venerdì 24 novembre 2023

Il toro rosso

 

 



Italo Calvino, Il toro rosso, l'Unità edizione piemontese 23 marzo 1947

Pochi buoi, dalle nostre parti. Non ci son prati da pascolare, né campi grandi da essere arati: ci
son solo sterpi da brucare e brevi strisce di una terra che non si rompe se non si zappa. Poi
stonerebbero, i buoi e le mucche, larghi e placidi come sono, in queste valli strette e dirupate; qui ci
vogliono bestie magre, tutte tendini, che camminino su per i sassi: muli e capre.
Il bue degli Scarassa era l’unico della vallata, e non stonava, era più forte e docile di un mulo, un
piccolo bue tozzo, tarchiato, da carico; Morettobello, si chiamava. I due Scarassa, padre e figlio, si
guadagnavano la vita col bue, facendo viaggi per i vari proprietari della vallata, portando i sacchi di
frumento al mulino, o le foglie di palma agli spedizionieri, o i sacchi di concime dal consorzio.
Quel giorno Morettobello dondolava sotto il carico bilanciato alle due parti del basto: legna
d’ulivo spaccata da vendere a un cliente in città. Dall’anello infilzato nelle narici nere e molli la
corda lenta da toccar terra finiva nelle mani ciondolanti di Nanin, figlio di Battistin Scarassa,
allampanato e macilento come il padre. Erano una strana coppia: il bue con le gambe corte, la
pancia bassa e larga, come un rospo, faceva passi prudenti, sotto il carico; lo Scarassa, con la faccia
lunga e ispida di peli rossi, i polsi scoperti dalle maniche troppo corte, buttava avanti i passi che
sembrava avesse due ginocchi in ogni gamba, sotto i pantaloni che quando tirava vento s’agitavano
come vele, come se non ci fosse dentro nessuno.
C’era la primavera, quel mattino; cioè c’era nell’aria quel senso improvviso di scoperta che si
prova tutti gli anni, un mattino, quel ricordarsi una cosa come dimenticata da mesi. Morettobello, di
solito così tranquillo, era inquieto. Già Nanin, al mattino, cercandolo nella stalla non l’aveva
trovato; era in mezzo al campo che girava intorno gli occhi sperduti. Ora, andando, Morettobello si
fermava ogni tanto, alzava le narici infilzate dall’anello, annusava l’aria con un breve muggito.
Nanin dava uno strappo alla corda e una voce gutturale di quel linguaggio che s’usa tra gli uomini e
i buoi.
Morettobello sembrava ogni tanto preso da un pensiero: aveva fatto un sogno, quella notte,
perciò era uscito dalla stalla e quel mattino si trovava sperduto nel mondo. Aveva sognato cose
dimenticate, come d’un’altra vita: grandi pianure erbose e vacche, vacche, vacche a perdita
d’occhio che avanzavano muggendo. E aveva visto anche se stesso, là in mezzo, a correre nella
torma delle vacche come cercando. Ma c’era qualcosa che lo tratteneva, una tenaglia rossa
conficcata nelle sue carni, che gl’impediva di traversare quella torma. Al mattino, andando,
Morettobello sentiva la ferita rossa della tenaglia ancora viva su di sé, come una disperazione
ineffabile nell’aria.
Per le strade non si vedevano che bambini vestiti di bianco con al braccio la fascia frangiata
d’oro, e bambine vestite da sposa: era il giorno della cresima. Al vederli qualcosa si oscurò in fondo
all’animo di Nanin, come un’antica, furiosa paura. Era forse perché suo figlio e sua figlia non
avrebbero mai avuto quegli abiti bianchi per la cresima? Certo, dovevano costare molto. Allora gli
prese una rabbia, una smania, di far fare la cresima ai suoi figlioli: vedeva già il maschietto con
l’abito bianco alla marinara e la fascia al braccio con la frangia d’oro, la femmina col velo e lo
strascico nella chiesa tutta ombre e luccichio; e i paramenti del prete e della chiesa, i pizzi, i fiocchi, i candelieri s'agitavano nella sua mente come una smania strana, che non si poteva esaurire.
Il bue sbuffò: ricordava il sogno, vedeva la mandria di vacche galoppanti, come in una zona fuori
della sua memoria, e lui che proseguiva in mezzo a loro sempre più a fatica. A un tratto in mezzo
alla torma delle vacche, su una piccola altura, rosso come il dolore della ferita, era apparso il grande
toro, dalle corna come falci che toccavano il cielo, che si gettava contro di lui muggendo.
I bambini della cresima, sul piazzale della chiesa, presero a correre intorno al bue. - Un bue! Un
bue! - gridavano. Era una vista insolita un bue, da quelle parti. I più coraggiosi si azzardavano fino
a toccargli la pancia, i più esperti gli guardavano sotto la coda: - É castrato! Guardatelo! É castrato!
- Nanin si mise a urlare, a dar manate in aria per mandarli via. Allora i bambini vedendolo così
allampanato, macilento e rattoppato, cominciarono a fargli il verso e a canzonarlo col suo
soprannome: "Scarassa! Scarassa!" che vuol dire palo da vigna.
Nanin sentiva quella antica paura farglisi più viva, più angosciosa. Vedeva altri ragazzi vestiti da
cresima che lo canzonavano, che canzonavano non lui ma suo padre, macilento, allampanato e
rattoppato come lui, il giorno che l’aveva accompagnato a cresimarsi. E risentì viva come allora
quella vergogna che aveva provato per suo padre, al vedere i ragazzi che gli saltavano intorno e gli
buttavano addosso i petali di rosa calpestati dalla processione, chiamandolo: Scarassa. Quella
vergogna l’aveva accompagnato per tutta la vita, l’aveva riempito di paura a ogni sguardo, a ogni
riso. Ed era tutto colpa di suo padre; cosa aveva ereditato da suo padre più che miseria, stupidità,
goffaggine della persona allampanata? Egli odiava suo padre, ora lo comprendeva, per quella
vergogna fattagli provare da ragazzo, per tutta la vergogna, la miseria della sua vita. E gli venne
paura in quel momento che i suoi figli si sarebbero vergognati di lui come lui del padre, che un
giorno l’avrebbero guardato con l’odio che era in quel momento nei suoi occhi. Decise: «Mi
comprerò anch’io un vestito nuovo, per il giorno della loro cresima, un vestito a quadretti, di
flanella. E un berretto di tela bianca. E una cravatta di colore. E anche mia moglie dovrà comprarsi
un vestito nuovo, di stoffa, grande che le stia anche quando è incinta. E andremo tutti insieme ben
vestiti nella piazza della chiesa. E compreremo il gelato al carretto del gelataio». Ma gli restava una
smania che non sapeva come esaurire.
Arrivato a casa, portò il bue nella stalla e gli tolse il basto. Poi andò a mangiare; la moglie e i
bambini e il vecchio Battistin erano già a tavola che trangugiavano una minestra di fave. Il vecchio
Scarassa, Battistin, pescava le fave con le dita e le succhiava buttando via la pellicola. Nanin non
stava attento ai loro discorsi. "Bisogna che i bambini facciano la cresima", - disse. La moglie alzò verso di lui la faccia smunta e spettinata.
"E i soldi per vestirli?" chiese.
"Dovranno avere dei bei vestiti", continuò Nanin senza guardarla. - Il maschio alla marinara, bianco, con la frangia d’oro al braccio, la femmina da sposa, con lo strascico e il velo.
Il vecchio e la moglie lo guardavano a bocca aperta.
"E i soldi?" ripeterono
"E io mi comprerò un vestito di flanella a quadretti, - continuò Nanin, - e tu un vestito di stoffa,
grande che ti stia anche quando sei incinta".
Alla moglie venne una idea: - Ah! Hai trovato da vendere la terra del Gozzo. La terra del Gozzo era un campo ereditato, tutto pietre e cespugli, che li faceva pagar tasse senza render niente. A Nanin seccava che credessero questo: stava dicendo delle cose assurde, ma c’insisteva, con rabbia.
"No, non ho trovato nessuno. Ma noi dobbiamo avere tutto questo", s’intestò, senza levare gli
occhi dal piatto. Invece gli altri erano già pieni di speranze: se aveva trovato da vendere la terra del
Gozzo, tutte le cose che aveva detto erano possibili.
"Coi soldi della terra, - disse il vecchio Battistin, - mi posso far fare l’operazione dell’ernia".
Nanin sentiva d’odiarlo. "Ci creperai, con la tua ernia!" gridò.
Gli altri stavano attenti se impazziva.
Intanto, nella stalla, il bue Morettobello s’era slegato, aveva abbattuto la porta, era uscito nel
campo. A un tratto entrò nella stanza, si fermò, e lanciò un muggito, lungo, lamentoso, disperato.
Nanin s’alzò imprecando e lo ricacciò nella stalla a bastonate.
Rientrò: tutti tacevano, anche i bambini. Poi il maschio gli chiese: "Papà, quando me lo compri il
vestito alla marinara?"
Nanin alzò gli occhi su di lui, gli occhi uguali a quelli di suo padre Battistin.
- Mai! - urlò.
Sbatté la porta e andò a dormire.


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