protagonista non ha nulla a che fare con me».

Lui si chiama Ivan.

«Sì, ed è uno skipper, un uomo forte, senza troppi scrupoli, con un passato complicato. È figlio di un malavitoso corso che lui non ha mai conosciuto e che muore in circostanze sospette. Da lì parte un’indagine che lo porta tra Torino, la Corsica e la Costa Azzurra, alla scoperta di segreti familiari e vicende oscure».

Quanto c’è di reale nel romanzo?

«Le navigazioni e i luoghi sono reali. Il resto è pura invenzione. Però la descrizione degli aspetti tecnici legati alla vela è accurata, tanto che ho inserito anche un glossario per aiutare i lettori meno esperti».

Definirebbe il libro un giallo o un noir?

«Sicuramente è più noir dei precedenti: ci sono elementi più duri, più violenti, personaggi meno definiti tra bene e male. Ci sono buoni che non sono del tutto buoni e cattivi che non sono del tutto cattivi».

C’è anche una componente d’azione più marcata?

«Sì, Ivan non è un giornalista che indaga parlando con le persone: è uno ben piantato che, se serve, usa le maniere forti. È un personaggio più fisico. Questo cambia il tono della narrazione».

Cosa rappresenta per lei oggi la scrittura?

«Prima di tutto divertimento. Non ho la pretesa di essere un grande letterato, ma cerco di scrivere bene e coinvolgere il lettore, tenedo alta la tensione»

domenica 28 dicembre 2025

Memorabile Agatha Christie

 


Giancarlo De Cataldo: Agatha Christie, una lady insopportabile. Anzi, irresistibile
La Repubblica Venerdì, 27 dicembre 2025

A chi cerca “Agatha Christie” (dicembre 2025) Google elenca trentasette milioni di pagine. A mezzo secolo dalla scomparsa, i romanzi di quella che Winston Churchill definì “la donna che, dopo Lucrezia Borgia, è stata più a contatto con il crimine” continuano a macinare copie su copie e a ispirare film, fiction, musical e opere teatrali. Ad onta del successo planetario, sull’opera della storica first lady del giallo hanno pesato, a lungo, i giudizi sprezzanti della critica letteraria più colta e accademica. A partire dall’autorevole Edmund Wilson.

Velenosissima penna di punta del New Yorker, nel 1944 Wilson pubblica un saggetto nel quale fa a pezzi il romanzo poliziesco. Lo giudica un genere a tutto concedere rassicurante, per un’umanità devastata dalla guerra. Lamenta la superficialità e la sciatteria della lingua impiegata da tanti autori. Il suo bersaglio prediletto è proprio Agatha Christie. Da un lato, ammette di essersi appassionato al suo C’era una volta, restando sorpreso per la rivelazione dell’identità dell’assassino, che gli era sfuggita. Dall’altro lato, accusa la scrittrice di ridurre i caratteri umani a mere maschere, funzioni narrative, al più finzione simile al gioco di prestigio di un abile illusionista. Ma questa illusionista, conclude acido, non ha nessuna eleganza. Ci annoia e basta.

Qualche lettore si dichiara d’accordo, altri elargiscono consigli: legga il critico libri più riusciti, e cambierà idea (in effetti, C’era una volta, ambientato nell’antico Egitto, non è proprio un capolavoro). Wilson torna sull’argomento tre mesi dopo. Ha letto svariati autori, e non ci pensa proprio a mutare opinione. Agli appassionati di gialli chiede di astenersi dal contattarlo con ulteriori proposte di lettura. A quelli che gli hanno scritto per ringraziarlo di averli aiutati a disintossicarsi dalla perniciosa abitudine di leggere romanzetti “che fanno perdere tempo e degradano l’intelletto”, dice: fregatevene di chi va proclamando in giro che anche un intellettuale del calibro di André Gide ama il giallo. “Amici, noi siamo una minoranza ma abbiamo dalla nostra la letteratura. Ci sono tanti di quei libri belli e importanti da leggere, non vale la pena perdere tempo con questa spazzatura”. E siccome c’è ancora la guerra, risparmiamo la carta, che è più saggio. Christie non viene mai citata nell’articolo. Ma il titolo è di una chiarezza esemplare: chi se ne frega di chi ha ucciso Roger Ackroyd? Superfluo sottolineare il riferimento al celeberrimo romanzo in cui Christie, sovvertendo tutte le regole del genere, dà la parola all’assassino.

Confesso: per lunghi anni sono stato tentato di dare ragione a Wilson. Con tutto il rispetto per il successo, e nella piena consapevolezza del ruolo strategico che Christie ha svolto nella diffusione del romanzo poliziesco, le sue opere mi comunicavano, alternativamente e talora cumulativamente, disagio e noia. Più che altro, mi lasciavano freddo. Vi trovavo situazioni che si dipanavano sul crinale fra l’inverosimile e il grottesco. Colpi di scena impossibili. Una rigida metafisica che mi pareva appartenesse a un’epoca talmente congelata da apparire antiquata nel momento stesso in cui veniva riversata sulla carta. Provavo in particolare un’aperta ostilità nei confronti di Miss Marple, adorabile vecchina che risolve casi intricatissimi nel minuscolo villaggio di St. Mary Mead, amena località della campagna inglese che il fascismo trasforma in Santa Maria al Ruscello. Possibile mai, mi domandavo, che in questo buco dimenticato accadano tanti di quei delitti da far impallidire i bassifondi di Londra al tempo di Jack lo Squartatore? È come se il Gotha del crimine si desse convegno, sul sagrato della canonica o nel laboratorio di pasticceria dove si confezionano torte alle mele, al solo scopo di farsi pizzicare dalla diabolica Miss.

Ma ho insistito, non mi sono arreso, sono andato avanti nella lettura e nello studio: anche lo snobismo di Wilson, a un certo punto, mi è apparso algido, irritante. Mi è accaduto, come al Premio Goncourt Pierre Lemaitre, di impugnare la pistola per sparare sulla Croce Rossa Christie e poi di finire intenerito. Sono sceso dapprima a patti. Poi mi sono convertito. Ho intuito la trama sotterranea che Christie tesse incessantemente sotto l’intelaiatura della trama apparente. Forse anche per via del tempo che scorre, ho cominciato a condividere quella che uno studioso acuto e di mente libera, Alberto Del Monte, negli anni Sessanta definiva “un’opera anticonformista e spregiudicata, lievitata di una genuina e dolente umanità”. È vero: i personaggi di Christie sono maschere. Maschere, però, di verità, e non mere finzioni al servizio di un plot più o meno (spesso più che meno) geniale. “Le apparenze sono ingannevoli, gli uomini sono maschere, la nostra conoscenza dell’una e degli altri è convenzione”.

Christie è una scrittrice radicale. Affronta la questione di petto. L’eterna questione della natura del male, che è dappertutto nel mondo, “nel simpatico atleta come nell’innocua vecchietta”. Ne deriva una visione “pessimistica e iconoclastica” della vita. Con al centro il mistero dei misteri: la natura umana. Un mistero che, sino ad oggi, nessuno è ancora riuscito a risolvere. E allora grazie, lady Agatha, per avercelo almeno raccontato.

mercoledì 6 agosto 2025

Andrea Camilleri


Adriano Sofri
Piccola posta

Il Foglio, 6 agosto 2025

Centenario centenario, Luca Crovi (1968) ha scritto una biografia di Andrea Camilleri pescando nella ricca messe di interviste e racconti altrui, nella propria competenza e nell’eredità di suo padre Raffaele. L’altra sera il libro (Salani, pp. 267) è stato presentato a Santa Fiora, insieme ai ricordi di Giancarlo De Cataldo e di Carlo Degli Esposti, che di Camilleri è stato il produttore e amico. La rassegna estiva di “Notizie dall’Amiata”, guidata da Alessandra Sardoni e Mariola Camilleri, è il frutto della fedele frequentazione dell’Amiata da parte dello scrittore, della sua famiglia e di amiche e amici fra i più cari, oltre che dell’ombra magnanima di Davide Lazzaretti. L’aneddoto più singolare, almeno per me, che pensavo di saperla lunga, riguarda un bar di Porto Empedocle – Vigàta – e risale a una sera di settembre del 1986. Crovi lo ricava da una cronaca di Felice Cavallaro per il Corriere. Due sicari mafiosi a volto scoperto entrano nel bar e aprono il fuoco contro i presunti componenti di una famiglia rivale, uccidendo cinque persone e ferendone altre tre. “Nell’articolo non c’è il nome degli assassini, e non si fanno nemmeno i nomi dei sopravvissuti alla strage. Non vengono citati né contati. Uno di loro era Andrea Camilleri”. Segue il meticoloso racconto che più tardi, e raramente, Camilleri avrebbe fatto di quella esperienza. Oltre che ai famigliari e a qualche intimo, a Saverio Lodato, che lo incluse in un suo libro. Al paese in vacanza, e affezionato a un whisky della staffa, Camilleri passa dal bar fatale. il resto del racconto, tragico e rocambolesco e comico, come se l’avesse scritto lui, compresa una strage successiva, leggetelo nel libro, pagina pagina, se ne avete voglia. Vale la pena.

martedì 24 settembre 2024

Scerbanenco, sulle tracce dell'orrore



Giovanni Basile
SoloLibri.net

Insegnare a scuola, talvolta, può essere davvero pericoloso: anzi, letale. E’ ciò che accade alla povera Matilde Crescenzaghi, coscienzosa professoressa nella scuola serale milanese "Andrea e Maria Fustagni", massacrata dai propri allievi: undici ragazzi sulla strada della delinquenza con famiglie spesso disastrate alle spalle e problemi sociali vari, una classe alla “Mery per sempre” ante litteram, per capirci.

In “I ragazzi del massacro” (Garzanti Libri, 2014) le indagini sono condotte naturalmente dal mitico Duca Lamberti, il poliziotto ex medico creato dalla polivalente fantasia di Scerbanenco.
Lamberti, personaggio spiccio e diretto, condurrà le indagini rischiando molto in prima persona pur di arrivare in fondo alla verità, insieme con il paziente Mascaranti, l’inseparabile Livia Ussaro e gli inevitabili contrasti di opinioni e modi di agire con il grande capo sardo, Càrrua.

Le indagini iniziano subito con l’interrogatorio in questura del "branco" per ricostruire la dinamica del brutale omicidio - adrenaliniche le scene descritte sul terzo grado a cui i ragazzi vengono sottoposti, tutti giovani fra i tredici e i vent’anni, per poi, dopo un susseguirsi di vicende abbastanza movimentate, concludersi con una soluzione drammatica del caso.

I tempi narrativi sono serrati, incisivi, senza però indugiare su particolari descrizioni morbose e crude come, per esempio, si usa spesso oggi nella letteratura di genere poliziesco.
Il palcoscenico della trama è il solito: la Milano anni Sessanta, grigia, umida, soffocata dal traffico, con i suoi suburbi desolati e anonimi dove prolificano degrado e malavita.
Inalterata la capacità dell’autore di accendere l’attenzione del lettore su una storia dura, con tutti i risvolti tematici di emarginazione e devianza giovanile, disadattabilità sociale, droga e carcere minorile, affrontando tra le righe argomenti consueti del disagio che si respira nelle periferie di ieri, di oggi, di sempre. È il triste e disperato mondo in cui si muovono i reietti dalla società raccontati da Scerbanenco.

Una storia coinvolgente - l’ennesima di questo immenso e prolifico autore - da consumare con piacevole avidità, al costo di neanche 9 euro.


https://www.lemonde.fr/critique-litteraire/article/2024/09/21/la-chronique-poches-de-francois-angelier-les-laisses-pour-compte-de-giorgio-scerbanenco-chris-de-stoop-claire-baglin_6326769_5473203.html

« Douceur, dont on se demande bien ce que tu fais sur la terre », s’interrogeait André Malraux, interdit et bouleversé, dans ses Antimémoires (Gallimard, 1967). Il est, en effet, des mondes où l’irruption de la douceur serait vue comme une incongruité absurde, un danger ou une agression. A Milan, l’école du soir Andrea et Maria Fustagni fait partie de ces enclaves protégées de toute tendresse. Quelques héros laïques y dispensent vaille que vaille des cours à des adolescents perçus comme des rebuts inscolarisables, fils de prostitués, rejetons d’alcooliques, ­syphilisés congénitaux. L’assistante sociale qui en gère le quotidien est indemne de toute illusion : « Il n’existe pas d’homme doux. C’est une contradiction dans les termes, ou alors il s’agit d’êtres anormaux… » C’est dans une des salles de classe, au tableau graffité d’obscé­nités, qu’est retrouvé le corps dévasté de Mathilde Crescenzaghi, institutrice. Coupables désignés, les onze élèves de son cours. Carburant de la fureur : de l’anisette sicilienne dopée aux amphétamines. Mais qui pour manigancer cette curée atroce ?

C’est ce que va s’échiner à trouver, de nuit comme de jour, au cas par cas, alors que sa nièce agonise à l’hôpital, l’inspecteur Duca Lamberti, dont Les Enfants du massacre constituent la troisième enquête, après Vénus privée (1966) et Tous des traîtres (1966). Le chapitre final, monument de barbarie vengeresse, donne à ce chef-d’œuvre de noirceur un final d’anthologie. Mêlant une amertume désolée héritée de Simenon à la violence acharnée du roman noir américain, l’Italo-Ukrainien Giorgio Scerbanenco (1911-1969), maître incontesté du polar italien d’après-guerre, nous assène là, égarées dans la brume d’un Milan hivernal, à la fois une évocation tragique des laissés-pour-compte du boom économique italien et une galerie d’insensés portraits au couteau. Après celles de Roland Stragliati et de Gérard Lecas, le texte est proposé en intégralité dans une excellente traduction de Laura Brignon.

I ragazzi del massacro - Wikipedia

giovedì 30 dicembre 2021

La donna della domenica



 
Luigi Firpo, La donna della domenica. Giallo a Torino, La Stampa, 25 aprile 1972  

Non mi resta nella giornata molto tempo per leggere romanzi. E quelli che mi capita di leggere non suscitano in me troppi rimpianti per gli altri che sfrecciano sotto gli occhi, copertine multicolori, nudi titoli […] Le parole ci sono, magistrali talvolta: mancano le cose da dire.

Ben venga dunque questo grosso racconto di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, La donna della domenica, scritto a due mani senza un’incrinatura né un percepibile salto di stile, che si degusta pagina per pagina con complicità maliziosa e si vorrebbe poter leggere tutto d’un fiato, tanto si impossessa di noi con i suoi ironici sortilegi. Non vorrei che qualcuno lo guardasse con sufficienza o se ne sbrigasse alla brava, trattandolo da sottoprodotto di letteratura poliziesca. Certo è la storia di due misteriosi delitti e il più simpatico dei tanti protagonisti è un commissario di polizia siciliano. In ogni caso non si tratta di “giallo” alla britannica, gremito di enigmatici sospetti e di angosce notturne, né di un “giallo” made in Usa, carico di esplosiva violenza e tutto risolto nell’azione: semmai si potrebbe richiamare Simenon e il suo lentissimo scavo psicologico tra velleità contuse e reticenze risentite, sullo sfondo di grigie città di provincia.

L’intreccio non ha nulla di artificioso o di gratuito: la macchina complessa muove i suoi rotismi con una naturalezza quasi fisiologica, l’ingegnosità è tanto sottile da mimetizzarsi totalmente. Ne deriva un intrigo tanto capillare da apparire casuale, da identificarsi con il caso stesso nella sua gratuità pura. Personaggi si incrociano, sfiorano, urtano, estranei in gran parte l’un l’altro, eppure connessi da sotterranei fili; tutti si implicano e compromettono vicendevolmente, ignorandosi, come appunto accade nella vita. I conati più diversi si intersecano, guidati ciascuno da una sua interna razionalità, ma volti a scopi illusori, settorialmente angusti: l’esito non è perciò l’ordine, ma il caos, un brulichio d’insetti multicolori.

La difficoltà dell’indagine risolutrice sta appunto in questa sfuggente logica dell’insieme, nella regìa di una rappresentazione in cui troppi personaggi recitano a soggetto. Il segreto filo conduttore non è tanto l’intreccio, quanto il giocare con la sostanziale ambiguità di ogni comportamento e parola: l’artificio scontato della suspense tradizionale, cioè la moltiplicazione dei possibili indiziati attraverso illusori sospetti (fino a celare il vero colpevole sotto le spoglie più candide e insignificanti) qui si rende superfluo. Sono le cose in sé che offrono significati molteplici, non in quanto soggettivamente elusive, ma perché oggettivamente polimorfe. […]

A questo gioco scontato fa da sfondo una Torino che sembra di toccare tanto è vera – muri, atmosfere, strade, botteghe, gente per via – messa a nudo con realismo impietoso. Ogni lettore che ci abiti non potrà fare a meno di ravvisarvi il ritratto di un vicino di casa,di un compagno di lavoro. Questa città individualista e reticente, rimasta a mezza via tra passato e futuro, sterminata periferia industriale che sommerge il centro storico risorgimentale e i quartieri perbene dei burocrati umbertini senza trovare idee e slancio da metropoli del Duemila, è uno scenario ideale per rappresentare alienazioni e compromessi, snobismi e luoghi comuni, l’affollamento disorganico e l’incomunicabilità. E’ una Torino vera fino alla sfumatura dialettale dei diversi ceti o al dettaglio topografico; ogni particolare vi è perfettamente riconoscibile e collima. […] qui uno dei protagonisti, la prima vittima, abita in una delle ultime trincee del perbenismo piccolo borghese, in via Peyron, e ha un pied-à-terre in via Mazzini, in uno di quei cortili declassati e promiscui in cui si ravvisano a stento i relitti di un funereo decoro ottocentesco. E’ una Torino vista con occhi impietosi, anonima e involgarita, frustrata e sterilmente ironica, fra l’esibizionismo di incolti dirigenti industriali che investono rotonde gratifiche in dipinti falsi e l’ostinazione di vecchi rentiers che difendono con espedienti e finzioni le parvenze di un’agiatezza perduta. 

Quasi sintetizzando la loro insofferenza per questi provincialismi e grettezze, gli autori sembrano denunciare con animosità eccessiva “difetti e virtù di una Torino sepolta di fresco o comunque in rapida decomposizione: la parsimonia, ma incancrenita nei modi del morto di fame; il riserbo, ma degradato a losca elusività; il conformismo, ma fermentato in progressive purulenze; la cortesia, ma liquefatta in adulazione; il vecchio stile, ma mangiato dai vermi di abbiette civetterie, di atroci vezzi*”. Sono parole molto dure, ma tutto il racconto poi le discioglie in impercettibili compiacimenti e tenerezze, si abbandona a vibrazioni di luce, suoni indistinti, lembi di cielo, prospettive consuete, fino a tradire in modo quasi commovente, sotto la censura dell’intelligenza, il moto segreto del cuore e un amore inconfessato, trepidante di pudore e di gelosia. Perciò, anche dove Fruttero e Lucentini graffiano e pungono con capricciose perfidie e allusioni impietose, il tono generale resta quello stimolante dell’arguzia, senza le verghe sanguinose della  satira.

Tante altre cose ci sarebbero da dire di questo libro così vivo d’intelligenza e così intriso d’ironia, che si vorrebbe poter leggere d’un fiato e che si depone col rammarico della fine, come di chi guarda il cielo nero dopo che l’ultimo fuoco d’artificio s’è spento: segno che è un romanzo vero e non solo un “giallo” di cui si legga frettolosamente l’ultima pagina tanto per sapere chi è l’assassino. L’ultima pagina poi, anzi, per l’esattezza, l’ultima riga, rappresenta la più pudica e allusiva narrazione di un adulterio nelle letterature di tutti i tempi, il che, in epoca di erotismi ostinati e triviali, non è cosa da poco. 

Quanto a me, sono grato agli autori per avermi liberato da un complesso inibitorio: grazie a loro dopo tanti gratuiti arzigogoli e noie mortali, posso dire di aver letto finalmente un libro divertente. E, alla buon’ora, non me ne vergogno.


http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,3/articleid,0142_01_1972_0097_0003_4983896/

* F&L stanno parlando dell’architetto Garrone e attribuiscono in realtà a lui le caratteristiche elencate.

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Attorno ai personaggi principali ruotano numerose altre figure, delle più diverse estrazioni sociali: le anziane sorelle Tabusso, rintanate con la domestica nella loro villa in collina, assediata da un florido traffico di prostitute e clienti; il gallerista Vollero che, pur temendo di essere scoperto dai suoi clienti, si rifornisce di cornici al Balon; l’americanista Bonetto, un intellettuale immaturo, perso dietro improbabili, inutili (e probabilmente immaginarie) schermaglie culturali con odiati colleghi. Per tale ricchezza di personaggi e per la profondità dell’analisi psicologica il romanzo costituisce un vivido ritratto della società torinese di quegli anni. [Wikipedia]

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Giovanni Damele, Facebook, 20 settembre 2024

Quando ero all’università, andavo dallo stesso tabacchino di Lucentini. Cioè, ero andato per caso, una volta, da quel tabacchino all’angolo di piazza Vittorio e ci avevo trovato Lucentini, che viveva lì accanto. E da allora ci andavo sempre sperando di ritrovarcelo ancora (accadde, al massimo, ancora un paio di volte in 4 anni). Lui comprava Gitanes senza filtro, che avevano un pacchetto caratteristico (una specie di grande scatola di fiammiferi con la gitana nera che danzava su uno sfondo blu, avvolta in spire di fumo bianco), io il tabacco e le cartine Gauloises, che mi sembravano degne di uno studente di filosofia a Torino (per uno che aveva fatto il liceo a Savona, era un po’ come passare da Marsiglia a Parigi, si parva licet). F&L li scoprii negli anni dell’università. Per me, liceale di provincia e ancor di più del Ponente ligure, Torino era il Calvino degli anni dell’Einaudi o, al massimo, Pavese. Da quando lessi La donna della domenica, per me Torino è rimasta, e sarà sempre, F&L. Sembrava anche un po’ impossibile, ai miei occhi, che due torinesi avessero uno sguardo così meravigliosamente scettico e ironico su Torino e la sua società. Era un punto di vista un po’ minoritario, un po’ laterale, ma che avrei trovato anche in un mio grande maestro: Carlo Augusto Viano. Ma c’era, ovviamente, un’altra cosa che, all’inizio, non sapevo. E cioè che Lucentini non era torinese, e che quella meravigliosa combinazione tra un torinese tutto sommato abbastanza tipico e un romano alquanto atipico era stata indispensabile per dar vita a quel libro perfetto e, più in generale, a quell’ingranaggio infallibile che era la loro prosa. Lucentini mi stava istintivamente più simpatico. Un giorno lessi che da giovane liceale aveva lanciato a scuola dei volantini con degli slogan antifascisti, ma per non indulgere in una retorica uguale e contraria, su alcuni aveva scritto “viva la fica”. Divenne un mio eroe. Negli anni dell’impegno furono accusati di qualunquismo, ma negli anni dell’impegno chi era più qualunquista: loro o chi li accusava? Per me, la risposta divenne abbastanza semplice. Soprattutto osservando i miei compagni di università che frequentavano i famosi “centri sociali” torinesi. Ho letto tanto di F&L, ma nulla è entrato a far parte del mio canone personale come La donna della domenica e A che punto è la notte, i loro due romanzi più torinesi. E anche se la mia Torino è stata quella degli anni 90, e non quella dei romanzi, alla fine un pezzetto di quella città l’ho condiviso con loro e sento che senza F&L non sarebbe diventata una delle “mie” città. Oggi sarebbe il compleanno di Fruttero.


mercoledì 2 marzo 2016

I luoghi e le donne di Montalbano



Silvia Fumarola
Fenomeno Montalbano
Batte ogni record d'ascolto, ha un pubblico fedele, piace alle donne
la Repubblica, 2 marzo 2016

I LUOGHI

I paesi del ragusano, giardini di pietre bianche, fanno da sfondo ai film: luoghi metafisici, svuotati dalle auto. Dal 1999 a oggi è nato un turismo intorno a Montalbano. I luoghi immaginari creati da Camilleri (Vigata, Marinella, Montelusa, la Mannara), sono stati ricreati da Sironi e dallo scenografo Luciano Ricceri nella provincia di Ragusa, Scicli, Modica, Comiso, Vittoria Ispica e Santa Croce. Ma altre scene sono state girate a San Vito Lo Capo e alla Riserva dello Zingaro (Trapani), a Tindari (Messina), Favignana e Siracusa. [...]

LE DONNE

"No, non è misogino". Camilleri lo ripete alle lettrici che gli chiedono spiegazioni. Ma il dubbio resta. Montalbano non sceglie e non scegliendo, in realtà, sceglie di stare solo. Sembra essere intimorito dalle donne , da cui è irresistibilmente attratto e che attrae come una calamita. Livia è lontana, non avranno figli, e forse segretamente ne soffre. Nell'Età del dubbio è il tenente Laura Belladonna (Isabella Ragonese) a farlo vacillare. Intelligente, sensibile, lo colpisce al cuore. Nel dubbio che Salvo possa cedere, Camilleri la fa morire.

https://www.google.it/search?q=le+monde+ridet+montalbano&ie=utf-8&oe=utf-8&gws_rd=cr&ei=iurWVsfbCYi0sQGO0pywAg
http://machiave.blogspot.it/2015/04/simenon-maigret-e-le-donne.html

domenica 5 aprile 2015

Maigret e il caso Saint-Fiacre: una lettura critica

Alessandro Bullo
http://www.thrillercafe.it/il-caso-saint-fiacre-georges-simenon/


L’affaire Saint-Fiacre è il tredicesimo romanzo della saga Maigret. Simenon lo scrisse, nel gennaio del 1932, presso la villa Les Roches Grises di Antibes e fu pubblicato il mese successivo da Fayard.


Trama

Maigret si trova a Saint-Fiacre di Matignon, la cittadina in cui è nato, dopo aver letto una nota della Polizia municipale di Moulins. Alla nota era allegata una lettera anonima, in cui si avvertiva che, durante la prima messa del giorno di Ognissanti, nella chiesa del paese sarebbe stato commesso un delitto.
Nella chiesa della sua infanzia, durante la funzione del mattino, Maigret assiste alla morte dell’anziana contessa di Saint-Fiacre. Un delitto impossibile!
Com’era possibile parlare di delitto? Non si erano uditi spari! Nessuno si era avvicinato alla contessa! Per tutta la messa Maigret non le aveva praticamente tolto gli occhi di dosso! E non una goccia di sangue, non una ferita visibile!”
Più tardi, il commissario visita il castello di Saint-Fiacre, dove suo padre era intendente e si occupava di gestire le proprietà dei conti. L’edificio è ipotecato, le sale sono prive degli arredi e dei quadri antichi, venduti per far fronte ai debiti. La contessa e suo figlio, Maurice, hanno dilapidato quasi tutto il patrimonio.
Un Maigret, particolarmente malinconico e nostalgico, faticherà a trovare la soluzione del misterioso e macchinoso delitto, fino a che, durante una cena al castello, l’inchiesta si concluderà con la scoperta dell’insospettabile colpevole.

 

Perché leggere Il caso Saint-Fiacre?


Il caso Saint-Fiacre è uno dei più fiacchi Maigret del primo periodo. Improbabile è il modo in cui Maigret viene a conoscenza del delitto imminente (la lettera anonima spedita alla polizia non ha alcun senso) così come lo è il delitto stesso, e altrettanto incredibile è il modo in cui viene scoperto l’assassino, alla fine del romanzo. Il problema è che Simenon non sa decidersi tra il giallo classico e quello psicologico e ne esce un ibrido inverosimile e privo di tensione.
La scelta della chiesa per il delitto, all’inizio, e della sala del castello per la rivelazione dell’omicida, alla fine, dicono molto sulle intenzioni dello scrittore belga. Simenon, per Il caso Saint-Fiacre, recupera, infatti, la tradizione del delitto impossibile del giallo classico, con una cerchia ristretta di persone all’interno di uno spazio chiuso; lo stesso vale per il motivo della scena finale, ricorrente nei romanzi ad enigma di Nero Wolfe, Ellery Queen e Agatha Christie:
Dai romanzi inglesi, e specialmente da quelli di Agatha Christie, Simenon sembra aver preso anche il topos di una seduta finale che riunisce tutti i personaggi del romanzo, cioè tutti i sospetti del crimine, per identificare fra di loro il colpevole… (Ulrich Schulz-Buschhaus, Georges Simenon motivi di un successo letterario, in “Il giallo degli anni trenta”, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 51)
La scena dei capitoli 9 e 10, ambientata in una sala in penombra rischiarata solo dalle candele, è invece un omaggio alla tradizione del romanzo gotico e di quello storico di Walter Scott (il 9 capitolo è intitolato All’insegna di Walter Scott). Simenon, infatti, in molti dei primi Maigret (1931-1934), si muove ecletticamente dal giallo tradizionale al romanzo popolare e storico. Per quanto riguarda l’ambientazione di molte scene nel castello dei Saint-Fiacre è interessante notare che:
Verso la fine del XVIII secolo in Inghilterra si forma e si stabilizza nel cosiddetto romanzo «gotico» o «nero» un nuovo territorio di compimento degli eventi romanzeschi: il castello (per la prima volta, in questo senso, nel Castello di Otranto [The Castle of Otranto] di Horace Walpole, poi nei romanzi di Radcliffe, Lewis, ecc.) …. Le tracce del tempo vi hanno, è vero, un certo carattere di museo e di antiquariato. Walter Scott seppe superare questo pericolo dell’antiquariato orientandosi principalmente sulla leggenda del castello, sul legame del castello col paesaggio storicamente inteso e interpretato … (Cfr. Michail Bachtin, Estetica e romanzo, Biblioteca Einaudi)
Simenon, a parte la scena “gotica” finale, utilizza invece il castello per mostrare la decadenza della nobile famiglia dei Saint-Fiacre, attraverso le realistiche immagini di stanze e pareti prive del mobilio.
Per il resto, Il caso Saint-Fiacre è un “noir” psicologico alla francese, dove contano i dialoghi e le atmosfere. Simenon, infatti, abbandona quasi subito l’idea iniziale del “delitto impossibile”,anche se, in questo modo, priva il lettore del piacere di scoprire come sia stata uccisa la contessa, come invece avrebbero fatto Dickson Carr e Agatha Christie. Lo nota e lo sottolinea anche Sergio Sacchi:
… mai (mi sembra) il romanzo di Simenon è veramente concepito per tirarci, col fiato sospeso, dall’enigma alla sua soluzione; anzi, alla soluzione il suo lettore tipico probabilmente non vorrebbe arrivarci mai: non si tratta di una liberazione, ma solo della fine…(Simenon, l’opera al grigio, in Il “Roman Noir”. Forme e significato antecedenti e posterità, a cura di Barbara Wojciechowska Bianco, Atti del XVIII Convegno della Società Universitaria per gli studi di Lingua e Letteratura francese, Lecce, 16-19 maggio 1991, pp. 403-404)
Ancora una volta, comunque, sono proprio le atmosfere il punto di forza di un romanzo che altrimenti avrebbe ben poco da offrire. Anche il paese di Saint-Fiacre e la vita di provincia sono ben raffigurate dallo scrittore belga. L’ambientazione è molto curata: si inizia subito con la descrizione di una notte “fonda … di primo inverno”, le foglie morte, l’acqua ghiacciata, il vento di tramontana. L’atmosfera gelida riflette la scoperta dell’omicidio della vecchia contessa e la squallida decadenza morale dell’antica e nobile famiglia.
… gli ambienti vivono di una vita propria, e in Simenon, anzi, le atmosfere sono la parte più viva del libro, quella che non si dimentica più a lettura finita …(Giuseppe Petronio, Sulle tracce del giallo, Roma, 2000, p. 108)
La stessa forza non la troviamo nei personaggi del romanzo, figure sbiadite che sembrano muoversi senza vita, oppure che compaiono in qualche pagina per poi essere dimenticate, come capita a Marie Vassiliev, l’amante del giovane conte di Saint-Fiacre. Anche i dialoghi sono poveri di invenzioni e privi della tipica tensione psicologica, che di solito gli conferisce l’arte di Simenon. Le uniche tre figure con uno spessore psicologico sono lo stesso Maigret, il conte di Saint-Fiacre e Marie Tatin, quella che, nei ricordi del commissario, è la bambina con gli occhi storti.
Marie Tatin, la locandiera del paese, è un personaggio bellissimo e “vero”, il primo incontrato da Maigret. Marie è una donna di chiesa, tanto devota quanto bigotta, e Simenon è bravissimo nel descrivere il suo turbamento, all’idea che Maigret faccia la strada con lei sino alla chiesa.
Fare la strada in compagnia di un uomo! Un uomo che veniva da Parigi, per di più! Marie si sentiva a disagio, e camminava a passi rapidi e brevi, piegata in avanti nel freddo del mattino.

Maigret nostalgico e malinconico …

Simenon ci offre, in questo romanzo, un commissario molto umano e nostalgico. Maigret si muove per il paese, mettendo a confronto i suoi idilliaci ricordi infantili e la solida e ricca dinastia dei Saint-Fiacre di un tempo con la triste e deludente immagine del presente. La contessa dal portamento aristocratico e rispettata da tutti, nel ricordo di Maigret, ora è fonte di chiacchere tra il volgo.
… non poteva sopportare che infangassero i suoi ricordi d’infanzia! Soprattutto la contessa, che gli era sempre apparsa nobile e bella come il personaggio di un libro illustrato… E la ritrovava trasformata in una vecchia matta che manteneva dei gigolo!
Da sottolineare come, in questo romanzo, Maigret, da protagonista dell’inchiesta si trasforma in spettatore. Gli avvenimenti si susseguono causticamente senza che Maigret riesca in qualche modo ad arginarli, e anche gli altri personaggi si sentono preda del disordine. «Il disordine chiama il disordine …», afferma il parroco ad un certo punto dell’indagine, parlando con Maigret. Alla fine, infatti, sarà Maurice, giovane figlio della contessa defunta, a farsi giustizia, scoprendo il vero colpevole.

Conte di Saint-Fiacre

Maurice, figlio della contessa di Saint-Fiacre, è per sua stessa ammissione un “buono a nulla”. Il giovane conte è uno smidollato, amante della bella vita, delle macchine sportive e delle donne, che ha sempre vissuto sulle spalle della madre (si noti come la storia richiami quella del famoso capolavoro Papà Goriot di Honoré de Balzac, pubblicato nel 1834). La contessa, dopo che lui se ne è andato, si è circondata di giovani furbi e meschini, intenzionati a rubarle tutto ciò che possiede, anche la sua dignità.
Probabilmente tutto il Berry sparlava della vecchia pazza che gettava al vento gli ultimi anni della sua vita con sedicenti segretari! E delle terre che erano costretti a vendere l’una dopo l’altra! E del figlio che faceva l’imbecille a Parigi!
Nei romanzi degli anni trenta, Simenon descrive spesso famiglie altoborghesi che hanno perduto il potere sociale ed economico, e anche in questo si ispira alla grande letteratura del passato.
… la struttura dei più tipici romanzi-Maigret segue un peculiare schema narrativo che rimanda ad una tradizione proveniente dal «roman réaliste» ottocentesco … uno schema cioè che insiste continuamente sul contrasto fra l’apparenza ingannevole di una facciata e la realtà che si nasconde dietro la facciata: una realtà composta di passioni oscure e soppresse che, il più delle volte, conducono alla decadenza, alla distruzione e alla scomparsa di una famiglia altoborghese.
(Ulrich Schulz-Buschhaus, Georges Simenon motivi di un successo letterario, in “Il giallo degli anni trenta”, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 54)
In questo caso, però, Simenon propone una variante significativa. La morte violenta della madre risveglia il conte di Saint-Fiacre, lo mette di fronte alle sue responsabilità e gli offre un’inattesa possibilità di redenzione. Maurice comprende che è stata colpa della sua fuga a Parigi, se la madre ha cercato in giovani segretariquell’affetto, che lui le aveva negato con la sua assenza. Si tratta di ciò che è stato definito da Simenon il “passaggio della linea”: un avvenimento costringe il protagonista a valicare una linea immaginaria, con il passaggio da una condizione ad un’altra [...]. Si può trattare di un incontro, di una malattia o della morte, e il futuro ne risulta stravolto.
Il mutamento di Maurice ha ancora più valore, perché egli appartiene ad una categoria, quella dei giovani ricchi, dissoluti e scapestrati, per cui Maigret/Simenon ha sempre dimostrato ben poca simpatia. I motivi di questa “variante” potrebbero essere due:
  • Simenon vuole dimostrare che l’evento che cambia l’esistenza e che provoca “il passaggio della linea”, può colpire ogni essere umano, qualsiasi classe egli appartenga. È evidente, inoltre, per quanto riguarda la figura del giovane conte, l’influenza delle letture adolescenziali di Simenon, soprattutto quelle dei romanzi di Stendhal: “Certo è che gli eroi stendhaliani, nei romanzi maggiori, si aggireranno vuoti e spenti, nelle varie circostanze della vita, finché su di loro non giunga quella chiamata impetuosa, a fuorviarli, a investirli di una carica energetica che li rende capaci di compiere gli atti più sbilanciati e temerari …” (Renato Barilli, La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj, edizioni Bompiani)
  • Il ricordo nostalgico del periodo (dal 1923 al 1924) in cui aveva lavorato come segretario privato presso il castello del Marchese Raymond de Tracy, a Moulins. Un periodo felice e tranquillo. Simenon affermò: “Ho imparato molte cose in due anni, e il marchese, in fondo, mi era simpatico, anche se ogni tanto gli suscitavo un sorrisetto alla Talleyrand perché restavo pur sempre il ragazzetto provinciale di Outremeuse e il mio spirito di ribellione non si era attenuato … Ci siamo lasciati da buoni amici, lui e io, e l’ho poi rivisto parecchie volte in contesti diversi…” (Georges Simenon, Memorie intime, Edizioni Adelphi 2009, pp. 32-33; per altre notizie su questo periodo e sulla figura del marchese, cfr. Pierre Assouline, Georges Simenon. Una biografia, Edizioni Odoya 2014, pp. 74-82).
Lo stesso Maigret, comunque, si sente a disagio di fronte a questo “nuovo” Maurice, e per questo, a differenza degli altri romanzi, è solo un mero spettatore dello spettacolo finale messo in scena dal conte:
Maigret si sentiva in presenza di una forza alla quale era impossibile opporsi. Ci sono individui che, in un dato momento della loro esistenza, vivono un’ora di pienezza, un’ora durante la quale essi sono in qualche modo al di sopra del resto dell’umanità e di se stessi … Maurice de Saint-Fiacre stava vivendo quell’ora di pienezza. Avvertiva in sé una forza insospettata, e gli altri non potevano che chinare il capo.

lunedì 20 ottobre 2014

Simenon e la politica sporca

 
Per i conoscitori di Simenon, Maigret chez le ministre (1954), riserva delle piacevoli sorprese. Intanto, come il titolo lascia prevedere, è una incursione del commissario e del romanziere stesso sul terreno della politica. E poi Maigret, pur risolvendo il caso, non ottiene una vittoria completa. Il personaggio che con ogni evidenza reca sulle sue spalle le responsabilità più pesanti per i malefici intervenuti nel corso della vicenda non può essere arrestato, mancando le prove irrefutabili della sua colpevolezza. Le sorprese non sono finite. Simenon mostra di conoscere un saggio di Robert de Jouvenel, La repubblica dei compari. Lo tira fuori in un dialogo tra il ministro e Maigret. E' il ministro che parla:

Vi ricorderete del famoso titolo La Repubblica dei Compari. Ci si incontra ogni giorno. Ci si stringe la mano come vecchi amici. Dopo qualche settimana di sessioni, ci si dà tutti del tu e ci si scambiano piccoli favori.
Ogni giorno si stringe un maggior numero di mani e, se queste non sono molto pulite, si scuotono le spalle con indulgenza."Bah! Non è un cattivo diavolo" si dice. Oppure: "E' costretto a farlo per i suoi elettori".
Mi capite? Ho dichiarato che se ciascuno di noi si rifiutasse una volta per tutte di stringere le mani sporche, l'atmosfera politica verrebbe immediatamente purificata.

Mani pulite, mani sporche. Stringere le mani. Ecco, nel romanzo queste metafore hanno la loro importanza. Il ministro non stringe la mano di Mascoulin, il deputato trafficone e ricattatore che è l'anima nera della vicenda. E neppure Maigret a un certo punto lo fa:

Questi [Mascoulin] in piedi gli tendeva la mano. Come un lampo, il commissario si ricordò di Point [il ministro] e della sua storia delle mani sporche.
Senza riflettere sul pro e sul contro, prese la tazzina del caffè, che era vuota, e se la portò alle labbra, ignorando così la mano che gli veniva offerta.

Non basta. Auguste Point nel libro è una figura positiva. Viene dalla provincia, da La Roche-sur-Yon in Vandea (il posto dove fu sepolto Pétain, ma questo Simenon non lo dice). E' vandeano come Clémenceau. Ed è restato un uomo semplice. Durante la guerra è stato arrestato e poi detenuto in prigione per aver nascosto degli agenti inglesi e dei prigionieri fuggiti dai campi di concentramento tedeschi. Con il ritorno della pace, è rimasto nell'ombra, sono stati i suoi concittadini a chiedergli di presentarsi alle elezioni.
Un ultimo punto. Chiaramente Maigret si identifica un po' con Auguste. La stessa scelta del nome per il ministro da parte del romanziere ha qualcosa di affettuoso. Auguste non era tanto frequente neppure nelle vecchie generazioni. Si chiamava così Renoir. E' anche spesso un nome da clown. La prima descrizione di Auguste Point nel romanzo è questa:

La cosa più curiosa era che l'uomo di fronte a lui, con l'aria di aspettare la sua diagnosi, gli somigliava, se non come un fratello, almeno come un cugino. Non solo fisicamente. Una rapida occhiata ai ritratti di famiglia diceva al commissario che lui e Point avevano press'a poco le stesse origini. Tutti e due erano nati in campagna, da un ceppo contadino già evoluto. Probabilmente i genitori del ministro avevano avuto, fin dalla sua nascita, l'ambizione di farne, come i genitori di Maigret, un medico o un avvocato.
... D'altezza e di corporatura [Point] era all'incirca come il commissario, ma più quadrato, più duro, si sarebbe detto più contadino

C'è l'identificazione e c'è il distacco. Non si può chiedere troppo all'ispido Maigret e al non meno ruvido Simenon. Però quel che è detto va pur sempre nel senso di una certa somiglianza tra i due. Nel romanzo ci sono altri personaggi che completano il quadro. La signora Point "avrebbe potuto essere una qualsiasi piccolo-borghese di età matura, una di quelle che si incontrano per strada a fare la spesa". Invece la segretaria del ministro, la signorina Blanche Lamotte, quarantaduenne, "aveva un viso comune, senza attrattive, ma sotto l'abito nero, semplicissimo rischiarato al collo solo da un un piccolo pizzo bianco, Maigret fu sorpreso di scoprire un corpo giovane, ancora formoso". Sempre il dettaglio rivelatore che spinge alla riflessione. Non dare nulla per scontato. Questa sembra essere ancora una volta la lezione del buon vecchio Simenon.

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Maigret chez le ministre

Un sanatorium de l'Etat vient de s'effondrer, causant la mort de 128 enfants. Lors de l'étude du projet de construction, un éminent spécialiste de l'Ecole Nationale des Ponts et Chaussées, le professeur Calame, avait prévu la catastrophe, mais on avait négligé son avis. De nombreux politiciens compromis dans l'affaire ont tout intérêt à faire disparaître le rapport de cet expert. Le ministre, Auguste Point, a tenu entre ses mains pendant quelques heures ce rapport, mais on le lui a dérobé. Il ne peut faire de déclaration au public, qui l'accuserait d'avoir détruit le document pour se sauver et sauver ses collègues. C'est pourquoi, désespéré, il demande au commissaire Maigret de retrouver le rapport ou tout au moins le voleur. Bientôt, les journalistes connaissent l'existence du rapport Calame, son importance et sa disparition. Point voit sa réputation anéantie. A ce moment, il est clair que celui qui a volé le document et informé la presse cherche à ruiner la carrière politique du ministre en se servant du rapport comme d'un moyen de chantage contre toutes les personnes mêlées à la construction du sanatorium. Le député Mascoulin pourrait être cet homme, car c'est un politicien sans scrupules et avide de pouvoir. Il a été le premier à poser des questions claires et bien informées à propos du rapport Calame et on apprend qu'il est entré en relation avec Piquemal, l'homme des Ponts et Chaussées qui avait remis le rapport à Point. Grâce à différents témoignages, Maigret retrouve le voleur, un certain Eugène Benoît qui avoue le vol, mais refuse de dénoncer son patron. Maigret connaît la vérité, mais ne pourra la prouver : Mascoulin possède un photostat du rapport Calame et a détruit l'original. Il ne pourra être inculpé, car en raison de sa puissance, aucun de ses «collaborateurs» ne le dénoncera : il tiendra donc toujours à sa merci ceux qui ont accepté la construction du sanatorium. Le commissaire a néanmoins retrouvé le voleur et sauvé la réputation de Point.

http://www.toutsimenon.com/oeuvre/tout-simenon/fiche-livre/17-Maigret-chez-le-ministre_3944

Si veda inoltre Robert de Jouvenel, La Repubblica dei compari, a cura di Emanuele Bruzzone, Il segnalibro, Torino 1995, XLIX - 168 pp.
La Repubblica dei compari / Robert de Jouvenel ; a cura di Emanuele Bruzzone. - Torino : Il segnalibro, 1995. - XLIX, 168 - See more at: http://www.librinlinea.it/titolo/la-repubblica-dei-compari-bruzzone-eman/UFI0204659#sthash.d4HkLgk3.dpuf
La Repubblica dei compari / Robert de Jouvenel ; a cura di Emanuele Bruzzone. - Torino : Il segnalibro, 1995. - XLIX, 168 - See more at: http://www.librinlinea.it/titolo/la-repubblica-dei-compari-bruzzone-eman/UFI0204659#sthash.d4HkLgk3.dpuf
La Repubblica dei compari / Robert de Jouvenel ; a cura di Emanuele Bruzzone. - Torino : Il segnalibro, 1995. - XLIX, 168 - See more at: http://www.librinlinea.it/titolo/la-repubblica-dei-compari-bruzzone-eman/UFI0204659#sthash.d4HkLgk3.dpuf
La Repubblica dei compari / Robert de Jouvenel ; a cura di Emanuele Bruzzone. - Torino : Il segnalibro, 1995. - XLIX, 168 - See more at: http://www.librinlinea.it/titolo/la-repubblica-dei-compari-bruzzone-eman/UFI0204659#sthash.d4HkLgk3.dpuf
 

lunedì 29 aprile 2013

Jane Austen, Emma (1815), incipit



Emma Woodhouse, handsome, clever, and rich, with a comfortable home and happy disposition, seemed to unite some of the best blessings of existence; and had lived nearly twenty-one years in the world with very little to distress or vex her.

Traduzione di Pietro Meneghelli, Newton&Compton 2010
Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un carattere allegro, sembrava riunire in sé il meglio che la vita può offrire, e aveva quasi raggiunto i ventun anni senza subire alcun dolore o grave dispiacere.

Traduzione di Giuseppe Ierolli*, http://www.jausten.it/jarce01.html
Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un buon carattere, sembrava riunire in sé alcune delle migliori benedizioni dell'esistenza, ed era al mondo da quasi ventun anni con pochissimo ad affliggerla o contrariarla. 

Traduzione di Bruno Maffi**, BUR 1954
Bella, intelligente, ricca, con una casa fatta per viverci bene e un'indole felice, Emma Woodhouse sembrava riunire alcuni dei beni più preziosi della vita; e, in realtà era vissuta quasi ventun anni nel mondo  al riparo da grosse noie e fastidi.

Traduzione di Mario Praz, Garzanti 1965
Emma Woodhouse, avvenente, intelligente e ricca, con una casa provvista di ogni agio e un'indole felice, pareva riunire in s alcuni dei migliori vantaggi dell'esistenza; ed era vissuta circa ventun'anni nel mondo senza quasi conoscere dispiaceri o contrarietà.

Traduzione di Fruttero e Lucentini, 1993
Emma Woodhouse era bella, intelligente, ricca. Aveva una casa particolarmente confortevole e un temperamento felice. Pareva che le fossero toccate tutte le fortune, insomma.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel capitolo dedicato a Jane Austen della sua Letteratura inglese (in: Opere, Mondadori, Milano, 1995, pag. 982), scrive: "La Austen è uno di quegli scrittori che richiedono di esser letti lentamente: un attimo di distrazione può far trascurare una frase che ha un'importanza primaria: arte di sfumature, arte ambigua sotto l'apparente semplicità."

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 * http://www.unteconjaneausten.com/2011/09/leggere-jane-austen-in-italiano-quale.html

** http://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Maffi
Emma come romanzo giallo ante litteram: http://fr.wikipedia.org/wiki/Emma_%28roman%29