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venerdì 29 maggio 2026

Sinner, la debolezza del campione


Sinner eliminato a Roland Garros
Marco Iaria, Gazzetta dello Sport
Il numero 1 al mondo eliminato dallo torneo francese: in vantaggio 6-3 6-2 5-2, a un game dalla vittoria, Jannik crolla per il caldo e non riesce a riprendersi. Sullo Chatrier va in scena un altro dramma per Jannik Sinner. Un anno fa sciupò tre match consecutivi contro Alcaraz in finale. Oggi, senza il grande rivale e con i favori del pronostico per il Roland Garros che manca alla sua collezione, si è arreso al caldo, prima ancora che a Juan Manuel Cerundolo, proprio a un passo dal traguardo. Sembrava una giornata ordinaria, esattamente come quelle che in questi due mesi e mezzo hanno punteggiato un dominio inscalfibile sul circuito: 30 vittorie e cinque titoli consecutivi. E invece, sul 6-3 6-2 5-2, Jannik entra in blackout fisico, uno di quelli che spesso in carriera lo hanno tormentato: la gambe che non girano, la nausea che induce al vomito, il calore insopportabile. Stavolta, però, pur riprendendo a giocare, non riesce a ritrovare le energie necessarie e l’argentino, n.56 Atp e fratello del più quotato Francisco, compie l’impresa vincendo al quinto set, con il punteggio di 3-6 2-6 7-5 6-1 6-1, in 3 ore e 36 minuti. Il numero 1 del mondo esce clamorosamente al secondo turno di Parigi e deve rimandare la missione di completare il “Career Grand Slam”.

Caterina Soffici
Sinner, la grandezza di chi non cerca scuse

La Stampa, 29 maggio 2026

Sinner ha perso, viva Sinner. Quanta forza ci vuole per vincere lo capisci ancora meglio quando la forza ti abbandona. Perché allora è evidente che non è cosa scontata. La giornata no capita a tutti. Perdere fa parte del gioco. Lì, nel rettangolo diabolico come le sue misure (23,77 metri di lunghezza per 8,23 di larghezza), ognuno è solo e può sempre succedere di tutto. Anche se sei in vantaggio e ti manca un game per la vittoria, come è successo ieri a Sinner. Anche se bastavano “solo” quattro colpi vincenti per passare il turno e continuare a sognare la finale e il trofeo Slam mancante alla collezione. Nel tennis non puoi fare melina aspettando il fischio dell’arbitro. Ogni punto te lo devi andare a prendere, e non basta un fisico bestiale, come cantava Luca Carboni. Ci vuole una forza enorme, fisica e mentale. Per questo il tennis è quel gioco crudele e magnifico che ci incolla per ore a seguire una pallina gialla che rimbalza di qua e di là dalla rete.

Gli occhi persi di Jannik Sinner ieri sul centrale del Roland Garros dicevano tutto. Dicevano: non ce la faccio. È il giocatore più forte del momento, lo sappiamo. Rimane il numero uno del mondo, a distanza siderale dagli inseguitori. Ma ieri la forza lo ha abbandonato. Niente di eccezionale se la guardiamo per quel che è: Sinner è pur sempre un umano, fatto di gambe, braccia, polmoni, pelle e tendini, sudore, cuore e testa. Lo pensiamo un robot. Ma non è di acciaio. Né di un’altra lega speciale. Questi ragazzi sono sportivi di ultima generazione, e quindi ce li aspettiamo bionici. Perfetti, precisi al millimetro, allenati da super coach – anche mentali -, muniti di fisioterapisti, scrocchiaossa, integratori, alimentazione impeccabile e tutto il resto. Ma non sono macchine. E neanche super uomini. Qualcuno li pensa come Eroi, e come tali infallibili. In un certo senso sono Eroi, visto come volteggiano in luoghi inaccessibili ai mortali. E fanno cose impensabili. Eppure anche Achille aveva il suo tallone.

Gli occhi sbarrati, le gambe rigide, i movimenti di un automa, Sinner ha avuto comunque l’onestà di rimanere in campo fino alla fine. Ha giocato fino all’ultimo punto. È una grandezza anche questa. Poteva ritirarsi. Non lo ha fatto. Forse ha sperato che le forze ritornassero nel suo corpo sofferente. Un grande campione ci prova sempre fino alla fine e quante partite abbiamo visto ribaltarsi all’ultimo punto dell’ultimo game del quinto set. È rimasto lì, a soffrire per quasi due ore, piegato e tremante, perché uno come Sinner rispetta lo sport e il pubblico.

Se Sinner fosse uno di quei giocatori da circolo del tennis avrebbe cercato la scusa, la scappatoia facile. Era pronta, servita sul piatto d’argento. Il caldo. Che c’era, è innegabile. Un caldo afoso che ci fa ansimare se attraversiamo la strada a passo lento sotto il sole, figurarsi a correre su un campo di tennis alle due del pomeriggio. Una raccattapalle è svenuta, Casper Ruud ha avuto un malore e vertigini («mi sentivo un zombie»), Gabriel Diallo si è ritirato per un colpo di calore, Jacuk Mensik è collassato a terra e l’hanno portato via su una sedia a rotelle. Djokovic da grande saggio e veterano ha chiesto di giocare più match serali. Ci sarà molto da discutere e decisioni da prendere. Lasciamo il caldo e la programmazione dei tornei Atp alle polemiche tra specialisti. Lasciamo il “male oscuro di Sinner” agli amanti dei complotti e ai dietrologi. Lui, il campione sconfitto, ha detto semplicemente: «Qui faceva caldo ma era giocabile, non stavo morendo per il caldo. Oggi è stato uno scenario diverso: può succedere». Ieri è successo a Sinner. Nessun compagno da nascondere dietro una cattiva giornata, nessun alibi tattico, nessuna panchina lunga dove mimetizzare la malinconia.

Può succedere. Punto. Un campione che nella sconfitta torna uomo. Fragile, stanco, imperfetto. È in quel momento che il pubblico smette di misurare i trofei e le strisce di partite vincenti e comincia a riconoscersi nell’uomo. Perdere una partita importante davanti al mondo intero e trovare comunque la forza di andare a rete, stringere la mano all’avversario, accettare gli applausi: non è solo sport, è educazione sentimentale e civica. Perdere da campioni è un talento raro.

Aspettiamo Jannik a Wimbledon, con le parole di augurio di Rudyard Kipling, scritte all’ingresso del Centre Court: «Che tu possa incontrare il trionfo e il disastro e fronteggiare quei due impostori nello stesso modo».

venerdì 1 maggio 2026

Il monito di Odisseo: la misura


Odissea 
18, 124-149

traduzione di Ettore Romagnoli


«Proprio mi sembri, Anfínomo, pieno di senno: figliuolo
degno del babbo tuo, che tanto ne intesi dir bene:
Nisi di Dúlico, tanto dicevano, buono e opulento.
Tu sei suo figlio, dicono, e un uomo dabbene mi sembri.
E ti dirò per questo, se vuoi darmi ascolto e capirmi:
sopra la terra non v’ha creatura piú grama dell’uomo,
fra quante van rependo sovr’essa, traendo il respiro.
Sin che i Celesti gli dànno fortuna, e si regge sui piedi,
pensa che mai non gli debba toccar nel futuro un malanno:
se poi qualche sciagura gli mandano i Numi beati,
a malincuore s’adatta, mal tollera l’animo i pesi.
Tale è l’umor delle genti che vivono sopra la terra,
sin che li tiene in vita degli uomini il padre e dei Numi.
Vivere anch’io fra la gente felice potevo, ed usai
la prepotenza, il sopruso, commisi molti atti malvagi,
nel padre mio, nei miei fratelli fidando. Per questo
dico che nessun uomo dovrebbe mostrarsi malvagio,
bensí godersi il bene che i Numi gli mandano, in pace.
Ora veggio io, per esempio, i proci che ordiscono infamie,
consumano gli averi, rispetto non hanno alla sposa
d’un uomo che, ti dico, lontano dai suoi, dalla patria,
non resterà piú a lungo; ché anzi è vicino. Ma un Nume
te riconduca alla patria, che imbatter con lui non ti debba,
quando alla terra madre ritorno farà; ché giungendo
alla sua casa, farà giustizia dei proci anche Ulisse;
né, senza sangue sarà, per quanto credo io, la giustizia».

Davide Susanetti
La felicità degli antichi. Idee e immagini di una buona vita

Feltrinelli, Milano 2018

Si tratta del monito che Odisseo, tornato a Itaca, ma ancora travestito

come un irriconoscibile mendicante, rivolge a uno dei Proci che consumano

i beni della sua casa e attentano alla virtù di Penelope. Raccontando una

sorta di autobiografia fittizia, l’eroe avverte implicitamente il suo

interlocutore dei rischi di un comportamento ingiusto e tracotante. E, nel far

questo, dispiega una considerazione paradigmatica sulla vita umana.

L’uomo è un essere debole e vulnerabile, ma spesso lo dimentica e si illude

di essere immune dalla sofferenza, salvo doversi ricredere quando la

sventura travolge la sua esistenza, per conseguenza anche dei propri

personali errori. La mente dell’uomo – osserva Odisseo – è tale quale il

giorno che ad essi manda Zeus (ep’ emar agesi)”. I pensieri e i sentimenti

dell’uomo prendono il colore e il tono della singola giornata, felice o

dolorosa: ne sono determinati sia nella misura dell’inconsapevolezza

soggettiva (se non si riesce a vedere nulla al di là del presente e ci si illude

che nulla cambi in futuro) sia nella forma oggettiva di un’impossibilità di

mutare il corso degli eventi. Il passo omerico – nella formulazione adottata

da Odisseo – illustra la genesi e il significato primario dell’aggettivo

ephemeros, che, in tanta poesia greca, definisce la stirpe dei mortali: l’uomo

è “effimero” non tanto perché la sua vita è di breve durata, quanto piuttosto

perché è strettamente “dipendente dal giorno”, dall’emar o hemera, che

sempre può far mutare le condizioni dell’esistenza individuale, come anche

il Solone di Erodoto provvederà a spiegare.

Philip Roth, la trilogia americana


Eleonora Reggiori
La trilogia americana di Philip Roth

https://culturificio.org/la-trilogia-americana-di-philip-roth/

Philip Roth è un autore ossessivo, si ripete in continuazione. Si leggono i suoi libri non con l’idea che ci si troverà qualcosa di inconsueto, ma perché è riconoscibile. Nei suoi romanzi i soliti temi si arrotolano su trame che dicono tanto di lui: narcisismo, scrittura, l’America e gli ebrei d’America, la storia nazionale, l’uomo che compie il passo della sua vita, dalla comunità di appartenenza al mondo reale. Le donne, il sesso, la letteratura.

E comunque si ha sempre la persistente sensazione che non abbia ancora detto tutto: Roth è così, ti trascina nel vortice di una narrazione rabbiosa e finisce che ti trovi – come i suoi protagonisti – a boxare con il libro. Di lui si dice che è narcisista, misogino, un uomo concentrato solo su se stesso: questi sono anche i motivi per cui i lettori lo amano.

La trilogia americana è, innegabilmente, uno dei punti più alti della sua produzione. Roth è conosciuto da tutti per Pastorale americana (1997) con il quale ha vinto il premio Pulitzer nello stesso anno, ed è indubbio che sia un successo meritatissimo. Ma serve anche la lettura di Ho sposato un comunista (1998) e La macchia umana (2000), perché questi tre libri assumano un significato prima non altrettanto evidente.

Lo scrittore alter ego di Roth, il Nathan Zuckerman di Lo scrittore fantasma, ormai anziano, raccoglie in tre romanzi le storie eccezionali di tre personaggi con i quali aveva intessuto rapporti più o meno stretti quando era giovane, nella Newark degli anni Quaranta e Cinquanta, alle elementari, al liceo di Weequahic, all’università.

Le vite di Seymour Levov, lo Svedese, Ira Ringold e Coleman Silk emergono dai momenti cruciali dell’Americana del secondo dopoguerra. Sullo sfondo tutti i temi cari a Roth di cui si è già parlato, che qui diventano ancora più insistiti. Si ritrova l’attenzione alla storia statunitense, che viene presa e fatto oggetto di una critica spietatissima, a partire dagli snodi che rappresentano le vicende più controverse del periodo, dalla guerra del Vietnam, al maccartismo, al razzismo.

Roth stesso, nato nel 1933, attraversa il Novecento e vive in prima persona l’intreccio indissolubile tra la storia nazionale e la storia del particolarismo ebraico-americano, cosa che sicuramente lo colloca su una linea di continuità con altri autori ebraico-americani del Novecento, ma c’è di più, perché è lui, l’unico ad essere così teso, furioso.

Philip Roth è uno scrittore con il quale necessariamente bisogna confrontarsi, a maggior ragione se si è interessati alla letteratura americana. A mio parere, dalla sua trilogia americana non si torna indietro. E, sì, parlo della trilogia perché è uno di quei casi in cui il totale è superiore rispetto alla semplice somma delle parti. Ha sicuramente senso leggere solo Pastorale americana, o solo La macchia umana. Ma la conclusione del terzo libro (e non si devono necessariamente leggere in un ordine prestabilito) getta luce sull’operazione complessiva di Roth.

I suoi personaggi sono titanici, attirano tutta l’attenzione su di sé, monopolizzano la conversazione con Zuckerman per tutta la lunghezza del libro. Sono narcisi, uomini audaci, vogliono andare contro la Storia, combattere, ma l’uomo è in balia degli eventi. Ci sono, semplicemente, cose più grandi di noi. E non significa che allora l’uomo non abbia potere su nulla, ma non ha potere contro le dinamiche crudeli della società, contro il moralismo, la guerra e la paura, questo sì.

L’uomo è una bestia, questo è quello che emerge dai tre romanzi. E la letteratura non è un esercizio volto a rendere sopportabile il mondo, non è un atto di cultura. Con i libri si può fare altro e non sono mai, mai, un mezzo per allontanarsi dalla realtà. Dal mondo non si sfugge. Perché, e i personaggi di questi tre libri ne sono esempi perfetti, qualsiasi cosa tu abbia fatto, da qualsiasi menzogna tu stia scappando, questa tornerà da te, nella tua casa. E te ne libererai solo con la morte.

Mai, in tutta la sua vita, aveva avuto occasione di chiedersi: «Perché le cose sono come sono?» Perché avrebbe dovuto farlo se per lui erano sempre state perfette? Perché le cose sono come sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato così fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda (Pastorale americana).

Ed è così che vivono gli americani, secondo Roth. Facendo finta che non ci sia nulla di ipocrita nelle loro famiglie, nei lavori che svolgono con la testa bassa, sempre negando, nascondendo la polvere sotto il tappeto.

Devi fare solo questo, presentare una buona e coerente versione di te stesso, e nessuno verrà mai a farti domande (La macchia umana).

Ma la forza di questi libri sta nel portare a galla tutte le contraddizioni e le falsità di quello che è il sogno americano. Non c’è una nazione perfetta. E se ci fosse, comunque, non sarebbero gli Stati Uniti.

Levov, Ringold e Silk sono uomini straordinari nella misura in cui vengono caricati di tutto il peso che una persona può portare. E vanno avanti anche per un po’, senza spezzarsi. Ma la verità è che sotto la facciata lucida e splendente di una casa meravigliosa, dietro alla moglie bellissima e alla carriera sfolgorante, gli uomini sono crudeli, la vita non guarda in faccia nessuno.

Leggendo questi tre libri si ha la schiacciante sensazione di assistere a una brutale lotta che vede protagonisti la libertà individuale, da un lato, sulla quale il sogno americano si basa, e dall’altro le forze livellatrici della società, colpevoli di riportare tutto alla disciplina.

I personaggi di Roth non possono ricominciare, superarsi e andare avanti, e non possono farlo perché ci sarà sempre qualcuno a ricordare loro cosa hanno fatto, cosa è successo. Porteranno sempre su di sé la macchia dei propri errori. Così Coleman Silk con il suo errore di vocabolario, lo Svedese e il mostro in casa, Ira Ringold, l’attore comunista. Non c’è una soluzione, il racconto è solo quello che è: il discorso di due uomini, non ha alcuna valenza purificatrice.

Zuckerman annota solo ciò che questi uomini sono stati; la speranza è quella di capire, tramite la letteratura, se c’è ancora la possibilità di prendere gli uomini al di là delle mere azioni. Ne risulta che il significato degli uomini, qui, è ben lontano dalla poeticità che ci si aspetterebbe dai discorsi triti sul senso della vita. E questa, alla fine, non può che uscirne ridimensionata: se c’è qualcosa di davvero consolatorio, che vale la pena di osservare, quello è l’universo, ma solo perché è completamente privo di antagonismo, «il grande cervello del tempo, una galassia di fuoco non acceso da mano umana» (Ho sposato un comunista).

lunedì 24 novembre 2025

Simenon, un'idea dell'Africa

Ezio Mauro
Simenon l'africano, ritratto dello scrittore che non era solo Maigret

la Repubblica, 3 novembre 2025

Compaiono all’improvviso da un angolo qualunque della loro vita, e qui nessuno li aspettava. Li vediamo arrivare alla stazione di una città di provincia, sbarcare da un traghetto con le mani in tasca, scendere da una scala di ferro, chiudere con la sbarra la porta interna del bistrot, dove l’alone di fumo si rifugia ormai sotto la cupola delle grandi lampade, mentre l’odore di cibo se ne sta andando come ogni notte, quando si spalanca la porta della cucina sul buio perché il freddo cambi l’aria. Sono uomini ruvidi, pugili della vita perché hanno dovuto fare a pugni con l’esistenza e ne portano i lividi sull’anima, ricordo di una sconfitta che lascia il segno, ma non riesce a fermarli: domani torneranno a sedersi ai tavolini del bar davanti al tribunale, dove stamattina la ragazza col grembiule blu ha sorriso due volte e si è voltata a guardare, tornando al banco dopo aver servito il caffè con l’acquavite.

Oppure sono medici, giudici, avvocati e notai che stanno guidando a tarda sera le loro automobili potenti dall’abitazione dell’amante fino al cancello di casa, e non si sa se sapranno frenare davanti al precipizio che tra poco si aprirà nelle loro abitudini di comando e di benessere, oppure se rovineranno fino in fondo, senza nemmeno capirne la ragione. È la stessa storia vista dai due lati della vita: perché c’è sempre un punto in cui il presente si imbizzarrisce e non accetta di diventare futuro com’era stato programmato, anzi deraglia ribaltando ogni cosa, quando si rovescia la prospettiva, e insieme il destino.

È qui che il romanzo di Simenon può cominciare, per risalire la vicenda senza una morale, una lezione, una tesi, un giudizio, senza nemmeno compassione: semplicemente con lo sguardo innocentemente crudele del testimone. Tutto è già avvenuto, o tutto deve ancora compiersi: e leggendo ci avviciniamo a quell’appuntamento guidati dal peso segreto dell’accaduto, con cui alla fine bisogna fare i conti, oppure dall’accumulo di segni che preparano la disgrazia, crescono pagina dopo pagina come un tormento e conducono inevitabilmente alla rivelazione della rovina, alla distruzione dell’ordine fittizio in cui ogni cosa sembrava vivere fino al giorno prima, nella fragilità dell’apparenza.

Queste fotografie provengono dalla macchina fotografica personale di Simenon: qui sopra, uno scatto del mercato a Stanleyville

Queste fotografie provengono dalla macchina fotografica personale di Simenon: qui sopra, uno scatto del mercato a Stanleyville

Ma prima dell’esplosione della realtà c’è la sua costruzione, pezzo per pezzo, con la scenografia e la sceneggiatura che arredano il palcoscenico, svelano il paesaggio, aggiungono i colori, accendono le luci, verso sera: e attirano all’interno del disegno il lettore come se lo mettessero a parte di una confidenza, gli mostrassero un accesso riservato, gli concedessero il privilegio di essere al centro della scena.

Che può essere un semplice simbolo ossessivo come una camera azzurra, una coppia di persiane verdi, le finestre di fronte, la neve già sporca, una porta che si aprirà nell’ultimo capitolo mostrando il dramma; o la geografia domestica di un appartamento in cui già a pagina venti sappiamo muoverci da soli, lasciando il cappotto sull’attaccapanni di vimini all’ingresso dove c’è un ombrello nero, per sederci sul divano a frange del salotto, dov’è esposto il servizio da pranzo buono mai usato, con le bollette della luce appoggiate sulla zuppiera, di fianco alla stufa di ghisa arroventata dal suo stesso calore: mentre si può scorgere quella lama di luce come un segnale o una spia sotto la porta chiusa della camera verde.

Oppure la scena si dilata fino a comprendere un paese, e raccoglierlo tutto, case, viali e piazze, nella giornata scandita quasi fosse un rito: come se guardassimo dalla finestra dentro una casa qualunque, ascoltiamo il suono della sveglia alle sei e mezza del mattino, immediatamente prima delle campane che chiamano in chiesa, poi la scala che scricchiola al quarto gradino, quindi riconosciamo l’odore di legna bruciata e petrolio subito sormontato dal profumo caldo del caffè, i passi rasenti ai muri nel buio che diventa grigio, per finire con le litanie mattutine di una messa sbrigativa e fredda, con la macchia dei vestiti scuri delle vedove nei banchi.

Traversata sul fiume Congo in un altro scatto dalla macchina fotografica personale di Simenon
 

Traversata sul fiume Congo in un altro scatto dalla macchina fotografica personale di Simenon
 

 

È questa ricostruzione della normalità che prepara l’avvento del mistero pronto adesso ad emergere per rivelarsi, travolgendo tutto. Attorno c’è il coro delle abitudini quotidiane che continuano indifferenti, come se il mondo non prevedesse deviazioni, rifiutasse tentazioni, cancellasse le eccezioni. Tutto ottusamente disciplinato in un ordine refrattario alle sorprese, che non vuole guardare e vedere al di là di sé. Con la geografia del mercato montata come sempre ancora prima dell’alba, tra i padiglioni con la carne rossa sulla ceramica lucida, le piramidi di verdura che s’innalzano tra i banchi, i mazzi di anemoni, le prime fragole pallide impreziosite dai cestini di paglia, la fruttivendola con una giacca da uomo sopra tre maglioni, le donne che sbattono le braccia e battono i piedi per scaldarsi e il primo vino bianco della giornata che comincia a girare nel caffè sulla piazza. Anche stamattina nel vento del porto passa il suono delle sirene che annunciano navi scure e fradicie in movimento, ma non riescono a rompere la bruma dell’inverno: anzi, visto da qui sembra eterno, come una minaccia capace di durare tutto l’anno.

È a questo punto, mentre ogni cosa sembra al suo posto e in ordine, che bisogna andare a prendere i personaggi e portarli al centro dell’azione. Aspettano nella cabina del Polarys ormeggiato in porto, in una camera d’albergo col nome di animale, nella stanza d’angolo sottotetto al secondo piano di una pensione, nel letto di ferro della mansarda dove una volta dormiva la servitù, nell’insoddisfazione di una situazione di potere e di un ruolo sociale di spicco, cui però corrisponde in segreto il vuoto quotidiano della loro vita: tutti luoghi precari, di passaggio, mobili, sradicati e provvisori, da cui ora possono staccarsi facilmente e fare quel passo in più, decisivo per renderli interpreti dell’ineluttabile che li aspetta nel cuore della vicenda. Nell’instabilità di questi mesi hanno visto tendersi il filo lungo il quale si svolge questa avventura, nel corso delle settimane il caso li ha scelti come protagonisti, nelle ultime giornate il destino ha fatto il resto, annodando insieme le loro storie.

Adesso sono pronti, stanno arrivando, eccoli. Conoscono a perfezione la scena, l’hanno frequentata ogni giorno, in qualche caso l’hanno anche maledetta e odiata, cercando di forzarla e liberarsene. Ma sta piovendo da una settimana, con qualche fiocco di neve grigiastro mischiato alla trama della pioggia, le vetrine dei negozi devono restare illuminate tutto il giorno, per strada si sente soltanto il rumore dei passi che finiscono nelle pozzanghere: meglio restare in cucina, con le mani appoggiate alla tovaglia lucida a quadri piccoli, bianchi e rossi, nel conforto caldo del legno bruciato che si spezza nella stufa e il rumore del tizzone che cade in un tonfo, cedendo al fuoco. Infine: accada quel che deve accadere.

Poi, quando tutto è consumato e la storia si è compiuta, l’uomo se è superstite abbandona la scena. Lo vediamo di schiena, con il colletto dell’impermeabile sollevato sulla nuca e quella piccola valigia nera dove sta l’intero saldo delle sue avventure: e un livido in più. Con lui c’è la ragazza che aveva il grembiule blu, quando serviva il caffè ai tavoli davanti al tribunale. Camminano non si sa verso dove: forse li aspetta un bar che si chiama Mocambo.

mercoledì 23 luglio 2025

L'attore e il quadro


François Jullien
, Essere o vivere. Il pensiero occidentale e il pensiero cinese in venti contrasti, traduzione di Emanuela Magno, Feltrinelli, Milano 2016.

Dalla recensione di Mario Porro, Doppiozero, 5 ottobre 2016

... da noi la filosofia, a partire da Parmenide, ha pensato il reale in termini di Essere; le cose sono enti isolabili dotati di proprietà distinte, ogni entità è sostanza, argomenta Aristotele, composta di materia e forma (eidos, l’idea di Platone diventata principio immanente), ed è la forma ad assegnare le caratteristiche agli enti. Si apre qui una diramazione del pensiero, si produce una “piega” che traccia i solchi nel campo del pensabile: a venire esclusa è la possibilità di pensare il reale come processo di continua trasformazione, come fa invece la cultura cinese. Per essa, la forma è solo il provvisorio arrestarsi di un flusso da cui non è isolabile, è solo in trasformazione; e la forma non viene attribuita a una causa esterna al fenomeno, ma a una “propensione” immanente, già implicata in essa. Propensione ci fa uscire dal regime della causalità, tanto caro al nostro sapere (scire est scire per causas), anche scientifico, e dunque dell’“esplicazione”, per introdurci in una logica della costante implicazione. Il che da subito sgombra il campo non solo dalla messa in scena di un Dio che sia “causa” del mondo, ma anche dalla valorizzazione del soggetto, dotato di Libertà e Volontà, che progetta, si prefigge dei fini in nome di ideali da conseguire, e con la sua Azione trasforma la realtà. La Cina, già dai testi relativi all’Arte della guerra, non affida la sua strategia dell’efficacia alla genialità del comandante, al coraggio dell’eroe, non glorifica l’attivismo del soggetto individuale; l’abilità del comandante (e oggi del manager) sta invece nel lasciare evolvere il potenziale di situazione a proprio vantaggio, secondo il principio di Laozi, “agire senza agire”: non restare in attesa o confidare in altro (Dio o chi per lui), ma sfruttare la situazione perché l’effetto desiderato sfoci dalla sua naturale evoluzione.

http://www.doppiozero.com/materiali/francois-jullien-essere-o-vivere

Se provate a pensare la politica a partire da una riflessione come questa, vi accorgete che il mondo, la realtà non sono una scacchiera in cui bisogna muovere dei pezzi e poi registrare le reazioni dell'avversario: altri pezzi che si spostano, altre mosse appunto. Il quadro sia esso una scacchiera o un paesaggio con figure ha una vita propria. E' abitato da tensioni. Le figure nel loro comportamento non dipendono da noi, hanno una loro ragion di vita e seguono propensioni facilmente riconoscibili. Si può quindi avere un'idea dei cambiamenti in corso. 
Pensate ora agli editoriali della stampa italiana. Sembrano scritti da strateghi frettolosi se non da demiurghi. La domanda implicita è: come si può raggiungere un determinato scopo? Secondo l'editorialista, l'attore percepito come razionale e benefico dovrebbe effettuare una serie di mosse destinate a produrre un riordino del quadro. Le controparti si dovrebbero normalmente adeguare, approdando  alle posizioni auspicate dall'attore che si configura come elemento risolutivo. 

La domanda su dove va il mondo in una certa fase, su quali sono gli obiettivi delle forze in campo, sulle effettive possibilità di vittoria per l'una o l'altra tendenza viene posta molto di rado. L'importante sembra essere il trionfo della ragione sull'errore. Gli attori politici a loro volta non si conformano a logiche tanto stringenti. Stanno dentro una realtà che include anche le altre forze presenti sul terreno. Piazzano dei colpi e, quando sono bravi, tengono conto dell' andamento successivo della battaglia, per poter mutare tattica, se occorre, al momento opportuno. E tuttavia, e tuttavia: la suprema bravura non sta nel guardare solo al destino di ogni singola mossa, sta nel considerare al tempo stesso il quadro che si evolve secondo una logica sua propria e che può comportare variabili del tutto indipendenti dalla volontà del singolo attore. 

mercoledì 9 aprile 2025

La frivolezza di Camilla


Lisa Ginzburg
, Frivolezza, Avvenire, 9 aprile 2025

Camilla, personaggio minore dell’Eneide, è una giovane amazzone allevata da Diana e poi riconsegnata al padre, il re Turno, che lui anche la educa per renderla una guerriera. Scrissi di questa figura perché soprattutto ero colpita dalla sua fine. Avviene durante una battaglia, e avviene perché Camilla nel mentre combatte intravede nel buio un bagliore, la luce cangiante di un abito. A tenderle la trappola è un guerriero avversario, che ha indossato un vestito bellissimo perché vuole (e riesce) a distrarla tentandola sul terreno che lei sino ad allora sempre si è vietata, quello che più ha fuggito: il terreno della frivolezza. «Di qualcosa ti accorgi però. È un bagliore cangiante, un brillare piumato, uno sfavillare di bronzo e oro, rosso rubino, blu turchese, e oro, oro a profusione: oro di cordami e di elmo, di gambali e di scudo. Tanto splendore, lo hai mai visto tu? No, se è vero che a un tratto lasci la presa sicura delle briglie, e cauta ti fai strada tra i cavalli, la polvere, la terra aggrumata di sangue. Per inseguire quel fascio di luce, quella armatura. Il primo vestito cui nella tua vita fai caso, il primo che ami e vuoi possedere». Scrissi così, di Camilla che incontra la sua morte per causa di una leggerezza che per la prima volta si concede.

Eneide, XI, 762-804, traduzione di Luca Canali

Dovunque la vergine furente si porta in mezzo alla schiera,
là Arrunte s'insinua, e silenzioso ne scruta i passi;
dovunque quella ritorna vittoriosa e si ritrae dal nemico,
là di nascosto il giovane volge le celeri briglie,
e già percorre questi e quei passaggi e perfido scuote l'asta sicura.
Per caso Cloreo, un tempo sacerdote consacrato
al Cibelo, riluceva lontano nell'armi frigie,
e spronava uno schiumante cavallo, coperto di una pelle
con squame di bronzo simili a pinne e con fibbie doro.
Splendente di esotica porpora ferrigna,

egli scagliava frecce gortinie con l'arco licio,
aureo l'arco gli pendeva dalle spalle, aureo il veggente
aveva l'elmo; aveva raccolto in un nodo la crocea clamide
e le pieghe di mussola fruscianti di fulvo oro,
aveva la tunica ricamata e barbarici schinieri alle gambe.
La vergine cacciatrice, sia per appendere al tempio
armi troiane, sia per incedere adorna d'oro predato,
inseguiva cieca lui solamente di tutta
la mischia della battaglia, e incauta per tutta la schiera
ardeva di femmineo amore della preda e delle spoglie:

quando infine dall'agguato, còlto l'istante,
Arrunte scaglia la lancia, e prega così i celesti:
Sommo degli dei, Apollo custode del santo Soratte,
tu che primi tra tutti veneriamo, a cui alimentiamo le
fiamme con cataste di pino, e, fidando nella pietà, camminiamo,
noi tuoi adoratori, tra il fuoco e su molta brace,
concedi, o Padre, di cancellare codesta vergogna
con le nostre armi, tu che puoi tutto. Non chiedo
le spoglie e il trofeo della vergine sconfitta; le altre
imprese mi daranno fama: purché la crudele rovina
cada per il mio colpo, ritornerò oscuro nella città patria.
Febo udì, e diede che si avverasse una parte
del voto, l'altra parte disperse nelle alate brezze:
consentì al supplice di abbattere con una subitanea morte
Camilla accecata; non permise che lo vedesse reduce
l'alta patria, e le tempeste rapirono la voce tra i venti.
Dunque, appena l'asta scagliata sibilò nell'aria,
tutti i Volsci protesero i fervidi animi e posarono
lo sguardo sulla regina. Ella non s'avvide di nulla,
dell'aria, del sibilo, o del dardo che veniva dal cielo,
finché l'asta, arrivata sotto la nuda mammella
vi rimase confitta e bevve profondamente il virgineo sangue.

https://machiave.blogspot.com/2014/07/la-vergine-camilla-in-battaglia.html

martedì 18 marzo 2025

La lezione di Berlinguer



Giuliano Ferrara, Il disegno di governo di Meloni fra Europa e Trump richiede una scelta
Il Foglio, 18 marzo 2025

Giorgia Meloni prima o poi dovrà fare una scelta netta, se non vuole risultare solo mediatrice, ma in sostanza passiva, sulla scena della politica internazionale nel tempo di Trump, che scavalca gli alleati transatlantici e negozia con Putin senza di loro, e del risveglio potenziale dell’Europa come soggetto politico. C’è un precedente notevole da ricordare. Enrico Berlinguer voleva attuare una politica in qualche misura innaturale per la tradizione del suo partito, il Pci. Voleva convergere in un progetto comune di governo con la Democrazia cristiana di Aldo Moro, sfruttando la comune appartenenza all’arco costituzionale, superando decenni di opposizione aspra, rielaborando il filone togliattiano del rapporto con i cattolici e, per così dire, dandogli gambe non solo teoriche ma politiche. L’ombra del 18 aprile 1948 e poi della contrapposizione radicale sul Patto atlantico, muri che importarono nell’Italia resistenziale e antifascista la divisione della Guerra fredda, era un ostacolo decisivo su quella strada. Nel 1976, tre anni dopo gli articoli sul compromesso storico, scritti dopo il colpo di stato cileno e dedicati alla necessità dell’incontro tra le grandi forze popolari per il consolidamento e la salvezza della democrazia italiana, Berlinguer diede un’intervista al Corriere della Sera, a Giampaolo Pansa, e disse qualcosa di forte, di nuovo, per certi aspetti di inaudito: stiamo meglio sotto l’ombrello della Nato di quanto staremmo nel perimetro dell’alleanza opposta, il Patto di Varsavia.
Tredici anni dopo quell’intervista e l’esperienza della solidarietà nazionale che ne discese, frantumatasi per l’assassinio di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse, cadde il Muro di Berlino. Se il Pci non fece la fine dei comunisti francesi, ridotti all’isolamento e al lumicino, cambiò nome e diventò altro da sé, è per via di quella scelta netta, che ha cambiato i connotati della storia politica italiana (europeismo e approdo al riformismo di stampo socialdemocratico, nonostante contorsioni, varianti, retromarce, equivoci e altre divagazioni dalla funzione di governo di una seria forza di sinistra, nascono di lì, da quell’intervista).
Molte cose sono cambiate e molto, viviamo ovviamente in un’altra epoca, fondamentalmente diversa, e bisognerebbe chiedere lumi all’intelligenza artificiale per compensare in merito i limiti di quella naturale. Ma un fatto resta. Oltre un certo confine, non si può restare in mezzo al guado. Se in nome della tua tradizione politica e ideologica, ma per trasformarla e rinnovarla, intraprendi l’attraversamento di un grande fiume per guadagnare la sponda di una nuova identità (ieri era la legittimazione del Pci nella Guerra fredda e oltre, oggi è l’affermazione di un movimento conservatore di stampo europeo in Italia, mentre riemerge una politica extraeuropea della divisione del mondo in nuove sfere di influenza), suona per te la campana della decisione definitiva, un rintocco che agisce nel profondo e costituisce il perno di una nuova identità. Meloni può continuare a barcamenarsi, a danzare sul filo di un interesse nazionale alla mediazione con l’America di Trump e Musk combinato con l’adesione a un modello europeo di cooperazione economica, politica e militare nel confronto con l’espansionismo russo. Per sfuggire al rischio della passività e dell’irrilevanza, però, le potrebbe essere utile rileggersi quell’intervista e quel pezzo di storia. Ammansire la bestia del populismo trumpiano, incamminato su una strada che distrugge la cultura mainstream e la sostituisce con gli spiriti animali dell’America first!? Vaste programme. Condizionare le scelte della Ue e britanniche di politica estera e di sicurezza, oltre che economica, mantenendo un equilibrio con la Russia di Putin, e attraversando con ambiguità la questione dirimente della difesa dell’ucraina come confine europeo? Vaste programme. E’ chiaro che il disegno di opposizione e poi di governo di Giorgia Meloni, nonostante analogie di facciata, è diverso dal movimento generato dall’ego smisurato e dalle forze che spingono l’esperimento iperpopulista e ademocratico americano. E il raccordo con l’Europa di Berlino, di Parigi, di Londra, e delle altre capitali europee occidentali e orientali è un elemento necessario di quel disegno, che a un certo punto richiede una scelta netta.

sabato 25 gennaio 2025

Il capitalismo globale all'opera


Massimo Cacciari
, Le nuove élite Usa e le scelte di Giorgia, La Stampa, 25 gennaio 2025

I rappresentanti del continente culla del Politico in quanto forma dell'agire umano autonoma da arte, etica, religione non furono dunque invitati o preferirono non andare sulla collina del Campidoglio di Washington dominante ancora le nostre vite. L'Europa che teme per il proprio export, ma non sa darsi una politica di difesa comune, che non riesce né a prevenire né a contenere le guerre civili al suo interno, ma è prodiga nel celebrare anniversari di vittoria contro i totalitarismi dell'altro millennio, l'Europa ormai forse in irrecuperabile ritardo nel campo della ricerca e innovazione guarda da sempre più da lontano le trasformazioni in atto nell'unica capitale dell'Occidente e di conseguenza negli equilibri internazionali. La sola leader europea presente sul Campidoglio è colei che con astuto disincanto è pronta a dichiararsi d'accordo con i suoi occupanti chiunque essi siano e qualunque cosa facciano. Né certo rappresenterà mai una leadership capace di guidare il processo di riforme necessarie per rilanciare l'idea di un'Europa autonoma e politicamente unita.

La scena del Campidoglio americano ha rivelato una nuova forma dell'élite dominante. Derubricarne il significato a qualche gesto folkloristico, a qualche battuta politicamente non corretta, è l'ennesima prova di quanto le tradizionali culture democratiche occidentali siano rimaste spiazzate dalla rivoluzione tecnologico-culturale in atto. Il loro orizzonte rimane quello di un capitalismo «domestico», ovvero addomesticabile a un'etica di «bene comune», a esigenze nazional-locali di «equa» distribuzione della ricchezza. Era un sistema economico-produttivo obbligato a cercare l'accordo con grandi masse di forza-lavoro sindacalmente organizzate. La mediazione politica diventava allora necessaria e non poteva che svolgersi in relativa autonomia rispetto alle parti in conflitto. La storia delle democrazie del dopoguerra è la storia di questo difficile gioco. Il capitalismo globale ne ha mutato forma e funzioni, anche se certo tale metamorfosi era iscritta ab origine nelle sue potenzialità. Esso ha messo al lavoro con la più straordinaria efficacia le risorse inventive, innovative, le capacità tecnico-scientifiche dell'intelletto generale della nostra specie, le ha organizzate al suo interno, le ha «comandate» grazie alla propria potenza economico-finanziaria. Le nuove élite che l'hanno promosso e lo governano non hanno culturalmente più nulla a che fare con le forme di etica borghese che ancora informavano di sé il capitalismo fino ai decenni «socialdemocratici» successivi alla guerra mondiale. La loro idea di sviluppo è incontenibile, insofferente di ogni regolamentazione che non provenga dal loro stesso interno. Ogni orizzonte vale soltanto per essere oltrepassato. Il successo costituisce l'unica misura – e di successi occorre essere insaziabili. L'accelerazione dello sviluppo comporta necessariamente la creazione di sempre nuovi bisogni, e per questo l'efficacia dell'informazione e comunicazione, il governo del loro sistema, risultano essenziali. Soltanto una conoscenza pervasiva dei nostri comportamenti consente di orientarli e trasformarli. La stessa fantasia deve diventare un prodotto, là dove è l'intelligenza artificiale che detta oggi al giovane la sua poesia d'amore.
Questa nuova èlite si è auto-rappresentata sulla cima del Campidoglio per l'investitura di Trump. I singoli personaggi non contano. Come nelle antiche tragedie è il destino a calcare la scena. I vari Musk non vogliono esprimere che il dominio di un sistema di cui è Re assoluto l'anonima legge dell'indefinito sviluppo. A essa, non più a padroni in carne e ossa, dobbiamo convincerci di dovere obbedienza. E come rifiutare un ordine che sembra il prodotto di un calcolo razionale, che si presenta con l'obbiettività di una legge di natura? È il regno della Macchina intelligente, l'epoca della Macchina «spirituale». Non più soltanto straordinaria capacità calcolatoria, ma intelligenza universale che prevede e indirizza. Non più robot al nostro servizio, ma autentiche guide volte a ridurre la specificità e complessità delle singole intelligenze naturali verso comportamenti e pensieri comuni.
Questa nuova élite ha però ancora bisogno di un Politico che renda il contesto sociale coerente alla propria natura, favorevole al proprio successo. È sempre più funzione di supporto, polizia più che politica. Tuttavia disuguaglianze mostruose, movimenti migratori, trasformazione in senso multi-etnico delle nostre società continuano a generare conflitti che il vecchio ordine politico democratico non riesce a gestire, ma neppure la nuova Macchina intelligente – almeno fino a che essa non divenga tutt'uno col nostro cervello. La storia non è finita; sono finiti soltanto i soggetti di una forma del conflitto politico. E non potrebbe questo riaccendersi, almeno nel nostro Occidente, tra quell'intelligenza naturale che produce ricerca e innovazione e il sistema tecnico-economico che la mette al lavoro e la comanda? Che oggi le due dimensioni appaiano perfettamente accordate dipende da ragioni storiche, dal crollo di ogni pensiero critico nei confronti dei nuovi signori del Campidoglio, dal carattere semplicemente reazionario che ha finito con l'assumere la nostra difesa della democrazia. Un pensiero critico senza nostalgie né rimpianti comprende la straordinaria potenza della nuova élite, ma si interroga praticamente se siano riducibili al suo ordine la ricchezza e la creatività dell'intelletto di ricercatori e scienziati. Un pensiero critico comprende bene l'energia che si sprigiona dall'insaziabile appetito dei Musk, ma sa anche l'impotenza che fisiologicamente lo minaccia. O, meglio, la contraddizione di fondo che lo caratterizza: mirare a una forma universale di dominio, a una sorta di Stato mondiale, e doversi a un tempo affidare alle politiche identitarie-sicuritarie dei Trump per garantire la propria attuale egemonia. La rupe del Campidoglio traballa e si ricorre ancora a arcaiche ideologie per sostenerla. Non sarà l'Intelligenza artificiale, temo, a insegnarci come rifondarla.